Per alcuni atleti, calciatori in questo caso specifico, vale un assunto tanto astratto quanto reale: il modo in cui interpretano il calcio è un’emanazione del loro aspetto e dei canoni estetici che seguono o di cui si fanno portatori. Ad esempio, Renè Higuita è ricordato tanto per la stravaganza con cui interpretava il ruolo di portiere quanto per l’eccentricità della sua capigliatura; Sergio Busquets – per utilizzare un modello più attuale – ha attributi tecnici, fisici e mentali che lo portano ad esprimere un calcio ordinato, semplice ed essenziale, proprio come il suo aspetto.

Questa correlazione diviene ancor più immediata quando ci ritroviamo dinanzi ad un video tributo dedicato ad uno di quei calciatori a cui dare un valore assoluto risulta ancora oggi difficile: Alessandro, detto Alino, Diamanti. La sua versione più iconica è sicuramente quella a cavallo tra la prima e la seconda decade degli anni 2000. I dread negli anni trasformati in un’acconciatura disordinata, lo sguardo stralunato, il sorriso beffardo: una commistione di particolari che convolavano a nozze con il suo calcio caotico, frutto dell’improvvisazione ed estemporaneo nella sua variante più geniale.

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Il tutto si condensava in piazze perennemente ai margini rispetto all’aristocrazia del calcio: parliamo del precario Bologna di Guaraldi, del Brescia di quel Corioni che lo paragonò a Baggio, del disastrato Palermo di Zamparini o, soprattutto, del Livorno dell’intramontabile Aldo Spinelli.

Fonte: profilo Instagram Diamanti

Questa vita da nomade passata tra esperienze esotiche all’estero e pellegrinaggio nella provincia del calcio italiano viene da lui stesso decantata come un vanto. Recentemente ha rilasciato un’intervista ai microfoni del sito di Gianluca Di Marzio in cui afferma di aver rifiutato Juventus e Milan per restare a Bologna, aggiungendo che non ha mai fatto pressioni alle società per forzare una sua eventuale cessione. Questo spirito da uomo in missione, abbinato ad un andamento in campo piuttosto ondivago, lo ha reso l’emblema delle piazze in cui ha sostato. A Bologna e a Palermo ha indossato la fascia da capitano, mentre a Livorno ci è tornato l’anno scorso quasi un decennio dopo l’ultima volta. Diamanti si è trovato a suo agio in contesti in cui ha potuto fare il capopopolo: il web è pieno di sue interviste ai tempi del Bologna in cui sciorina abilmente discorsi sullo spirito di sacrificio, sul desiderio di lottare e di sporcarsi le mani per conquistare la salvezza; obiettivo che si è trovato a dover inseguire sin dai tempi del Prato.

Prato prima, poi qualche dimenticabile esperienza in Serie D, poi Albinoleffe ed infine ancora Prato: tutte esperienze vissute, a suo dire, da scapestrato, e che lo hanno rallentato nella crescita calcistica. Esperienze in cui ha respirato a pieni polmoni l’aria della gavetta, facendo sua anche la retorica che la circonda per poi andare a caccia di occasioni in cui esporla. Tutto ciò può avere una doppia chiave di lettura: la prima è che il suo intento fosse realmente quello di mettere a disposizione il talento di cui disponeva nel fango della bassa classifica (come spesso ha dichiarato); la seconda è che invece utilizzasse questo meccanismo per nascondere una carriera in cui non ha avuto il coraggio, la stabilità mentale e l’equilibrio per elevarsi ad un livello superiore.

UN MANCINO DA BATTAGLIA

Diamanti si iscrive a quella lista di calciatori che a carriera terminata cominci ad odiare con tutto te stesso perché ti accorgi che non hanno spremuto a fondo, o perlomeno nel modo giusto, il loro talento. Cassano – a cui Diamanti venne paragonato nel giorno della sua presentazione al Bologna – è l’archetipo di questa categoria di calciatori, Diamanti una copia un po’ sbiadita. Il suo talento è meno completo ma ugualmente luccicante: ama giocare dietro le punte e calciare le punizioni – dice lui. La trequarti è il suo habitat naturale, lì dove dal nulla riesce ad armare il mancino e a disegnare traiettorie potenti ed arcuate. La tecnica con cui calcia il pallone è la parte maggiormente percettibile del suo talento. Colpisce senza differenza di qualità e precisione con collo, esterno ed interno.

Il suo sinistro ha segnato un’epoca nella provincia del nostro campionato, ed ancora oggi lui stesso ci tiene ad esaltarne il valore: “Nessuno in Serie A calcia meglio di me”. Il Diamanti di fine carriera non disdegna affermazioni in cui l’umiltà di chi ha fatto la gavetta lascia spazio alla vanagloria di chi si compiace del suo stesso talento. Anche in questo, Cassano insegna.

Diamanti però, come abbiamo detto, pur avendo in dote la classe di pochi eletti è riuscito ed ha dovuto piegare il suo calcio alle necessità. Una sua partita per essere definita di alto livello doveva esser sì colma di giocate raffinate ed illuminanti, ma allo stesso tempo ricca di palloni sradicati nel cerchio di centrocampo, di tackle disperati, di diatribe con gli avversari. Alle volte il suo carattere burrascoso lo portava a cadere in eccesso, ma quella stessa grinta era il propellente che gli permetteva di caricare e ricaricare le pile. In una conferenza stampa ai tempi del Bologna riportò un consiglio che diede a Gastón Ramirez: “Devi stare tranquillo quando prendi calcioni, perché poi ci siamo noi altri a restituire”. Parla di se stesso come di un medianaccio vendicativo, il che suona contraddittorio per un trequartista dal tocco e le visioni da numero 10. La sua essenza è però proprio quella: la stagione 2012/2013, ad esempio, la conclude da leader della classifica dei falli subiti e da leader della classica dei falli fatti.

Ma le contraddizioni del ragazzo di Prato non si sono limitate unicamente al modo in cui svolgeva il suo mestiere. Il suo rapporto con il calcio italiano è sempre stato contraddittorio: amato, desiderato e poi abbandonato in una carriera carica di addii e ritorni. Ha anche contraddetto se stesso, quando di punto in bianco lasciò Bologna per la Cina dichiarando quanto fosse stato determinante il fattore economico. Solo 3 anni prima – nel giorno del suo arrivo in Emilia – aveva invece definito l’ambiente in cui si sceglie di giocare una componente da anteporre al denaro.

L’AZZURRO COME UNICO SOGNO

Guardandola ora, questa sua incoerenza narrativa si trasformava in assoluta linearità solo quando il tema diventava la Nazionale. Diamanti ha sempre bramato la maglia azzurra, raggiungendola dopo aver fatto sacrifici importanti. Nel 2011 lasciò il West Ham – ad oggi il suo più grande rimpianto – perché riteneva che gli italiani all’estero venissero valutati diversamente rispetto a quelli che militavano nel campionato italiano. Una visione non sappiamo quanto veritiera, ma fatto sta che scelse Brescia e il giorno dopo un’incredibile prodezza balistica con cui trafisse Buffon in una sfida contro la Juventus arrivò la chiamata di Prandelli. In azzurro si è tolto le sue soddisfazioni: rigore decisivo nel Quarto di Finale di Euro 2012 contro l’Inghilterra e punizione vincente in Confederations Cup nella finalina contro l’Uruguay su tutte.

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Poi, dal momento in cui la Nazionale si è trasformata in un miraggio, ha inanellato annate storte rendendo le apparizioni del suo talento sempre più effimere. Firenze, Bergamo, ancora in Inghilterra al Watford e poi Palermo: contesti in cui o non si è saputo ritagliare il giusto spazio o in cui non ha avuto la forza di elevarsi dalla mediocrità generale.

ACCONTENTARSI

La parte finale della sua carriera è stata così anonima che neanche il ritorno a Livorno bagnato da 10 gol ha ricevuto la giusta risonanza. La lunghissima carriera che ha vissuto e che – adesso a Melbourne –  sta vivendo, nella nostra mente ha lasciato diversi ricordi ma raccolti in un arco di tempo limitato. I primi barlumi di talento a Livorno, le punizioni infilate sotto il sette a Bologna, le iconiche apparizioni in Nazionale: una lista fin troppo breve se paragonata al potenziale del suo mancino.

Tra forse qualche anno o addirittura mese Diamanti lascerà il calcio. Lo farà dopo aver rincorso il professionismo, dopo aver dato forma al suo estro in contesti ristretti, dopo esseri trasformato da uomo della provincia italiana ad assetato giramondo, ma senza aver sciolto tutti i nostri dubbi su quale fosse il suo reale valore o la sua dimensione. “Ho corso come uno schiavo per marciare come un re” canta Marracash in Nulla Accade; Diamanti potrà rispondere dicendo di aver corso come uno schiavo e di aver guardato quello che poteva essere il suo regno, ma senza la giusta ambizione per diventarne il re.

 

(Fonte immagine in evidenza: profilo Instagram Alessandro Diamanti)