“Su Dioniso è stata proiettata un’ombra. In quanto Dio delle ambiguità l’Olimpico dio del divertimento è sintetizzatore della Zoe, il principio della vita fluente e continua all’interno della nostra esistenza. E l’ombra è inevitabile, un Dio legato a un sentimento così terreno come la passione, l’ebbrezza, e al principio motrice della vita non può che generare luci e ombre in base alle ambiguità del proprio cammino. Ancor di più se ci riferiamo ad un Dio umano, reso dio da coloro che lo hanno visto.”

No, non è l’incipit di nessun vangelo apocrifo, ma solo il collegamento tra il Dio greco Dioniso e il dio calcistico Ronaldo de Asis Moreira. Le ombre si ritrovano tutte negli articoli che costellano la sua carriera nei momenti meno luminosi: le notti brave all’interno degli hotel durante il mondiale 2002, la galera dello scorso mese, le serate in discoteca e tutte quelle cadute proprie di un dio terreno che a restare legato all’apollineo degli uomini normali proprio non riesce. Così scorrendo le prime otto pagine di ricerca Google su Ronaldinho, gli articoli che si trovano con maggior frequenza sono quelli relativi alla prigione, agli scandali, finanche un pezzo che ricorda le sue notti brave ai tempi di Barcellona e Milan. Nulla, se non un riferimento sulla Treccani e due approfondimenti più stilistici che esaurienti, sulle coppe di ambrosia calcistica che riversò sui campi d’Europa e del mondo. Damnatio Memoriae? Nel mondo antico si incorreva in questa pratica quando un potente veniva offeso, o colpito, dai versi che un poeta riportava su carta, papiro o pergamena che fosse. Ciò che c’è di sicuro è che la memoria oggi è esercitata attraverso video iconici rimasti nella mente di chi lo vide giocare, ma che, a livello di racconto materiale, si sia persa per strada, quasi svanendo, come il centravanti tra le mani di Guardiola.

L’INIZIO DEL SIMPOSIO

Il Dio greco Dioniso rappresenta per i Greci il ribaltamento della forma e della purezza Apollinea legata al Dio Apollo. L’orgia di piacere e divertimento che, elevata alla massima potenza all’interno del Simposio, svincola l’essere umano dall’Io individuale elevandolo alla Zoè primoridale, quel rantolo di esistenza pura e semplice che fa della vita ciò che realmente è. Quanti paroloni effettivamente: Ronaldinho, per dirla più semplicemente, è stato per un decennio il corrispettivo terreno del Dioniso olimpico. Un semidio del calcio moderno che ha dato il via al proprio simposio calcistico in una palestra di Rio, quando a soli nove anni segnò a ripetizione saltando gli avversari come fossero coppe di vino finite. Le Ombre, dicevamo, iniziano qui: quando il Padre Joao affoga in piscina e il fratello Roberto subisce un grave infortunio, dando il là alla preparazione del futuro campione di casa Moreira. 

“Se un giorno si vuol essere una persona, bisogna tenere in onore anche la propria ombra.”

F. Nietzsche.

Estadio Antonio Odone Sarubbi, Paraguay, 26 giugno 1999.
Vanderlei Luxemburgo, allenatore del Brasile sconfitto al mondiale di Francia dell’anno prima, convoca in prima squadra un ragazzo del Gremio. Ha 19 anni, ha appena vinto il titolo di miglior giocatore della stagione e al minuto numero settanta fa il suo esordio in maglia verdeoro durante la Copa America di Rivaldo, Ronaldo e Cafù. In questi casi le luci si fanno più forti e fanno da contrasto alle ombre che si annidano nel passato: stop elegante, sombrero al primo avversario dal lato destro dell’area di rigore, controllo a seguire sul secondo difensore e rasoiata di destro sul primo palo. Folgorante.

Fonte immagine: profilo Ig @Ronaldinho

L’esordio di Ronaldinho con la maglia della Seleçao è l’inizio del nostro simposio, la prima coppa di Ambrosia versata dalle astanti, il primo verso cantato dall’Aedo e dalla sua arpa, il primo lampo che si diffonde nelle ombre che si annidano sotto la polvere. 

DICOTOMICA MORTE

Paraguay, 7 marzo 2020. 
Sono incredibili alle volte le coincidenze di tempo e spazio che si vengono a dipanare nella vita di un semidio: Ronaldinho, per la seconda volta in poche ore, viene arrestato nella terra che fu teatro del suo esordio internazionale, facendo sprofondare nelle ombre il talento di Porto Alegre. È galera per possedimento di passaporti falsi, ma anche lì, all’interno delle calde mura di una prigione sudamericana, la luce non smette di brillare: mentre i quotidiani mondiali alternano le proprie notizie ai resoconti di ciò che accade nella parabola discendente del campione, i detenuti si affannano per aggiudicarsi le sue prestazioni nel torneo della prigione, riuscendo a restituire al calcio il suo figlio prediletto.

È dunque da qui, dall’ultimo atto del quarantenne Ronaldinho e dal primo magico goal di un Ronaldinho diciannovenne che partiamo, alternando luci ed ombre, nel racconto breve dell’ultimo semidio sceso su un campo di calcio. 

IL CUORE DEL SIMPOSIO

“¡Dale dos bolas de oro, no una! ¡Que le den dos!”

Santiago Bernabeu, Madrid, 19 novembre 2005.
Il telecronista, al minuto 77 gridò così al terzo e ultimo goal del Barcellona contro il Real Madrid. Un goal raccontato in ogni modo, assurto a emblema definitivo del Ronaldinho semidio del calcio: l’azione si sviluppa da sinistra, Ronaldinho supera Sergio Ramos in velocità e sposta il pallone da Helguera che non può far altro che vedere il destro del brasiliano insaccarsi alle spalle di Casillas senza poter intervenire. A questo punto del Simposio dedicato a Ronaldinho, dopo aver apprezzato la prima coppa d’ambrosia sotto forma di goal contro il Venezuela, parlato di Parigi e degli esordi con il Gremio, del passaggio al Barcellona per circa 30 milioni nell’estate 2003, arriviamo alla coppa suprema, alla luce immensa che Ronaldinho generò in quella coppia di stagioni, 2004/2005 e 2005/2006 che resero la sua luce immortale. Il Pallone d’Oro e la vittoria dei due Fifa Best Players of the Year furono la logica conseguenza delle due Liga portate in bacheca, delle due Supercoppe di Spagna e della Champions League 2006, l’unica coppa dalle grandi orecchie vinta dal Gaucho, e splendida luce nelle ombre tra cui stiamo per addentrarci. 

Fonte immagine: profilo Ig @Ronaldinho

JOGA TV 

Stamford Bridge, Londra, 8 marzo 2005.
Prima del pozzo profondo delle ombre, un ultimo assaggio di luce estatica: la coppa d’Ambrosia riversata prima di cadere nell’oblio è il goal segnato contro il Chelsea nel marzo 2005. Atto di pura genialità che diede il via a ciò che fu la Joga Tv, un coacervo di semidei facenti capo ad Eric Cantona, simbolo di una generazione e leader di coloro che con le proprie ombre non hanno mai fatto pace. Il Simposio si allarga, arrivano Thierry Henry, Ronaldo, Roberto Carlos. Il Brasile sarà addirittura protagonista di uno spot famosissimo in aereoporto, mentre con gli anni al dream team si aggiungono Didier Drogba, Cristiano Ronaldo e Zlatan Ibrahimovic. Ronaldinho però, è come Dioniso, il prediletto dal padre Zeus, il nostro Eric Cantona, che lo innalza a simbolo di un nuovo modo di toccare il pallone. La Joga Tv, e lo Joga Bonito che per circa un lustro saranno la cifra attraverso cui vedere il calcio, nascono, crescono e muoiono con il semidio nato a Porto Alegre, fatto di ombre profonde e di luci splendenti. 

Fonte immagine: profilo Ig @Ronaldinho

NOTTE PROFONDA

“È tornato il marziano!”

San Siro, Milano, 17 gennaio 2010.
Termina l’avventura in blaugrana dopo che il passaggio di consegne al futuro Dio del calcio si è materializzato: Ronaldinho cambia lidi, si sposta a Milano, dove il Simposio alla corte di Silvio Berlusconi può ancora continuare. A Barcellona Pep non perdonava più le notti in bianco, le serate in discoteca e tutto ciò che ruotava intorno al nome di Ronaldinho. Faceva del male a Messi, secondo alcuni. In realtà non fece altro che consegnargli le chiavi di un Barcellona in rampa di lancio e lasciando la Catalogna Dinho ritrovò, per poco, ciò che al Camp Nou stava per perdere irrimediabilmente. A Milano ancora si poteva fare il calcio del simposio, e quelle ombre tanto lunghe venivano perdonate. Il goal al Siena, in quel freddo gennaio di inizio decennio, accompagnato dalla voce del telecronista che per un attimo si veste da aedo, rendono magico quel goal e quella prestazione. Ennesimo lampo in un mare di ombre. 

Fonte immagine: profilo Ig @Ronaldinho

CAMPIONE DI TUTTO 

Belo Horizonte, Brasile, 24 luglio 2013.
Lasciato Milanello e affrontata l’ennesima traversata Atlantica, Ronaldinho si veste dell’Alvinegro dell’Atletico Mineiro e vince la Copa Libertadores. Dopo le tante ombre che accompagnano il suo viaggio verso casa, questa vittoria diventa apogeo finale dell’ascesa del semidio al monte Olimpo, al fianco del gemello Dioniso. L’ultima coppa d’ambrosia è così servita: la leggendaria Coppa lo rende così l’unico vincitore di Mondiale, Copa America, Pallone d’Oro, Uefa Champions League e, appunto, Copa Libertadores nella storia del calcio. A suo modo, come sempre, sembra avercela fatta.

Fonte immagine: profilo Ig @Ronaldinho

FINE DEL SIMPOSIO 

“Bere senza avere rispetto dell’estetica dionisiaca, significa aumentare la pressione di Dioniso, fino al punto che sono possibili solo atti di bruttezza e di stupidità.”

L’estetica dionisiaca è ben chiara: bisogna riuscire a terminare decorosamente il simposio senza eccedere nel bere e non cadere preda di atti di bruttezza. Il ritiro a trentasette anni di Ronaldinho, dopo un giro che lo ha visto presenziare anche in Messico, sembra quasi la conclusione di un baccanale antico: dopo tantissime ombre, coppe d’ambrosia riversate copiose e lampi di luce orgiastica da capogiro, ecco la fine. I battenti chiudono, il mondo ringrazia, e il sipario cala inesorabilmente. Raccontare Ronaldinho non è esattamente come scrivere un romanzo, o una poesia. È più come correre all’impazzata alla ricerca di qualcosa che non si può raggiungere se non stando fermi. L’ebbrezza di Dioniso è finita, la Joga Tv ormai spenta, e il calcio ha preso un’altra direzione. Ma che il semidio di Porto Alegre lo abbia cambiato è fuori questione.

Fonte immagine: profilo Ig @Ronaldinho

“Ancor di più se ci riferiamo ad un Dio umano, reso dio da coloro che lo hanno visto.”