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Europa all’italiana

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Antonio Conte, Massimiliano Allegri Zinedine Zidane: queste le tre nomination per il premio The Best FIFA Men’s Coach 2017, che incorona il miglior allenatore dell’anno. Inaugurato lo scorso anno e vinto da Ranieri grazie alla sua impresa con il Leicester, sta confermando ulteriormente come la scuola italiana, che sia stata vissuta da giocatore, allenatore o entrambi, sia la palestra migliore per una futura carriera in panchina.

PARLANO I FATTI

Andiamo a dare una spulciata all’elenco degli allenatori vincitori della Champions League. In vetta, con tre trionfi, troviamo Bob Paisley e Carlo Ancelotti. A seguire, con due successi, vi è una folta lista nella quale troviamo Arrigo Sacchi e Nereo Rocco. Infine, con un successo ciascuno, abbiamo Roberto Di Matteo, Fabio Capello, Marcello Lippi e Giovanni Trapattoni. Undici allenatori: nessuna nazione ne ha di più.

Tracce di azzurro le troviamo però anche tra i manager stranieri. Helenio Herrera su tutti, vincitore di due Champions League con l’Inter e uno degli “inventori” del calcio all’italiana costruito sul libero, la marcatura all’uomo e i tre difensori marcatori. Ma si potrebbe menzionare anche José Mourinho, il più italiano degli allenatori stranieri per filosofia (tanto che in Inghilterra molti ormai lo sbeffeggiano per i suoi atteggiamenti particolarmente difensivi nei big match). Anche per lui due Champions, con Porto e Inter. Infine lo stesso Zinedine Zidane, su cui ci dilungheremo in seconda battuta.

Menzione obbligatoria anche per Allegri e Simeone, due che la coppa dalle grandi orecchie non lo hanno ancora sollevata ma che l’hanno sfiorata. L’allenatore toscano nel 2015 e pochi mesi fa a Cardiff, il Cholo nel 2014 e nel 2016. Pur negli insuccessi, è comunque continuità.

Insomma, in qualche modo tutti i sopra citati si collegano alla scuola italiana. O perché da essa sono stati formati, o perché ne hanno ereditato alcuni principi. Ma vediamo meglio come Conte, Allegri e Zidane in particolare si possano considerare attualmente la crème de la crème della scuola italiana nel campo degli allenatori.

ALLEGRI: TRADIZIONE E MODERNITÀ

Premessa: esponenti veri e propri di questa scuola non ne esistono quasi più. Gli allenatori di oggi mantengono certamente alcuni atteggiamenti da essa derivati, ma rielaborati.

È questo il caso, ad esempio, di Massimiliano Allegri. Pragmatico, grande comunicatore e gestore: tre caratteristiche che fanno un pò da filo conduttore tra i nostri allenatori. L’ultima stagione ha mostrato il suo tentativo di fornire una dimensione più “europea” alla duttilità e all’arguzia tattica tipicamente italiane. Ha rinunciato alla BBC e al 3-5-2 contiano optando per un 4-2-3-1 più spregiudicato e portato all’attacco, con 4 attaccanti e Pjanic arretrato nella linea mediana. D’altronde, è proprio grazie soprattutto alle qualità offensive che in Europa, oggi, si trionfa. Lo dimostra il Barcellona col tridente e due mezzi trequarti come Iniesta e Xavi/Rakitic, il Real Madrid con un unico incontrista in campo o anche l’Inter di Mou. In tutto questo Allegri non ha rinunciato però all’equilibrio.

La creatura che ne è emersa è una Juve, appunto, italo-europea. Una squadra che non rinuncia a imporre il proprio gioco, soprattutto nelle fasi iniziali della gara, ma che sa anche accettare di subire le trame avversarie per poi punire spietatamente in contropiede, specie quando l’incontro si mette sui binari giusti. Una squadra forse troppo spesso criticata per un gioco non brillante e non sufficientemente propositivo. La Juve di Allegri può sì spesso apparire semplicemente cinica e più forte dell’avversario solo in virtù dei propri singoli, ma non è certo una squadra che rinuncia al bel gioco.

Bisogna anche osservare come, per l’equilibrio del tutto, alcune singole componenti si debbano sacrificare. Mandzukic si è trasformato da centravanti a tornante; Pjanic ha rinunciato a qualche gol in meno per guidare il gioco della squadra dai primi metri di campo e dare un contributo maggiore in fase difensiva; Cuadrado, così come gli altri esterni, è stato chiamato ad un compito a tutta fascia, e non più ad essere unicamente (o prevalentemente) proiettato alla metà campo avversaria. Non è sempre facile unire sacrificio e trame appariscenti.

Tradizione e modernità. Concretezza ed estetica. Diligenza e qualità. Allegri è riuscito (o sta riuscendo) nell’attualizzare il gioco all’italiana.

CONTE: NUOVA, VECCHIA SCUOLA

Anche Conte ha saputo rinnovare elementi della tradizione. Il 3-4-3 (o 3-4-2-1, che dir si voglia) scelto per il suo Chelsea,  deriva dagli schemi di Rocco ed Herrera. Il ruolo di “libero” è interpretato alla perfezione da David Luiz, che può far valere i suoi piedi da centrocampista e le sue doti aeree, e mascherare le sue falle in marcatura. Al suo fianco un pregevole lettore di gioco come Azpilicueta, avvezzo anche a qualche spinta in avanti (lui che è un ex terzino), e un altro roccioso difensore a scelta tra CahillRüdiger. A centrocampo Kanté si occupa della rottura del gioco mentre Fabregas dirige l’orchestra. I due esterni Alonso e Moses (o Zappacosta) garantiscono corsa a tutta fascia e qualche gol. Il nigeriano, in particolare, è stata una delle “invenzioni” meglio riuscite di Conte. Meno vicino alla zona gol (lui che nasce ala offensiva) ma più funzionale al progetto complessivo. Il cuore del gioco offensivo è affidato al tridente, che vede in Hazard la propria luce principale.

A uno schieramento che trova le sue radici nel passato, Conte ha dato dettami più moderni. Il Chelsea non si limita certo a disinnescare il gioco avversario. Anzi, la squadra di Conte tende a imporsi e garantirsi una fetta il più possibile ampia di possesso palla attraverso un pressing aggressivo pressoché costante che parte dagli stessi attaccanti. Il ritmo rimane così sempre alto, come piace in Inghilterra. Le giocate offensive vanno spesso a memoria e sono frutto di un magnifico gioco corale. Lo spazio per le giocate dei singoli, ovviamente, non viene annullato. Hazard, in primis, e Pedro hanno più di tutti licenza di estrarre il coniglio dal cilindro.

L’ottimo Europeo disputato con l’Italia gli aveva già dato una vetrina più internazionale. Ma gli insoddisfacenti risultati in Champions (ed Europa League) con la Juventus sono ancora un cavillo per Antonio. Col Chelsea è chiamato a dare una decisa sterzata al suo curriculum in questo campo. Per entrare definitivamente nell’Olimpo dei migliori.

ZIDANE: STRANIERO INFLUENZATO

Il grande favorito per aggiudicarsi il premio. E come non potrebbe esserlo, con una Liga, una Champions e una Supercoppa Europea in bacheca. Zinedine Zidane è sicuramente l’allenatore che più si distacca dalla scuola italiana, ma i cinque anni trascorsi in Italia da calciatore della Juventus e l’anno da vice di Ancelotti sulla panchina del Real gli hanno permesso di acquisire, comunque, una mentalità molto simile a quella del nostro calcio.

Equilibrio, mentale e tattico. Questa è la prima cosa a cui ha pensato Zidane da quando si è seduto sulla panchina del Madrid. Nonostante una carriera pluripremiata in maglia blanca, una squadra farcita di campioni e un ambiente esigente come quello madrileno, Zidane non si è presentato come profeta in patria ma, anzi, ha mantenuto un profilo discretamente basso. Si è rivelato concreto, determinato e calmo nel gestire la polemica. Ha restituito umiltà e coesione ad un gruppo di super star che aveva appena silurato Benitez, dopodiché ha introdotto un piccolo, ma fondamentale cambiamento in campo. L’inserimento di Casemiro. Un inserimento graduale ma diventato, nel tempo, una costante. Il brasiliano, che ha portato anche un cambio di modulo (prima a 4-3-3 e poi 4-3-1-2), è diventato un elemento chiave per l’equilibrio delle merengues.

Il suo Real è diventata una squadra bilanciata, con la discriminante, rispetto alle altre, di una potenza di fuoco, tra trequartisti e attaccanti, unica in Europa. Una squadra che sa difendere e attaccare coralmente. Ancor più dopo che CR7 è stato dirottato in una posizione più centrale, finalizzatore decisivo ma meno risolutore della gara. A beneficio di alcuni singoli, Isco su tutti.

Tanti saggi e piccoli accorgimenti, una mentalità giusta e un team di stelle. Così Zidane si è preso la scena negli ultimi due anni e, a dispetto dell’inizio di questa stagione, si appresta a farlo anche in quelli a venire.

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L’agente di Igor sul futuro: “A Firenze è felice ma non si può mai sapere”

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Fiorentina Igor

Igor, difensore brasiliano fedelissimo di Vincenzo Italiano, sta entrando nel periodo della sua maturità calcistica. Nella giornata odierna, Marcelo Mascagni, agente del difensore della Fiorentina, ha parlato a Spaceviola. Di seguito le parole dell’intervista.

Sullo stato emotivo del giocatore: “Igor è molto felice a Firenze. Rispetto alla SPAL, quella della Fiorentina è una maglia più pesante. Lui si sente a casa.”

Su un possibile interessamento della Juventus: “Sono onesto, non c’è niente. Nessuno della Juventus ha parlato con noi. Lo leggo in giro, ma non c’è niente di vero. Lui è felice a Firenze, ma nel calcio non si può mai sapere”.

Sul sogno della nazionale brasiliana: “È sempre un sogno. Per lui l’idea è quella di trovare spazio per essere nel gruppo del Brasile“.

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Calcio Internazionale

Il Messico saluta i Mondiali dopo i gironi: non accadeva dal 1978

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Messico

Negli ultimi decenni si era diffusa la convinzione che la Nazionale del Messico fosse perseguitata dalla cosiddetta “maldiciòn del quinto partido“, ossia “la maledizione della quinta partita”, che, ai Mondiali, coincide con i quarti di finale, e che il Tricolor non raggiunge dal lontano 1986.

Dopo la mancata qualificazione a Italia ’90, dunque, ebbe inizio per il Messico una lunga serie di eliminazioni agli ottavi di finale, protrattesi per ben 7 edizioni del torneo: la serie è partita da Usa ’94 ed è terminata a Russia 2018. La vittoria di stasera contro l’Arabia Saudita, la prima per la squadra del Tata MartinoQatar 2022, non ha tuttavia evitato la precoce eliminazione ai gironi di Ochoa e compagni. Nonostante avessero gli stessi punti della Polonia, i messicani non hanno potuto prolungare la propria avventura in Qatar in virtù della differenza reti inferiore a quella dei biancorosssi.

Se consideriamo che ai Mondiali del 1982 il Messico non si è qualificato, l’ultima eliminazione in cui gli Aztecas non hanno superato i gironi di un Mondiale risaliva a più di quarant’anni or sono: parliamo dei Mondiali del 1978 in Argentina.

 

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Calcio Internazionale

Argentina, Messi: “L’errore dal dischetto ci ha sbloccato”

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Argentina, Messi parla al termine della partita contro la Polonia

Un’altra grande vittoria per l’Argentina e per il suo totem Leo Messi, la cui prestazione è stata però macchiata dal calcio di rigore, neutralizzatogli da Szczesny. Questo episodio ha fortificato, però, i ragazzi dell’albiceleste, i quali hanno incanalato la partita nella maniera migliore. Queste sono le sue parole: “Paradossalmente dopo il rigore sbagliato abbiamo acquisito ancora più forza, siamo stati bravi a sbloccare la partita e a incanalarla nella direzione che volevamo. Ora pensiamo all’Australia, con cui sarà senza dubbio durissima, anche se l’importante era fare quest’altro passo.

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Flash News

Preoccupano le condizioni di Di Maria: indurimento del quadricipite per lui

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Preoccupano le condizioni fisiche di Angel Di Maria.

El Fideo è uscito anzitempo dal terreno di gioco per problema al quadricipite. Il ct della Selección, Scaloni ha espresso a fine partita tutta la sua preoccupazione per quanto accaduto: “Il giocatore non è uscito per scelta tecnica bensì per un indurimento del quadricipite, le sue condizioni sono da valutare“.

È in dubbio, dunque, la presenza di Di Maria per i prossimi impegni dell’Argentina, che spera di poter prolungare il proprio percorso mondiale oltre gli ottavi di finale contro l’Australia.

 

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