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Alvise Zago

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Alvise Zago, il Diez che sarebbe potuto essere ma che non è mai stato

Alvise Zago, il Diez che sarebbe potuto essere ma che non è mai stato

Chi disse: “preferisco avere fortuna che talento’’ percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia cosi fuori controllo. A volte durante una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde’’

                                                                                                                          (Dal film: “MatchPoint’’, di Woody Allen).

Corrono gli anni ’80: durante questo decennio pieno di cambiamenti drastici, ancora una volta l’unica cosa capace di mettere d’accordo tutti è il calcio, soprattutto se si tratta di italiani. Si sa, il pallone rappresenta un tassello importantissimo nella vita degli abitanti del Bel Paese e, dopo la vittoria del Mondiale in Spagna dell’82, il calcio italiano e la Serie A sembrano vivere un momento di meritato splendore. Calciatori del calibro di Maradona, Platini, Gullit, Zico e Matthaus incantano gli stadi italiani con la maglia numero 10 sulle spalle.

Una numero pesante, che va meritato e che solo se sei un talento cristallino come Alvise Zago puoi indossare all’età di 19 anni (appena compiuti), per di più durante la tua stagione di esordio. Ma ad Alvise quella maglia che è stata indossata in passato da un idolo della tifoseria granata ed uno dei più grandi numeri dieci della storia, Valentino Mazzola, sembra non pesargli.

L’INIZIO DELLA FAVOLA

Ma facciamo un passo indietro: stagione 1988-’89. Il Torino Primavera di Sergio Vatta conclude l’anno con la vittoria dello Scudetto e del torneo di Viareggio ed un giovane ragazzo, frutto della cantera granata, incanta il campionato giovanile con le sue giocate strabilianti. Si tratta di un numero 10 a regola d’arte: fantasista puro, con estro e tecnica da vendere.

Parliamo di Alvise Zago, nato il 20 agosto 1969, 178 centimetri di classe: uno di quelli che il calcio te lo fa amare per come si destreggia con e senza palla.

E Gigi Radice, ultimo grande allenatore capace di portare lo Scudetto a Torino sponda granata, si accorge subito delle qualità di Alvise e per questo decide di aggregarlo alla prima squadra. Il ragazzo sembra destreggiarsi benissimo anche tra i “grandi”, tanto che mister Radice non si fa problemi a lanciarlo subito titolare, alla prima di campionato.

L’ESORDIO

È il 9 ottobre 1988, allo stadio comunale di Torino i granata ospitano la Sampdoria di Vialli, Mancini, Cerezo e Chiesa. I tifosi del Torino sono stupiti: alle spalle di Muller e Skoro, attaccanti granata, agisce il giovane Alvise Zago all’età di 19 anni e 2 mesi.

La fiducia di Gigi Radice viene ripagata in pieno: semplicemente una prestazione da incorniciare. Zago stupisce tutti per tecnica, visione e personalità. Partita dopo partita, prende per mano il Torino e si guadagna una maglia da titolare dimostrandosi un ragazzo molto maturo per la sua età: è infatti capace di abbinare a classe e talento dedizione e cultura del lavoro, attributi rari da trovare in un ragazzo appena maggiorenne.

Qualcuno pensa che al ragazzo manchi ‘’il cuore’’ e che ciò lo porti ad essere un giocatore senza grinta e senza cattiveria, qualità fondamentali per poter calcare i prati più importanti di Italia, per di più se giochi con la maglia di un club glorioso ed unico come il Torino. Alle critiche non si fa aspettare la risposta di mister Vatta, che puntualmente afferma:

“Gli attributi di un calciatore non si vedono solo dalla foga con cui si insegue un avversario o ci si lancia in un tackle. Si vedono anche e soprattutto quando un giocatore non ha paura a chiedere sempre la palla anche nei momenti più critici e delicati di una partita, quando magari a tanti altri la palla sembra “scottare” tra i piedi. Alvise è uno che in campo non si nasconde mai”.

LA CONSACRAZIONE DEFINITIVA

Insomma, a tutti sembra chiaro di assistere alla nascita di una stella, e questo pensiero si consolida il 4 dicembre 1988. Torino-Verona, match valido per l’ottava giornata di campionato.

Il Toro sta lentamente sprofondando nei bassifondi della classifica e contro il Verona, contendente per la salvezza, è importantissimo fare punti, soprattutto in casa. Nonostante i presupposti, i padroni di casa si trovano subito in svantaggio: al 3’ Caniggia mette la testa su un cross di Galderisi e fulmina Lorieri.

I granata sembrano essere in balìa del Verona e, nonostante i ripetuti tentativi, l’estremo difensore veneto Cervone sembra insuperabile. Il risultato sembrerebbe ormai in cassaforte per i gialloblù, che per oltre 75 minuti hanno chiuso la porta al Torino. Ma proprio quando il Verona sembra essere convinto di aver portato i tre punti a casa, viene concessa una punizione sulla destra al Torino.

Skoro batte di destro a rientrare e, nonostante l’area di rigore sia colma di difensori della squadra ospite, c’è un giocatore del Torino che riesce a prendere il tempo a tutti ed incornare in rete.

Si tratta di Alvise Zago. Il giovane fantasista esplode in una corsa di gioia verso la curva Filadelfia, la stessa dalla quale da bambino ha assistito alle partite del suo Torino. Quello che pochi anni prima poteva sembrare un sogno, era diventato realtà per Alvise: segnare in quello stadio, sotto quella curva, con la maglia della sua squadra del cuore addosso.

A poche settimane dal gol, arriva anche la chiamata del grande Cesare Maldini, CT dell’Italia Under 21. Alvise, poi, vive pure la gioia dell’esordio con gli azzurrini. Ormai, il potenziale del giovane fantasista sembra chiaro a tutti e nessuno potrebbe metterlo mai metterlo in dubbio: Alvise Zago diventerà un grande calciatore.

IL GIORNO CHE CAMBIÒ LA SUA CARRIERA

Si arriva così al 21 febbraio 1989, data in cui cade la prima giornata di ritorno del campionato: come per tutto il girone di andata, Alvise parte titolare nello scacchiere granata, nonostante il cambio di allenatore. Il Torino è messo sempre peggio e Gigi Radice viene rimpiazzato da Claudio Sala, che rinnova la fiducia a Zago.

La trasferta a Genova, sempre contro la Samp, sembra cominciare nel migliore dei modi, con Zago che raccoglie un cross di Bresciani e porta in vantaggio il Torino: è il suo secondo sigillo ed arriva dopo appena 135 giorni dal suo esordio in massima serie.

Tutto sembra andare per il meglio, quando al 15’, come un fulmine a ciel sereno, Zago è vittima di un duro scontro con Victor Munoz. Entrambi escono in barella, ma nessuno poteva mai immaginare che quello scontro avrebbe completamente cambiato la carriera di Alvise. Rottura di entrambi i legamenti (anteriore e posteriore) e della capsula articolare del ginocchio destro.

Un disastro. La diagnosi è tremenda: quasi due anni di stop. Per molti la sua carriera finisce in quel salto, e non hanno tutti i torti. Nonostante ciò Alvise non demorde, non vuole che la sua carriera arrivi al capolinea dopo appena 17 partite.

Per questo, dopo un anno e mezzo circa, torna su un campo da calcio, con la maglia del Pescara, in Serie B: 20 partite arricchite da 5 gol. Il Torino lo osserva da lontano e aspetta che il numero 10 torni ai livelli di una volta per poterlo richiamare alla base. Alvise fa ritorno in terra granata la stagione successiva, dopo aver concluso un altro prestito al Pisa, con il quale disputò una discreta stagione.

Al Torino Emiliano Mondonico ci prova, lo schiera titolare per una decina di partite, ma Alvise non è più quello di una volta.

L’INIZIO DELLA PARABOLA DISCENDENTE

Così il Torino getta la spugna: nel 1993 lo cede al Bologna, in Serie C1, e da lì comincia per lui una serie interminabili di prestiti e cessioni, fino ad appendere gli scarpini al chiodo nel 2004, in Eccellenza, al Rivoli, sua città natale. Una parabola discendente che nessuno avrebbe mai immaginato. Una carriera maledetta dalla sfortuna, un talento distrutto.

Chiunque si fosse ritrovato in una situazione del genere, statene certi, non avrebbe mai più toccato un pallone in vita sua, avrebbe chiuso con quel maledetto calcio. Ma non Alvise, lui vive per il pallone e nonostante il calcio gli abbia dato poco, o forse nulla, lui ancora oggi continua a dare tutto sé stesso per il calcio.

In una recente intervista ha dichiarato:

Non puoi farci nulla, quando il calcio ce l’hai nel sangue, non puoi più farne a meno’’.

È diventato un allenatore, ogni giorno prova a migliorare e perfezionare numerosi ragazzini che sognano un giorno di poter cominciare una carriera come la sua.

Oggi, chi lo conosce ne parla di un uomo senza rimpianti. Fu infatti lui stesso a dichiarare:

“In fondo mi ritengo fortunato. Ho fatto comunque il lavoro che mi piaceva e ho conosciuto tante brave persone e tante realtà diverse. E alla fine ho capito che fare gol è sempre un’emozione fantastica … ed è la stessa identica cosa sia che tu giochi a San Siro, all’Olimpico o a Cinisello Balsamo!”

Un grande uomo ed un grande calciatore, che ci lascia però con una risposta beffarda: ‘’Chi sarebbe potuto diventare, senza quel duro infortunio, Alvise Zago?’’.

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