Se nasci a Rosario e sin da bambino desideri per il compleanno un pallone, le probabilità di diventare calciatore professionista sono elevate. La città della provincia di Santa Fe ha dato i natali a campioni del calibro di Messi, Di Maria e Icardi. Rosario è l’essenza del calcio, lo si respira ovunque, in ogni calle, nei potreros dove le future stelle danno i primi calci a quella misteriosa e affascinante sfera di cuoio. Newell’s Old Boys e Rosario Central, Marcelo Bielsa e Mario Kempes. Nella città in cui Che Guevara pose le basi per la sua rivoluzione, il 9 marzo del 1995, a Rosario, vede la luce un altro protagonista del calcio europeo. Il 9 marzo del 1995 nasce Angel Martin Correa Martinez.

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DOLORE

La vita di Angel Correa è una di quelle storie in cui il destino prende il centro del palcoscenico, recitando il ruolo di attore principale. Dolore, sofferenza, morte, rinascita, resilienza. Il primo gancio sferrato in pieno volto dal fato lo sorprende all’età di appena 10 anni, quando il padre viene a mancare. Angel non ha nulla, è ancora un bambino che cresce all’interno di uno dei tanti quartieri malfamati e poco raccomandabili del Sudamerica, barrio Las Flores. L’unica ancora di salvezza, il pallone. Il ragazzo ha talento e presto viene notato dagli osservatori del San Lorenzo. Il salto, dai campi di terra della provincia rosarina all’erba pettinata di Buenos Aires, è importante. La sfortuna, però, è sempre dietro l’angolo.

L’anno in cui entra a far parte delle giovanili de los cuervos perde anche suo fratello maggiore. Un altro colpo che potrebbe risultargli fatale, facendogli perdere la bussola. Fortunatamente, però, trova in mamma Marcela un sostegno a cui aggrapparsi e voltare pagina, concentrandosi su quello che gli riesce meglio. Giocare a calcio. Nel 2012 dal Portogallo arriva una chiamata. Il Benfica vuole portarlo al Da Luz. I problemi finanziari della famiglia sono ingombranti e Angel non parte.

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L’anno successivo, il 2013, è centrale per la sua carriera. Due sono gli eventi che ne segnano l’avvenire. Il debutto con il San Lorenzo e l’incontro con Papa Francesco, primo tifoso del club che gioca le partite casalinghe al Nuevo Gasométro. Il tecnico Pizzi si innamora di Angelito, inserendolo gradualmente nell’undici titolare e facendone una pedina fondamentale per la conquista della Copa Libertadores del 2014. L’Europa si fa sempre più insistente, il richiamo è forte.

IL VOLO E LA RICADUTA

A Madrid si sono resi conto che quel diamante grezzo è pronto per essere levigato, trasformato in una delle pietre più preziose del calcio spagnolo. L’Atletico intravede in lui l’erede naturale di Sergio Aguero e, prima della finale della coppa più importante del continente sudamericano, decide di acquistarlo. Servono 7,5 milioni di euro per strapparlo al Ciclòn. Correa parte alla volta della capitale spagnola.

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L’ascesa sembra inarrestabile. Il volo è continuo, sempre più alto. Poi, improvvisamente, il buio. Le visite mediche con i colchoneros danno il peggiore dei responsi possibili. Angel ha un tumore benigno al cuore e l’unica strada percorribile è quella dell’intervento chirurgico. La finale di Libertadores la guarda da un letto d’ospedale di New York. L’operazione riesce perfettamente, il peggio è passato. La strada verso il recupero è lunga e tortuosa, ma Correa risponde bene e il CT dell’Argentina sub-20 Grondona lo convoca per il campionato sudamericano di categoria che avrà luogo a partire dal gennaio successivo. Sembra una scelta azzardata, imprudente, ma la fiducia nei mezzi del talento rosarino è cieca. Angelito gioca e segna quattro reti, contribuendo alla vittoria finale della selecciòn e sollevando il trofeo in qualità di capitano. Il destino, finalmente, inizia a ripagarlo.

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La redenzione è quasi completa. Il 22 agosto del 2015 debutta con la maglia rojiblanca dell‘Atletico Madrid e un mese dopo segna il suo primo gol ufficiale contro l’Eibar. Ad aspettarlo, c’è la nazionale maggiore. L’esordio, da subentrato, è contro la Bolivia in amichevole. Tocca il prato verde all’81’ e tre minuti dopo sigla il definitivo 7-0.

Il peggio sembra essere passato, anche se è una sensazione vana. La vita di Correa non regala mai nulla senza togliere qualcos’altro. Nel 2017 perde un altro dei suoi fratelli, Luis Martinez, suicida ad appena 25 anni. La depressione, probabilmente causata dall’omosessualità non accettata dalla famiglia, lo porta a compiere l’estremo gesto. Angel non molla neanche questa volta e, passo dopo passo, diventa una pedina irremovibile nell’idea di calcio di Simeone.

LA STABILITÀ

La tradizione offensiva colchonera annovera fenomeni con pochi eguali. Il Calderòn, prima, e il Wanda Metropolitano, poi, hanno visto segnare attaccanti come Aguero, Forlan, Griezmann, Diego Costa e, per ultimo, Luis Suarez. Caratterristica in comune? Un istinto del gol da rapaci d’area. Correa, a differenza loro, ha impostato, per caratteristiche personali ed esigenze di Simeone, il suo gioco modellandolo sulla base del proprio carattere. Corsa, sacrificio, grinta e, soprattutto, resilienza. Beninteso, le qualità tecniche sono di primo livello, il talento è puro e cristallino. Eppure, i gol non sono mai stati il pane di cui si è cibato. Correa è la seconda punta che crea lo spazio, portando via l’uomo, aprendo la via della rete al proprio compagno di reparto. La classica spalla che fa il lavoro sporco per permettere alla propria nemesi offensiva di centrare la porta. Robin per Batman. La velocità che strappa, spezza la difesa avversaria, spalancando orizzonti da aggredire affamati.

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Simeone, per questo motivo, non ha mai voluto rinunciarvi. Correa è una presenza fissa nell’undici del cholo e se non parte dall’inizio, la certezza è che prima o poi il campo lo calpesterà. Nel 2018 vince il primo trofeo con l’Atletico Madrid, l’Europa League, da assoluto protagonista. Gioca 9 partite su 9, partendo da titolare anche nella finale vinta per 3-1 contro l’Olympique Marsiglia. L’estate successiva è il turno della Supercoppa Europea, vinta battendo il Real Madrid.

Finalmente, l’occasione di vincere la prima Liga. L’ultimo ostacolo è il Real Valladolid. L’Atletico, come da suo DNA, parte male, soffre, fatica, passa in svantaggio. Correa, però, con una rete meravigliosa, simbolo del suo talento, pareggia e avvia la rimonta, completata da Suarez. colchoneros sono campioni di Spagna e Angel Martìn Correa Martinez ha definitivamente vinto la propria partita contro il destino. 

fonte: virgilio.it

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