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Annate da sogno

Annate da sogno: il Torino 2013/2014

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Dopo l’ultima cocente sconfitta contro l’Udinese si credeva che il tempo di Marco Giampaolo alla guida del Torino fosse finito. Il presidente Urbano Cairo ha invece ribadito la fiducia della società nei confronti del tecnico, in quanto i giocatori hanno bisogno di tempo per assimilarne i concetti.

I calciatori non riescono ad essere costanti nell’arco dei 90 minuti, alternando momenti di compattezza ad autentici black-out, quasi a non reggere la pressione. La squadra di Gotti ha messo a segno il gol partita due minuti dopo il pareggio di Bonazzoli, e, nella precedente gara interna, la Sampdoria ha bucato la porta di Sirigu due volte in poco meno di 10 minuti.

Indubbiamente, pensare di lavorare con calma in una situazione del genere è quasi utopia. L’asticella è sempre molto alta, specie se si pensa a quando, qualche anno fa, i granata erano una realtà del nostro campionato. La stagione 2013/2014 segna il ritorno del Toro nel mondo dei grandi.

DAL 4-2-4 AL 3-5-2

È la seconda stagione di Gian Piero Ventura alla guida del Torino, totalmente rivoluzionato dalla campagna acquisti. Per sostituire il capitano Rolando Bianchi arriva Ciro Immobile, in comproprietà. Nonostante la cessione alla Juventus di Angelo Ogbonna, il reparto difensivo si rinforza, con gli acquisti di Bovo, Maksimovic (in prestito) e Moretti, a cui si aggiungono le compartecipazioni per i cartellini di Darmian e Glik. Anche il centrocampo, di gran lunga il reparto più in sofferenza l’anno precedente, cambia volto, con gli arrivi di Basha, Bellomo, Brighi e Farnerud. Dal Napoli arriva in prestito Omar El Kaddouri. In porta, i guantoni da titolare vanno al nuovo arrivato Daniele Padelli, che sostituisce Gillet, squalificato in seguito al processo Calcioscommesse Bari-bis.

L’ampiezza dell’organico granata consente a Ventura di provare nuove combinazioni di gioco. Il 4-2-4 sperimentato l’anno precedente era di gran lunga troppo offensivo e non garantiva la giusta copertura in fase difensiva. Il sistema di gioco principale diventa quindi il 3-5-2. Aumentano i difensori centrali, con Moretti che vince la concorrenza e affianca Glik e Maksimovic. D’Ambrosio e Darmian giocano a tutta fascia, garantendo allo stesso modo spinta e ripiegamenti.

Il centrocampo alterna le due fasi alla perfezione: Vives è l’equilibratore, posizionato come frangiflutti davanti alla difesa. Al suo fianco spesso sono impiegati Jasmin Kurtic ed El Kaddouri, centrocampisti di inserimento a supporto dell’azione offensiva. Trovano comunque spazio Basha, Farnerud, Tachtsidis e Gazzi, figure meno appariscenti ma di grinta e versatilità, sempre utili quando chiamati in causa.

L’attacco è il reparto che, più degli altri, cambia pelle. Ciro Immobile è il nuovo finalizzatore, ma tutto ruota attorno alla figura di Alessio Cerci. Il velletrano, di cui in estate è stato riscattato la seconda metà del cartellino dalla Fiorentina, accentra il suo raggio d’azione. In fase di non possesso affianca Immobile, ma nel momento in cui l’azione riparte torna ad occupare il ruolo che predilige maggiormente, allargandosi sulla destra. Ciò non permette agli avversari di avere punti di riferimento, e allo stesso tempo consente ai centrocampisti e agli esterni di inserirsi, liberando spazio alla punta.

La soluzione è vincente. Le variabili di gioco sono tantissime e ogni giocatore si integra perfettamente nel nuovo contesto. I tre centrali difensivi garantiscono solidità rimanendo sempre dietro in fase di possesso, aiutati da Vives e dai ripiegamenti degli esterni. Il centrocampista napoletano è fondamentale, nella costruzione quanto nel recupero palla.

Il Torino colleziona prestazioni di altissimo livello, mostrando unione e compattezza invidiabili anche nei momenti più difficili. Simbolo della stagione sono le due partite contro Catania e Genoa, in cui i granata riescono a rimontare lo svantaggio iniziale allo scadere. I due gol contro il Grifone sono siglati nei minuti di recupero dai due uomini copertina: Immobile e Cerci. Quest’ultimo, qualche mese dopo, tatua sul suo petto data e minuto della marcatura, finendo per crearsi più di qualche problema una volta passato alla corte di Preziosi, nel 2016.

Fonte: Goal.com

APPUNTAMENTO (RIMANDATO) CON LA STORIA

L’obiettivo è chiaro: tornare in Europa. Sarebbe la prima volta sotto la presidenza di Urbano Cairo, in quanto l’ultima apparizione dei granata nelle coppe europee risale alla stagione ‘93/94. L’ultimo ostacolo è la Fiorentina di Vincenzo Montella, quarta forza del campionato e già qualificata alla successiva Europa League. Ai piemontesi serve una vittoria, che gli consentirebbe di staccare definitivamente il Parma, in scena contro il Livorno.

L’ultima vittoria a Firenze risale al 1976: la firmò Ciccio Graziani, doppio ex della sfida. Esattamente come Alessio Cerci, che guida l’attacco in assenza dello squalificato Immobile. Dopo un brutto primo tempo, i viola passano in vantaggio ad inizio ripresa con un calcio di rigore di Giuseppe Rossi. Gli ospiti reagiscono e trovano il gol del pareggio grazie al neoentrato Larrondo, ma al 79’ subiscono il gol del vantaggio da Rebic in ripartenza. Anche in questo caso, il carattere degli uomini di Ventura emerge, la reazione è rabbiosa: al minuto 84 un calcio di punizione di Kurtic vale il gol del pareggio, e all’ultimo minuto Rizzoli assegna un calcio di rigore che può significare Europa.

Dal dischetto non può che presentarsi Cerci, l’uomo del destino: è lui che deve spezzare la maledizione del Franchi, come Graziani nel ’76, riportando il Torino in Europa dopo vent’anni. Alessio sa di avere in mano la stagione della sua squadra, e la pressione finisce per divorarlo: l’11 calcia sul portiere. Sui guantoni di Rosati si infrangono i sogni del Toro, che conclude la stagione al settimo posto, scavalcato dal Parma.

La stagione rimane, tuttavia, memorabile. Ciro Immobile chiude l’annata con 22 gol in 33 presenze, capocannoniere del campionato. Alessio Cerci con 13 reti e 11 assist è eletto assistman della Serie A, andando ben oltre di quanto i numeri possano esprimere. Nonostante l’importanza dell’attaccante napoletano sul piano realizzativo, la decisività e l’incisività del suo compagno di reparto nello scacchiere di Ventura l’hanno reso l’uomo copertina. Il tecnico ha infine ricevuto il premio Maestrelli 2014 come miglior allenatore italiano.

Nella maniera più incredibile, i piemontesi riescono a piazzarsi in Europa League. Il Parma, infatti, non riesce ad ottenere la licenza UEFA a causa dei ritardi nel pagamento dell’IRPEF, e vengono estromessi. È la ciliegina sulla torta di una stagione per certi versi irripetibile, iniziata in sordina, interrotta sul più bello ma inaspettatamente ripresa.

LA CAMPAGNA EUROPEA

L’anno successivo, la campagna acquisti estiva rivoluziona nuovamente i piemontesi. La coppia offensiva Cerci-Immobile cerca la definitiva consacrazione all’estero, rispettivamente in Spagna e Germania. Il sostituto principale arriva dalla Juventus, ed è Fabio Quagliarella. A completare il reparto offensivo si aggiungono Amauri e Josef Martinez. Sull’esterno si aggiungono lo svincolato Molinaro e Bruno Peres, acquistato dal Santos. Viene inoltre riscattato Maksimovic dopo una stagione più che positiva.

Nonostante le difficoltà iniziali, il Toro conclude il campionato al nono posto in classifica. La campagna europea è decisamente al di sopra delle aspettative. Dopo aver battuto lo RNK Spalato ed essersi così qualificati ai gironi, gli uomini di Ventura concludono il girone al secondo posto, dietro al Club Brugge.

L’avversario ai sedicesimi è l’Athletic Bilbao, tra le squadre più in forma in Spagna e una delle favorite per la vittoria finale. Nonostante gli sfavori del pronostico, il Torino è autore di una prestazione eroica al San Mamés, terminata 3-2 per gli ospiti.

Fonte: Sports.Co.Uk

Il cammino europeo si ferma al turno successivo contro lo Zenit San Pietroburgo, che elimina i rivali con un punteggio complessivo di 2-1.

Le due annate descritte sono il perfetto esempio di una squadra che supera le difficoltà e lo scetticismo iniziale grazie al duro lavoro e ad una conduzione societaria esemplare. I calciatori hanno bisogno di tempo per assimilare schemi e tattiche nuove. Cairo ne è consapevole e aspetta un cambiamento, nella speranza che il Torino torni ad essere la squadra che tutta Italia ha ammirato.

(Fonte immagine in evidenza: la Repubblica)

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La storia di Marco Negri, bomber sfortunato

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Bologna

Nel corso della storia del calcio sono stati molti i giocatori che hanno furoreggiato per un breve periodo di tempo, per poi sparire nell’anonimato. Le ragioni di queste “Meteore” sono molteplici, quali discontinuità, fragilità mentale o fisica, ma ci sono casi particolari in cui è la sorte la principale artefice di queste situazioni.
Uno dei calciatori più emblematici di questa categoria è Marco Negri, protagonista a metà anni ’90 di uno dei più grandi exploit del periodo, terminato in maniera davvero beffarda.

GLI INIZI

Marco nasce a Milano il 27 ottobre 1970, ma trascorre l’infanzia in provincia di Gorizia.
A 13 anni entra a far parte delle giovanili dell’Udinese, club con il quale esordisce in Serie B l’11 settembre 1988.
Nella prima parte della sua carriera Negri fatica a trovare la via del gol, ma le sue prestazioni lasciano intravedere la possibilità di un futuro buon giocatore.
Nel 1991 passa alla Ternana, in Serie C1, dove segna le sue prime reti da professionista. Il primo centro arriva nello stesso stadio dove aveva esordito con l’Udinese, il Granillo di Reggio Calabria dove firma il gol decisivo di una vittoria fondamentale per il ritorno delle fere in Serie B.

UN SIMBOLO D’AMICIZIA

La stagione positiva di Negri gli frutta una chiamata dal Cosenza per la Serie B 1992/93. La cadetteria, nonostante qualche sprazzo di bel calcio e 4 reti all’attivo, rappresenta ancora uno scoglio troppo duro per l’attaccante milanese, che a fine stagione torna in C1, per militare in una nobile decaduta: il Bologna.
L’annata emiliana per Negri rappresenta la prima vera occasione per spiccare il volo.
Bologna, nonostante la categoria decisamente inusuale, resta molto vicina alla squadra durante tutto il campionato, che si chiude con la tremenda caduta in semifinale Playoff, per mano della Spal corsara al Dall’Ara.
Nonostante l’obiettivo sfumato, per Negri la stagione è più che positiva, con 8 centri, tutti decisivi, e la nascita di un’amicizia con Giuseppe Campione, ventenne attaccante di scuola rossoblu.
Campione, dopo l’esordio in massima serie a 16 anni da compiere, è un l’anima della squadra e riesce a legare immediatamente con Negri.
Nell’estate del 1994 il Bologna cede Campione in prestito proprio alla Spal, dove fa in tempo a giocare due partite, prima del tragico epilogo della sua vita, avvenuto il 14 settembre 1994 in un incidente stradale.
Da quel tragico giorno di fine estate, Marco Negri ha indossato un polsino bianco fatto di cerotti, in memoria del suo amico Giuseppe.

UN’IRADIDDIO

La stagione trascorsa al Bologna instaura nella mente di Negri la coscienza delle sue capacità, e l’attaccante milanese inizia a segnare a raffica.
Nella stagione 1994/95 Marco torna a Cosenza, nuovamente in Serie B, ma il risultato è decisamente diverso.
In 34 partite Negri segna la bellezza di 19 gol, che contribuiscono in maniera decisiva alla salvezza dei rossoblu, partiti con una penalizzazione di 9 punti per irregolarità amministrative.
Dopo un’annata del genere, inevitabilmente, anche le big delle Serie B iniziano ad adocchiare l’attaccante del Cosenza.
A spuntarla, al termine di un’estate rovente, è il Perugia di Luciano Gaucci, che supera anche le avances dell’Atalanta, squadra di Serie A.
Gli umbri sono una delle formazioni che, senza scaramanzie, parte con l’obbligo di tornare in massima serie, anche grazie alle solite spese pazze del presidente.
L’annata 1995/96 è splendida per Negri, che si conferma bomber implacabile con 18 centri e riporta i grifoni in Serie A.

LA MASSIMA SERIE

Eh già… la Serie A, il sogno di tutti i ragazzi che iniziano a giocare a calcio, diventa finalmente realtà anche per Marco Negri, che a 26 anni si sente maturato a sufficienza per il grande salto.
La partita d’esordio si gioca in casa, in quel Renato Curi che trascina i propri beniamini verso la vittoria.
L’8 settembre è la data segnata col circoletto rosso in casa Negri, che scenderà in campo per la prima volta in Serie A, sfidando la Sampdoria.
L’avversario è tutt’altro che morbido, i blucerchiati, seppur verso la fine dei loro anni magici, schierano campioni del calibro di Mancini, Veron, Karembeu, Mihajlovic e un giovane Vincenzo Montella, anche lui al primo ballo in massima serie.
Il Perugia, però, è squadra tosta e riesce nell’impresa di battere la Samp per 1-0. La rete decisiva la segna proprio lui, Marco Negri, che riparte da dove aveva lasciato.
La stagione dei grifoni, purtroppo, risulta decisamente travagliata, con un arrivo a quota 37, a pari punti con Piacenza e Cagliari, che significa retrocessione.
Negri, dal canto suo, non può che essere soddisfatto del suo battesimo nel grande calcio, con 15 gol segnati che lo piazzano in cima alla lista dei desideri di molti club; a spuntarla è una squadra decisamente particolare.

THE MOODY ITALIAN

In Scozia il dualismo tra Celtic e Rangers è uno dei più famosi del calcio. Nel periodo storico di fine anni ’90 i biancoblu cercano un attaccante dal gol facile per rimpiazzare l’ormai logoro Ally McCoist.
La prospettiva di giocare addirittura in Champions League fa immediatamente accettare Marco, che fa le valigie e parte per Glasgow.
I Rangers dispongono di una rosa decisamente ben fornita, con i guizzi di Brian Laudrup, la sostanza degli italiani Gattuso e Porrini, la compattezza dello svedese Thern e il folle genio di Paul “Gazza” Gascoigne.
Con questi presupposti, l’avventura scozzese di Negri potrebbe sembrare quasi una vacanza, invece il centravanti milanese parte titolare già da inizio stagione ed inizia a brillare.
L’avvio do Scottish Premiership di Negri è da infarto: 23 gol (si, 23) in appena 10 partite, con il picco di 5 alla seconda giornata contro il malcapitato Dundee United, un inizio da strapparsi i capelli.
Un exploit del genere, nell’anno dei Mondiali di Francia ’98, mettono addirittura Negri nella lista dei possibili convocati per il torneo iridato.
A fine stagione la classifica marcatori reciterà 32 reti, primo posto solitario rispettivamente  a +14 e a +12 dagli inseguitori, gli svedesi Olofsson e Larsson, emblema di una stagione più irripetibile che rara.
Nonostante le cifre, però, le statistiche riportano qualcosa di decisamente strano.
Negri, dopo l’avvio clamoroso con 30 gol nel girone d’andata, ne segna solamente due al ritorno, un calo molto vistoso e preoccupante, ma che nessuno immagina derivi da un avvenimento incredibile.

“L’INFORTUNIO” PIÙ ASSURDO DI SEMPRE

Il mercoledì, per i calciatori che militano in Scozia, è giorno di riposo, il giorno in cui dedicarsi agli hobby con i compagni di squadra e non pensare al calcio.
Marco Negri e Sergio Porrini si cimentano nel loro secondo sport preferito: lo squash, che iniziava a diventare famoso proprio verso fine millennio.
Durante uno scambio, Negri si ritrova vicino al muro, proprio mentre Porrini colpisce la pallina, che finisce direttamente nell’occhio dell’attaccante.
Il colpo è tremendo, l’occhio di Negri si infossa nella cavità orbitale e ciò causa il distacco della retina al calciatore.
In quel momento, la carriera ad alti livelli di Marco Negri finisce improvvisamente, proprio mentre il ventisettenne si trova nel suo punto più alto, dove cadere fa più male.
Al rientro dopo la riabilitazione, per Marco inizia un calvario tremendo, fatto di ernie, fratture da stress, infezioni a ferite superficiali, tutti problemi che complicarono esponenzialmente il prosieguo della carriera dell’attaccante.
Dopo una breve parentesi a Vicenza e l’addio definitivo ai Rangers, Negri passa per Bologna, Cagliari e Livorno (con gli amaranto sembra anche ritrovare la vena realizzativa, ma è un episodio isolato), prima di chiudere la carriera nel 2005 a Perugia,  nel luogo dove aveva spiccato il grande salto che lo ha portato ad un passo dal Mondiale di Francia ’98.

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Coppa UEFA, l’incredibile vittoria del Galatasaray

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Galatasaray

Nel corso della lunga storia del calcio una sola volta un trofeo è andato in Turchia, si tratta della Coppa UEFA 1999/00, vinta dal Galatasaray di Fatih Terim.
Una vittoria davvero inaspettata e, per questo, unica nel suo genere, ottenuta da una squadra composta da buoni giocatori del posto, come il giovane Emre e Hakan Şükür e di alcuni stranieri d’eccezione, ossia il portiere brasiliano Claudio Taffarel e i romeni Popescu e Hagi.
Si, proprio lui, Gheorghe Hagi, il più forte calciatore romeno di sempre, all’ultimo acuto di una carriera sempre vissuta al limite tra estro e risse.
Questa la rosa che l’Imperatore Terim ha portato ad alzare il trofeo, nonostante ad ottobre 1999 la stagione dei turchi sembrava l’ennesima delusione internazionale.
Ecco il cammino dei giallorossi verso Copenaghen, partendo da Vienna, dai preliminari di Champions League.

LA CHAMPIONS, UNA RIMONTA PAZZA

Si, perché nella stagione precedente il Gala aveva vinto il campionato turco per un punto davanti al Besiktas, qualificandosi per il preliminare di Champions League.
Così, ad agosto, mentre in Italia ballavamo sulle note di “50 Special” dei Lunapop, il Galatasaray partiva verso l’Ernst-Happel Stadion di Vienna, per sfidare il Rapid di Andreas Ivanshitz.
La vera sfida, però, è tra i due fantasisti, da una parte Hagi, dall’altra il Genio, Dejan Savicevic, anche lui a fine carriera.
La sfida la stravince il romeno, che segna il gol del definitivo 0-3 nel finale, partendo dalla sua metà campo e concludendo con un morbido pallonetto dal limite. La partita di ritorno, decisamente superflua, finisce 1-0 per i turchi che accedono, dunque, al girone con Chelsea, Milan e Hertha Berlino. Non certo una passeggiata di salute.
L’esordio è in casa contro i tedeschi di Kiraly, che segnano due reti nel primo tempo, ma vengono ripresi da Şükür e da un rigore del solito Hagi nel finale.
Dopo il buon avvio il Gala entra in una spirale negativa che sembra irrimediabile. Perde tre partite di fila contro il Milan a San Siro (2-1) e contro il Chelsea, che vince 1-0 a Stamford Bridge e poi, clamorosamente, 0-5 all’Ali Sami Yen. L’avventura europea dei turchi sembra al capolinea.
Proprio in questo momento, però, la squadra si compatta e fa il colpaccio all’Olympiastadion, battendo 1-4 l’Hertha in rimonta.
La partita decisiva, dunque, sarà in casa contro il Milan. I rossoneri devono vincere se vogliono passare il turno, mentre con un pareggio andrebbero in Coppa UEFA.
All’87’ il Milan è avanti 2-1, grazie alle reti di Weah e Giunti e sembra ormai certo della vittoria, ma accade l’incredibile. Un gol di Hakan Şükür ristabilisce la parità e al 90’ l’arbitro Antonio Lopez Nieto, concede un rigore ai padroni di casa. Senza Hagi, uscito nella ripresa, si incarica della battuta Ümit Davala, che trasforma e fa esplodere lo stadio turco. Il Galatasaray è in Coppa UEFA, il Milan, incredibilmente, è fuori da tutto.

ANCORA ITALIA

Sul cammino degli uomini di Terim c’è ancora l’Italia, più precisamente il Renato Dall’Ara di Bologna.
I rossoblu di Guidolin hanno già eliminato due squadre toste come Zenit e Anderlecht e ora vogliono fare lo sgambetto anche ai turchi.
In Emilia il match sembra pendere verso i padroni di casa, ma l’imprecisione degli attaccanti fa rimanere il risultato sullo 0-0. Al 66’, però, Beppe Signori trova il gol del vantaggio e il più sembra fatto per il Bologna, ma i turchi non muoiono mai.
All’81’, infatti, un bel colpo di testa di Şükür ristabilisce la parità. Nel finale, poi, una conclusione di Nervo viene respinta, provvidenzialmente, sulla linea dal brasiliano Capone, che salva il punteggio.
Il ritorno i terra turca, invece, si sblocca subito, con Hasan Şaş e Ventola che segnano nei primi 10 minuti e mettono tutto perfettamente in equilibrio.
Alla mezz’ora arriva il gol decisivo di Davala, che regala il passaggio del turno al Galatasaray, nonostante l’arrembaggio finale del Bologna, ridotto in 10 per l’espulsione di Paramatti.

IL CAPOLAVORO DI TERIM

Al turno successivo l’urna non è benevola ai turchi, che pescano il Borussia Dortmund di Lehmann, Kohler, Reuter e Ricken, una squadra senza dubbio difficile da affrontare.
In realtà i tedeschi non se la passano molto bene, i calciatori nominati in precedenza iniziano ad accusare il peso dell’età e la campagna europea sta procedendo a singhiozzi. Come il Galatasaray, infatti, i gialloneri hanno chiuso il proprio girone di Champions League al terzo posto, dietro al Feyenoord e alla sorpresa Rosenborg, e in Coppa UEFA  hanno avuto bisogno dei calci di rigore per avere la meglio sui Rangers.
Il Gala, come uno squalo, sente l’odore del sangue e azzanna la preda già nella partita di andata al Westfalenstadion. Poco dopo la mezz’ora un cross di Arif trova in area Şükür, che controlla e calcia in un attimo, eludendo l’intervento dell’avversario e segnando un gran gol.
Nel recupero del primo tempo, poi, Hagi conclude da fuori e il suo tiro, deviato da Nijhuis, batte ancora Lehmann.
Il match di ritorno ad Istanbul è una lunga agonia per i tifosi giallorossi, ma il Borussia non sfonda e il Galatasaray può festeggiare il passaggio del turno.

SENZA STORIA

Se gli ottavi sono stati difficili, lo stesso non si può dire dei quarti, dove i turchi affrontano la sorpresa Mallorca, che davanti sfodera un duo di ragazzini terribili, entrambi 18enni: Dani Güiza e Samuel Eto’o.
Gli spagnoli, sul loro cammino, hanno eliminato Ajax e Monaco, impressionando per tenuta fisica e mentale.
I turchi, però, sembrano infermabili e dominano al Son Moix, vincendo 4-1, con reti splendide, in particolare quella del 2-0 di Emre, che sfodera un pallonetto senza senso dopo una splendida azione.
Anche al ritorno in casa non c’è storia, il Gala vince 2-1 con reti di Capone e Şükür, aprendosi le porte per la semifinale.

IL MALEDETTO UNITED

Il penultimo atto della Coppa UEFA riserva a gli uomini di Terim il Leeds United, ex nobile del calcio inglese negli anni ’70. I Peacocks stanno vivendo un ottimo periodo, tanto da essere tornati a frequentare le competizioni europee e le prime posizioni della classifica in Premier League.
Nella Coppa UEFA 1999/00 hanno già estromesso il Partizan Belgrado, le due squadre di Mosca, Lokomotiv e Spartak, la Roma, al termine di due partite tiratissime (0-0 all’Olimpico e 1-0 a Elland Road) ed infine lo Slavia Praga.
La squadra guidata da David O’Leary in panchina e da Harry “The Jewel” Kewell sul campo, ha tutte le carte in regola per arrivare in finale.
Il Gala, però, non vuole stare a guardare e la partita di andata ad Istanbul ne è la conferma. Il match finisce 2-0 per i padroni di casa, con le firme di Şükür e di Capone, vero e proprio uomo simbolo dei turchi.
Per il Leeds il doppio svantaggio rappresenta una montagna davvero dura da scalare, ma ad Elland Road tutto è possibile e gli inglesi ci credono, nonostante il rigore trasformato da Hagi dopo appena 5 minuti.
Al quarto d’ora i padroni di casa pareggiano con il norvegese Bakke, di testa su corner. Il gol dell’1-1 ha un effetto tonificante per gli inglesi, che iniziano ad attaccare a testa bassa. Solamente un super Taffarel impedisce al Leeds di trovare il gol della speranza.

Nel momento migliore dei Peacocks, arriva la mazzata decisiva per la qualificazione. Un rinvio della difesa turca pesca a metà campo Hagi, che si libera con una vera e propria magia dell’avversario e parte in contropiede, per poi servire il solito Şükür, che firma il suo decimo centro stagionale in Europa e ammutolisce Elland Road.
Il gol del 2-2, firmato ancora da Bakke, serve solamente per le statistiche. Il Galatasaray è in finale di Coppa UEFA.

LA FINALE

Ed eccoci arrivati all’atto finale, nel meraviglioso teatro del Parken Stadium di Copenaghen.
L’avversario per il Gala è uno di quelli da far tremare le ossa, l’Arsenal di Arsène Wenger, che sta iniziando a formare la squadra che verrà denominata “The Invincibles” qualche anno più tardi.
La partita è decisamente divertente, l’Arsenal attacca, ma anche i turchi non stanno a guardare, nonostante l’assenza del faro del centrocampo Emre, espulso contro il Leeds.

Le emozioni più forti arrivano nella ripresa, quando il solito Şükür colpisce un palo clamoroso, mentre sul fronte opposto una sgroppata di Henry libera Martin Keown a pochi passi dalla porta vuota, ma l’inglese mette clamorosamente alto.
La partita va ai supplementari e, con il Golden Gol in agguato le due squadre si coprono maggiormente. Nel secondo tempo supplementare arriva la Sliding Door del match, con Henry che si vede respingere un colpo di testa ravvicinato da un Taffarel mostruoso, che porta la sfida ai rigori.
Dal dischetto iniziano i turchi con Ergün che trasforma il primo penalty. Poi arriva Davor Šuker, il capocannoniere degli ultimi Mondiali, che colpisce il palo.
Dopo questo errore segnano Şükür, Parlour e Davala, poi Patrick Vieira spedisce una bomba sulla traversa e il Gala ha il match ball.
Sul punto di battuta va l’altro Gheorge, Popescu, che non sbaglia e scatena la festa dei ragazzi di Terim, che hanno realizzato una vittoria storica.

EPILOGO

Il Galatasaray, dunque, è la prima (e finora unica) squadra turca a vincere un trofeo europeo, a conclusione di una stagione epica, con la conquista di uno splendido Triplete, formato da Coppa UEFA, Campionato Turco e Coppa di Turchia.
L’inizio di millennio dei turchi non finisce di stupire, visto che il 25 agosto 2000 il Gala vince anche la Supercoppa Europea contro il Real Madrid, vincendo 2-1 con doppietta di Mario Jardel (con Golden Gol al 103’).
Insomma, un anno veramente indimenticabile per i tifosi giallorossi, che hanno raggiunto vette mai viste, né prima, né dopo.

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L’Aberdeen di Ferguson, tra il New Firm e la Coppa delle Coppe

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La scorsa settimana il Real Madrid ha vinto la sua decima finale europea consecutiva, battendo il Liverpool; l’ultima sconfitta dei Blancos nell’atto finale di una coppa risale al 1983, quando fu battuta dall’Aberdeen.
I Dons raggiunsero quel giorno l’apice della loro storia, guidati in panchina da un 41enne di Glasgow, che ha portato l’Aberdeen a dei livelli mai vissuti prima: Alex Ferguson.

L’ARRIVO DI FERGUSON E LA NASCITA DEL NEW FIRM

Nell’estate del 1978 la dirigenza dell’Aberdeen sceglie come tecnico l’ex attaccante Alex Ferguson, reduce da una salvezza con il St. Mirren.
I Dons, presenza fissa in Premiership dal 1905, non banchettano al tavolo dei grandi da tempo, precisamente dal 1955, anno dell’unico campionato scozzese vinto dal club.
Dopo la prima stagione di ambientamento, terminata con un buon quarto posto, nel 1979/80 Ferguson inaugura il proprio palmarès, portando l’Aberdeen al titolo scozzese.
Nel 1982/93, invece, il titolo viene vinto, a sorpresa, dal Dundee United, mentre i Dons vincono la Scottish Cup.
È uno dei rari casi in cui sia Celtic che Rangers restano a secco di titoli in Scozia: si apre l’era del New Firm.
Se l’Old Firm è, da sempre, l’evento più atteso nel paese dei kilt e delle cornamuse, il New Firm, negli anni ’80, rappresenta una sferzata di aria fresca, alimentata dal turbolento rapporto che lega Dundee e Aberdeen. I Tangerines, purtroppo, non riusciranno a mantenersi per troppo tempo ad alti livelli, ma l’atmosfera nelle partite contro i Dons resta tutt’oggi infuocata.

1982/83: LA STAGIONE DEL MITO

Già nel 1981 l’Aberdeen aveva trionfato nella Scottish Cup, ottenendo il diritto di partecipare alla Coppa delle Coppe nella stagione successiva.
La rosa presenta un gruppo compatto e grintoso, nel quale spiccano, su tutti due elementi. Il primo è il portiere, Jim Leighton, 23enne dalla spiccata personalità, che difenderà per ben 16 anni i pali della Nazionale scozzese. Il secondo è Gordon Strachan, piccolo centrocampista grintoso e onnipresente, che Ferguson si porterà a Manchester.
Il 18 agosto 1982 il Pittodrie, uno degli stadi più pittoreschi d’Europa, apre i battenti per il preliminare di Coppa delle Coppe. L’avversario dei ragazzi di Ferguson è il Sion, squadra svizzera decisamente abbordabile.
Tra l’andata e il ritorno, giocato al Tourbillon di Sion, l’Aberdeen segna ben 11 reti, mandando a segno mezza squadra.
Attenzione particolare a John Hewitt, 19enne nato e cresciuto ad Aberdeen, che segna due gol e inaugura al meglio la competizione.

ALLA CONQUISTA DELL’EST

Passato agevolmente il preliminare, i Dons pescano la Dinamo Tirana dall’urna, avversario da non sottovalutare.
La partita di andata, il 15 settembre al Pittodrie è spigolosa e combattuta, entrambe le squadre la mettono sul piano fisico e la qualità del gioco ne risente. Il match finisce 1-0 per i padroni di casa, con rete decisiva del ragazzino, Hewitt, che fa impazzire i tifosi.
Il ritorno, all’Arena Kombëtare, è ancora più bloccato, con l’Aberdeen che riesce a contenere alla grande l’arrembaggio degli albanesi e a portare a casa uno 0-0 che significa passaggio del turno.
L’urna porta i Dons ancora più a Est, per la precisione in Polonia, contro il Lech Poznan.
Ancora una volta, l’andata si gioca in Scozia, dove l’Aberdeen è quasi impossibile da affrontare. Nel giro di un minuto, in avvio di ripresa, McGhee e Weir firmano il 2-0 che mette i Dons con un piede in semifinale.
La partita di ritorno, invece, viene decisa da un colpo di testa di Bell al 59’, rete che permette agli scozzesi di archiviare la pratica senza troppi patemi.

L’AVVERSARIO PIÚ GRANDE

L’urna, che finora aveva sorriso all’Aberdeen, stavolta mette sul piatto di Ferguson un incrocio da brividi contro il Bayern Monaco. I tedeschi, finalisti l’anno prima della Coppa dei Campioni, possono contare su nomi terrificanti come Augenthaler, Breitner, Hoeness e, soprattutto, Karl-Heinz Rummenigge.
L’andata si gioca all’Olympiastadion di Monaco e vede un vero e proprio assalto dei padroni di casa alla porta difesa da Leighton. Gli scozzesi, come da tradizione, si battono come leoni e portano a casa uno 0-0 che vale oro. Si deciderà tutto a Pittodrie.
Lo stadio è stracolmo la sera del  16 marzo 1983, la partita rappresenta un appuntamento con la storia e i tifosi rispondono presenti.
Dopo nemmeno 10 minuti, però, una punizione battuta di seconda da Augenthaler si infila in rete, facendo scendere il gelo su Pittodrie. A fine primo tempo, però, l’Aberdeen riesce a pareggiare, grazie a Simpson, bravo a mettere dentro un pallone vagante in area.
Al 61’ i bavaresi tornano avanti, grazie ad Hans Pflügler, ala che ha legato tutta la sua carriera al Bayern Monaco e che, inoltre, ha giocato una partita del Mondiale 1990, diventando a tutti gli effetti Campione del Mondo.
Una rete subita a metà ripresa, contro un avversario come il Bayern, taglierebbe le gambe a molte squadre, ma non all’Aberdeen.
Nel giro di due minuti, tra il 77’ e il 79’, gli scozzesi ribaltano la situazione, con McLeish, che segna di testa dopo una punizione e con il solito Hewitt. Questa volta il ragazzino terribile di Ferguson, appena entrato in campo, sfrutta una respinta difettosa di Manfred Müller e mette dentro in spaccata, facendo esplodere l’intero stadio.
A sorpresa, l’Aberdeen è in semifinale di Coppa delle Coppe, e ora sognare non costa davvero nulla.

UNA SEMIFINALE PARTICOLARE

Sono rimaste in quattro a contendersi la Coppa. Oltre all’Aberdeen ci sono il Real Madrid, che ha battuto l’Inter ai quarti e ormai è il candidato numero 1 alla vittoria finale e due imbucate.
a prima è l’Austria Vienna, che a sorpresa ha avuto la meglio sul Barcellona, la seconda è una squadra belga, lo Waterschei Thor (non il Dio Norreno) che ha eliminato il PSG ai quarti.
I Dons pescano proprio la squadra belga, che meno di cinque anni più tardi, nel 1988, si fonderà con il KFC (non quello dei polli) Winterslag, dando vita al Genk, la squadra che ha lanciato, tra gli altri Koulibaly e De Bruyne.
Tornando al 1983, la partita d’andata è una vera e propria ecatombe per lo Waterschei, che subisce 5 reti e dice addio ad ogni possibile sogno di gloria. L’Aberdeen si dimostra cinico e spietato, deciso a conquistare una finale che sa di storia.
Il ritorno all’André Dumont Stadion finisce 1-0 per i padroni di casa, che si tolgono una piccola soddisfazione, contro un Aberdeen già con la testa all’atto decisivo.

L’UOMO DEL DESTINO

“Sing a song of sorrow and grieving, carried away by the moonlight shadow”
L’11 maggio 1983, la finale della Coppa delle Coppe ha anche una colonna sonora. È la splendida “Moonlight Shadow” di Mike Oldfield e Maggie Reilly, uscita da qualche giorno e già sparata da ogni stazione radio.
La cornice della partita è l’Ullevi Stadion di Göteborg, uno dei più grandi della penisola scandinava.
Davanti a quasi 18mila spettatori, molti dei quali scozzesi, va in scena una partita combattuta ed equilibrata.
Dopo sette minuti l’Aberdeen passa in vantaggio, con Black che insacca da pochi passi, dopo un colpo di testa di McLeish. Il vantaggio scozzese, però, dura pochi minuti, perché al 15’ Juanito trasforma un calcio di rigore, concesso per fallo su Santillana.
La partita è sempre più in bilico, ma il risultato non cambia e quindi si va ai supplementari.
All’88’, Ferguson ha buttato nella mischia Hewitt, sperando nella voglia e nella verve di quel ragazzo nato con la maglietta dei Dons addosso.
Il numero 15 lo ripaga al 110’ minuto, quando McGhee fugge via ad un avversario e mette al centro un gran pallone; Hewitt arriva sul pallone in corsa e di testa lo mette alle spalle di Agustin, facendo esplodere la gioia dei tifosi dell’Aberdeen.
Nemmeno 10 minuti dopo l’arbitro, l’italiano Menegali, fischia tre volte, consegnando l’Aberdeen di Alex Ferguson alla Storia del Calcio.

GLI ULTIMI SUCCESSI

Dopo la clamorosa vittoria in Coppa delle Coppe, l’Aberdeen non si ferma e  conquista due campionati di fila, nel 1984 e nel 1985, oltre alla Supercoppa Europea, vinta contro l’Amburgo. I tedeschi, dopo uno 0-0 in casa, soccombono nel fortino del Pittodrie per 2-0, grazie alle reti di Simpson e Mcghee.
Dopo questi successi (e due Scottish Cup), Ferguson nel 1986, sostituisce Jock Stein, morto durante una partita di qualificazione al Mondiale in Galles sulla panchina della Scozia. Il tecnico, dopo la parentesi in Nazionale, a novembre passa al Manchester United, dove scriverà giusto un paio di pagine di storia del club.
Hewitt, il mattatore della Coppa delle Coppe, invece, resta ad Aberdeen fino al 1989, prima di passare al Celtic. Nelle due stagioni in biancoverde, però, Hewitt non riuscirà a confermarsi sui livelli di Aberdeen e inizierà il suo girovagare tra squadre di bassa classifica, chiudendo con il Ross County nel 1997.
Jim Leighton, invece, diventerà un personaggio, non solo per le sue abilità in campo. Durante il Mondiale di Francia 1998, infatti, si presenterà in campo senza incisivi (risultato di una delle sue uscite spericolate) e con le sopracciglia ricoperte di vaselina, per evitare (almeno secondo lui) brutti colpi nelle mischie.
Quella dell’Aberdeen anni ’80 resta una delle storie sportive più belle di sempre, oltre che l’inizio di una vera e propria leggenda: quella di Sir Alex Ferguson.

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Annate da sogno

Milan, dall’Atalanta all’Atalanta: il cerchio si è finalmente chiuso

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Tonali

Il Milan di Stefano Pioli ha conquistato lo Scudetto. Per i rossoneri, infatti, è stata decisiva la vittoria del Mapei Stadium contro il Sassuolo per conquistare il diciannovesimo titolo della loro storia. Prima del match finale contro il Sassuolo, il Milan aveva affrontato l’Atalanta, diavolo contro dea. Proprio contro gli orobici tutto ebbe inizio, con quella batosta rifilata dagli uomini di Gasperini che mise in dubbio il futuro del Milan ma dal quale Pioli e i suoi ragazzi sono riusciti a rialzarsi.

5 GOL DALL’ATALANTA, PROGETTO IN CRISI E TECNICO IN BILICO

Il Milan della stagione 2019-20 è una squadra che sta provando a rinascere. Per farlo, la proprietà ha avallato il ritorno di due ex pilastri rossoneri: Paolo Maldini e Zvonimir Boban. I due saranno gli uomini mercato insieme a Frederic Massara, al posto del dimissionario Leonardo. In panchina per unire il bel gioco ai risultati è stato chiamato Marco Giampaolo. In estate Maldini porta Theo Hernandez in rossonero andandolo a prelevare dal Real Madrid. Arrivano anche l’ex Fiorentina, Ante Rebic, dall’Eintracht Francoforte, con André Silva che effettua il percorso inverso, e un giovane portoghese di nome Rafael Leao dal Lille.

La squadra è un’amalgama di volti nuovi e il centravanti designato, Krzysztof Piątek, non riesce a trovare continuità sotto porta. L’avvio di stagione è pessimo e nonostante arrivi una vittoria, Marco Giampaolo viene esonerato. Al suo posto un normalizzatore, chiamato a vestire i panni di allenatore ad interim: Stefano Pioli. Con l’arrivo del nuovo tecnico la squadra riesce a trovare nuova verve ma al Gewiss Stadium di Bergamo arriva una sconfitta netta e sanguinosa contro l’Atalanta per 5-0, peggiore sconfitta in campionato dal lontano ’98.

IBRA, PANDEMIA E RINASCITA

La brutta sconfitta pone interrogativi sul percorso intrapreso dai rossoneri e, nonostante una politica di mercato incentrata sulla linea verde, gli uomini mercato del Milan decidono di riportare casa un giocatore non più giovane, ma dalla leadership e dal carisma unico: Zlatan Ibrahimovic. Insieme a lui arriva dall’Atalanta il danese Simon Kjaer, difensore esperto ex Roma che in nerazzurro non aveva quasi mai visto il campo e che al Milan diventa vero e proprio cardine difensivo. Dall’Anderlecht il Milan acquista inoltre Alexis Saelemaekers, giovane belga di belle speranze. A lasciare il diavolo sono Piątek, Suso e Caldara.

milan, Kjaer

Nel marzo 2020, a causa del rapido diffondersi del Covid-19, il campionato si ferma. Seguono mesi di pausa ed allenamenti in videocall, situazione surreale per lo sport ma per il mondo in generale. Questo stop forzato compatta il Milan che, sotto la guida di Zlatan, alla ripresa del campionato sembra inarrestabile. Il Milan rimane imbattuto mettendo in fila 12 risultati utili consecutivi con una consapevolezza da grande squadra.

2020-21: IL DIAVOLO CI VA VICINO MA SI ACCONTENTA DELLA CHAMPIONS

Nella stagione successiva il Milan è impegnato su tre fronti: Serie A, Coppa Italia ed Europa League. Maldini e Massara, rimasti orfani di Boban che per incomprensioni ha deciso di lasciare, investono su due giovani talenti: Sandro Tonali dal Brescia e Brahim Diaz dal Real Madrid. Dopo un lungo tira e molla la dirigenza decide, inoltre, di confermare Stefano Pioli alla guida della squadra e spegnere una volta per tutte le voci che volevano il tedesco Ralf Rangnick protagonista nel nuovo progetto Milan. La conferma di Pioli diventa anche la conferma di Ibra, vero trascinatore di questo gruppo di giovani terribili, ma fuori dagli ipotetici piani del tedesco.

Ibra

La partenza del Milan è sprint e per lunghi tratti del girone d’andata i rossoneri guidano la classifica. Il Milan la vetta prova a tenerla, ma i tre fronti su cui è impegnato e i numerosi infortuni, portano il diavolo ad un calo fisico e fisiologico in favore dei cugini nerazzurri. Dopo essersi laureato campione d’inverno, il Milan abbandona le chance di Scudetto nel girone di ritorno con la decisiva sconfitta nel derby contro l’Inter. A fine anno, però, i rossoneri festeggiano comunque, dopo 7 lunghissime ed interminabili stagioni il Milan torna a casa sua, torna in Champions League e lo fa battendo proprio l’Atalanta 2-0 all’ultima di campionato

ESPERIENZA E VOGLIA DI STUPIRE, ADESSO IL DIAVOLO FA SUL SERIO

Per affrontare il ritorno in Champions le idee rossonere sono chiare, unire giocatori in rampa di lancio a profili più maturi e con esperienza internazionale. Le mosse di mercato più importanti sono le riconferme di Tomori, prelevato dal Chelsea nel gennaio 2021, e di Brahim Diaz, insieme all’acquisto del portiere francese Mike Maignan. Diaz e Maignan vanno a sostituire Calhanoglu e Donnarumma, andati a parametro zero rispettivamente all’Inter e al PSG. Maldini chiude il mercato rossonero con gli acquisti di Junior Messias dal Crotone e la ciliegina sulla torta: Olivier Giroud dal Chelsea.

Il ritorno in Champions League non è dei migliori. I rossoneri, pur disputando una partita di alto livello, escono sconfitti da Anfield. La bella partita, però, dà la consapevolezza di non essere ancora al livello di una top europea come sono i reds, ma che il percorso intrapreso sia quello giusto. In campionato, sin dall’inizio, si preannuncia una corsa a tre con Inter e Napoli, squadre molto forti e temibili. Il girone d’andata del Milan è più che buono, al giro di boa la squadra di Pioli è seconda dietro l’Inter. Unica nota stonata, i continui infortuni di Zlatan Ibrahimovic che ne limitano l’apporto in campo e il crack del ginocchio di Kjaer.

DALL’ATALANTA ALL’ATALANTA: LA VOGLIA DI CHIUDERE IL CERCHIO

Alla terza del 2022 il Milan incappa in una rocambolesca sconfitta contro lo Spezia, decisa da una clamorosa svista arbitrale. Segue uno scialbo 0-0 contro la Juventus. Sembra l’inizio della fine del sogno Scudetto, ma nel derby della Madonnina Olivier Giroud prende per mano la squadra e la conduce alla vittoria con una doppietta in pochi minuti. I pareggi contro Salernitana e Udinese rischiano di compromettere il cammino rossonero, ma le concorrenti non ne approfittano mancando anche loro la vittoria. Il centravanti francese si ripete contro il Napoli, segnando di rapina il gol vittoria contro i partenopei.

Un’altra vittoria cruciale della squadra di Pioli è quella maturata nei minuti finali del match dell’Olimpico. Contro la Lazio i rossoneri avevano rischiato di perdere la vetta. Sul Milan, però, ha aleggiato per tanto tempo il peso di una classifica virtuale. L’Inter, infatti, pur trovandosi dietro aveva disputato una partita in meno che, in caso di vittoria, la proiettava in testa davanti ai cugini. Nel recupero della ventesima giornata, Sinisa Mihajlovic fa un favore alla sua ex squadra battendo l’Inter e rendendo il diavolo padrone del proprio destino. Da quel momento il Milan ha ottenuto due difficili vittorie contro Fiorentina e Verona che hanno avvicinato i rossoneri al sogno.

A due giornate dal termine e a quattro punti di distanza, il Milan si ritrovava ad affrontare l’Atalanta, squadra che aveva impartito al diavolo la lezione più pesante degli ultimi 25 anni. Il Milan che affronta l’Atalanta è molto diverso. Theo è diventato uno dei migliori, se non il migliore esterno basso del campionato; Saelemaekers ha trovato quella continuità che gli ha permesso di arrivare in nazionale; ma soprattutto l’esplosione di Rafael Leao, oggetto misterioso e definito “fumoso” al suo arrivo a Milano e diventato vero e proprio trascinatore della banda di Pioli, con le big d’Europa alla finestra. Da sottolineare anche la crescita di giocatori come Tonali, Bennacer e Davide Calabria, a lungo fischiato dai suoi stessi tifosi e adesso titolare inamovibile della corsia di destra.

I rossoneri trionfano 2-0 con gli uomini copertina del nuovo corso Leao ed Hernandez. La vittoria contro il Sassuolo nel segno di Giroud ha sancito infine il ritorno al vertice del diavolo che detronizza l’Inter e sale sul tetto d’Italia.  Dall’Atalanta all’Atalanta ora il cerchio è chiuso e il Milan è tornato grande.

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