Dopo l’ultima cocente sconfitta contro l’Udinese si credeva che il tempo di Marco Giampaolo alla guida del Torino fosse finito. Il presidente Urbano Cairo ha invece ribadito la fiducia della società nei confronti del tecnico, in quanto i giocatori hanno bisogno di tempo per assimilarne i concetti.

I calciatori non riescono ad essere costanti nell’arco dei 90 minuti, alternando momenti di compattezza ad autentici black-out, quasi a non reggere la pressione. La squadra di Gotti ha messo a segno il gol partita due minuti dopo il pareggio di Bonazzoli, e, nella precedente gara interna, la Sampdoria ha bucato la porta di Sirigu due volte in poco meno di 10 minuti.

Indubbiamente, pensare di lavorare con calma in una situazione del genere è quasi utopia. L’asticella è sempre molto alta, specie se si pensa a quando, qualche anno fa, i granata erano una realtà del nostro campionato. La stagione 2013/2014 segna il ritorno del Toro nel mondo dei grandi.

DAL 4-2-4 AL 3-5-2

È la seconda stagione di Gian Piero Ventura alla guida del Torino, totalmente rivoluzionato dalla campagna acquisti. Per sostituire il capitano Rolando Bianchi arriva Ciro Immobile, in comproprietà. Nonostante la cessione alla Juventus di Angelo Ogbonna, il reparto difensivo si rinforza, con gli acquisti di Bovo, Maksimovic (in prestito) e Moretti, a cui si aggiungono le compartecipazioni per i cartellini di Darmian e Glik. Anche il centrocampo, di gran lunga il reparto più in sofferenza l’anno precedente, cambia volto, con gli arrivi di Basha, Bellomo, Brighi e Farnerud. Dal Napoli arriva in prestito Omar El Kaddouri. In porta, i guantoni da titolare vanno al nuovo arrivato Daniele Padelli, che sostituisce Gillet, squalificato in seguito al processo Calcioscommesse Bari-bis.

L’ampiezza dell’organico granata consente a Ventura di provare nuove combinazioni di gioco. Il 4-2-4 sperimentato l’anno precedente era di gran lunga troppo offensivo e non garantiva la giusta copertura in fase difensiva. Il sistema di gioco principale diventa quindi il 3-5-2. Aumentano i difensori centrali, con Moretti che vince la concorrenza e affianca Glik e Maksimovic. D’Ambrosio e Darmian giocano a tutta fascia, garantendo allo stesso modo spinta e ripiegamenti.

Il centrocampo alterna le due fasi alla perfezione: Vives è l’equilibratore, posizionato come frangiflutti davanti alla difesa. Al suo fianco spesso sono impiegati Jasmin Kurtic ed El Kaddouri, centrocampisti di inserimento a supporto dell’azione offensiva. Trovano comunque spazio Basha, Farnerud, Tachtsidis e Gazzi, figure meno appariscenti ma di grinta e versatilità, sempre utili quando chiamati in causa.

L’attacco è il reparto che, più degli altri, cambia pelle. Ciro Immobile è il nuovo finalizzatore, ma tutto ruota attorno alla figura di Alessio Cerci. Il velletrano, di cui in estate è stato riscattato la seconda metà del cartellino dalla Fiorentina, accentra il suo raggio d’azione. In fase di non possesso affianca Immobile, ma nel momento in cui l’azione riparte torna ad occupare il ruolo che predilige maggiormente, allargandosi sulla destra. Ciò non permette agli avversari di avere punti di riferimento, e allo stesso tempo consente ai centrocampisti e agli esterni di inserirsi, liberando spazio alla punta.

La soluzione è vincente. Le variabili di gioco sono tantissime e ogni giocatore si integra perfettamente nel nuovo contesto. I tre centrali difensivi garantiscono solidità rimanendo sempre dietro in fase di possesso, aiutati da Vives e dai ripiegamenti degli esterni. Il centrocampista napoletano è fondamentale, nella costruzione quanto nel recupero palla.

Il Torino colleziona prestazioni di altissimo livello, mostrando unione e compattezza invidiabili anche nei momenti più difficili. Simbolo della stagione sono le due partite contro Catania e Genoa, in cui i granata riescono a rimontare lo svantaggio iniziale allo scadere. I due gol contro il Grifone sono siglati nei minuti di recupero dai due uomini copertina: Immobile e Cerci. Quest’ultimo, qualche mese dopo, tatua sul suo petto data e minuto della marcatura, finendo per crearsi più di qualche problema una volta passato alla corte di Preziosi, nel 2016.

Fonte: Goal.com

APPUNTAMENTO (RIMANDATO) CON LA STORIA

L’obiettivo è chiaro: tornare in Europa. Sarebbe la prima volta sotto la presidenza di Urbano Cairo, in quanto l’ultima apparizione dei granata nelle coppe europee risale alla stagione ‘93/94. L’ultimo ostacolo è la Fiorentina di Vincenzo Montella, quarta forza del campionato e già qualificata alla successiva Europa League. Ai piemontesi serve una vittoria, che gli consentirebbe di staccare definitivamente il Parma, in scena contro il Livorno.

L’ultima vittoria a Firenze risale al 1976: la firmò Ciccio Graziani, doppio ex della sfida. Esattamente come Alessio Cerci, che guida l’attacco in assenza dello squalificato Immobile. Dopo un brutto primo tempo, i viola passano in vantaggio ad inizio ripresa con un calcio di rigore di Giuseppe Rossi. Gli ospiti reagiscono e trovano il gol del pareggio grazie al neoentrato Larrondo, ma al 79’ subiscono il gol del vantaggio da Rebic in ripartenza. Anche in questo caso, il carattere degli uomini di Ventura emerge, la reazione è rabbiosa: al minuto 84 un calcio di punizione di Kurtic vale il gol del pareggio, e all’ultimo minuto Rizzoli assegna un calcio di rigore che può significare Europa.

Dal dischetto non può che presentarsi Cerci, l’uomo del destino: è lui che deve spezzare la maledizione del Franchi, come Graziani nel ’76, riportando il Torino in Europa dopo vent’anni. Alessio sa di avere in mano la stagione della sua squadra, e la pressione finisce per divorarlo: l’11 calcia sul portiere. Sui guantoni di Rosati si infrangono i sogni del Toro, che conclude la stagione al settimo posto, scavalcato dal Parma.

La stagione rimane, tuttavia, memorabile. Ciro Immobile chiude l’annata con 22 gol in 33 presenze, capocannoniere del campionato. Alessio Cerci con 13 reti e 11 assist è eletto assistman della Serie A, andando ben oltre di quanto i numeri possano esprimere. Nonostante l’importanza dell’attaccante napoletano sul piano realizzativo, la decisività e l’incisività del suo compagno di reparto nello scacchiere di Ventura l’hanno reso l’uomo copertina. Il tecnico ha infine ricevuto il premio Maestrelli 2014 come miglior allenatore italiano.

Nella maniera più incredibile, i piemontesi riescono a piazzarsi in Europa League. Il Parma, infatti, non riesce ad ottenere la licenza UEFA a causa dei ritardi nel pagamento dell’IRPEF, e vengono estromessi. È la ciliegina sulla torta di una stagione per certi versi irripetibile, iniziata in sordina, interrotta sul più bello ma inaspettatamente ripresa.

LA CAMPAGNA EUROPEA

L’anno successivo, la campagna acquisti estiva rivoluziona nuovamente i piemontesi. La coppia offensiva Cerci-Immobile cerca la definitiva consacrazione all’estero, rispettivamente in Spagna e Germania. Il sostituto principale arriva dalla Juventus, ed è Fabio Quagliarella. A completare il reparto offensivo si aggiungono Amauri e Josef Martinez. Sull’esterno si aggiungono lo svincolato Molinaro e Bruno Peres, acquistato dal Santos. Viene inoltre riscattato Maksimovic dopo una stagione più che positiva.

Nonostante le difficoltà iniziali, il Toro conclude il campionato al nono posto in classifica. La campagna europea è decisamente al di sopra delle aspettative. Dopo aver battuto lo RNK Spalato ed essersi così qualificati ai gironi, gli uomini di Ventura concludono il girone al secondo posto, dietro al Club Brugge.

L’avversario ai sedicesimi è l’Athletic Bilbao, tra le squadre più in forma in Spagna e una delle favorite per la vittoria finale. Nonostante gli sfavori del pronostico, il Torino è autore di una prestazione eroica al San Mamés, terminata 3-2 per gli ospiti.

Fonte: Sports.Co.Uk

Il cammino europeo si ferma al turno successivo contro lo Zenit San Pietroburgo, che elimina i rivali con un punteggio complessivo di 2-1.

Le due annate descritte sono il perfetto esempio di una squadra che supera le difficoltà e lo scetticismo iniziale grazie al duro lavoro e ad una conduzione societaria esemplare. I calciatori hanno bisogno di tempo per assimilare schemi e tattiche nuove. Cairo ne è consapevole e aspetta un cambiamento, nella speranza che il Torino torni ad essere la squadra che tutta Italia ha ammirato.

(Fonte immagine in evidenza: la Repubblica)