In uno dei tanti video celebrativi di Mauro Zarate datati 2010, le immagini dell’argentino vengono seguite e intervallate da alcune delle più celebri giocate di Diego Armando Maradona, creando un parallelismo che quasi un decennio dopo oseremmo definire sacrilego. Il suddetto video però, certifica il livello di hype che circolava attorno al nome di Zarate dopo i suoi primi 12 mesi in Italia.

Quando Zarate, a 21 anni appena compiuti, sbarca a Roma con una sciarpa della Lazio al collo, alle sue spalle ha già un’esperienza trionfale in patria con il Velez, una parentesi tanto ambigua quanto breve in Qatar e una altrettanto infruttuosa in Inghilterra, a Birmingham. L’operazione che porta l’argentino a Formello è ricordata come una delle prime condotte da Igli Tare, scelto quell’estate stessa da Claudio Lotito come coordinatore dell’area tecnica. Ad attenderlo ci sono, oltre alla coppia dirigenziale, Delio Rossi ed un popolo desideroso di spedire nel dimenticatoio la precedente annata conculsa al 12esimo posto.

Senza pensarci troppo l’argentino sceglie la maglia numero 1o e, trasportato da un’irriverenza che nel corso della sua carriera si rivelerà un’arma a doppio taglio, trascina i biancocelesti alla conquista del primo trofeo dell’era Lotito.

DA STROPICCIARSI GLI OCCHI

L’avvio non lascia che una sensazione: Mauro Zarate ha i crismi del predestinato. Nel suo primo match ufficiale in Italia, al Sant’Elia di Cagliari, partecipa con una doppietta al 4-1 rifilato dai biancocelesti alla squadra guidata da un giovanissimo Massimiliano Allegri. Dopo un primo tempo concluso con i sardi in vantaggio, nella ripresa il ragazzo di Buenos Aires si scatena: prima realizza il rigore dell’1-1 e poi, con un delizioso pallonetto di sinistro, ribalta il risultato.

La Lazio di Delio Rossi si disporrà durante l’intera stagione con un 4-4-2 nel quale i due attaccanti sono Pandev e lo stesso Zarate. Entrambi, in primis l’ex Velez, amano svariare su tutto il fronte offensivo, quindi la prerogativa per creare pericoli alle difese avversarie sarà sempre quella di non dare mai punti di riferimento. Negli highlights della partita si può notare un altro marchio di fabbrica di quella Lazio: l’inesauribile spinta dei terzini, a sinistra Kolarov e a destra Lichtsteiner, con Mauri dalle retrovie sempre pronto a sfruttare l’enorme mole di cross catapultati nelle aree nemiche.

L’impatto devastante di Zarate sulla nostra Serie A non si limita solo alla partita d’esordio, ma si protrae per un lungo periodo. Dopo la pesante sconfitta rimediata alla terza giornata contro il Milan, Zarate è già a quota 4 reti e Delio Rossi, interrogato sulle qualità dell’argentino, ignora il dato statistico concentrandosi sulle qualità umane del ragazzo:

Ciò che mi stupisce di lui è l’orgoglio, anche in una partita brutta per la squadra lui ha avuto voglia e desiderio di battagliare contro difensori del calibro di Maldini e Kaladze.

Quando il campionato scollina all’undicesima giornata i gol di Zarate sono diventati 6 e la Lazio è in piena zona Europa con 19 punti. Il prodotto del Velez continua ad impreziosire le sue partite con gol di prevegole fattura e serpentine spaccacaviglie che diventeranno l’emblema di quell’annata.

Contro il Siena, nel giorno del 19esimo anniversario del crollo del Muro di Berlino, con un punizione da circa 30 metri Zarate fa crollare la resistenza dei toscani e lancia in zona Champions i biancocelesti. In una stagione in cui andrà a segno 16 volte, conclusioni dalla distanza e calci piazzati saranno la maggior forma di sostentamento. 2 saranno le punizioni e 5 le conclusioni da fuori area sia con il destro che con il sinistro, quasi il 50% delle realizzazioni totali.

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UN LAMPO NEL BUIO

Quello che dopo il match vinto contro il Siena tutti i tifosi pensavano potesse diventare un campionato trifonfale, si trasforma in un lungo calvario avaro di soddisfazioni.

La settimana dopo Julio Baptista regala il derby alla Roma giallorossa inaugurando il mese senza vittorie della Lazio. Zarate non mantiene il rendimento dei primi mesi di stagione, ma si conferma l’unica nota lieta dell’infernale inverno laziale. Segna nel pirotecinco 3 a 3 di Udine e realizza una splendida doppietta con la combo punizione + pallonetto all’Olimpico contro il Bologna.

Qualche settimana dopo, in un caldo pomeriggio di Aprile, Zarate entrerà ufficialmente nel pantheon dei tifosi laziali, grazie ad una magistrale prestazione nel derby ritorno.

La Lazio si presenta in condizioni pietose: 4 sconfitte consecutive con zero gol segnati, l’ultimo è datato 28 febbraio, ed è proprio di Zarate. Sono le 15:04 quando i tifosi biancocelesti, ancora festanti per il precoce vantaggio firmato Pandev, assistono alla massima espressione del talento del ragazzino con la 10 sulle spalle. Riceve palla sulla sinistra, con un doppio passo disorienta Brighi, rientra verso il centro campo e lascia partire un destro di collo pieno che si insacca alla sinistra dell’incolpevole Doni. Un gol di rara bellezza. Un’azione nella quale coniuga tecnica, potenza nelle gambe e doti balistiche.

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LA GIOIA PIU’ GRANDE

Mentre il campionato, dopo la sbornia derby, si conclude con un mesto 10° posto, per la Lazio è ancora aperta un’altra strada per raggiungere l’Europa: la Coppa Italia.

I biancocelesti avevano superato abilmente i primi due turni contro Benevento e Atalanta ed erano approdati agli Ottavi di Finale contro il Milan a San Siro. Il match si infiamma nell’ultimo quarto d’ora: uno Shevchenko decisamente più lento e impacciato rispetto alla prima versione milanista realizza il gol che sembra aprire le porte della qualificazione ai rossoneri. A pochi minuti dalla fine però, Pandev conquista il rigore che Zarate realizza, regalando i supplementari alla squadra di Rossi. Il gol vittoria arriva all’alba del primo supplementare: una carambola impazzita in area premia Pandev che con freddezza fulmina Dida.

Il Quarto di Finale è una passeggiata sul Torino, mentre l’ultimo step per raggiungere la finale è contro la Juventus. Andata e ritorno, con i laziali che per primi fanno gli onori di casa. La banda di Delio Rossi vince 2-1 in rimonta e si presenta a Torino con un leggero vantaggio. Il match dura 38 minuti: Zarate, ancora una volta decisivo, disegna una traiettoria morbida che coglie Buffon impreparato e mette in ghiaccio la qualificazione.

La finale si tiene all’Olimpico contro una prima bozza della Sampdoria che l’anno dopo, guidata da Mazzarri, Pazzini e Cassano, centrerà la qualificazione ai preliminari di Champions. Il match si stappa subito: 3 minuti e 50 secondi sul cronometro, Zarate parte dal suo amato out di sinistra, slalom gigante e destro secco imparabile. Una versione rimaneggiata della perla vista circa un mese prima nel derby. Il gol del funambolo argentino, però, non basta: Pazzini pareggia e la sfida si incanala verso la lotteria dei rigori. Davanti ad un Olimpico ruggente e dopo una serie interminabile, gli uomini scelti da Delio Rossi non tradiscono e si regalano Coppa ed Europa.

Ah, Maurito, ovviamente, il rigore lo tira e con sangue glaciale lo segna.

QUANDO IL TALENTO NON BASTA

L’impatto tecnico e la personalità con cui Mauro Zarate sbarcò nella nostra Serie A ha pochissimi eguali nel recente passato. Un talento a cui, già a 20 anni, sarebbe bastato pochissimo per completarsi.

Invece, già dalla stagione successiva, l’estroso argentino si rinchiude in una visione egoistica del calcio. Con la stessa velocità con cui aveva stupito si trasforma in un calciatore anarchico e in un ragazzo/uomo indisponente, incapace di mantenere saldi i rapporti con squadra, dirigenza e allenatore. Negli ultimi anni il suo nome è rimbalzato più volte davanti ai nostri occhi solo per motivi extracalcistici: prima il processo contro Lotito e Tare successivo alla seconda – anonima – esperienza nella Capitale e poi, recentemente, per aver accettato l’offerta del Boca Juniors, tradendo la sua famiglia e il “suo” Velez.

La storia di Mauro Zarate ci insegna, una volta di più, che il talento può aprirti migliaia di strade, ma la mancanza di disciplina può trasformarle in vicoli bui.