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Argentina-Uruguay, la top 11 di sempre

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Nella notte tra venerdì e sabato Argentina e Uruguay si sfideranno in Copa America. Legate a queste due nazioni ci sono molte storie calcistiche che ci permettono di comprendere come per loro l’amore e la passione per il calcio sia viscerale.

Di talento ce n’è sempre stato in abbondanza, e per questo motivo è affascinante, ma allo stesso tempo complesso, produrre una top 11 con i migliori giocatori argentini e uruguagi di tutti i tempi. Il sistema tattico scelto per bilanciare l’immensa qualità offensiva con un’adeguata dose di equilibrio è il 3-4-2-1.

ROQUE MASPOLI (PORTIERE)

La scelta è ricaduta sullo storico portiere dell’Uruguay e del Penarol. Maspoli è considerato un’icona del calcio uruguagio, in quanto il suo nome è legato alla storica vittoria del Campionato del mondo nel 1950. Le sue abilità lo portarono ad essere nominato come miglior portiere dell’edizione, ricevendo così il premio Yashin. Rimane famosa una sua immagine della finale contro il Brasile, nella quale interviene in presa alta sul centravanti della Selecao Ademir mentre l’arbitro Reader, allargando le braccia, fischia la fine del match.  Sul Maracanà calò un silenzio irreale, testimoni raccontavano che si sentivano solamente i singhiozzi di tanti tifosi in lacrime e le urla disperate dei radiocronisti.

Maspoli è una bandiera anche del Penarol, squadra per la quale ha difeso i pali per 14 anni. In seguito al suo ritiro dal calcio giocato, avvenuto a 38 anni nel 1955, è divenuto allenatore proprio della società di Montevideo. Anche dalla panchina ha scritto la storia del club vincendo il campionato uruguaiano in quattro occasioni, e vincendo sia la Coppa Libertadores sia la Coppa Intercontinentale nel 1966.

OBDULIO VARELA (DIFENSORE)

Soprannominato Negro Jefe, fu il capitano dell’Uruguay campione del mondo e del Penarol. Ricopriva i ruoli di libero, centrale difensivo e centromediano. Ruvido, pugnace e ordinato; la sua tendenza a guidare la squadra era una delle sue peculiarità più evidenti. Con il Penarol ha vinto il campionato uruguaiano in sei occasioni, invece con la nazionale, oltre al Mondiale, vinse il Campionato Sudamericano de Football nel 1942.

La finale al Maracanà, partita che poi sarà ricordata come Maracanazo, era una vittoria annunciata per il Brasile. La presenza, la grinta e la determinazione del capitano fu fondamentale. Di fronte al tifo brasiliano, riuscì a tranquillizzare i compagni: “Los de afuera son de palo!” (ndr, Quelli là fuori non esistono!), fu la frase che rimase nella storia. Fu l’unico che tenne alto il morale della partita, anche dopo il gol subìto, e di conseguenza fu il responsabile morale della vittoria. A fine partita, circondato da lacrime e disperazione, capitan Varela alzò al cielo la coppa.

Fonte dell’immagine: uomonelpallone.it

DANIEL PASSARELLA (DIFENSORE)

È l’unico argentino ad aver vinto due volte la Coppa del Mondo, nel 1978 e nel 1986. Considerato uno dei  liberi più forti della storia del calcio, Passarella era un difensore in grado di coniugare eleganza, tecnica e disciplina negli interventi. Soprannominato El Caudillo oppure El gran capitan per la tendenza ad assumersi le responsabilità da leader in campo. Era abile nell’impostazione e nelle verticalizzazioni, ed in virtù del suo educato mancino era anche un ottimo esecutore di punizioni e rigori.

Con il River Plate vinse quattro titoli metropolitani e tre nazionali. Ha militato anche in Italia per quattro anni, alla Fiorentina prima, nell’Inter poi. Nella sua carriera Passarella ha realizzato 178 reti, di cui 22 in nazionale, che fanno di lui il secondo difensore con più gol segnati nella storia del calcio (primo è l’olandese Ronald Koeman con 207 gol).

ROBERTO PERFUMO (DIFENSORE)

Difensore argentino che ha giocato nel Racing Club, Cruzeiro e River Plate. Ha rappresentato la nazionale albiceleste per 10 anni, con la quale ha partecipato ai Mondiali del 1966 e 1974, portando la fascia da capitano in quest’ultima occasione. Nel 2016, anno della sua scomparsa, è entrato nella rappresentativa albiceleste di tutti i tempi redatta dall’AFA (Asociación del Fútbol Argentino).

Soprannominato El Mariscal, nella sua carriera ha vinto ben nove trofei con i club, tra cui la Coppa Libertadores con il Racing Club nel 1967. Dopo il ritiro dal calcio giocato per circa 10 anni è stato un allenatore, ma successivamente ha optato per la carriera giornalistica.

FERNANDO REDONDO (CENTROCAMPISTA)

La sua storia non assomiglia alla classica parabola del calcio popolare sudamericano, Redondo è figlio di industriali di Buenos Aires. Il suo primo approccio non avviene per strada, ma nei campi di calcetto dei circoli sportivi dedicati alle élite.

La sua personalità e la sua qualità sono evidenti fin dagli esordi all’Argentinos Juniors.  Nei suoi primi anni al Tenerife il divario tecnico con i suoi compagni è evidente, ma le cose miglioreranno quando Jorge Valdano diventerà il nuovo allenatore dei Chicharreros. L’ex bandiera albiceleste vede in Redondo la sintesi ideale della sua concezione del calcio, e il gioco della squadra passa attraverso la sua cabina di regia.

I risultati raggiunti saranno indelebili nella memoria dei tifosi. Gli anni al Real Madrid, nei quali vinse per tre volte la Champions League, sono stati straordinari. Sfortunata la sua parentesi al Milan, che lo acquistò nel 2000 per 35 miliardi di lire; un terribile infortunio al ginocchio gli compromise la carriera. Altalenante invece fu il rapporto con la Seleccion anche a causa di un rapporto non sempre sereno con i vari allenatori. Collezionò 29 presenze e vinse due titoli: la Coppa re Fahd 1992 e la Copa America 1993.

Fonte dell’immagine: futbolretro.es

Redondo è uno dei calciatori maggiormente rappresentativi degli anni ’90 ma allo stesso tempo un anticipatore delle evoluzioni del regista moderno. Precedentemente il ruolo del mediano era caratterizzato da intensità e dinamismo. A queste Redondo aggiungeva tecnica e un uso del corpo per eludere il pressing che mai nessuno aveva utilizzato in quel modo. Se da una parte conservava l’aggressività del centrocampista difensivo vecchio stile, dall’altra anticipava quel tipo di giocatore che nasce trequartista e viene spostato davanti alla difesa.

JUAN ALBERTO SCHIAFFINO (CENTROCAMPISTA)

In Uruguay definito El dios del futbol, è uno dei calciatori più forti della storia. Giocò in club prestigiosi come Penarol, Milan, Roma e vinse 5 campionati uruguagi e 3 scudetti. Fu uno dei protagonisti del Maracanazo e vinse la Coppa del Mondo nel 1950. Nel 1954 fu naturalizzato italiano e giocò anche 4 partite con la casacca degli azzurri.

Longilineo ed esile fisicamente, è stato un centrocampista completo e polivalente. Dotato di un’ottima visione di gioco era in grado di leggere in anticipo lo sviluppo del gioco, era raffinato nella rifinitura e con il suo mancino preciso riusciva spesso a segnare.

È considerato l’inventore del tackle in scivolata, gesto tecnico che gli permetteva di rubare la palla agli avversari intervenendo da dietro. Nessuno conosceva all’epoca questo tipo di azione, nemmeno gli arbitri che gli fischiavano spesso fallo. Da giovane veniva schierato in posizioni offensive, solitamente sulla trequarti; nel corso della sua carriera si tramutò in un regista, posizione che gli consentiva di dirigere la manovra e di dettare i tempi a tutta la squadra. Negli ultimi due anni, alla Roma, arretrò ulteriormente la posizione nel ruolo di libero.

ALCIDES GHIGGIA (CENTROCAMPISTA)

Il mattatore del Maracanazo: fu l’autore della rete decisiva del 2-1 che portò l’Uruguay sul tetto del mondo. Brevilineo e dal fisico minuto, Ghiaggia era un’ala dal dribbling fulminante. Quando nel maggio 1950 fu convocato dalla nazionale per la Coppa Rio Branco, era pressoché sconosciuto a livello internazionale.

Ai successivi campionati del mondo in Brasile, Ghiggia realizzò una rete in ogni partita delle Celeste. Nella finale contro il Brasile prima fornì un preciso assist a Schiaffino, poi con un preciso diagonale realizzò il gol vittoria. Immediatamente dopo la partita Ghiggia subì l’aggressione di alcuni tifosi, il calciatore rientrò in Uruguay in stampelle e con la gamba sinistra malconcia.

Nel 1951 vinse il campionato con il Penarol. Nel 1953 accettò l’offerta della Roma, ove giocò per 8 stagioni diventando anche il capitano. A più di 30 anni gli fu attribuito lo stato di oriundo e fu naturalizzato italiano. Nella nazionale italiana ritrovò Schiaffino, con il quale condivise la delusione del 1958 per la mancata qualificazione al Mondiale in seguito alla sconfitta con l’Irlanda del Nord.

Fonte dell’immagine: corriere.it

Celebre la sua dichiarazione in seguito alla vittoria contro il Brasile, che mostra alla perfezione il suo carattere esuberante e sfacciato:

Solo tre persone sono riuscite a zittire il Maracanã. Frank Sinatra, Papa Giovanni Paolo II ed io

LUIS ALBERTO CUBILLA (CENTROCAMPISTA)

Fu l’ala destra della nazionale uruguaiana tra gli anni ’60 e ’70. Soprannominato El Negro, fu un esterno rapido e tecnico. Amava puntare gli avversari nei pressi della linea laterale ma anche tagliare in mezzo al campo per palleggiare con i compagni e per cercare lo spazio per la conclusione.

Nel 1958 si trasferì al Penarol, con il quale ha vinto 4 titoli nazionali consecutivi, due Coppe Libertadores e una Coppa intercontinentale. L’avventura poco esaltante al Barcellona fu seguita da 5 anni memorabili al River Plate. Nel 1969 tornò in patria con la maglia dell’altra grande squadra di Montevideo, il Nacional, con il quale vinse nuovamente il campionato e la Copa Libertadores.

Dopo una parentesi in Cile nel 1976 torna in Uruguay, al Defensor: da capitano vince il titolo. Cubilla diviene così il primo calciatore ad aver vinto la Primera División Uruguaya con tre squadre diverse.

LIONEL MESSI (ATTACCANTE)

Ha davvero bisogno di presentazioni? Ha alzato 37 trofei nella sua carriera, ha vinto 6 volte il Pallone d’oro e 6 volte la Scarpa d’oro, ha segnato più di 700 gol e realizzato più di 300 assist. Per più di 15 anni, con Cristiano Ronaldo, ha dominato il palcoscenico mondiale superando ogni tipo di record e impressionando il mondo per la straordinaria continuità con la quale riesce sempre a fare la differenza. Con il Barcellona ha vinto tutto, con l’Argentina in più di un’occasione si è dovuto arrendere all’ultimo ostacolo.

È semplicemente devastante, sovraumano: il suo controllo palla è divino, le traiettorie che riesce ad inventare sono impressionanti e con una semplicità assurda riesce a dribblare anche gli avversari più temibili. Messi è il calcio.

LUIS SUAREZ (ATTACCANTE)

È un attaccante completo e micidiale. Negli ultimi 16 metri è immarcabile, aggredisce gli spazi con una furia agonistica impressionante e riesce a svettare tra i difensori dimostrandosi anche abile nel gioco aereo. Tutto ciò è abbinato ad una tecnica sopraffina che lo rende un attaccante moderno che sa giocare a calcio. Non dà punti di riferimento, spesso corre in giro per il campo alla ricerca del pallone per poi verticalizzare ai compagni con una precisione da trequartista.

Nella sua carriera ha giocato nell’Ajax, Liverpool, Barcellona e Atletico Madrid vincendo trofei ovunque. Con la maglia della Celeste ha vinto la Copa America nel 2011. Tra nazionale e club ha siglato più di 500 gol.

DIEGO ARMANDO MARADONA (ATTACCANTE)

Se Messi è il calcio, lui è semplicemente il Dio del calcio. Non esistono aggettivi per descrivere il suo modo di giocare, la sua creatività e l’impatto che ha avuto in tutti i suoi connazionali. Senza la sregolatezza che l’ha accompagnato nel corso della sua carriera probabilmente il suo contributo al mondo del calcio sarebbe stato illegale.

Il Mondiale vinto nel 1986, il gol del secolo contro l’Inghilterra e la mano de dios, gli scudetti e la Coppa UEFA vinta al Napoli, il secondo posto al Mondiale italiano del 1990 sono le immagini più emblematiche del Pibe de oro.

Fonte dell’immagine: profilo Twitter SoyCalcio

Il mancino con il quale creava traiettorie telecomandate, la maestria, la fantasia e il carisma sono solo alcune delle sue caratteristiche tecniche principali. Maradona era in grado di fare tutto con la palla, sfidando le leggi della fisica e facendo innamorare ogni generazione di tifosi.

 

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La FIFA pensa alla modifica della fase a gironi del Mondiale del 2026

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Proprio per la prossima rassegna iridata, la Fifa starebbe pensando a delle modifiche del format. Secondo il Guardian Sport, l’idea iniziale sarebbe stata quella di formare 16 gironi da 3 squadre ognuno, mentre starebbe prendendo piede l’ipotesi di organizzare il torneo con 12 gironi da 4.

Per un Mondiale che deve finire e che non ci sta privando di sorprese, uno nuovo sta per nascere.

 

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Courtois

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Pronostico Costa Rica-Germania

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Ghana

Nella vigilia del match contro il Brasile, nella consueta conferenza stampa pre-partita, il ct del Camerun, Rigobert Song, ha ribadito più volte l’importanza della gara contro la nazionale verdeoro. La partita potrebbe risultare fondamentale per i camerunensi, che con un’ ipotetica vittoria ed una sconfitta della Svizzera potrebbero strappare il pass per gli ottavi di finale. Da tenere d’occhio anche il possibile incrocio con la Serbia, che si trova a pari punti con il Camerun ma svantaggiata dalla differenza reti. Ecco le parole di Song:

“Ci stiamo preparando con l’obiettivo di superare il primo turno di questo Mondiale. Conosciamo molto bene il Brasile, la nostra prima sfida è vedere, non come si comporteranno loro, ma come ci comporteremo noi. Hanno un vantaggio legato al fatto di essere già qualificati. Non dobbiamo pensare che schiereranno la loro seconda squadra perché si sono già qualificati, la cosa più importante è come ci avviciniamo a questa partita. Per noi sarà una finale e dovremo fare di tutto per ottenere i 3 punti. Poi vedremo cosa succede dopo. Il messaggio che mando ai giocatori è di lottare e impegnarsi di più, la battaglia è più psicologica. Il risultato è importante e so che i miei giocatori possono farcela se puntano su concentrazione e determinazione. Al livello più alto, quando hai un momento di deconcentrazione, può essere costoso. Si tratta di essere concentrati e avere la determinazione per permetterci di prendere i 3 punti”.

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