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Arsenal-Liverpool 2008: Uragano inglese in Champions League

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Il confronto fra Arsenal e Liverpool è da sempre uno dei piatti forti della tradizione inglese, una partita che pone faccia a faccia due fra le realtà più rinomate e prestigiose del calcio britannico, e come tale non può che profumare di storia e tradizione.

Tuttavia oggi non andremo a parlare dell’attualità delle due squadre, bensì di uno dei più importanti confronti avvenuti nell’era moderna, precisamente nel 2008, in occasione di un roboante quarto di finale di Champions League, conclusosi con la qualificazione dei Reds.

Furono 180 minuti di grande calcio, agghindati da figure e dettami tattici ormai persi nella gloriosa storia del football, ma indelebili nella memoria di tifosi ed appassionati, che non possono fare a meno di ricordare le gesta di calciatori come Torres, Gerrard, Fabregas e Van Persie, in una tela straordinariamente dipinta dagli artisti Benítez e Wenger.

La presentazione del match, foto estratta da Wikipedia

 

 L’ARSENAL DI WENGER FRA RIFONDAZIONE E GIOVENTU’

Nel nord di Londra la situazione era decisamente particolare, visto che i Gunners si trovavano a fronteggiare la tremenda fine di un’era, governata da grandiose figure quali Henry, Bergkamp, Pires e Vieira, alcuni fra i più grandi campioni della storia del club. Uno dei più grandi Arsenal di sempre era scomparso, e riuscire a ricostruire da macerie cosi imponenti non fu di certo una passeggiata.

Il maestro francese cercò quindi di puntare sulla gioventù e sulle potenzialità di alcuni interessanti interpreti del suo spartito, partendo dalle colonne portanti Fabregas, Van Persie e Gallas.
Il gioco si sviluppava attraverso i piedi del talento spagnolo, e puntava principalmente sulla velocità degli esterni e sul peso delle punte, uno stile che garantiva ai londinesi grande capacità di cross e di 1 vs 1.

I festeggiamenti di Cesc Fàbregas, immagine estratta da Goal.com

Lo schema di gioco era più preciso rispetto a quello dei Reds, ed infatti le linee di Wenger sono sempre state molto chiare e definite, in un 4-4-2 tradizionale che si lasciava andare spesso a della sana anarchia in fase offensiva, dove dominavano l’estro e le qualità dei singoli. Il gioco si definiva raramente per vie centrali, e la ricerca degli esterni era continua, valorizzata dalle qualità fisiche e tecniche di gente come Walcott, Eboué, Touré e Clichy.

Il perno offensivo era chiaramente Robin Van Persie, uno dei centravanti più completi del precedente decennio calcistico. L’olandese fungeva da autentica fonte di gioco posizionata in attacco, pronto ad abbassarsi all’occorrenza per rifinire il gioco, permettendo cosi ad Adebayor di trovarsi spesso nelle condizioni di calciare a rete.

Il togolese era inoltre fondamentale per alzare il baricentro della squadra, trascinandosi le difese avversarie e permettendo al classe ’83 di aprire il gioco o di concludere a rete.

 

L’ARISTOCRATICO LIVERPOOL DI RAFA BENìTEZ

Il “Liver Bird” di quegli anni era paragonabile ad una maestosa fenice dalla fiamme scarlatte, tanto potente nel suo ardere quanto stilosa ed elegante nel suo portamento. L’allenatore spagnolo aveva infatti dato ai Reds un’impronta tattica assolutamente avanti rispetto ai tempi, valorizzando le caratteristiche dei calciatori ed evolvendone ruoli e posizioni.

Il 4-4-2 proposto da Benítez era infatti solamente di facciata, visto che Kuyt si staccava spesso dalla destra per andare a giocare dietro alle punte. I compiti di costruzione spettavano a Xabi Alonso, regista e metronomo davanti alla difesa, affiancato dalla corsa e dal dinamismo di Javier Mascherano. Il jolly assoluto era però il leggendario Steven Gerrard, tecnicamente universale ed in possesso di un’intelligenza calcistica tale da interpretare egregiamente qualsiasi ruolo del centrocampo.

Esultanza di Steven Gerrard ad Anfield, immagine estratta dal profilo ufficiale Twitter del Liverpool FC

In attacco la combinazione era invece piuttosto classica, con Crouch a giocare da centravanti-boa, date le sue caratteristiche fisiche, affiancato dalla classe e dal genio di Fernando Torres, attaccante totale di grande tecnica e movimento. Il centravanti inglese aveva il compito di dare profondità grazie ai suoi centimetri, permettendo così al numero 9 di spaziare liberamente su tutto il fronte offensivo.

Il gioco quindi non si sviluppava solamente con la palla a terra, ma anche con i lanci lunghi, grazie alla grande qualità presente in mezzo al campo. Kuyt portava disordine tattico fra le linee avversarie, consentendo a Gerrard di avere ottimi spazi di giocata, sostenuto dalle letture tattiche di Alonso e dalla possente diga Mascherano.

Questa varietà di caratteristiche, unite ad uno schieramento dinamico e moderno, rendevano il Liverpool ostico ed imprevedibile, capace di attaccare con diverse soluzioni e di difendersi con solidità granitica. Il reparto arretrato era infatti composto da Hyypiä e Škrtel , due centrali alti e ben piantati sulle posizioni, mentre sugli esterni Jamie Carragher e Fábio Aurélio garantivano velocità e giocata d’anticipo.

 

IL DOPPIO CONFRONTO

La partita d’andata fu di grande equilibrio e rispetto, caratterizzata dalla tipica intensità inglese e dai grandi valori tecnici presenti in campo. Le occasioni non furono molte e lo studio tattico dei due allenatori si dimostrò certosino e meravigliosamente funzionale.

I Gunners riuscirono ad emergere nella prima parte, sfruttando le combinazioni fra i due attaccanti, bravi a cercarsi ed a trovarsi in più di un’occasione. L’efficienza di Mascherano limitò le vie centrali dell’Arsenal, costringendo il gioco a svilupparsi insistentemente sugli esterni. Dopo la meritata rete del centravanti ex-Monaco arrivò l’immediata risposta di Kuyt, che, pareggiando, permise ai Reds di gestire al meglio il ritorno ad Anfield.

In casa del Liverpool avvenne un grandioso spettacolo fatto di botte e risposte, in cui l’orgoglio inglese risuonò fino agli ultimi minuti del match. Il tempo dei tatticismi finì, e l’approccio tattico divenne più libero ed offensivo, un elemento che permise alle due squadre di esprimersi al meglio e senza troppi freni.

Gli ospiti partirono con grande aggressività e proposizione offensiva, premiata con il rocambolesco gol di Diaby al minuto 14’. Lo svantaggio svegliò i Reds, che cominciarono a macinare gioco ed opportunità, trovando il pareggio con Hyypiä alla mezz’ora del primo tempo. La partita si accese e le occasioni si susseguirono da una parte e dall’altra, con gli attaccanti grandi protagonisti della notte europea.

La meraviglia di Fernando Torres, realizzata al 69’, venne annullata dal pareggio in extremis di Adebayor, ponendo il tutto nuovamente in equilibrio. Il 2-2 avrebbe premiato i londinesi, in virtù delle due reti realizzate fuori casa, ma fu in quel momento che la magia di Anfield discese sulle maglie vermiglie del Liverpool, cambiando il corso degli eventi.

I padroni di casa tornarono in vantaggio dopo appena un minuto dal gol subito, grazie ad un calcio di rigore freddamente realizzato dal capitano Gerrard. Non fu però quella la fine dello spettacolo, il cui ultimo atto lo scrisse Babel, sgusciando via in contropiede e mettendo la parola fine sul confronto. Il Liverpool volò in semifinale, ed il resto è storia che tutti conosciamo, ma a distanza di tempo riecheggia ancora l’epicità di una partita degna dell’altolocato football inglese.

 

IN UN’EPOCA NON LONTANA…

Arsenal-Liverpool mostrò al mondo, per l’ennesima volta, la forza e l’orgoglio del calcio d’oltremanica, sfoggiando carattere, intensità e grande spettacolo. Il calcio è passione, e la passione non viene cancellata dal tempo, bensì perdura e rimane lì, eternamente bella come un affresco, pronto ad essere rispolverato all’occorrenza.

 

Lo scorrere degli eventi ci ha regalato la possibilità di rivivere emozioni e momenti di grande calcio ricordando queste partite,  che rimarranno gioielli radicati nella cultura di questo sognante ed immortale sport.

Immagine di copertina estratta da profilo Twitter Squawka Football

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Il Messico saluta i Mondiali dopo i gironi: non accadeva dal 1978

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Messico

Negli ultimi decenni si era diffusa la convinzione che la Nazionale del Messico fosse perseguitata dalla cosiddetta “maldiciòn del quinto partido“, ossia “la maledizione della quinta partita”, che, ai Mondiali, coincide con i quarti di finale, e che il Tricolor non raggiunge dal lontano 1986.

Dopo la mancata qualificazione a Italia ’90, dunque, ebbe inizio per il Messico una lunga serie di eliminazioni agli ottavi di finale, protrattesi per ben 7 edizioni del torneo: la serie è partita da Usa ’94 ed è terminata a Russia 2018. La vittoria di stasera contro l’Arabia Saudita, la prima per la squadra del Tata MartinoQatar 2022, non ha tuttavia evitato la precoce eliminazione ai gironi di Ochoa e compagni. Nonostante avessero gli stessi punti della Polonia, i messicani non hanno potuto prolungare la propria avventura in Qatar in virtù della differenza reti inferiore a quella dei biancorosssi.

Se consideriamo che ai Mondiali del 1982 il Messico non si è qualificato, l’ultima eliminazione in cui gli Aztecas non hanno superato i gironi di un Mondiale risaliva a più di quarant’anni or sono: parliamo dei Mondiali del 1978 in Argentina.

 

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Argentina, Messi: “L’errore dal dischetto ci ha sbloccato”

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Argentina, Messi parla al termine della partita contro la Polonia

Un’altra grande vittoria per l’Argentina e per il suo totem Leo Messi, la cui prestazione è stata però macchiata dal calcio di rigore, neutralizzatogli da Szczesny. Questo episodio ha fortificato, però, i ragazzi dell’albiceleste, i quali hanno incanalato la partita nella maniera migliore. Queste sono le sue parole: “Paradossalmente dopo il rigore sbagliato abbiamo acquisito ancora più forza, siamo stati bravi a sbloccare la partita e a incanalarla nella direzione che volevamo. Ora pensiamo all’Australia, con cui sarà senza dubbio durissima, anche se l’importante era fare quest’altro passo.

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Konaté commenta la sconfitta della Francia: “Odio perdere”

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Konaté

Dopo la sconfitta contro la Tunisia, il difensore francese Ibrahima Konaté si è espresso così ai microfoni di BeIN Sport: Odio perdere. Non posso dire che ci siano stati troppi cambiamenti, se siamo qui oggi, non possiamo giocare con quella scusa. Non eravamo al livello, abbiamo sprecato troppo”.

Queste le parole del difensore del Liverpool, che poi ha subito voluto voltare pagina pensando al prossimo avversario della Francia.

“Dobbiamo concentrarci sulla prossima partita, restare uniti e dimenticare quel piccolo errore. Che sia Argentina, Messico o chiunque sia, sarà una partita difficile”.

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Arabia Saudita-Messico 1-2, le pagelle del match: Chavez MVP

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Messico

Il Messico batte 2-1 l’Arabia Saudita ma viene eliminato ugualmente a causa della differenza reti. Partita subito scoppiettante con chance da una parte e dell’altra. Subito Vega si trova a tu per tu col portiere ma Al-Owais esce e chiude miracolosamente. L’Arabia risponde con una punizione di Kanno alta di poco. El Tricolor prende in mano il pallino del gioco e chiude la squadra di Renard nella sua metà campo. Pineda va vicino al gol in due occasioni, mentre Lozano e Vega cercano spesso l’imbucata decisiva o il dribbling per creare superiorità in attacco. Nel finale però è Al Buraikan ad andare vicino al gol di testa dopo un cross interessante di Al-Ghannam.

Il secondo tempo è un’altra musica. Al 48′ passa subito in vantaggio il Messico: calcio d’angolo allungato di tacco da Montes e Martin appoggia in rete da due passi. Dopo neanche cinque minuti raddoppia con un calcio di punizione straordinario Chavez. Sentendo anche del successo dell’Argentina, la squadra di Martino spinge per il terzo gol. Lozano da fuori ci va vicino ma Al-Owais respinge all’angolino. Un’altra occasione clamorosa e sui piedi del bomber Martin che al volo dal limite dell’area piccola spedisce alta un’altra sponda di Montes. Chavez per un soffio non trova la doppietta su punizione. Il Messico continua a spingere e Antuna non riesce a segnare nemmeno a porta vuota dopo un’azione personale devastante di Lozano. Sempre il giocatore del Napoli spara sul portiere avversario una punizione dal limite ma al 95′ a spegnere le speranze è il gol di Al-Dawsari dopo una disattenzione difensive.

LE PAGELLE DELL’ARABIA SAUDITA

Al-Owais 6: pronti via e chiude in uscita su Vega e poi rischia aspettando troppo per un’uscita. A volte troppo scenografico si distingue però per una buona prestazione anche sulla punizione di Chavez parte in ritardo.

Al-Ghannam 5,5: disattento fin da subito in fase difensiva, riesce a dare il suo contributo in attacco con qualche sovrapposizione interessante ma mai decisiva. (dal 88′ Bahebri s.v.).

Al-Amri 5: più in difficoltà rispetto al compagno di reparto ma tiene anche lui il primo tempo. Nella ripresa cala alla distanza compiendo anche errori banali.

Al-Tambakti 5,5: tiene bene a bada Martin ma soffre e fa quel che può nel limitare l’avanzata prepotente della squadra avversaria. Il secondo tempo è un incubo come per tutta la sua squadra.

Al-Boelahi 6: adattato a sinistra come terzino riesce a contenere bene Lozano. Deve abbandonare il campo anzitempo a causa di un infortunio. (dal 37′ Sharahili 5: con il suo ingresso in campo cala notevolmente la difesa dell’Arabia. In mediana prova a tappare i buchi ma è spesso in ritardo).

Abdulhamid 6: dopo aver giocato terzino le prime due, viene spostato sulla linea di centrocampo. Non sfigura e anzi sfrutta la sua velocità per fare delle importanti incursioni palla al piede.

Al-Hassan 5,5: soffre la rapidità dei centrocampisti messicani, nello specifico Chavez che lo fa ammonire e va più volte al tiro indisturbato. (dal 46′ Madu 5: entra per dare più solidità ma la squadra crolla appena l’arbitro fischia l’inizio del secondo tempo e lui non tiene i ritmi degli attaccanti avversari).

Kanno 5,5: giganteggia a centrocampo, sembra veramente di un’altra categoria. Anche in posizione più avanzata è un catalizzatore di palloni ma nel secondo tempo perdendo l’uomo sul calcio d’angolo.

S. Al-Dawsari 6: il trascinatore delle ultime due partite fallisce la gara più importante. Nonostante Sanchez non sia in forma non sfonda mai su quella fascia. Nel finale segna un gol storico, il suo terzo ai Mondiali.

Al-Buraikan 5,5: dopo le molte energie spese nelle prime partite questa sera è un po’ più statico e riceve meno palloni. Ha ugualmente due chance discrete che non sfrutta a dovere per delle mancanze tecniche.

Al-Shehri 5: riceve pochi palloni e non aiuta molto il centrocampo in difficoltà. In generale prova dei dribbling improbabili e fallisce passaggi importanti per mandare in porta i compagni. (dal 62′ Al-Oboud 6: con la sua velocità prova a tenere qualche pallone in una situazione disperata per l’Arabia).

 

LE PAGELLE DEL MESSICO

Ochoa 6: assolutamente inoperoso per tutto il primo tempo. Anche nel secondo non deve compiere interventi particolari ed è incolpevole nel gol.

Sanchez 5,5: il giocatore dell’Ajax sembra sempre in affanno e sbaglia anche controlli semplici o comunque i suoi inserimenti vengono ignorati. (dal 86′ K. Alvarez s.v.).

Montes 7: non corre grossi rischi in difesa e amministra bene il palleggio da dietro. La sua altezza lo aiuta parecchio nel gioco aereo e con un colpo di tacco fa un assist importantissimo.

Moreno 5: l’ex Roma non deve fare alcun tipo di intervento particolare e come il compagno di reparto amministra bene il pallone. Nel finale sbaglia incredibilmente dimenticandosi degli avversari e permettendo il gol all’Arabia.

Gallardo 6: spinge molto a sinistra trovando buone combinazioni con Vega e arrivando spesso al cross. Il suo contributo lo rende un’arma in più in zona offensiva.

Pineda 6,5: oggi è la sorpresa di formazione e la sua vivacità rende più offensivo il Messico. Prima conclude debolmente e poi di testa ha una grande chance. Lui è l’uomo pericoloso quest’oggi. (dal 77′ Rodriguez s.v.).

E. Alvarez 5,5: ammonito dopo un quarto d’ora, lui che è uno specialista in fase di interdizione, soffre e non riesce a padroneggiare in mediana anche a causa di Kanno. (dal 86′ Funes Mori s.v.).

Chavez 7: è vivace a centrocampo anche se a volte troppo frettoloso. Sciorina qualità a centrocampo e dopo l’ennesimo tiro trova un super gol su punizione. Ci prova sempre su calcio piazzato ma questa volta ci va solo vicino.

Lozano 6: prova a caricarsi la squadra sulle spalle ma da solo non può fare tutto. Mette in mezzo palloni interessanti e poi prova anche da fuori ma trova attento Al-Owais.

Martin 6,5: il centravanti dell’America non arriva mai primo sul pallone e nel primo tempo non si vede mai. Nella ripresa cambia tutto quando si trova nel posto giusto per appoggiare in rete il gol del vantaggio. (dal 77′ Jimenez s.v.).

Vega 6: ha un’occasione clamorosa dopo pochi minuti ma la fallisce. Guizza con numeri interessanti sulla fascia e dialoga bene con Gallardo. (dal 46′ Antuna 6: il suo ingresso permette fin da subito una maggiore imprevedibilità. La mossa di Martino si rivela così vincente anche se si mangia il gol qualificazione a porta vuota).

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