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Artefice del proprio destino

Artefice del proprio destino

“Ora è finita veramente. Mi levo la maglia per l’ultima volta, la piego per bene anche se non sono pronto a dire basta e forse non lo sarò mai.”

Probabilmente la frase più significativa di un discorso struggente per qualunque appassionato di calcio, perché al di fuori della retorica e del romanticismo, Francesco Totti è il calcio, un artista antico e moderno allo stesso tempo, gladiatore romano e fenomeno culturale, che produceva arte con strumenti moderni: delle scarpe con tacchetti ed un pallone di cuoio.

L’esultanza di Totti alla rete-scudetto contro il Parma

Scomponendo la frase, va notato che la proposizione più importante è quella che esprime le sensazioni dell’eterno capitano giallorosso: “Non sono pronto a dire basta e non lo sarò mai”. Lo ha dimostrato più volte che vorrebbe giocare, lo ha fatto alla sua maniera, come un artista moderno, inventando un linguaggio tutto suo, fatto di silenzi e gesti. Perché quel silenzio a lungo contestato, cela probabilmente l’impossibilità per Totti di affrontare il ritiro dal calcio giocato.

“Ad un certo punto della vita si diventa grandi, così mi hanno detto che il tempo l’ha deciso, maledetto tempo!”

“Oggi questo tempo è venuto a bussare sulla mia spalla dicendomi <<Dobbiamo crescere da domani sarai grande, levati pantaloncini e scarpini perché tu da oggi sei un uomo e non potrai più sentire l’odore dell’erba così da vicino>>.”

Parole sue, il tempo lo sta privando della possibilità di continuare, come lo ha privato la Roma, cercando di togliergli gli scarpini per fargli indossare un vestito elegante, corredato di cravatta, mica con un 10 stampato dietro la schiena, e con scarpe a suola liscia, abbandonando i tacchetti. Ma in quanto artista, Totti ha le capacità di aggirare il tempo, modellarlo a suo piacere, e anche di aggirare gli altri ostacoli, forse con un cucchiaio, che possono impedirgli di realizzare a pieno la sua arte.

L’iconico festeggiamento alla doppietta contro la Lazio

SENZA RANCORE

Sì perché oltre il sentimento, il romanticismo, c’è quel desiderio primordiale di soddisfacimento dei propri bisogni, dove la ratio fa da limite e non da ostacolo, quel desiderio di restare ancora sul campo e non dietro una scrivania a stringere mani, quell’istinto infantile che vuole farti continuare a giocare nonostante stia iniziando a fare buio, il ginocchio sanguini e la mamma abbia preparato il cucchiaio di legno per dartele. Totti è un bambino cresciuto, ma comunque bambino, privato del pallone, quando vorrebbe chiedere “altri cinque minuti”, ma in quanto bambino cresciuto è artefice del suo destino, come quando ha deciso di rifiutare possibili trofei, di squadra e individuali, per restare al fianco di mamma lupacchiotta. Ora ha la scelta più importante, salutare i ragazzi del campetto per salire a casa e crescere, o restare ancora quei cinque minuti in più per poi tornare ancora più soddisfatto.

“Intanto mi godo un po’ di relax con Ilary, poi vedremo: non è detto che io abbia finito di giocare definitivamente”

(intervista al settimanale “Chi”)

Francesco merita di continuare, certamente non vicino casa, sarebbe un colpo al cuore troppo grosso, per tutti ma soprattutto per lui. Totti merita di riprendersi quel pallone e giocarci ancora, anche di più degli ultimi tempi, dove la, quasi sempre giusta, gestione dell’uomo e del calciatore, l’hanno costretto a togliersi la pettorina poche volte e per poco tempo, merita di inventare arte, ancora un’altra volta, ancora un altra pennellata, possibilmente con il cucchiaio.

 

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