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Calcio e dintorni

Dalla fioca luce di un lampione alle sgargianti luci del trionfo: i Villans dell’82

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L’ennesima stagione deludente era da poco terminata con un ennesimo piazzamento nelle melmose paludi di metà classifica, quelle acque ristagnanti fatte di mediocrità e di fallimento che i Villans conoscevano bene ormai da troppi anni. Troppa gloria smarrita fissava quella squadra che viveva e si nutriva di ricordi gloriosi portati da uomini del passato ma soprattutto uomini veri, vincenti e innovatori. Leggende come Jack Hughes, Frederick Matthews, Walter Price e William Scattergood che in una fredda sera invernale del 1874, seduti su una panchina della Wesleyan Chapel e rischiarati dalla fioca luce di un lampione, decisero di fondare l’Aston Villa.

Essere tifosi dei Villans non è un sentimento qualsiasi: è una rivendicazione di orgoglio e di superiorità che viene da un’innata consapevolezza di essere prescelti. Un tifoso del Villa vive con estrema ironia l’uscita di una squadra britannica dalle competizioni europee e vede il successo come una logica conseguenza del mistico e prescelto mandato celeste (e magenta) designato per la sua squadra. Un vero tifoso dell’Aston Villa elencherà tutte le sue vittorie: dai sette campionati conquistati, passando per le sette Fa Cup fino ad arrivare alla storica Champions League del 1982. Alla luce di quest’ultima impresa memorabile, noi di Numerodiez racconteremo i presupposti, i protagonisti e il cammino che hanno portato il magico Aston Villa a diventare campione d’Europa.

Fonte foto: sito ufficiale Aston Villa. Avfc.co.Uk

DAL FALLIMENTO ALLA RINASCITA: LA FABBRICA DEI VILLANS

Nel crudele e spietato mondo industriale, il verbo “osare” fa parte della quotidianità ed è il metaforico ascensore che permette di raggiungere il tanto agognato paradiso del successo. Spesso la strategia del rischio paga ma, talvolta, il celebre proverbio del chi troppo vuole, nulla stringe diventa realtà, in quanto l’azzardo non calcolato può portare al fallimento. Dal baratro oscuro del dissesto economico, una grande fabbrica deve necessariamente ridimensionarsi e ripartire umilmente come una piccola officina. Nel cuore industriale dell’Inghilterra, a Birmingham, l’Aston Villa ricordata agli inizi come una grande industria calcistica di successo, negli anni successivi – complici investimenti sbagliati, acquisti mancati (soprattutto in difesa) ed incompetenza dirigenziale – fu costretta a ridimensionarsi in una scarna officina, ristagnante nella melmosa mediocrità della seconda divisione.

Il rilancio, si sa, deve essere graduale, ripartendo dalla testa di una società e proseguendo poi con un necessario ricambio di uomini. Dopo anni di gestione disastrosa, la dirigenza del Villa, sospinta anche dai tifosi inferociti, decise di dimettersi lasciando la gestione della squadra a Pat Matthews e al presidente Doug Ellis. Semplicità e cambiamento furono le due parole d’ordine di questi due giovani imprenditori che attuarono come prima e incontrovertibile decisione quella di ingaggiare nuovi rinforzi. Fuori la vecchia e deludente guardia formata dai vari Cumbes, Gidman, Mcdonald e Leonard e dentro giovani e grezzi talenti desiderosi di ripartire. Un ricambio costante, a cadenza annuale che portava l’Aston Villa a scambiare continuamente i tasselli del proprio puzzle. Una scelta azzardata ma calcolata, in quanto lo scambio sottostava alle condizioni incontrovertibili della gioventù e della qualità. Questa strategia permise ai Villans di centrare obiettivi che anni prima sembravano impossibili: prima di tutto, la promozione nella massima seria nel 1975, poi due coppe di lega sempre nel ’75 e nel ’77 ed un piccolo assaggio d’Europa. Ma il futuro per i Villans sarebbe stato presto ancora più radioso del già luminoso presente che stavano vivendo.

Nell’immagine Doug Ellis intento a festeggiare la promozione dei Villans. Fonte foto: rivistacontrasti.com

Un avvenire all’insegna del successo che sarebbe stato completato da 14 giovani e talentuosi britannici, una dozzina o poco più di operai del pallone che grazie ad una coesione incredibile e un’unità d’intenti impareggiabili avrebbero presto riportato l’Aston Villa ad essere una fabbrica di successo.

Prima di concentrarci sull’impresa, tuttavia, è giusto tracciare i profili dei protagonisti di queste vittorie partendo dalla difesa con l’esperienza di Jimmy Rimmer che era strenuamente salvaguardato da due rocciose scogliere scozzesi come Evans e Mcnaught. Ai loro lati, gli instancabili Swain e Williams che aiutavano un centrocampo di qualità formato dal trequartista Cowans e da due mezzali eccelse come Mortimer  e Bremner. Davanti, infine, spazio al tridente delle meraviglie formato dagli esperti Morley e Withe e completato dal figliol prodigo di Birmingham, il biondissimo Gary Shaw.

In tutto questo si potrebbe pensare: “ma l’allenatore?”

Non ce lo siamo dimenticati, ma merita un paragrafo a parte. Il prossimo. Perché, come in una fabbrica, gli instancabili operai devono essere guidati da un pragmatico capo-reparto così i giocatori necessitano di una guida decisa per raggiungere il successo.

Il biondissimo Gary Shaw. Fonte foto: sito ufficiale dell’Aston Villa. Avfc.co.uk

UN’ IMPRESA COMINCIATA DA UN SERGENTE DI FERRO E FINITA DA UNO STRATEGA

Dietro un grande esercito, dietro una grande squadra, dietro qualsiasi gruppo di uomini che raggiunge il successo c’è un essere umano capace di influenzare, valorizzare e trasformare una semplice accozzaglia di individualità in una compagine vincente. È una verità incontrovertibile, è un dato di fatto che il caos e l’egoismo vengano valorizzati in un’unità d’intenti vincente grazie a idee e leadership, ed il leader e propulsore del successo dei Villans ha un nome e un cognome ben preciso: Ron Saunders.

Sguardo di pietra e espressione glaciale che ricordavano il primo Clint Eastwood, Saunders era nato poco fuori Liverpool e aveva un passato da attaccante in serie minori in cui aveva messo a segno la bellezza di circa 200 gol. Metodico, preciso e orgoglioso era uno di quegli uomini educati al valore della resistenza, cresciuto tra pioggia, vento e insidie che lo rendevano simile agli orgogliosi soldati del fronte. Tra litri di caffè bevuti e quotidiani sportivi ultra sottolineati, Saunders era un allenatore che faceva del pragmatismo e della disciplina le sue parole chiave. Per lui non esistevano titolari o riserve ma un gruppo unito e coeso che sapesse vincere e perdere insieme, senza rimproverarsi l’uno con l’altro e avendo un rispetto generale per ogni singolo membro della squadra.

Grazie ad un gioco spumeggiante, attento e semplice i Villans di Saunders arrivarono ai traguardi prima citati ma, soprattutto, ad un’incredibile e insperato successo, come la vittoria del campionato nel 1981. Successi e vittorie che venivano inframezzate da sconfitte cocenti che puntualmente venivano rimproverate da un esagerato ed esasperato Doug Ellis con cui, puntualmente, l’orgoglioso Saunders intratteneva infinite discussioni. Proprio una di queste litigate costò il posto all’imprenditore inglese che venne sostituito con lo stimato dirigente Frederick Rinder. Il ribaltone presidenziale venne accolto con gioia dall’allenatore inglese ma non sapeva che, quell’insperato cambio, gli avrebbe portato più dolori che gioie. Sì, perché la svolta dirigenziale arrivò contemporaneamente ad un parziale declino della squadra che incominciò a faticare in Coppa Campioni e a crollare in campionato. Nei mesi tra Dicembre e Febbraio, in particolare, arrivarono sette sconfitte che portarono la squadra ad un grave allontanamento sia dalle prime posizioni che da quelle utili ad una qualificazione europea.

Saunders con il trofeo del campionato. Fonte foto: sito ufficiale dell’Aston Villa. Avfc.co.uk

L’ultima di questa serie di partite disastrose, ovvero la sconfitta con lo United per 4-1, fu decisiva per l’allontanamento di Saunders che venne accolto dai tifosi con un misto tra l’indignazione generale e di rabbia. Tra venti di discordia e malcontento, il nuovo presidente proseguì nella sua decisione, affidando la panchina non ad un traghettatore qualsiasi ma a Tony Barton, assistente di Saunders.

Barton era la perfetta rappresentazione fisica dell’inglese tipo: pallido, riservato e capelli rossicci tendenti allo scuro che teneva lisci e con una riga laterale che ricordava il classico taglio dei beatles. Lanciato alla guida della squadra campione d’Inghilterra da un giorno all’altro senza mai essere stato prima su una panchina, l’ex vice allenatore sembrava l’agnello sacrificale in mezzo ad un branco di famelici lupi arrabbiati per il trattamento riservato a Saunders. Il suo sguardo deciso ed una prontezza d’azione invidiabile, tuttavia, rendevano l’inglese tutto fuorchè una vittima designata: ebbe l’intelligenza di non stravolgere l’assetto precedente, se non sul fronte offensivo, con un tridente composto da Morley, White e Shaw e l’abbassamento di Cowans a centrocampo.

Piccoli accorgimenti che portarono a grandi cambiamenti: dal suo insediamento sulla panchina i Villans infatti perdettero solo 6 partite in tre mesi concludendo il campionato all’undicesimo posto e compiendo una cavalcata trionfale in Coppa Campioni.

Il calcio di Barton era dinamico, spregiudicato e intelligente grazie soprattutto al regista calcistico Cowans, talento unico che, secondo una leggenda popolare si diceva che fosse in grado di far atterrare un pallone, da oltre 40 metri, su una moneta da 5 pence. Storie e uomini che alimentarono un cammino glorioso, tutto da raccontare, iniziato da un sergente di ferro e finito da uno stratega. Perché in certi casi serve un polso forte, mentre, in altri, un’intelligenza acuta.

Tony Barton con la coppa dei campioni. Fonte foto: sito ufficiale Aston Villa. Avfc.co.uk

UNA GUERRA VINTA DOPO TANTE BATTAGLIE

La vittoria di uno scontro si misura e si articola battaglia dopo battaglia. Una guerra, quella per la coppa delle grandi orecchie che, come detto prima, fu cominciata sotto la guida dell’arcigno Saunders e finita grazie all’ingegno e alle strategie dell’esordiente Barton. L’armata dell’Aston Villa affrontò la prima disputa contro gli islandesi del Valur, un avversario abbordabile che la squadra di Birmingham riuscì a superare con un netto 7-0. Agli ottavi, invece, incontrarono la Dinamo Berlino, squadra arcigna che li costrinse ad un sofferto passaggio del turno, con una vittoria per 2-1 a Berlino ed una sconfitta indolore subita al Villa Park. I quarti coincisero con il sorteggio della Dinamo Kiev ma, soprattutto, con la prima partita in panchina dell’esordiente Barton. Lo scontro con gli ucraini produsse un orgoglioso pareggio a Kiev ed una grande vittoria in Inghilterra grazie ad uno show di Gary Shaw. La semifinale vide i Villans fronteggiare i belgi dell’Anderlecht che vennero sconfitti grazie alla rete decisiva segnata da Tony Morley.

In una realtà che appariva un sogno, gli inglesi, relegati a metà classifica in campionato, si ritrovarono nella finale di Champions League contro la corazzata tedesca del Bayern Monaco.

Fra le mille sfumature che circondavano questo match si potevano cogliere sia uno scontro tra diverse mentalità che tra due scuole calcistiche opposte pronte ad affrontarsi nell’imminente mondiale spagnolo. Nell’intrigante cornice di Feyenoord si ritrovarono due squadre che schierarono entrambe le formazioni senza stranieri: una vera e propria guerra calcistica, quindi, tra inglesi e tedeschi.

A Rotterdam, nello spogliatoio dell’Aston Villa si respirava un’aria pesante: Tony Barton camminava nervosamente vicino alla lavagna, i giocatori si radunavano silenziosi e impauriti, tra cui il giovane Shaw che batteva incessantemente i tacchetti sul pavimento per paura di sentirsi dire che sarebbe stato in panchina.

Il gol di Withe in finale contro il Bayern Monaco. Fonte foto: sito ufficiale Avfc.co.uk

Prese poi la parola Barton, con un discorso degno delle più gloriose pellicole sportive. Esordì così:

“Voglio che sappiate che se siete arrivati fin qui lo dovete a voi stessi. Di là c’è Karl-Heinz Rummenigge e poi hanno Breitner, Hoenes, Mathy… tutta gente con le palle. Ma tutti loro non hanno le palle di uno di voi. Ma non sempre questo basta. Se perdiamo non avremo fatto assolutamente nulla. Non voglio che pensiate troppo ma che lo facciate da squadra.”

 Con l’impeto di queste parole, l’Aston Villa scese in campo, pronto ad affrontare i colossi bavaresi. Partirono meglio i tedeschi con un gioco corale e schiacciante, mentre il Villa agiva coscienziosamente e di contropiede. Al 10’ avvenne il danno che sarebbe potuto diventare beffa: Jimmy Rimmer, portierone dell’Aston Villa, fu costretto ad uscire per infortunio e venne sostituito da Nigel Spink, al suo esordio da titolare dopo 3 anni.

Il portiere inglese, tuttavia, come nelle più celebri trame dei classici film americani, sfoderò una prestazione monstre parando di tutto e di più. Tra le costanti bombardate bavaresi arrivò il contrattacco decisivo dei Villans: al 67’, infatti, dopo una lunga trama di passaggi, Morley servì White in area che, da pochi passi, depositò in rete per il vantaggio valevole l’uno a zero. Un vantaggio protetto e salvaguardato poi dalla difesa di  dei Villans che contribuì, in maniera decisiva, a consegnare un successo surreale e insperato.

Le foto della festa. Fonte foto: sito ufficiale Aston Villa. Avfc.co.uk

La portata di quella vittoria segnò l’apice della gloria e la discesa verso il baratro. Dopo festeggiamenti sfrenati e commoventi, infatti, cominciò negli anni successivi un’incontenibile caduta verso la palude della mediocrità da cui, tutt’ora, il Villa sta cercando di uscire.

Nonostante questa indiscutibile realtà, l’indimenticabile portata dell’impresa rimane e giustifica l’orgoglio dei prescelti tifosi dell’Aston Villa. In una città simbolo della rivoluzione industriale, quattordici umili operai calcistici guidati da due rivoluzionari e differenti tecnici sono riusciti ad avverare, in chiave sportiva, il sogno di Marx. In un’estrema rivoluzione del pallone, grazie al duro lavoro e ad un’unità di intenti, i proletari Villans hanno strappato il successo ai capitalisti del pallone, quel Bayern Monaco che, insieme alle altre superpotenze europee, deteneva da troppo tempo il monopolio della vittoria.

http:/https://youtu.be/s7xElZ6okH8

Fonte immagine copertina: sito ufficiale Aston Villa.

 

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Colpo esterno della Torres: Carrarese sconfitta grazie a Scappini

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CARRARESE TORRES LEGA PRO

CARRARESE TORRES LEGA PRO – La squadra di Alessandro Greco torna alla vittoria dopo un mese. Lo fa in trasferta, contro un’ostica Carrarese, grazie a un rigore di Scappini al 38’ del primo tempo. Tra l’altro, il primo rigore realizzato dai rossoblù su tre a disposizione, dopo gli errori di Suciu contro il San Donato Tavarnelle e quello dello stesso Scappini contro l’Olbia.

LA GARA

Carrarese (3-5-2): Satalino; Imperiale, D’Ambrosio, Marino; Grassini, Della Latta, Mercati, Schiavi, Cicconi; Energe, Giannetti. A disposizione: Rovida, Folino, Cerretelli, D’Auria, Bozhanaj, Andreoli, Pasciuti, Coccia, Capello, Samele. Allenatore: Dal Canto

Torres (4-4-2): Salvato; Heinz, Antonelli, R.Pinna, Girgi; Campagna, Lora, Masala, Liviero; Diakite, Scappini. A disposizione: Garau, Luppi, Pinna S., Suciu, Lisai, Gianola, Tesio, Ferrante, Bonavolontà, Carminati, Sorgente, Carboni. Allenatore: Greco.

Queste le formazioni messe in campo da Dal Canto e Greco. Gara bloccata nella prima parte di gioco, complice anche un tempo che rende difficili le giocate. Al 38’, però, la svolta del match: Cicconi atterra Campagna in area dei carraresi: Scappini è freddo di fronte a Satalino e insacca. 0-1 Torres. Cresce il nervosismo tra le due compagini e il Sig. Angelucci ammonisce Heinz, Giannetti e Energe.

La gara, anche dopo l’intervallo, regala poche emozioni, vivendo di episodi. Al 63’, ghiotta occasione fallita dai padroni di casa: Heinz fa fallo su Bozhanaj in area e l’arbitro assegna il rigore, ma Emerge non riesce ad approfittarne, colpendo il palo. All 78’ altro legno della Carrarese, questa volta con Capello che, a botta sicura, sbaglia un gol già fatto. Nel finale, Salvato tiene in vita la Torres e inchioda lo 0-1 finale in favore dei rossoblù.

LA SITUAZIONE IN CLASSIFICA

Un successo esterno importantissimo per i sassaresi, sempre al dodicesimo posto ma di nuovo a +5 sulla zona playout. Inoltre, i sardi hanno accorciato sulla zona playoff, da -8 a -5, trovandosi in un “perfetto limbo”, guardando con un pizzico di sicurezza in più all’obiettivo stagionale: restare in serie C senza passare per gli spareggi.

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I capocannonieri degli ultimi 10 Mondiali

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Kane

La storia dei Mondiali di calcio è costellata di grandi campioni, partite ed episodi scolpiti nella memoria di chi ha vissuto quei magici momenti.
Nel calcio, però, l’attimo fondamentale è quello del gol, che sublima gli sforzi di una squadra e annichilisce gli avversari.
Ecco, dunque, la carrellata dei capocannonieri dei Mondiali, a partire da 40 anni fa esatti, dal maestoso Spagna ’82.

SPAGNA 1982 – la perseveranza di “Pablito” Rossi

Giugno 1980, le radio passano uno dei brani più famosi dei Blondie, “Call Me”, ma l’attenzione del popolo italiano è incentrata su altro.
Sebbene l’imminente Europeo italiano dovrebbe essere in ima ai pensieri di tutti, a tenere banco è lo scandalo del Totonero.
Tra i calciatori più illustri a finire sul banco degli imputati c’è Paolo Rossi, già denominato “Pablito”, viste le tre reti segnate al Mondiale 1978 in Argentina.
Per Rossi la sentenza è molto dura, 3 anni di inibizione dell’attività sportiva, poi ridotti a 2 dopo il processo d’appello.
L’attaccante rientra il 2 maggio 1982, segnando nel 5-1 rifilato dalla sua Juventus all’Udinese.
Il Ct della Nazionale italiana, Enzo Bearzot, nonostante la lunga inattività, convoca Rossi per i Mondiali spagnoli e lo sceglie come titolare per l’attacco della sua Italia.
In terra iberica l’inizio non è per nulla incoraggiante, l’Italia passa per il rotto della cuffia il girone e Rossi resta a secco.
L’atmosfera intorno agli azzurri si surriscalda, ma, come nelle migliori favole la svolta è dietro l’angolo.
Nel secondo girone, contro Argentina e Brasile, l’Italia ritrova se stessa e domina.
Paolo Rossi torna “Pablito” contro i verdeoro, segnando una fantastica tripletta dimostrando un repertorio completo, gol di testa, di potenza e d’astuzia.
Rossi segna, poi, sia in semifinale contro la Polonia, sia in finale contro la Germania Ovest, laureandosi capocannoniere del torneo e, successivamente, Pallone d’Oro.

Messico 1986 – Gary Lineker e il “Barrilete Cosmico”

I due gol segnati da Diego Armando Maradona contro l’Inghilterra, il 22 giugno 1986 rappresentano un salto nel vuoto e ritorno; prima la beffarda, geniale e iconica “Mano de Dios”, poi il gol più bello della storia dei Mondiali, quella lunga corsa in cui il Pibe vendica a suo modo le vittime della Guerra delle Falkland/Malvinas.
La partita, però, non è finita così, perché gli inglesi, feriti nell’animo e nell’onore, hanno provato a rimanere vivi con una rete segnata all’80’ dal protagonista di questo paragrafo: Gary Lineker da Leicester.
Classe 1960, Lineker ha appena terminato una stagione da 30 gol in 41 partite di First Divison con l’Everton ed ha appena firmato con il Barcellona.
Al Mondiale resta a secco nelle prime due partite del girone, contro Portogallo e Marocco e gli inglesi rischiano l’eliminazione.
Alla terza giornata contro la Polonia, però, l’attaccante si carica sulle spalle tutta una Nazione e segna tutte le reti del 3-0 finale. 3 gol in poco più di mezz’ora, facendosi trovare pronto nel posto giusto al momento giusto, per far sognare i tifosi inglesi.
Così gli inglesi vanno avanti e, mentre il 16 giugno gli Smiths pubblicano un brano forte e crudo dal provocatorio titolo “The Queen Is Dead”, la bandiera inglese continua a sventolare fiera e Lineker segna altri due gol nella vittoria sul Paraguay.
Poi l’ultimo sigillo, a dieci minuti dalla fine del quarto contro l’Argentina, contro il genio senza fine di Diego Maradona, che si prepara a vincere il suo Mondiale, mentre Gary Lineker torna a casa, deluso e consapevole del fatto che mai come in quell’estate, l’Inghilterra sarebbe potuta arrivare in fondo al Mondiale messicano.

ITALIA ’90 – “F**k Schillaci”, l’immortale dedica a Totò

Il Mondiale delle “Notti Magiche”, una delle beffe più grandi per l’Italia (con protagonista sempre lui, Diego Maradona, Deus Ex Machina un po’ ovunque) che si ferma al terzo posto finale, ma può vantare il capocannoniere del torneo, un palermitano che vanta 16 presenze in Nazionale e 7 gol, di cui 6 concentrati in tre, insensate, settimane, quelle di Italia ’90.
Schillaci entra nel giro azzurro poco prima della rassegna iridata, a coronamento di una stagione stratosferica con 21 reti in 50 presenze con la Juventus.
Nelle gerarchie di Azeglio Vicini parte come quarto attaccante, dietro a Vialli, Serena e Carnevale, ma Totò impiega poco a scalare posizioni, esattamente 3 minuti.
All’esordio, infatti, gli azzurri vengono bloccati dall’arcigna difesa dell’Austria sullo 0-0, così al 75’ Vicini butta nella mischia Schillaci.
Al 78’ un cross dalla destra trova, in mezzo a due colossi austriaci, lo stacco di Totò, che fa 1-0 e toglie le castagne dal fuoco alla Nazionale.
Il palermitano parte nuovamente dalla panchina contro gli USA, ma stavolta non segna e l’Italia fatica, raccogliendo un altro 1-0 striminzito.
Dalla terza partita, fino alla finale per il 3’ posto, Schillaci segna sempre, dimostrando un senso della posizione davvero invidiabile e spesso correggendo tiri destinati sul fondo con zampate epiche.
Tra i sei gol, che lo incoronano come capocannoniere del torneo, uno in particolare è passato alla storia: quello segnato all’Irlanda.
L’EIRE, allenata da Jack Charlton, è una delle sorprese del Mondiale, formata da una difesa rocciosa, guidata dal portiere Pat “Packie” Bonner e da alcuni talenti pescati personalmente dal Ct, come Tony Cascarino, dalle evidenti radici italiane.
Dopo un’epica (e soporifera) battaglia contro la Romania agli ottavi, terminata ai rigori, i verdi affrontano i padroni di casa con il solito modus operandi: difesa strenua e qualche sortita offensiva. Il risultato è una partita bloccata, che viene risolta al 38’ del primo tempo da un tap in di Schillaci (e chi se no?) dopo una respinta difettosa di Bonner.
Il risultato non cambia più e il sogno dell’Irlanda si spegne, ma i tifosi irlandesi, sempre pungenti e divertenti, non dimenticano e dopo nemmeno 48 ore, per le vie di Dublino e di tutte le altre città del paese, in molti indossano una maglietta bianca con scritto in verde “F**K SCHILLACI”, a eterna memoria del gol decisivo.
A rendere ancora più iconica questa storia, la maglietta compare nel film “The Van” (“Due sulla strada” in italiano) di Stephen Frears, in un memorabile cameo.

USA 1994 – Una poltrona per due

Il Mondiale degli States, quello delle sorprese Svezia e Bulgaria e del tragico destino di Andrea Escobar, ucciso per un autogol, vede una strana coppia in vetta alla classifica marcatori.
Il primo protagonista è arcinoto, visto che grazie alle sue giocate e alla sua classe ha trascinato la Bulgaria fino alle semifinali, perse contro un altro fantasista di nome Roberto Baggio: stiamo parlando di Hristo Stoichkov. Il futuro Pallone d’Oro delizia le platee del pubblico americano, decisamente freddo e poco avvezzo all’importanza della competizione, sfoderando perle assolute; su tutte, memorabile la punizione con la quale apre la rimonta contro la Germania nei quarti, lasciando impietrito Bodo Illgner.

Diametralmente opposta, invece, la storia dell’altro capocannoniere di questo Mondiale, il russo Oleg Salenko.
Discreto attaccante classe 1969, Salenko nel 1992 gioca una partita amichevole con la maglia dell’Ucraina, terra d’origine della madre. La partita contro l’Ungheria del 29 settembre 1992, però, rimarrà l’unica con la nazionale gialloblu, visto che, poco più di un anno più tardi, Salenko cede alle lusinghe del Ct della Russia Sadyrin, che lo porterà negli Stati Uniti.
La nazionale di Mosca non ha affatto un brutta rosa, con alcuni giocatori di buon livello, come Karpin, Onopko e, soprattutto, Mostovoj, faro del Celta Vigo.

Tornando a Salenko, il suo Mondiale inizia al 56’ di Brasile-Russia, prima giornata del torneo.
La sconfitta contro i verdeoro obbliga ai sovietici l’obbligo di battere la Svezia quattro giorni dopo, ma gli scandinavi, una delle sorprese del Mondiale, fanno la voce grossa e vincono 3-1.
La Russia, dunque, è già fuori dal torneo, e Salenko è fermo a 1 gol, segnato contro gli svedesi.
La storia del calcio, però, deve essere scritta e dunque l’anonima Russia-Camerun, con entrambe già estromesse dal Mondiale, diventa una partita da scolpire negli annali.

Gli africani segnano un solo gol, con Roger Milla, che diventa il più anziano marcatore della Coppa del Mondo a 42 anni, record che detiene tutt’oggi, ma il vero protagonista è Salenko.
L’attaccante russo segna 5 reti, dimostrando una clamorosa vena realizzativa e laureandosi capocannoniere del torneo, nonostante le sole 3 partite giocate.

FRANCIA 1998 – Davor e l’ineluttabilità del destino 

Il Mondiale di Francia ’98 rappresenta ancora oggi un caleidoscopio di emozioni e sensazioni contrastanti, dal dramma sfiorato per Ronaldo al super gol di Bergkamp che elimina l’Argentina, fino al tiro di Baggio che lambisce il palo nei supplementari contro la Francia e il sogno azzurro che finisce troppo presto.
Tra le tante storie del torneo, però, ci sono anche tre esordi, quelli del Sudafrica e della mitica Giamaica, e, soprattutto, quello della Croazia.
I balcanici sono una delle rivelazioni del torneo, guidati da un bomber implacabile che si laurea capocannoniere con 6 gol: Davor Suker.
L’attaccante del Real Madrid segna all’esordio contro la Giamaica e poi è decisivo nelle sfide contro Giappone e Romania.
Ai quarti arriva il primo grande scoglio per la Croazia, ossia la Germania, che viene spazzata via con un poderoso 3-0, con sigillo finale di Suker.
Con grande stupore, dunque, la giovane Croazia giunge alle semifinali, dove affronta la Francia padrona di casa.
Suker segna ad inizio ripresa, ammutolendo lo Stade de France, ma il destino ha in mente altri piani per la Coppa del Mondo.
Soffermiamoci, per un momento, sul cammino dei Bleus, che hanno dominato il girone con Sudafrica, Arabia Saudita e Danimarca, ma senza stupire per lo stile di gioco espresso.
I problemi per i francesi arrivano subito agli ottavi, quando il Paraguay sfodera un muro di nome Chilavert e respinge ogni attacco dei francesi, fino al 114’, quando Larurent Blanc segna il Golden Gol che porta avanti i suoi.
Ai quarti altro giro ai supplementari, questa volta contro l’Italia, che sfiora il gol con Baggio e perde ai rigori (come al solito negli anni ’90).
Eccoci qua, di nuovo allo Stade de France, dove la semifinale è ferma sull’1-1, il vantaggio di Suker è durato appena un minuto, quanto è bastato a Lilian Thuram per segnare il suo primo gol con i Bleus.
La Croazia, però, ci crede, nonostante i segnali, che abbiamo visto anche nelle partite precedenti, siano tutti a favore della Francia.
I croati giocano una partita splendida, ma al 69’ un brutto pallone perso permette alla Francia di siglare il 2-1 definitivo, ancora con Lilian Thuram, che non aveva mai segnato con la maglia della Nazionale transalpina e mai più segnerà. Un altro, evidente, segno del destino, che in finale stravolgerà per sempre la vita di Ronaldo e permetterà alla Francia di portarsi a casa il suo primo titolo Mondiale.

COREA DEL SUD/GIAPPONE 2002 – La rivincita del Fenomeno

Probabilmente uno dei Mondiali più condizionati dagli arbitri, che trascinano la Corea del Sud, padrona di casa, fino alle semifinali, dove la Germania non si fa intimorire e vince 1-0.
Un vero peccato che il Mondiale 2002 venga ricordato per i tanti episodi controversi e non per il calcio giocato, facendo in modo che in molti non tengono conto della super cavalcata della Turchia, giunta ad un passo dalla finale.
I turchi vengono estromessi in semifinale dal Brasile, che fatica ma non da mai segno di poter perdere il torneo, trascinato dalle 8 reti del capocannoniere Luis Nazario Da Lima, per tutti Ronaldo.
Avevamo lasciato il Fenomeno agonizzante, la sera prima della finale di Francia ’98, quando ha seriamente rischiato di terminare non solo la sua carriera.
Nel 2002 si presenta al Mondiale dopo un calvario durato quasi 4 anni, in cui ha giocato pochissimo ed è stato flagellato da continui problemi alle ginocchia.
Non appena arriva in Asia, però, Ronaldo torna su livelli stratosferici, facendosi trovare sempre pronto e regalando perle in serie.
Tra le 8 reti messe a segno al Mondiale da segnalare il gol decisivo nella già citata semifinale contro la Turchia, quando beffa Rüştü con un tiro di punta in diagonale, anticipando l’intervento del portiere.
Nell’atto finale contro la Germania, invece, sfrutta un errore del Miglior Portiere e Miglior Giocatore del Mondiale, Oliver Kahn, aprendo le marcature e poi siglando la sua personale doppietta poco dopo.

GERMANIA 2006 – La puntualità di Miro

Il Mondiale 2006 si tinge nuovamente di azzurro, dopo un nuovo scandalo, quello tristemente famoso di Calciopoli, che fa ripiombare il nostro calcio nel caos.
La Nazionale di Marcello Lippi, però, fa quadrato attorno a se e non sbaglia un colpo, vincendo in finale contro la Francia ai rigori.
In semifinale gli azzurri battono la Germania padrona di casa, al termine di una sfida per cuori forti terminata ai supplementari.
Proprio i tedeschi possono vantare il capocannoniere del torneo, Miroslav Klose.
L’attaccante del Werder Brema, già protagonista nel 2002, segna 4 gol nel girone, frutto di due doppiette contro Costa Rica ed Ecuador, per poi segnare il vitale gol del pareggio all’80’ del quarto di finale contro l’Argentina, sfida poi vinta ai rigori dai tedeschi.
Con le sue 5 reti nel 2002 e nel 2006, le 4 nel 2010 e le 2 nel 2014, Miroslav Klose resta tutt’oggi il miglior marcatore nella storia dei Mondiali.

SUDAFRICA 2010 – Bagarre di qualità

I Mondiali del 2010 rappresentano un unicum nella storia del torneo, con ben quattro giocatori giunti in vetta alla classifica cannonieri.
Per una curiosità tutti e quattro i calciatori in questione sono arrivati alle semifinali, per cui nel raccontarli partirò da quello giunto al quarto posto con la sua Nazionale, ossia Diego Forlan.
Paradossalmente è proprio El Cacha ad essere stato nominato Miglior Giocatore del Mondiale, che si carica sulle spalle la Celeste e la porta ad un passo dalla finalissima.
Dopo 2 reti al Sudafrica nel girone, Forlan segna il gol decisivo nei quarti contro il Ghana, sfida poi vinta ai rigori dopo il penalty sbagliato da Asamoah al 120’ e il momentaneo 2-1 nella semifinale contro l’Olanda.
L’ultimo gol dell’uruguaiano arriva nella finale per il 3’ posto nella sconfitta contro la Germania, dove gioca il secondo capocannoniere del Mondiale 2010: Thomas Muller.
Su Muller ogni parola è superflua, attaccante per numero di reti segnate, tuttofare per definizione. Giocatore dotato di un’intelligenza tattica sopraffina, si regala 5 reti al Mondiale segnando quando più conta.
Dopo il gol nel match inaugurale contro l’Australia, Muller segna le due reti che chiudono il 4-1 all’Inghilterra agli ottavi, prima di aprire le marcature nel perentorio 4-0 all’Argentina nei quarti.
Assente nella semifinale con la Spagna per squalifica, Muller torna nella finalina e segna il gol che apre le marcature con l’Uruguay.
Al secondo posto nel Mondiale troviamo l’Olanda, che annovera il talento cristallino di Wesley Senijder, reduce dal clamoroso Triplete con l’Inter.
Dopo il gol decisivo al Giappone nel girone, Wes si scatena. Prima segna il gol definitivo per piegare un’ostica Slovacchia agli ottavi, poi annichilisce il Brasile con una doppietta ai quarti.
La ciliegina sulla torta arriva in semifinale, con la rete del momentaneo 2-2 in semifinale.
Nell’ultimo atto, però, Snejder e la sua Olanda restano a secco e a laurearsi Campione del Mondo è la Spagna di Vicente Del Bosque.
Tra le Furie Rosse spiccano l’autore del gol decisivo in finale, Andrés Iniesta e il capocannoniere numero 4 del torneo: David Villa.
El Guaje segna solo reti pesanti in momenti delicati, come la doppietta all’Honduras e il gol del vantaggio nella partita decisiva del giorno contro il Cile.
La Spagna è cinica nella fase ad eliminazione diretta e vince tutte e quattro le partite per 1-0. Detto della finale, decisa da Iniesta, la semifinale contro la Germania è firmata da Carles Puyol.
Villa decide, invece, ottavi e quarti, contro Portogallo e Paraguay, siglando due reti di importanza capitale.

BRASILE 2014 – Il ballo del Bandido

Il Mondiale 2014 è quello del nuovo psicodramma brasiliano, che come nel 1950, perde in casa, questa volta con un roboante 7-1 subito dalla Germania in semifinale.
Ma il torneo brasiliano è anche quello della definitiva consacrazione di James Rodríguez.
Il colombiano, esploso nel Porto e reduce da una buona stagione al Monaco, si scopre bomber e segna in tute le partite della sua Colombia al Mondiale.
Il capolavoro del Bandito è il primo dei suoi due gol contro l’Uruguay negli ottavi: stop di petto orientato e sinistro magico che tocca la traversa e entra.
La corsa della Colombia e di Rodríguez si interrompe ai quarti contro il Brasile, con firma, questa volta inutile del Bandido su rigore nel finale.

RUSSIA 2018 – L’Uragano 

L’ultimo viaggio nella storia dei Mondiali ci porta in Russia, teatro della rivincita tra Francia e Croazia, questa volta in finale. Il risultato, purtroppo per i balcanici, è lo stesso del 1998, ma la cavalcata dei biancorossi è comunque da ricordare.
Proprio la Croazia estromette in semifinale una delle squadre candidate alla vittoria finale e il capocannoniere del torneo: Harry Kane.
Il bomber del Tottenham, uno dei più performanti bomber della sua generazione, segna subito una doppietta decisiva contro la Tunisia e poi ne fa 3 al povero Panama, apparso per la prima volta sul palcoscenico iridato.
L’ultimo gol del Mondiale di Kane arriva agli ottavi, contro la Colombia, prima del solito lavoro di sponda e della delusione in semifinale contro i croati.

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Calcio e dintorni

Caso Juve, parla Sarri: “Paratici mi chiese di rinunciare a 4 mesi”

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Alcuni mesi fa i calciatori della Juventus sono stati interrogati sul caso stipendi risalente alla primavera 2020. Negli ultimi giorni continuano ad emergere nuovi dettagli riguardo a questa questione, in particolare è emersa la versione di Maurizio Sarri, al tempo allenatore dei bianconeri

Nella sua dichiarazione, riportata da gazzetta.it, possiamo vedere come l’allenatore napoletano temesse di essere esonerato: “Parlai al telefono con Paratici perché eravamo in lockdown. Mi disse che c’era già l’accordo con i calciatori e che sarebbe stato opportuno che anche io mi accodassi. A me è stata proposta solo la rinuncia di quattro mesi, con tre mesi che sarebbero stati pagati sul contratto dell’anno dopo. Ma alla fine è stato previsto per me l’incentivo all’esodo in caso di esonero”.

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Calcio e dintorni

Lotito: “Per il calcio italiano sarà un Natale di cambiamenti”

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Lotito

Claudio Lotito, intercettato dai microfoni di FcInter.it all’uscita da un’assemblea della Lega Serie A, ha rilasciato alcune brevi dichiarazioni circa la situazione attuale del calcio nostrano, soprattutto in relazione ai fatti degli ultimi giorni relativi al caso Juventus. Ecco cosa ha detto:

In assemblea abbiamo eletto un consigliere mancante, è Rebecca Corsi. Una donna, il che penso sia un evento storico. Per quanto riguarda la Juventus, non commento fatti che non conosco. Per il calcio italiano sarà un Natale di cambiamenti, c’è la volontà da parte di tutti di riportare la Lega ai vertici del calcio internazionale“.

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