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La Battaglia di Santiago: storia della partita più violenta di sempre

Succede spesso di sentire una partita di calcio descritta come una battaglia. L’immagine che subito ci appare in testa è quella di una partita difficile, dura ma leale, tra due avversari di pari livello. Un match senza esclusione di colpi (calcistici, s’intende) dove entrambe le squadre danno il proprio meglio, contribuendo a rendere la partita memorabile.

Quella della battaglia è una metafora molto utilizzata, ma sempre metafora resta. Con poche eccezioni. Una di queste si disputava 59 anni fa oggi. Era il 2 giugno 1962, e mentre in Italia si festeggiava il 16esimo compleanno della Repubblica, dall’altra parte del mondo, in Cile, si giocava una delle partite più violente della storia del calcio: la Battaglia di Santiago.

LE PREMESSE DEL MONDIALE

Nel 1962 i mondiali di calcio sbarcarono in Cile. Una scelta al tempo molto controversa per le condizioni in cui il paese si trovava. Solo due anni prima, il Cile fu sconvolto dal più potente terremoto mai registrato dall’uomo, il terremoto di Valdivia, passato alla storia anche come Grande terremoto del Cile. Era il 22 maggio 1960: una scossa di magnitudo 9,5 costrinse milioni di persone a sfollare, provocando uno tsunami capace di spazzare via migliaia di vite, dal Cile fino alla costa asiatica del Pacifico, dall’Australia al Giappone, passando per le Hawaii.

Il paese era in ginocchio, ma le condizioni precarie e le strutture insufficienti non fermarono la FIFA. Diversi paesi contestarono la scelta, con l’Italia in prima fila, fortemente contraria ai Mondiali cileni sin dall’assegnazione nel 1956. E in questi casi, il destino spesso ci mette del suo: l’Italia fu sorteggiata insieme a Germania, Svizzera e lo stesso Cile, la squadra ospitante.

I MOTIVI DELL’ODIO

La tensione tra le due nazioni era cresciuta nel tempo. Tra i cileni era malvista l’abbondanza di oriundi nella spedizione italiana, considerati quasi dei traditori. L’Italia ne portò ben 4 a quel Mondiale: Sivori, Altafini, Sormani e Maschio. Ad alimentare la rivalità, diventata ormai extra-calcistica, furono alcuni articoli nati dalle penne di Antonio Ghirelli del Corriere della Sera e Corrado Pizzinelli del Resto del Carlino. A lanciare la pietra più appuntita, nei mesi precedenti al mondiale, fu proprio un articolo intitolato “Santiago, i confini del mondo: l’infinita tristezza della capitale cilena”: una fredda e spietata fotografia della capitale cilena post-terremoto:

“(Santiago, ndr.) è il triste simbolo di uno dei paesi sottosviluppati del mondo e afflitto da tutti i mali possibili: malnutrizione, prostituzione, analfabetismo, alcolismo, miseria… Sotto questi aspetti il ​​Cile è terribile e Santiago è la sua espressione più dolorosa.”

La tensione era presto sfociata in odio: molti chiesero a gran voce l’espulsione dei due giornalisti, e nei giorni precedenti al Mondiale fu pestato un giornalista argentino, scambiato per italiano. Nel frattempo, sul campo, il Mondiale era cominciato: il Cile esordì battendo la Svizzera, l’Italia pareggiò con la Germania, obbligandola dunque a vincere la partita successiva, contro i padroni di casa. Con queste premesse, il 2 giugno 1962 al Estadio Nacional de Chile di Santiago, andava in scena Cile-Italia.

I PRIMI MINUTI DI TENSIONE

Sugli spalti, 66mila spettatori erano pronti a dedicare la propria peggior accoglienza ai nemici italiani. E a nulla servì il tentativo degli Azzurri di smorzare la tensione presentandosi con dei fiori da lanciare verso i tifosi, che ricambiarono fischiando.

L’arbitro della partita era Ken Aston. L’inglese era curiosamente stato anche l’arbitro della partita d’esordio del Cile, un caso mai più verificatosi da allora. Aston era considerato uno degli arbitri più abili dell’epoca ed è anche ricordato per diverse innovazioni apportate al mondo arbitrale. Su tutte, a lui sono attribuite l’idea della lavagnetta per le sostituzioni e, soprattutto, l’introduzione dei cartellini disciplinari nel 1966. Visto l’esito della partita, forse, avrebbe preferito averli anche durante la Battaglia, ricordata anche per il pessimo arbitraggio pesantemente a favore dei cileni, a cui lo stesso Aston cercò di dare spiegazioni:

“Non stavo arbitrando una partita di calcio, facevo il giudice in un conflitto militare“.

Battaglia

L’Italia scese in campo senza molti dei propri titolari, alcuni, come Sivori, spaventati dall’eccessiva tensione. E, forse, a ragione, perché nessuna delle due squadre sembrava scesa in campo per giocare a calcio. Al 12º secondo il primo fallo, al 7º la prima espulsione. Il fallo è cileno, ma l’arbitro non sembra accorgersene. A farsi giustizia da solo, dunque, ci pensa Giorgio Ferrini, che tenta di reagire colpendo a sua volta il cileno Landa. La rissa che scoppiò fu violentissima, tanto che Maschio, uno degli oriundi più malvisti, ne uscì con il naso fratturato per un pugno ricevuto da Sanchez. Anche in questo caso, però, nessun provvedimento da parte di Aston, impegnato ad affrontare l’incontenibile Ferrini: per farlo uscire dal campo fu necessario l’intervento della polizia cilena, costretta a intervenire più volte nel corso del match.

L’ITALIA PERDE LA BATTAGLIA

La partita che seguì fu la ripetizione dei primi minuti: falli, interruzioni, risse e pugni, culminati al 38esimo minuto. L’italiano David atterra Sanchez sulla fascia, colpendolo inavvertitamente col pallone: la risposta del cileno fu un pugno sul volto del difensore azzurro sotto gli occhi del guardalinee, impassibile. Come prima, nessuna sanzione, che arrivò invece puntuale proprio per David qualche minuto dopo per un contatto con lo stesso Sanchez: espulsione.

In 9 contro 11 per più di un tempo, l’Italia cercò di portare a termine l’incontro indenne (in ogni senso), ma senza successo: 2-0 e Mondiale compromesso. La tensione non scemò nei giorni successivi: la stampa italiana definì “cannibali” i giocatori cileni, l’arbitro fu pesantemente criticato, il consolato cileno fu presidiato per qualche settimana. Una non-partita passata alla storia per tutto fuorché motivi calcistici.

E forse la descrizione migliore fu di David Coleman, l’inviato inglese incaricato della cronaca di quella partita:

“Buon pomeriggio. L’incontro a cui state per assistere è l’esibizione di calcio più stupida, spaventosa, sgradevole e vergognosa, possibilmente, nella storia di questo sport!”

Un incontro insomma, che nulla ha a che vedere col calcio, una vera guerra senza prigionieri: la Battaglia di Santiago.

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