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Borussia Mönchengladbach: Der Mythos

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Al giorno d’oggi, sono sempre di meno gli italiani che si innamorano del calcio tedesco, della Bundesliga, del fußball teutonico: ovvio, direte voi, si parla di un campionato che viene sempre dominato dalla società più importante e potente di Germania (e uno dei colossi europei), il Bayern Monaco, salvo qualche comparsata più unica che rara; il Borussia Dortmund negli ultimi 10 anni si è avvicinato molto al Bayern – con l’apice raggiunto nella finale di Champions del 2013 tutta tedesca vinta poi dai bavaresi – sebbene la modalità di sviluppo del club sia totalmente diversa rispetto a quella dei rivali: i gialloneri da qualche stagione costruiscono il proprio futuro acquistando i giovani più talentuosi del globo, facendoli crescere e poi lasciandoli andare una volta raggiunta la piena maturità (ed un valore mastodontico).

Le altre tre squadre capaci di togliere il titolo di campione di Germania al Bayern negli ultimi 20 anni sono state Werder Brema, Stoccarda e Wolfsburg: la prima è un nome storico del calcio tedesco, nonostante oggi navighi quasi sempre in cattive acque, ritrovandosi sempre dentro alla lotta per non retrocedere, mentre la seconda ci aggiunge addirittura qualche breve comparsata in Zweite Liga; non molto diversa la situazione dei lupi, che dopo l’exploit del 2008-09 raggiunto con i gol di Grafite e di un giovanissimo Edin Dzeko, non ha mai ripetuto le imprese di quella stagione, assestandosi stabilmente nelle acque tranquille di metà classifica.

I trionfi di squadre quali Amburgo – in questa stagione alla prima esperienza in seconda divisione dopo 54 anni consecutivi in Bundes – e Norimberga appartengono al lontano passato, mentre lo Schalke 04 rappresenta sempre il ruolo dell’eterna promessa, la squadra che avrebbe le potenzialità per fare il salto definitivo verso la vetta, ma che non riesce mai a compiere.

Comprensibile il motivo della poca passione verso la Bundesliga. Ma il calcio tedesco, storicamente, ha sempre regalato grandi squadre, capaci di imprese non solo a livello nazionale ma anche in campo europeo. Proponendo anche un calcio molto godibile tecnicamente parlando. Una di queste è stata il Borussia Mönchengladbach degli anni ’70.

“A CAVALLO” VERSO UN MITO

Nel calcio tedesco si fatica sempre a costruire la storia di una società fin dagli albori, fin dall’anno di fondazione: il Gladbach nasce nel 1900, ma per evidenti motivi storici inizierà ad avere importanza soltanto dagli anni ’60, una volta finita la guerra e una volta che la situazione politica si è leggermente riassestata. Fino agli anni 50′ la squadra del Basso Reno si è alternata tra divisioni regionali e cambi di denominazione (dovuti a fusioni e scissioni alternatesi per diverse decadi), trovando finalmente una stabilità nella seconda metà del secolo, assestandosi definitivamente in prima divisione.

Come detto, è negli anni 60′ che il Borussia Mönchengladbach inizia a costruire le fondamenta per il futuro, mettendo i primi mattoncini che daranno poi la struttura cardine per la squadra che sorprenderà l’Europa nella decade successiva. Proprio nel 1960 arriva a sorpresa la prima Coppa di Germania (Occidentale, ancora eravamo agli albori della divisione delle due Germanie), contro il Karlsruhe; tutto questo accade negli anni in cui stava nascendo una nuova lega, un campionato che avrebbe poi dato forma a quella che oggi è la Bundesliga: il Gladbach non riuscì a qualificarsi immediatamente, tanto da passare due stagioni nella seconda divisione tedesca, fino a quando, nel 1965 raggiunse la promozione dopo un soffertissimo spareggio.

Da qui, ha inizio tutto.

I bianconeroverdi sono una squadra poco conosciuta nel panorama nazionale, hanno vinto soltanto un trofeo nei primi 65 anni di storia, e arrivano da neopromossa in Bundesliga: eppure qualcuno inizia a notarli fin da subito. L’allenatore è Hennes Weisweiler, giocatore ed allenatore del Colonia – città nella quale ha lavorato per anni all’Accademia dello Sport che oggi porta il suo nome  – e condottiero del Gladbach nella stagione della promozione in Bundes: un uomo che conosce non soltanto il calcio in tutte le sue sfaccettature, ma è anche un ottimo insegnante. Weisweiler ha grandi doti pedagogiche, sa stare con i giovani e sa come coltivarli sia umanamente che calcisticamente. E non a caso gli viene affidata una squadra giovane, cresciuta prevalentemente nel vivaio della società, e soprattutto talentuosa.

Prima un logico ambientamento alla massima serie, poi il salto di qualità: il Borussia inizia a farsi vedere ai piani alti della classifica, raggiungendo il terzo posto nel 1968, e confermandolo poi nel 1969. La squadra di Weisweiler cresce a vista d’occhio, una conseguenza logica di un progetto che parte da lontano e che si sta sviluppando a velocità sempre più elevata (forse molte società di oggi dovrebbero dare un’occhiata al passato, per ottenere un presente più roseo), ed infatti nel 1970 arriva il primo titolo tedesco: il Mönchengladbach diventa campione di Germania per la prima volta nella sua storia, una città che oggi vanta poco più di 200mila abitanti che si ritrova sul tetto di uno dei più grandi campionati europei.

Il vanto più grande non sarà soltanto quello di riuscire a diventare la prima squadra tedesca a vincere 2 titoli consecutivi, prima addirittura del grande Bayern, ripetendosi anche nel 70/71, ma è l’esserci riuscito con la propria gente. Come abbiamo detto, il Mönchengladbach ha costruito una squadra giovane fin dalla metà degli anni ’60, ma soprattutto l’ha sviluppata all’interno del proprio vivaio: ne sono usciti giocatori completi, un lusso per il calcio europeo dell’epoca, quali il terzino Berti Vogts, il centrocampista Günter Netzer e il temibile attaccante Jupp Heynckes, proprio colui che per ultimo ha portato il triplete – da allenatore – al grande Bayern.  Giovani, scattanti e talentuosi, dalle parti di Mönchengladbach sembra esserci una polvere magica che fertilizza i campi da gioco, perchè il Borussia ha giocatori dinamici, forti fisicamente, e dotati di grande tecnica. E sono guidati da un maestro che li fa giocare divinamente.

E forse non è un caso, ma Mönchengladbach è situata molto a ridosso del confine con l’Olanda, motivo per il quale le influenze del calcio totale olandese sono arrivate molto velocemente da quelle parti. Calcio offensivo, divertente, con giocatori veloci nel leggere il gioco e capaci di intendersi in ogni zona di campo col pallone tra i piedi: il risultato è scontato, non arriveranno i successi soltanto in campo nazionale, ma anche in Europa. Sono talmente belli da vedere che ricordano i giovani cavalli di razza, i puledri che già ti danno l’idea di essere una bellezza in potenza incommensurabile. Per questo la stampa dell’epoca e, conseguentemente, i tifosi bianconeroverdi iniziarono a chiamare il Gladbach Die Fohlen, ossia proprio i puledri.

L’EUROPA CHE TRASFORMA IN MITO

La mandria di ragazzini terribili di Weisweiler non solo sorprende la Germania, ma arriva a farsi conoscere anche in campo europeo. E anche qui, ci fu un approccio graduale. Le prime due partecipazioni alla Coppa dei Campioni culminarono con l’eliminazione in entrambi i casi agli ottavi di finale, con l’episodio più unico che raro della “partita della lattina”: nel 1971-1972 è l’Inter ad affrontare il Gladbach, e nella partita di andata (finita 7-1 per i tedeschi) una lattina lanciata dagli spalti affollati dai tifosi tedeschi colpì Bonimba, Roberto Boninsegna. L’episodio lasciò poco più di qualche strascico sul momento, ma ad incuriosire furono due gesti: il primo, quello di un poliziotto tedesco che lestamente nascose la lattina che colpì lo storico attaccante nerazzurro e della nazionale italiana, il secondo invece quello di Mazzola, che fu ancora più furbo nel rubare un’altra lattina ad alcuni tifosi dell’Inter per usarla come testimonianza di quanto accaduto.

La partita finì, si disputò anche la partita di ritorno (vinta dai nerazzurri per 4-2), ma la grande abilità oratoria del celeberrimo Avvocato Peppino Prisco permise all’Inter di ottenere la possibilità di disputare nuovamente la partita d’andata, nonostante all’epoca non esistesse quest’opzione legata ad un’eventuale responsabilità oggettiva di una delle due tifoserie o delle due società. Ivano Bordon parò tutto nel match giocato sul neutro di Berlino, salvò il vantaggio ottenuto in precedenza – sembra assurdo – nella partita di ritorno, e con lo 0-0 fu l’Inter a passare il turno. Una delle prime cocenti delusioni dei bianconeroverdi in campo internazionale.

Nella stagione successiva arrivarono altrettanti successi ma anche altrettante sconfitte: il 1973 vide il Gladbach vincere la Coppa di Germania contro il Colonia ai supplementari, grazie al gol del fuoriclasse della squadra Neltzer. L’altra grande finale disputata dai fohlen, la finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool del grande King Kevin Keegan, fu invece portata a casa dai reds che non lasciarono scampo ai ragazzini terribili di Weisweiler: un 3-0 all’andata che rese inutile il tentativo di rimonta nel ritorno, finito 2-0 per i tedeschi. Il Liverpool è ormai riconosciuto dai tifosi del Gladbach come la vera e propria bestia nera del club, visto che anche nel 1977 furono gli inglesi a togliere nuovamente il sogno di vincere la massima competizione europea per club al Borussia.

E quindi perchè si parla del grande Borussia Mönchengladbach in Europa, se è sempre uscito sconfitto in finale?

Perchè l’epoca d’oro degli anni ’70 vissuta nella Bassa Renania non portò soltanto 5 titoli nazionali e 2 finali di Coppa dei Campioni raggiunte, ma anche ben 2 vittorie in Coppa UEFA: la prima nel 1975 contro il Twente, che riuscì a resistere in casa pareggiando per 0-0, per poi crollare in Germania perdendo 5-1 sotto i colpi degli indemoniati Heynckes (tripletta) e Simonsen (doppietta); la seconda invece fu l’ultimo acuto degli anni d’oro del Gladbach, la vittoria contro la Stella Rossa – ancora una volta per mano di Simonsen, vincitore del Pallone d’Oro 1977 – fu infatti il canto del cigno di un gruppo che per 10 anni ha tentato di contendere qualsiasi titolo ad un colosso come il Bayern.

A volte ci si dimentica di squadre come il Borussia, per il semplice fatto che il Bayern Monaco, già all’epoca, riusciva a portare a casa titoli su titoli, come le 3 Coppe dei Campioni vinte consecutivamente (succedendo al grande Ajax di Johan Crujiff). Proprio quella coi bavaresi fu la rivalità più sentita in campo nazionale: i bavaresi erano la squadra pragmatica e tattica, a tratti quasi non umana, che era sempre ordinata e organizzata in ogni momento della partita; dall’altra i giovincelli del Gladbach, tutti fuoco e fiamme, senso d’appartenenza e voglia di sovvertire ogni pronostico a suon di giocate e dribbling. Da una parte la scuola più disciplinata di Udo Lattek, dall’altra l’anarchia “organizzata” di Hennes Weisweiler. Ma anche queste due scuole finirono poi per uniformarsi l’una con l’altra, quando anche il Borussia, volenteroso di poter provare il grande salto anche in campo europeo, si affidò proprio a Lattek dopo il passaggio del maestro Weisweiler al Barcellona. Un cambio che lasciò il segno, che potrebbe essere solo paragonabile ad un Guardiola che viene sostituito al Barça da Mourinho.

Poco male, il Mönchengladbach ha vinto con entrambe le scuole, quindi porta nel cuore entrambi gli allenatori.

UNA GRANDE ACADEMY

I grandi successi di questa società sono nati da un vivaio roseo e di caratura internazionale, dal quale sono usciti giocatori che hanno fatto sì che quella degli anni ’70 possa essere chiamata “generazione d’oro”. Günter Netzer è stato uno dei principali nomi del calcio tedesco di quell’epoca: nato proprio a Mönchengladbach e cresciuto nell’Academy del club, si è trasformato in uno dei centrocampisti più eleganti di quegli anni, tanto da essere voluto fortemente dal Real Madrid come risposta all’acquisto di Johan Crujiff del Barcellona. Un’onorificenza niente male.

Un altro giocatore di spessore mondiale fu Jupp Heynckes, che da attaccante fu il primo in maglia Gladbach a vincere il titolo di capocannoniere tedesco; una carriera dedicata quasi per intero alla squadra che lo ha visto nascere (11 stagioni) e anche una grande parte da allenatore (9 stagioni): 20 anni di calcio offerti alla sua città, che lo hanno reso prima uno degli attaccanti più famelici della storia del calcio tedesco (recordman di presenze se si somma la carriera da giocatore e quella da allenatore) e uno dei più grandi allenatori della storia recente.

Vogts invece fu il capitano di quella squadra, lui sì che dedicò tutta la sua vita calcistica ai colori del cuore: 419 partite e 33 gol con il Borussia, soltanto perchè a 33 anni fu fermato da un infortunio che ne concluse anticipatamente la carriera. Il terzino della nazionale tedesca dal fisico minuto fu una colonna del suo club da giocatore, e le conoscenze acquisite con allenatori del calibro di Weisweiler e Lattek gli permisero di diventare per ben 8 anni il CT della nazionale tedesca.

Anche nelle stagioni successive il Mönchengladbach si è rivelata una delle fucine di talenti più rigogliose del panorama teutonico: negli anni ’80 i due più grandi nomi furono quelli di Uwe Rahn (capocannoniere e miglior giocatore del campionato 86-87) e quello di Lothar Matthäus, accusato dai tifosi bianconeroverdi di alto tradimento per aver sposato la causa Bayern dopo più di 150 presenze col club che lo aveva lanciato nel grande calcio. Uno dei più grandi tradimenti del calcio tedesco. Negli anni ’90 fu la volta di Stefan Effemberg, che esplose col Gladbach, passò anche lui al Bayern, ed è ricordato mal volentieri dai tifosi della Fiorentina: il suo acquisto – sulla carta un grandissimo colpo – coincise con un’inaspettata retrocessione in Serie B dei viola.

Nei tempi più recenti si sono visti talenti poi incompiuti come Marko Marin – per qualche anno uno dei giocatori più forti del panorama tedesco giovanile – e soprattutto Marco Reus: non esattamente cresciuto a Mönchengladbach, ma i suoi primi passi nel calcio che conta li ha mossi proprio al confine con l’Olanda.

E non è un caso che, dove si è giocato per anni il calcio più bello di Germania, in un modo o nell’altro vadano a finire i grandi talenti del fußball tedesco.

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Calcio Internazionale

Marocco, El Kaddouri: “Qualcuno ha rovinato la festa”

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Marocco

La vittoria ai rigori del Marocco ai danni della Spagna ha letteralmente fatto impazzire di gioia un intero popolo, che mai aveva visto la propria nazionale spingersi così tanto avanti in un torneo come la Coppa del Mondo.

Ai festeggiamenti, seppur con un po’ di amarezza, non può non prendere parte anche Omar El Kaddouri, centrocampista marocchino del PAOK Salonicco che ha legato la quasi totalità della sua carriera al calcio italiano (dove del resto si è formato), vestendo maglie prestigiose come quelle di Napoli Torino.

In un’intervista rilasciata a Sky Sport, El Kaddouri, ha espresso sentimenti contrastanti riguardo il Mondiale fin qui giocato dai Leoni dell’Atlante, che spaziano dalla mancata convocazione (non veste la maglia della sua nazionale da ormai più di 2 anni) agli incidenti verificatisi a Bruxelles nel corso dei festeggiamenti della comunità marocchina per lo storico trionfo:

In questo inizio di stagione purtroppo ho avuto diversi problemi fisici, e non avevo grandi aspettative sulla convocazione. Per tutti noi è qualcosa di incredibile arrivare ai quarti, ed è giusto festeggiare. Mi spiace che in Belgio ci siano stati degli incidenti, che fortunatamente in Marocco non si sono verificati; sono cose che non devono succedere, ma purtroppo qualcuno ha trovato il modo di rovinare la festa”.

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Flash News

In casa Juventus si monitora la situazione di Pogba e Chiesa

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Pogba

In questo momento in casa Juventus i più attesi sono inevitabilmente Paul Pogba e Federico Chiesa.

I due sono stati infortunati per tutto questo inizio stagione ma dopo la sosta per il Mondiale dovrebbero tornare entrambi a disposizione per l’impiego in gara ufficiale.

Federico Chiesa ha già avuto l’opportunità di scaldare i motori contro PSG, Inter e Lazio ma non è ancora al top della forma. Paul Pogba invece dovrebbe tornare disponibile nel match del 13 gennaio contro l’attuale capolista Napoli.

Secondo quanto riporta Sky Sport l’ex United testerà il suo ginocchio in queste settimane.

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Calcio Internazionale

Gakpo sui rumors dell’estate: “Ho aspettato lo United ma niente”

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Gakpo

Cody Gakpo è negli interessi del Manchester United già da tempo, ma i Red Devils non hanno mai presentato un’offerta né al PSV Eindhoven e né al giocatore.

Queste le parole del classe ’99 al medium olandese NRC in merito alla vicenda: “È stato un periodo duro, ma ho imparato. Adesso approccerò le cose in maniera diversa, ciò che arriva, arriva. Io ho pensato al Manchester United, poi però non sono arrivati. Ho iniziato a dubitare.. Poi è arrivato il Leeds, ma dovevo andare lì? Ora aspetto per tutto. Non ho più risentito nulla dallo United, quando si faranno vivi allora ci penserò. Ho sempre l’aiuto di Dio nel prendere questa decisione”.

Cody Gakpo sembra quindi molto concentrato sul presente, non vuole farsi aspettative o fantasie particolari, il presente adesso è l’Olanda e Qatar 2022.

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Calciomercato

L’Empoli a caccia di rinforzi: spunta il nome di Piccoli

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Fantacalcio

Uno dei dati che meglio rende l’idea del campionato disputato fin qui dall’Empoli è quello dei gol segnati: in 15 partite di Serie A la squadra toscana ha gonfiato la rete avversaria in appena 12 occasioni.

Solo due squadre sono riuscite a fare peggio, ossia Cremonese e Sampdoria, che occupano ormai stabilmente la zona retrocessione.

In vista della seconda parte del campionato, Zanetti avrebbe dunque bisogno di irrobustire notevolmente il proprio reparto offensivo; oltre al nome estremamente suggestivo di Francesco Caputo, di cui si è già parlato nei giorni scorsi, in base a quanto riportato da PianetaEmpoli, si penserebbe all’acquisto di Roberto Piccoli, classe 2001 di proprietà dell’Atalanta (attualmente in prestito al Verona) che ancora non ha trovato sufficiente spazio per mostrare le proprie potenzialità.

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