“Hey Jude, don’t make it bad” … echeggiano gli altoparlanti … “Take a sad song and make it better” … riversa sugli spalti il poliedrico canto profuso da gote rigonfie di passione … “Remember to let her under your skin, then you’ll begin to make it better. Better better better better better, ah!”.

Un parnaso capace di rendere una le migliaia di bocche allineate a contorno del viride palcoscenico sul quale da lì a poco faranno il loro ingresso i ventidue fanti, causa di questa ludica adunanza.

Il nostro racconto di Griffin Park, ultracentenario fortino del Brentford Football Club, non poteva che avere inizio con parole di poetica fattura, senza dubbio le più appropriate per introdurvi al racconto con il quale vogliamo provare a farvi innamorare di un vero monumento del calcio albionico.

Foto: partita a Griffin Park

Foto: partita a Griffin Park

BIRRA NELLE VENE

Griffin Park. Da non confondere con Griffith Park, celeberrimo parco di 4,310 acri esteso sulle Montagne di Santa Monica, Los Angeles, California, e all’interno del quale, sul lato sud del Monte Lee, spiccano incontrastate le nove lettere utilizzate per generare l’inconfondibile scritta ‘Hollywood’.

Un verde simile a quello che si trovava nel London Borough of Hounslow, Greater London, dove nel 1903 il grande frutteto di proprietà della The Fuller’s Griffin Brewery venne abbattuto da volontari locali per far spazio a quello che dall’anno successivo, ad oggi, sarebbe diventata la nuova casa della squadra di quartiere.

L’agente immobiliare, nonché all’epoca presidente del Fulham FC, Henry Norris, il manager del Brentford Dick Molyneux e il presidente del club Edwin Underwood siglarono infatti con la birreria un contratto d’affitto per ventun anni di quel terreno sito in Ealing Road, con l’opzione di poterlo poi acquistare a titolo definitivo in un secondo momento per l’eccezionale cifra di 5,000 sterline.

Nel 1904 nacque così Griffin Park, il cui nome come avrete già compreso null’altro è se non un atto di ricordo nei confronti della Brewery dei Fuller – la quale all’epoca possedeva infatti il The Griffin, pub utilizzato in un primo periodo dal Brentford come spogliatoio – e che nel 1845 (anno di fondazione della birreria) scelse un grifone come simbolo da associare al proprio brand.

Dalla birra, metaforicamente, Griffin Park è quindi sorto e dalla birra si è lasciato letteralmente circondare per gran parte della propria storia, arrivata quest’anno al suo malinconico finale.

Unico stadio britannico in attività a possedere un pub a ognuno dei suoi quattro angoli (merito del The Griffin, del Princess Royal, del The Real Oak – altrimenti noto anche come Fourth Corner – e del The New Inn), il 2020 sarà ricordato da tutti gli amanti del Brentford come l’anno della chiusura – e dell’abbattimento – di Griffin Park (il suo posto verrà preso da 648 nuovi appartamenti e 75 villette, come d’accordo con la nota agenzia di costruzioni Wilmott Dixon).

Foto: partita a Griffin Park

Foto: partita a Griffin Park

TONDO E OVALE

Iniziata nel 2017 la costruzione del futuro Brentford Community Stadium, la stagione 2020/2021 sarà per le Bees la prima nel nuovo impianto da 17,250 posti (4,487 in più rispetto ai 12,763 indicati attualmente a lato della voce ‘capacity’ a Griffin Park).

Un progetto partito nel 2002, quando il Bees United, ‘The Brentford FC Supporters Trust’, scelse Lionel Road come area sulla quale ergere il nuovo campo da gioco. Terra acquistata poi dal Brentford nel 2012 da Barrat Holmes, grazie al lavoro sia del Bees United che di Matthew Benham, attuale proprietario del club, e sulla quale tra pochi mesi potranno danzare con una sfera tra i piedi i ballerini del Brentford e scalciare con un ovale tra le braccia i puledri del London Irish, squadra di Premiership Rugby Union (nel 2017 si è infatti assicurata il diritto di disputare le proprie partite casalinghe in questo nuovo impianto).

Calcio e rugby dunque. Così come è già avvenuto proprio a Griffin Park nel corso dell’ultimo secolo, dove la prima squadra del Brentford, quella riserve del Chelsea FC e i London Broncos di rugby si sono potuti mettere in mostra a fasi alterne.

Risultato derivante dalla duttilità di uno stadio che nel corso dell’intera sua storia si è saputo rinnovare senza timore al cambiare di ogni epoca, mantenendo al contempo come essenza primaria un legame con un passato antico e a tratti mitologico.

Foto: partita a Griffin Park

Foto: partita a Griffin Park

IL GAIO E LA FENICE

D’altronde “il calcio è nato a Brentford nel 54 a.C.” narra la leggenda, quando Giulio Cesare si dilettò a pungere con ripetuti colpi di falangi il teschio solitario di un combattente britannico caduto in battaglia. Un mito curioso, e che null’altro ha l’ambizione di diventare vista l’infondatezza storica del suo essere (non è infatti mai stata dimostrata la presenza del Gaio in questo luogo, dove si narra che attraversò il Tamigi al culmine della Battaglia di Brentford contro il re locale Cassivellaunus).

Ma la mitologia col tempo a Brentford si è fatta capanna, rendendo fenice quel grifone arrostito per inumano difetto l’uno febbraio del millenovecento ottantatré alle undici e trenta post meridiem. Un cortocircuito nella sala boiler diede inizio al poi rinominato Great Fire of Brentford, incendio che distrusse gran parte della Braemer Road Stand, portando oltre 150,000 danni in sterline.

Un fuoco che non bastò però a rendere arido un terreno nella cui memoria era ancora presente la ricetta utilizzata agli albori per produrre frutti copiosi. Una rinascita continua, già avvenuta in duplice occasione quando nel corso della Seconda Guerra Mondiale due bombe partite dal cielo finirono le rispettive corse nel medesimo luogo, costringendo così a inaspettati cambiamenti uno stadio che la sua prima grande rivoluzione l’aveva vissuta negli anni ’30.

CONTINUO MOVIMENTO

Composto inizialmente dal solo rettangolo di gioco unito a un’embrionale Braemer Road Stand – costruita con i resti del vecchio Boston Park, ultimo stadio utilizzato dal Brentford prima del passaggio al nuovo impianto nel 1904 – e incastonato tra le case di quartiere, fino al 1927 Griffin Park si lasciò circondare su tre lati da terrapieni naturali sui cui gradoni potevano poggiare suole e natiche gli svariati visitatori.

Gli anni dello swing e della nascita dei Mondiali di calcio hanno finito così per aggiungere strati di cipria al volto di un Griffin Park fino a quel momento più ‘al naturale’ possibile. Sorse la nuova Main Stand in Braemer Road, vide la luce una nuova tribuna coperta nell’opposta New Road e una piccola analoga porzione nell’angolo a contatto con Brook Road, completata poi da file di terraces, tratto distintivo anche del lato parallelo a Ealing Road.

Per celebrare la seconda importante rivoluzione bisogna invece attendere il 1938 – come riportato nel dettaglio dalla rivista di settore Groundtastic – quando la pioggia imparò a baciare la lamiera prima di completare la propria naturale caduta. L’aggiunta di nuovi tetti finì infatti per sommare carne a corpi metallici fino a quel momento scheletrici, coprendo quasi interamente la Main Stand, la tribuna in Brook Road e quella in New Road (rinominata nel 2007 Bill Axbey Stand, a seguito della scomparsa di un tifoso delle Bees capace di accompagnare la squadra senza interruzione per 89 anni), dove fece la sua comparsa il primo grande banner pubblicitario.

Foto: partita a Griffin Park

Foto: partita a Griffin Park

Un dipinto posto a corona del tetto e la cui missione era quella di attirare l’occhio umano dall’alto al basso. Con sguardo orientato al cielo, la sua clientela era – ed è ancor’oggi – le pupille dei passeggeri a bordo degli aerei impegnati a decollare o atterrare al vicino aeroporto di Heathrow.

Un’operazione di marketing all’avanguardia, nonché uno dei due grandi tratti distintivi di Griffin Park. L’altro? Le terraces.

ANDARE PER GRADONI

Linfa vitale per i tifosi delle Bees, le terraces sono infatti classificabili come il cuore pulsante del fortino made in Brentford. La Ealing Road Stand – chiamata anche Bias Stand per via dello sponsor ‘Brentford Indipendent Association of Supporters’ – ha imparato a ospitare a fasi alterne sulla propria terrace tifosi casalinghi e in trasferta (ora riempita dal pubblico di casa, per un certo periodo è stata infatti concessa in esclusiva ai supporters avversari), la cui nuova dimora dal 2007 è l’opposta Brook Stand.

Wendy House la chiamano ironicamente gli abitanti del luogo, per via di quella forma da casetta dei giochi per bimbi in tenera età che tanto ricorda agli inglesi. Composta da due porzioni distinte, la fascia alta ospita 1,600 seggiolini mentre la fascia bassa è formata esclusivamente da terraces.

Foto: partita a Griffin Park

Foto: partita a Griffin Park

Cuore pulsante di Griffin Park, appunto, tanto da lasciare un chiaro ricordo nella mente di chi in questo impianto ci è passato: l’attuale tecnico del Leicester Brendan Rodgers.

Parte integrante dello staff del Chelsea tra il 2004 e il 2007, il nordirlandese con le riserve dei Blues si è trattenuto più volte in quel di Brentford, come ricordato quest’anno a margine della gara di FA Cup vinta per 1-0 dalle sue Foxes sulle Bees.

“Griffin Park con le sue terraces ti riporta indietro nel tempo, facendoti riassaporare il calcio vero”.

Unico stadio di Championship al quale dalla stagione 2018/2019 in poi è stato concesso il permesso speciale di mantenere le terraces su due lati del campo, fomentando così la speranza negli animi dei tifosi di poter mantenere questa tradizione anche nel futuro impianto.

Attraverso la #StandUpForChoice campaign le Bees hanno infatti provato a spingere le autorità competenti al dire sì a una porzione di Safe Standing nel nuovo Brentford Community Stadium, loro malgrado senza successo.

A restare sarà dunque il solo ricordo.

Uno tra i tanti legati a Griffin Park. Come quello di aver vinto tutti i 21 matches casalinghi nella stagione 1929/1930, terminata al secondo posto in Third Division dal Brentford, superato in classifica solamente dal Plymouth Argyle (squadra fortemente legata alla storia di Griffin Park, in quanto protagonista nel ruolo di avversaria nella prima partita disputata dal Brentford in quest’impianto). O ancora come quello che un giorno d’estate nel 1948 legò per una volta il distretto londinese all’Italia, con la Nazionale azzurra vincitrice per 9-0 sugli USA nei Giochi Olimpici ospitati quell’anno dalla Gran Bretagna e vinti calcisticamente dalla Svezia del poi celebre Gre-No-Li milanista in finale contro la Jugoslavia (doppietta proprio di Gunnar Gren e goal di Gunnar Nordahl. A secco invece Nils Liedholm).

ULTIMO VALZER

“Più di tutto però mancherà l’avere un pub a ogni angolo dello stadio– ha invece tuonato Mr. Gary Levine (tifoso che gestisce lo store online ‘TW8 Casuals’), come riportato da SW Londoner – Non esiste altro club nel Paese ad avere ciò e per noi è un qualcosa di iconico. Sia i tifosi di casa che quelli ospiti amano questa peculiarità”.

Toccherà fare un brindisi allora, o forse quattro. Uno per ogni angolo. Con la speranza poi di poterne aggiungere un quinto a celebrazione di quella che tutti a Brentford sognano poter essere la prima storica promozione in Premier League. Coronavirus permettendo.

Prima dell’interruzione dei campionati a causa dell’emergenza sanitaria, il Brentford si trovava infatti al quarto posto in classifica in Championship, a 60 punti e in piena zona playoffs. Undici in meno del Leeds capolista, sei in più del Millwall ottavo, e con la consapevolezza di poter davvero scrivere una nuova pagina unica della propria storia.

Un romanzo rosa il cui ultimo capitolo potrebbe nascondere il lieto fine più gradito, sebben al momento governato dalla sola incertezza.

Organizzato inizialmente per il 2 maggio 2020, in occasione della sfida di campionato contro il Barnsley, il canto del cigno del Brentford a Griffin Park non ha ora più data nota. Un non sapere che genera apprensione nelle menti di chi prima di compiere un deciso passo nel proprio futuro altro non sente se non la necessità di chiudere amabilmente con il proprio passato.

Un’ultima grande prestazione in quel rettangolo da 110 x 73 yards, baciati dai fari dei quattro lampioni a spiovente nei corners e accompagnati ancora una volta da quel mistico ‘Hey Jude’, pronto poi a echeggiare nuovamente a meno di un miglio di distanza.

Stringendosi sulle terraces. Assaporando una pinta come anticipo del calcio d’inizio. A saluto di un fedele servitore il cui ricordo resterà poesia universale.

Griffin Park. “They don’t make them like this anymore”.

Fonte immagine in evidenza: partita a Griffin Park