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Calcio e dintorni

Calcio e politica: un binomio complesso

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Calcio e politica, politica e calcio. Un binomio che nel mondo e soprattutto nel nostro paese non è mai stato considerato politically correct ma che ci ha fatto vivere momenti di vero scontro, rendendo il campo di calcio una vera e propria arena politica. E’ quello che è successo a Sergio Pellissier in un intervista rilasciata recentemente a Radiorai all’interno del programma ‘Un giorno da Pecora’:

Mussolini? Secondo me ha fatto delle cose buone, come le bonifiche e le opere architettoniche, ma anche cose davvero brutte.

Una frase destinata a sollevare un polverone mediatico a cui l’attaccante del Chievo ha prontamente risposto con un post:

Le frasi pronunciate a Radiorai sono state travisate. Se andiamo ad ascoltare tutta l’intervista si nota come io non abbia fatto riferimento al regime come una cosa buona ma che anzi abbia sottolineato come tantissime opere del fascismo non siano minimamente difendibili. Ho però evidenziato come tante infrastrutture sono ancora oggi parte della nostra nazione e che questo è e rimane un dato di fatto. Io non sono di sinistra, ma nel nostro paese oggi non bisogna più guardare agli schieramenti politici, ma solo a chi ha buone idee per risollevare l’Italia.”

POLVERONE

Un Pellissier in grande spolvero in queste settimane che – a 39 anni – fa ancora parlare di sé in campo e fuori. Il grande polverone mediatico nato da questa sfortunata dichiarazione permette però di evidenziare quanti, fra quelli che hanno calcato i campi della Serie A, portandoci un pizzico di politica, hanno rivendicato il proprio diritto a pensare.

2008 – CHRISTIAN ABBIATI

Parlando di Fascismo non si può non citare Christian Abbiati, ex portiere del Milan, che in un’intervista rilasciata a Sport Week nel 2008 ha candidamente dichiarato come la sua fede politica sia vicina al fascismo mussoliniano per ciò che riguarda l’ordine e la sicurezza. Si discosta, nell’intervista, dalle leggi razziali e dall’alleanza con i nazisti:

Del fascismo rifiuto le leggi razziali, l´alleanza con Hitler e l´ingresso in guerra, ma mi piace la capacità che aveva di assicurare l´ordine, garantendo la sicurezza dei cittadini.”

2005 – PAOLO DI CANIO

Quel tatuaggio fa parte del mio passato e non voglio pagare per qualcosa che non appartiene più al mio essere odierno. Rimuoverlo? Non ci ho mai pensato, sarebbe come rimuovere parte della mia esistenza e parte dei miei errori. Ora spero di avere un’altra possibilità per dimostrare chi sono, le mie figlie lo sanno, di me sono orgogliose.”

Si riferiva al tatuaggio con la scritta “Dux” per il quale nel 2017 Sky si trovò costretta ad interrompere il suo show sulla Premier League perché la comunità ebraica si era sentita offesa dall’esposizione mediatica di tale scritta. Non era però un mistero che Di Canio fosse in passato legato ad ideologie fasciste: nel 2005 durante un derby tra Roma e Lazio l’attaccante biancoceleste esultò dopo un goal con il saluto romano verso la Curva Nord dei suoi tifosi, generando reazioni incontrollate da parte di chi quel gesto lo condanna come apologetico del regime fascista. Non ci interessa in questa sede discutere delle sanzioni e delle conseguenze a cui andò incontro Di Canio, ma del gesto politicamente orientato che il calciatore portò in un luogo dove la politica ha sempre fatto fatica ad entrare, quanto meno in maniera così diretta. L’intervista, rilasciata nel gennaio 2017 ad un giornalista del Corriere della Sera, prosegue con la lettera inviata da Di Canio all’Unione delle comunità Ebraiche italiana così motivata:

Mia moglie mi dice che Ludovica, la nostra primogenita che studia a Londra, fa finta di niente perché mi vuole bene, ma soffre come una bestia. Mi chiedo cosa posso fare, a chi posso spiegare una volta per tutte il mio pensiero. La comunità ebraica è stata la più toccata da quella involontaria apparizione. Sono persone davanti alle quali posso solo chinare il capo. Ho preso carta e penna.”

Paolo Di Canio, West Ham United

ANCORA LA LAZIO

Era il 1974, la Lazio era prossima alla conquista del suo primo scudetto e Giorgio Chinaglia giocava in attacco nella formazione biancoceleste. Il tifo, da sempre connotatosi con una forte impronta di destra, ha prodotto nel tempo varie evoluzioni di questa inclinazione verso le frange più estreme a livello politico e Chinaglia, ottimo attaccante, se ne ritrovò risucchiato.

Io non ero fascista, insomma con Mussolini e quelle cose lì non c’entravo niente. Di politica non ci ho mai capito nulla, non mi è mai interessato niente, destra, sinistra o centro per me era la stessa cosa. Ma mi piaceva Giorgio Almirante: poco politicante, così fuori dagli schemi. Un po’ tutta la mia Lazio, se vuoi aveva quello spirito: forte, aggressiva e sfacciata. E, soprattutto, fuori dal Palazzo.

(Tratto dal libro di Guy Chiappaventi ‘Pistole e Palloni’)

Insomma, dichiarazioni riguardo il candidato Giorgio Almirante fatte nel 1974 da giocatore della Lazio gli valsero l’etichetta del fascista anche se, forse, non era sua intenzione dichiararsi tale. Da sempre fuori dagli schemi convenzionali, Chinaglia fu l’eroe del primo scudetto biancoceleste e al centro di una polemica agli inizi degli anni settanta.

1970: SOLLIER E LA SINISTRA

Anche la sinistra ebbe i suoi alfieri sui campi da calcio e il primo a rendersi noto al pubblico per il gesto dei ‘Pugni chiusi’ fu Paolo Sollier, ex attaccante del Perugia di combattimento e lotta in mezzo al campo ma di pensiero e forte volontà fuori dal rettangolo di gioco. Noto scrittore con il testo edito a stampa “Calci e sputi e colpi di testa” che gli valse un deferimento dalla FIGC (descriveva il mondo del calcio in modo differente, visto con occhi distanti dal quotidiano), si fece riconoscere grazie al saluto rivolto ai suoi tifosi ai tempi del Perugia con il pugno chiuso. Tale saluto gli provocò l’antipatia dei tifoserie come quella della Lazio, opposte per idee politiche in un periodo storico, gli anni ’70, dove la società stava cambiando e una presa di posizione politica fatta da un personaggio così mediaticamente esposto era, come oggi, un qualcosa che destava scalpore. Anni dopo lo stesso Sollier spiegherà il gesto:

Non era propaganda. Non era un gesto indirizzato ai tifosi ma a me stesso, per ricordarmi ogni volta chi fossi e da dove venivo. E per far sapere ai miei amici che restavo quello di sempre. Il ragazzo che al campetto, tanti anni prima, così si rivolgeva a loro. Con quello che per noi era un segno di riconoscimento.”

Stesse parole usate da Di Canio per raccontare il suo saluto romano alla curva della Lazio: un senso di appartenenza che coinvolge però simboli e gesti ad alta risonanza. Sollier commentò così questo accostamento:

Quel pugno era la conseguenza del mio percorso, di uno che ha iniziato nei movimenti cattolici del dissenso come il Gruppo Emmaus o Mani Tese e poi è passato alla militanza politica. Se il suo gesto aveva la stessa genesi, allora, pur rimanendo agli opposti, non ho nulla da dire. Diverso, invece, se lo ha fatto per accattivarsi consensi da parte dei tifosi.”

Niente strumentalizzazioni ma solo espressione del sé uomo oltre che del sé calciatore, per il primo fra coloro che calcarono un campo di calcio a portare la politica nel rettangolo verde.

CRISTIANO “IL CHE” LUCARELLI

L’ultimo caso è quello di Cristiano Lucarelli, ex attaccante del Livorno che nel 1997, dopo aver segnato in una gara dell’Under 21, alzò la maglietta mostrando l’immagine del Che Guevara. La F.I.G.C. liquidò la cosa come un episodio da non ripetersi mai più, ma a distanza di vent’anni l’attaccante è tornato a parlare sottolineando come la sua manifesta appartenenza alla sinistra ne abbia condizionato la carriera:

Essere comunista, nel calcio, non è un vantaggio. Per me di certo non lo è stato. Ma io sono così, e non sono neanche un attivista. Ho le mie idee, e questo è tutto. Nel calcio c’è sempre qualcuno che è interessato a quello che succede fuori dal campo. Questo è anormale. Essere normali, nel calcio, è anormale.”

Era il 2017 e a Valentin Pauluzzi di So Foot, Cristiano Lucarelli raccontava il suo disagio nel constatare come le sue idee politiche si siano scontrate con il mondo nel quale ha vissuto: un’intervista che fece scalpore, a sottolineare una volta di più il forte legame tra il rettangolo di gioco e ciò che succede al suo esterno.

METAFORA DELLA VITA

Così lo definì Jean Paul Sartre nel corso del secolo scorso, metafora della vita e, aggiungiamo noi, amplificatore dei fatti del mondo. Proprio per questo i palcoscenici dove stelle mondiali del calibro di Neymar, Messi e Cristiano Ronaldo diventano arene nelle quali un messaggio veicolato nel modo sbagliato può essere mal interpretato da milioni di persone. E’ quello che recentemente è successo a Xakha e Shaqiri nel corso dell’ultimo Mondiale di Russia: dopo aver segnato i goal che permisero alla Svizzera di avere ragione sulla Serbia, i due calciatori hanno mimato il gesto dell’Aquila con le mani, chiaro rimando all’Albania e ai dissidi con la Serbia. Solo un altro esempio di come il mondo del calcio non è mai stato estraneo ai fatti politici e di quanto possa diventare potente e virale un gesto fatto su un palcoscenico mondiale come un campo di calcio.

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Calcio e dintorni

L’ultimo Mondiale: Qatar 2022 e l’addio dei giganti

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Müller, che bordata a Haaland!

Il Mondiale di Qatar 2022 è ormai entrato nella sua fase decisiva, tra tonfi clamorosi e liete sorprese.
Mentre l’attenzione è rivolta alle ultime partite del torneo, si pensa già alla prossima kermesse, quella del 2026 che si svolgerà tra USA, Messico e Canada.
Il prossimo Mondiale, però, segnerà uno spartiacque nella Storia del calcio: sarà infatti il primo senza i due fenomeni che hanno cannibalizzato gli ultimi 20 anni dello sport più amato al Mondo.
Qatar 2022 sarà l’ultima recita di Lionel Messi e Cristiano Ronaldo sul palcoscenico più importante, la vera e propria fine di un’epoca per tutti gli appassionati.
Ma i due campioni non sono gli unici che non vedremo più in un Mondiale, per ragioni anagrafiche; Qatar 2022, infatti, rappresenta il canto del cigno  per molti nomi che sono stati parte integrante del mondo del calcio per anni e, soprattutto per alcuni di loro, non vederli più in campo porterà sentimenti contrastanti.

VECCHIE VOLPI DEL GOL

Iniziamo questo viaggio quasi mistico dall’Uruguay, una delle sorprese negative dei gironi, che ha lanciato alcuni talenti, ormai sulla cresta dell’onda, come Federico Valverde e Darwin Nunez, ma, allo stesso tempo, saluta alcuni pilastri che hanno fatto la storia della Celeste.
Con la vittoria, inutile, per 2-0 contro il Ghana, infatti, hanno salutato Fernando Muslera e Diego Godin, due monumenti difensivi uruguagi e, soprattutto, una delle coppie gol più temute di sempre: Edinson Cavani e Luis Suarez. L’ultimo ballo al Mondiale per loro meritava di essere certamente diverso, ma nulla potrà mai cancellare quanto fatto negli anni da questi quattro calciatori.

RIFONDAZIONE LENTA

Parlando di delusioni non si può rimanere indifferenti alla clamorosa debacle della Germania. I tedeschi, già usciti ai giorni in Russia, non riescono ad uscire dalle sabbie mobili degli ultimi tempi, e nonostante alcuni talenti interessanti (Musiala e Havertz su tutti) falliscono nuovamente l’appuntamento con il Mondiale.
Come se non bastasse, la partita contro il Costa Rica segna l’ultima nella competizione iridata per Thomas Muller, autentico mattatore del calco tedesco degli anni 2000 che chiude con 19 gettoni al Mondiale, conditi da 10 reti. Le stesse presenze le ha racimolate Manuel Neuer, altro pilastro dei tedeschi Campioni del Mondo nel 2014. Due addii che lasceranno sicuramente un grosso buco in una Germania che, però, dovrà essere brava a voltare rapidamente pagina, in vista dell’Europeo casalingo del 2024.

DAL CENTRO AMERICA TANTI SALUTI

La Germania, come detto, ha salutato il Mondiale con un’inutile vittoria contro la Costa Rica. I tedeschi hanno segnato 4 gol ai Ticos, che schieravano tra i pali il totem Keylor Navas. Il portiere del PSG, 11 presenze al Mondiale, in realtà non ha ancora dichiarato l’addio ufficiale alla Nazionale, ma la possibilità di vederlo ancora in porta nel 2026, a 40 anni suonati è molto bassa.
Rimanendo nel Centro America, più precisamente in Messico, salutiamo un protagonista assoluto degli ultimi Mondiali, Guillermo Ochoa, che anche in Qatar non ha deluso le aspettative. Il portiere messicano, che durante la competizione iridata si trasforma in un muro invalicabile, ha respinto un rigore a Lewandowski e ha dimostrato ancora una volta le sue capacità. Nel 2026 avrà 41 anni, chissà se ci sorprenderà ancora una volta e si farà trovare in campo nel Mondiale casalingo…

LA FINE DELLE GENERAZIONI D’ORO

Qatar 2022 segna anche la fine di due grandi epopee, quella polacca e quella belga, che hanno raccolto certamente poco in relazione alla qualità dei loro uomini in campo.
Partiamo dai Diavoli Rossi, usciti mestamente al girone dopo tre partite decisamente scialbe e con un evidente logorio degli uomini più talentuosi.
La squadra che ha portato il Belgio addirittura al primo posto nel Ranking FIFA è ormai ai titoli di coda; i vari Vertonghen, Alderweireld, Witsel, Mertens, Hazard e De Bruyne saranno ormai ultratrentenni nel 2026 e, con ogni probabilità non si vedranno in America. Discorso diverso per Romelu Lukaku, che a 33 anni potrebbe regalarsi un ultimo ballo e per Thibaut Courtois, che in porta potrebbe ancora giocarsi le sue carte.
Spostandoci verso est arriviamo in Polonia, dove la Nazionale biancorossa non ha mai saputo sfruttare al meglio quella macchina da gol di nome Robert Lewandowski. Il bomber del Barcellona ha segnato i suoi primi due gol al Mondiale proprio in Qatar e saluterà a breve la Nazionale (o forse lo vedremo ancora all’Europeo?), assieme ad altri pilastri come Kamil Glik e Grzegorz Krychowiak, apparsi già in fase involuta al Mondiale.

LA FINE DEL SOGNO

Dopo la brillante cavalcata ad Euro 2020, dalla Danimarca ci sia aspettava certamente un salto di qualità, anche in virtù del recupero di Eriksen dopo il tremendo incidente occorsogli all’esordio del torneo.
La realtà, invece, ha riportato tutti con i piedi per terra, danesi fuori al girone con 1 solo gol segnato e tre prestazioni decisamente negative.
Oltre alla triste e prematura fine del torneo, gli scandinavi dovranno salutare alcuni nomi che hanno contribuito alla crescita della Nazionale negli ultimi anni. Dal figlio d’arte Kasper Schmeichel a Simon Kjaer, fino ad arrivare a lui, Christian Eriksen, l’uomo di punta. Sicuramente già il fatto di aver potuto veder giocare Eriksen in un Mondiale, a poco più di un anno dall’arresto cardiaco, è una notizia splendida, così come la sua piena riabilitazione; resta però il rimpianto di non aver potuto apprezzare fino in fondo il talento smisurato di un ragazzo che, fortunatamente, ha vinto la battaglia più importante.

I SOLITI CROATI

La Croazia, finalista a Russia 2018, si è presentata in Qatar fortemente ridimensionata, dopo alcuni addii importanti. Le prestazioni dei balcanici non sono state sicuramente all’altezza di quelle dell’exploit russo, ma, mentre scrivo, la Croazia deve ancora giocare i quarti di finale contro il Brasile, per scrivere un’altra pagina di storia calcistica.
Ad ogni modo, comunque andrà a finire il match contro i verdeoro, la Croazia dovrà salutare alcuni nomi molto importanti, a cominciare dal Pallone d’Oro 2018, Luka Modric.
Il metronomo del Real Madrid, dopo una carriera ricca di soddisfazioni è pronto a salutare la sua Nazionale, così come Perisic, Brozovic, Lovren e Vida, prefissando così un nuovo ricambio generazionale in casa croata già i vista dei prossimi Europei.

I GRANDI VECCHI

Uno è già uscito, gli altri due, invece, si sfideranno nei quarti, in una partita che promette emozioni forti.
Partiamo da Sergio Busquets, che è appena uscito dal Mondiale con la sua Spagna, sbagliando anche un rigore nella lotteria contro il Marocco.
Il mediano del Barcellona, uomo imprescindibile per anni nello scacchiere tattico dei blaugrana e della Roja, lascerà assieme a Dani Carvajal, Jordi Alba e Cesar Azpilicueta. La Spagna, però, è già lanciata verso il futuro, e i vari Gavi, Perdi, Ferran Torres e Balde già pronti per spiccare il volo verso nuovi traguardi.
I due che, invece, si devono ancora sfidare sono Harry Kane e Karim Benzema.
Partiamo dal Pallone d’Oro in carica, perché, in realtà, questo Mondiale non l’ha ancora visto protagonista per colpa di un infortunio alla vigilia dell’esordio. La speranza di Deschamps è di poterlo recuperare al più presto, anche se nel frattempo Olivier Giroud (un altro che saluterà a fine torneo) non lo sta facendo rimpiangere. Oltre a loro, la Francia saluterà quasi certamente anche Hugo Lloris, l’uomo che ha sollevato la Coppa del Mondo in Russia.
Passando all’Inghilterra, invece, Harry Kane, capocannoniere dell’ultimo Mondiale, potrebbe ancora essere protagonista nel 2026, quando avrà 33 anni, vista anche la maturità che ha raggiunto e il cambiamento del suo stile di gioco. Tutto, però, lascia pensare che l’attaccante del Tottenham possa decidere di salutare la Nazionale per dedicarsi esclusivamente al suo club.
Anche per l’Inghilterra, il ricambio generazionale è già iniziato, con i vari 
Bellingham, Foden, Mount e Saka già sulle copertine.

GLI ALTRI 

Oltre a quelli citati in precedenza, il Mondiale in Qatar è stato il primo e l’ultimo per Gareth Bale, che chiude con un gol segnato all’esordio contro gli USA; per Yann Sommer, il carnefice dell’Italia nelle qualificazioni, che chiude una carriera internazionale sicuramente positiva con la sua Svizzera e per gli argentini Nicolas Otamendi, German Pezzella e Angel Di Maria.
Menzione speciale per Elji Kawashima, portiere del Giappone, che non è sceso in campo in Qatar, ma è rimasto nel cuore di tutti gli appassionati per le sue prestazioni nei precedenti tornei.

O’NEY

L’articolo si è aperto con Messi e Ronaldo, perciò è doveroso chiudere con il terzo calciatore più emblematico degli ultimi anni, Neymar.
O Ney, che è ormai ad un solo gol di distanza da Pelè nella classifica di marcatori con la maglia verdeoro, è molto vicino a concludere la sua esperienza internazionale, stando alle voci degli ultimi mesi.
Sicuramente chiudere con la vittoria della Coppa del Mondo sarebbe molto suggestivo, ma nulla può assicurare che davvero il torneo in Qatar sarà l’ultimo di Neymar con il Brasile.
Discorso diverso, invece, per Casemiro e Thiago Silva, che, con ogni probabilità, saluteranno molto presto.

Insomma, con la conclusione di Qatar 2022 un’intera generazione di calciatori lascerà il calcio internazionale, segnando un vero e proprio confine tra i primi anni del nuovo millennio e i prossimi, dove vedremo all’opera tanti nuovi campioni, che già stanno facendo vedere le proprie capacità.

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Arriva il fuorigioco semiautomatico in Italia: tutte le novità e i cambiamenti

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Fuorigioco semiautomatico

FUORIGIOCO SEMIAUTOMATICO – È ufficiale: dal 4 gennaio 2023 la Serie A adotterà la nuova tecnologia del fuorigioco semiautomatico per limitare ai minimi termini gli errori riguardanti il fuorigioco. Testata per la prima volta per il Mondiale per Club e poi la Supercoppa Europea, la “Limb-tracking technology” è stata utilizzata e vista dai più durante il Mondiale di Qatar 2022.

COSA CAMBIA?

La FIFA doterà gli stadi di una tecnologia in grado di riportare al computer la posizione in campo di giocatori e palla, secondo per secondo. Come spiegò il direttore dello sviluppo tecnologico FIFA Johannes Holzmuller: “Questa tecnologia prevede l’installazione di 10/12 telecamere sotto il tetto di ogni stadio, che seguiranno la palla e calciatori, rilevando in essi 29 punti del corpo 50 volte al secondo”. Ciò permetterà di ricostruire in computer grafica, quasi in tempo reale, la partita stessa”.

Con un comunicato del 1 luglio 2022 la FIFA ha aggiunto: “Il pallone offrirà un ulteriore elemento vitale per il rilevamento del fuorigioco poichè un sensore di misura inerziale (IMU) sarà piazzato al centro della palla. Questo sensore manda dati alla stanza di operazione video 500 volte al secondo, permettendo un rilevamento molto preciso del punto in cui è stato calciato”.

LE DECISIONI ARBITRALI

Sul fuorigioco semiautomatico si è espresso anche Pierluigi Collina, presidente della commissione arbitri: “La decisione sul fuorigioco viene presa dopo aver analizzato la posizione dei calciatori ma anche il loro coinvolgimento”. La tecnologia traccia la linea ma la valutazione di un’interferenza con il gioco o con un avversario resta all’arbitro“. La centralità del ruolo dell’arbitro non sarà dunque messa in discussione.

L’INTRODUZIONE IN SERIE A

Il presidente della Lega Serie A Lorenzo Casini ha parlato a Rai Italia sulla possibile introduzione. Queste le sue dichiarazioni: Siamo pronti dal 4 gennaio, questo è quello che puntiamo a fare in Italia“.

 

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Torres, le parole di Greco alla vigilia del match con il Gubbio

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TORRES GUBBIO GRECO

TORRES GUBBIO GRECO – Dopo la vittoria contro la Carrararese, la Torres torna al Vanni Sanna per ritrovare quella vittoria in casa che manca dal 5 novembre, 2-1 contro il Montevarchi. Il tecnico rossoblù Alfonso Greco, alla vigilia della gara, ha chiesto di dare continuità dopo il successo in Toscana.

Queste le dichiarazioni complete, ai microfoni di Centotrentuno:

SUL MATCH DI CARRARA

Avevamo bisogno di una vittoria del genere, ottenuta sapendo soffrire. Abbiamo dimostrato coraggio ma anche cattiveria nel sfruttare le occasioni create. Aspetto che invece non avevamo avuto in altre occasioni recenti. Credo sia stato un bel segnale, dato con lo spirito che serve per questa categoria. Questa è la strada giusta per noi. Ora serve la corretta mentalità per continuare a fare punti pesanti andando a giocare con uno spirito da battaglia contro chiunque. Dobbiamo dare continuità

LA PARTITA CON IL GUBBIO

“Sarà l’ennesima prova complessa e piena di insidie per noi. Loro sono in fiducia e sono una squadra con tante qualità, soprattutto nel reparto avanzato. Arrivano da una serie di vittorie anche contro squadre dirette avversarie per la zona playoff e non vorranno fermarsi a Sassari. Noi però abbiamo preparato la sfida come sempre con la voglia di giocarcela contro qualunque avversario, e vogliamo fare bene davanti al nostro pubblico. Sarà una partita intensa”

SULLA DISPONIBILITÀ DI RUOCCO

No, ancora è troppo presto. Abbiamo deciso di non rischiare. Non lo porterò nemmeno in panchina perché altrimenti potrebbe esserci la tentazione di schierarlo a gara in corso ma sarebbe pericoloso per il suo completo recupero. Il piano è quello di aggregarlo al gruppo a partire dalla prossima settimana per poi convocarlo in vista della trasferta contro la Fermana del 17 dicembre”

SULLA SITUAZIONE DEGLI ALTRI GIOCATORI

Heinz si trascina da tempo dei fastidi muscolari e decideremo solo all’ultimo se aggregarlo almeno in panchina oppure no. Lombardo ancora è indisponibile così come i lungodegenti Sanat e Scotto. Rientra invece dalla squalifica Dametto”

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Continua il caso D’Onofrio: rischia anche Trentalange!

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Behrami

Un mese fa, più precisamente il 10 novembre 2022, è stato arrestato Rosario D’Onofrio. L’ex procuratore capo dell’Aia (Associazione italiana arbitri) è stato uno dei 42 arrestati per traffico internazionale di droga. Subito dopo l’arresto, avvenuto dopo l’indagine della Dda di Milano e la Guardia di Finanza, D’Onofrio si è dimesso dalla propria carica nell’Aia. 

TRENTALANGE RISCHIA

D’Onofrio entrò all’interno dell’Aia sotto la guida Nicchi ed è stato nominato procuratore capo sotto la guida TrentalangeProprio quest’ultimo, dopo l’indagine condotta dalla FIGCrischia il deferimento. A riportarlo è ANSA che scrive: Il capo della Procura della Federcalcio, Giuseppe Chinè ha notificato l’atto di chiusura indagini sulla vicenda del procuratore Aia Rosario d’Onofrio, arrestato con accuse di narcotraffico. Nel corso delle indagini sono emersi “comportamenti disciplinarmente rilevanti” del presidente dell’Aia Alfredo Trentalange che rischia ora il deferimento. Il n.1 della Figc Gabriele Gravina ha appena convocato per il 19 dicembre un consiglio federale con al punto 4 dell’ordine del giorno “situazione Aia: provvedimenti conseguenti”.

 

 

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