All’ombra delle Orobie si è sempre posta una grande attenzione allo sviluppo del settore giovanile. Quando un tempo l’Atalanta era solamente una provinciale che faceva la spola tra Serie A e B l’apporto dei ragazzi era  di fondamentale importanza. Forse l’unica risorsa in grado di sostenere la Dea nelle sue lunghe battaglie per stare tra i più grandi d’Italia. Sappiamo tutti come ora la situazione sia completamente mutata. Ora a Bergamo si respira a pieni polmoni aria di Europa. L’entrata tre le regine del campionato è stata tanto rapida quanto prepotente. Ora la Dea non solo esprime uno dei giochi migliori d’Europa, ma possiede anche dei giocatori che qualche anno fa sarebbero stati una lontana chimera. Il successo della Dea passa attraverso delle precise scelte di mercato: chi vendere, ma soprattutto chi non vendere.

Fonte: profilo instagram @atalantabc

Un lavoro eccellente che ha portato a scovare i talenti non solo tra le file della giovanile, ma anche altrove, in posti più o meno remoti. La svolta è avvenuta valorizzando giocatori sconosciuti per poi venderli a prezzi esponenzialmente maggiori. Oppure facendo esplodere (o riesplodere) giocatori in difficoltà o in flessione. Tutto ciò è stato possibile anteponendo ai subitanei fini economici una progettualità basata su scelte oculate per il futuro. A tutto ciò è seguito poi una maniacale cura dei dettagli sportivi, tecnici, tattici e di condizione fisica. Non è un caso che alcuni giocatori lontano dai territori orobici abbiano reso decisamente meno. Vediamo negli ultimi anni di crescita vertiginosa quali sono state le mosse che hanno consacrato la Dea come una delle migliori realtà del campionato italiano.

CORREVA L’ANNO

Correva l’anno 2014 e l’Atalanta dopo una buona annata si ritrova a salvarsi all’ultima giornata, vinta contro il Milan 0-1, facendo così retrocedere il Cagliari. La squadra è irriconoscibile e il tecnico Colantuono (poi sostituito da Reja) pratica un gioco difensivo, chiuso, tipico di chi guarda ammiccante ad uno 0-0 in ogni occasione. Limitare i danni è l’imperativo. L’anno successivo con l’ex tecnico del Napoli va meglio, tredicesimo posto. Al tempo c’era Denis (nel 2014 capocannoniere del club con soli 8 gol) con Pinilla in attacco. Bonaventura, fino a quel momento vero e proprio faro della squadra, unico giocatore di talento neroblu, viene ceduto al Milan per poco più di 5 milioni. Per sostituirlo arriva dal Metalist, club ucraino, per 4,5 milioni, Alejandro Papu Gomez. L’ex Catania, per molto tempo in orbita Roma, voleva ritrovare la pace persa in Ucraina, dove era in corso una guerra e ha scelto Bergamo per rilanciare la sua carriera, fino al tempo buona, ma non certo eccezionale. Da quel momento, un po’ inconsapevolmente, certo, si stava avviando un ciclo di trionfi a cui gli atlantici non erano proprio abituati.

LA NASCITA DI UNA DEA

Al tempo Pinilla, Moralez e Denis sono il tridente della squadra. Ben poca cosa. L’Atalanta gioca meglio dell’anno precedente e nel 2015 raggiunge una salvezza agevole sotto la sapiente guida di Eddy Reja. Emergono buoni prospetti, Zappacosta, con cui si fa una plusvalenza col Torino, Spinazzola, di proprietà della Juve, ma lanciato nel grande calcio a Bergamo. C’è un ragazzino ivoriano con un carattere forte, un tale Kessiè, preso a pochi spicci dal Cesena, e ceduto in prestito per 8 milioni al Milan (che successivamente lo comprerà per 24 milioni nel 2019). L’anno dopo arriva Toloi dal Sao Paulo per poco più di 3 milioni, Djimsti dallo Zurigo a titolo gratuito (oggi entrambi titolari e con cartellini milionari).

Fonte: profilo instagram @atalantabc

Si aggiungono poi De Roon e Freuler, rispettivamente da Heerneven e Lucerna, per meno di 4 milioni, sommati. Si tratta di una delle coppie di mediana attualmente migliori del nostro campionato, oltre che, come dimostrato in Champions, di tutto rispetto anche in Europa. Da non dimenticare poi Conti, preso per 300 mila euro dalla Virtus Lanciano e venduto al Milan per l’astronomica cifra di 24 milioni nel 2017. Giocatori oggi di spessore internazonale presi a prezzi irrisori e operazioni milionarie su giovani appena lanciati saranno la pietra angolare su cui la Dea costruirà il suo successo. 

A PESO D’ORO

Dopo l’operazione di Conti, che ha fruttato alle casse atalantine ben 24 milioni di euro, ne seguiranno altre. Per esempio Gagliardini, preso dal Vicenza a 700 mila euro. Dopo soli sei mesi di ottime prestazioni da titolare nella stagione 2016/2017 viene preso dall’Inter per la modica cifra di 20,5 milioni. Stessa storia per Caldara, prodotto delle giovanili, dopo una sola stagione ad alti livelli viene acquistato dalla Juve per ben 19 milioni di euro. Plusvalenza eccellente anche Cristante. Il giocatore scuola Milan è stato preso dal Benfica per ben 9,5 milioni di euro. Dopo un anno con i bergamaschi viene ceduto in prestito oneroso alla Roma per 5 milioni di euro, che a fine stagione ne perfezionerà l’acquisto per 21 milioni. Una operazione da 26 milioni in totale, più di 15 di guadagno. Sempre dalla Roma arrivarono altri milioni: con l’operazione Mancini, preso a 800 mila euro dal Perugia, entrarono nelle casse in totale 15 milioni tra prestito e cessione del difensore. Il più grande capolavoro di mercato è stato Bastoni. Dalle giovanili neroblu viene lanciato in prima squadra non ancora ventenne. Le prestazioni sono sublimi e l’Inter è disposta a sborsare una cifra da capogiro per il ragazzino, ben 31 milioni di euro. Solo da queste operazioni sono entrati 100 milioni di guadagni netti. Chapeau.

TITOLARI LOW COST

Da quando l’era Gasperini è iniziata siamo stati abituati alla creazione di una squadra perfetta, affiatata e che si trova a memoria. Come abbiamo visto gli ingranaggi insostituibili della macchina delle meraviglie gasperinana sono stati trovati spendendo relativamente poco. Freuler, De Roon, Toloi, Djimsti e lo stesso Gomez sono stati acquistati a buon mercato. Sicuramente più dispendiosi i vari Zapata (26) tra prestito e riscatto, Muriel (21), Pasalic (15), Malinovski (13,5). Tutti ad oggi, però, sarebbero delle nettissime plusvalenze se venduti a valore di mercato.

Fonte: cronachedispogliatoio.it

Senza contare Ilicic, pagato solo 5 milioni dalla Fiorentina. I casi più eclatanti, però, sono sicuramente Hateboer e Gosens, gli eterni, fulcro del gioco gasperiniano, attualmente valgono 18 e 27 milioni. Sono stati comprati a meno di un milione a testa da Groeningen e Heracles Almelo. La Dea è semplicemente un miniera d’oro.

BOTTE PIENA E MOGLIE UBRIACA

Considarando le più recenti cessioni di Petagna, Barrow, Castagne, Kulusevski e quella futura ma certa di Traorè allo United, l’Atalanta ha messo da parte un altro gruzzolo di più di 100 milioni. Tutto ciò, notare bene, continuando una esponenziale e impressionante crescita inarrestabile che la porta ad oggi ad essere in Champions League per la seconda volta oltre che una delle pretendenti allo scudetto, dietro Juve e Inter. Il gioco di Gasperini non è mai stato snaturato, ogni tassello perso era perfettamente pronto per essere rimpiazzato.

Fonte: profilo facebook dell’Atalanta

Nulla è stato lasciato al caso. Non una mossa negli ultimi anni è stata affrettata o non attentamente pianificata per il bene dell’Atalanta. In cosi poco tempo e senza un grosso capitale di partenza nessun club è mai riuscito in una crescita cosi vertiginosa. Per questo Gasperini, sul campo e Sartori, fuori, sono da considerare degli esempi di gestione manageriale, sociale e sportiva di un club. Veri e propri Re Mida del calcio italiano. Non si sa come e se finirà questo ciclo, intanto Bergamo e i bergamaschi si godranno questo spettacolo (dal loro stadio nuovo di pacca).

Immagine di copertina: Instagram @atalantabc