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Vincenzo Cavaliere: " La Croazia può vincere un titolo..."

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ESCLUSIVA – Vincenzo Cavaliere: “La Croazia può vincere un titolo. Kramaric è un attaccante di prima fascia. La Serie A sta tornando.”

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Qualche giorno fa abbiamo avuto il piacere di rivolgere alcune domande a Vincenzo Cavaliere (procuratore di Andrej Kramaric e Marko Livaja) sull’esplosione di diversi talenti croati negli ultimi anni, con riferimenti anche alla rinascita del nostro campionato e della nazionale azzurra.

 

Lei è da sempre un grande esperto di calcio croato. Come valuta l’exploit negli ultimi anni della nazionale dei Balcani? Crede che possano ambire a vincere un trofeo nei prossimi anni, magari proprio Euro 2020?

“La Croazia sforna da sempre grandissimi atleti, in tutti gli sport e questa nazionale ne è l’esempio più limpido. Un titolo credo che possano vincerlo, ma nel calcio nulla è deciso. Basti vedere cosa sono riusciti a fare nell’ultimo mondiale. Tutti erano convinti fossero una outsider di primo livello, ma nessuno pensava che sarebbero riusciti ad arrivare fino in finale. E invece questo gruppo, trascinato da Modric, Rakitic, Vida, Perisic e Lovren tra gli altri, ha raggiunto un risultato incredibile. Ora hanno perso pedine importanti come Mandzukic e Subasic, ma è anche in atto un cambio generazionale, con giocatori come Livaja e Brekalo pronti a inserirsi, che sicuramente la renderà  ancora competitiva per diverso tempo.”

Nell’ultima Coppa del Mondo si è messo in mostra un giocatore molto importante per il futuro dei croati, ovvero Andrej Kramaric. Che livello pensa abbia raggiunto al momento?

“Kramaric è un attaccante completo. Segna molti gol, corre e può giocare in ogni zona del campo vista la sua grande duttilità. Oltre che come prima punta infatti, si trova a suo agio anche nel ruolo di seconda punta o esterno in un possibile 4-2-3-1, come hanno visto tutti in Russia. Al momento non c’è un club in cui non potrebbe giocare. Magari in squadre come Barcellona e Real troverebbe grandissimi campioni con cui giocarsi il posto, ma con la dovuta esperienza riuscirà ad affermarsi anche lì.”

Nonostante molti top player della Croazia tra qualche daranno l’addio alla nazionale, la squadra potrà contare su molti giovani in rampa di lancio nei vari campionati europei. Quali sono per lei i nomi più interessanti?

“Beh sicuramente Brekalo, Plavsic e Caleta-Car sono giocatori che stanno cominciando ad assaporare il grande calcio. Caleta-Car è un buon centrale e se il Marsiglia ha deciso di investire quei soldi su di lui vuol dire che li vale tutti. Un altro profilo che a me piace molto è Benkovic. Rappresenta il prototipo del difensore moderno, e sicuramente ora il Leicester  lo farà crescere nel giusto modo; difatti è stato già prestato al Celtic dove potrà farsi le ossa senza troppe pressioni. Infine è impossibile non citare Marko Rog, che però al momento non sta ricevendo i minuti che meriterebbe. Se decidi di investire 16 milioni su un giovane poi lo devi far giocare, nonostante la grande concorrenza che vi sia in questo momento al Napoli. Questa è una questione da risolvere in Italia, anche perché le squadreche puntano sui giovani sono giusto Atalanta, Sassuolo e la Roma ultimamente. In Germania ad esempio  un giocatore di quell’età che viene pagato così tanto, diventa un titolare e questo non può che far bene alla sua crescita.”

Quanto è difficile secondo lei per un giocatore straniero ambientarsi nel nostro campionato?

“L’Italia è un’avventura calcistica importante per ogni giocatore, e l’ambientamento svolge un ruolo centrale. Sicuramente per i  balcanici (Serbia, Bosnia, Croazia su tutte) questo aspetto non è molto determinante visto il loro carattere forte che gli permette di stabilirsi nelle loro nuove squadre in fretta. A prova di ciò vi sono i diversi croati all’interno della Serie A come Brozovic, Perisic e Mandzukic, ma non solo.  Certe volte però questo può anche non succedere come nel caso di Radosevic del Napoli. Il problema però sta sempre lì, se non li fai giocare è normale che si perdano. In generale però riescono quasi sempre  a trovare i  giusti equilibri. Per fare un paragone i tedeschi invece trovano molte difficoltà qui da noi ed infatti sono pochi quelli che sono stati in grado di imporsi.”

La Serie A nelle ultime stagioni si sta alzando di livello. Ritiene che stia tornando ai fasti di un tempo?

“Il campionato italiano è indubbiamente sulla strada giusta per ritornare quello di una volta. Se si pensa a tre, quattro anni fa in cui vi era solo la Juventus, oggi, soprattutto in campo internazionale, sono stati fatti grossi passi in avanti. L’Inter, la Roma e il Napoli stanno migliorando molto ed infatti sono tutte ancora in corsa per la qualificazione in Champions. La Juve è una certezza da anni , sotto ogni punto di vista, e la sua forza e serietà non possono che influenzare in maniera positiva tutte le altre società. L’arrivo di Ronaldo, così come il ritorno di Ancelotti, confermano tutto ciò”.

La nazionale sotto la guida tecnica di Roberto Mancini ha fatto vedere molti miglioramenti, soprattutto sull’aspetto del gioco. Che ne pensa a riguardo?

“Se devo essere sincero la nazionale fino ad ora l’ho seguita poco. Ho visto delle facce nuove, e questo è solo che  positivo, ma non vedo ancora il top player in grado di fare la differenza e di risolvere le situazioni complicate; in poche parole il Roberto Baggio della situazione. Al momento i giocatori più rappresentativi sono la coppia Bonucci-Chiellini e Verratti, ma manca ancora qualcosa. Quel ruolo lo può rivestire sicuramente Chiesa. Federico è un giocatore molto forte, con un futuro garantito. Di strada però ce ne è ancora molta da fare, in particolar modo per la federazione. Credo sia necessario un cambiamento alla base, come ad esempio una riforma di alcuni campionati importanti come la Serie C in cui far giocare più giovani in modo da avere a disposizione un numero più ampio di calciatori da cui attingere per il futuro. Comunque adesso stiamo vedendo dei miglioramenti importanti, ma non bastano per tornare in cima al mondo.”

Ringraziamo Cavaliere per questa preziosa intervista, augurandogli il meglio per il futuro!

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ESCLUSIVA – Giaccherini non ha dubbi: che elogio al centrocampo dell’Inter!

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Giaccherini

Emanuele Giaccherini è stato un giocatore importantissimo dello scorso decennio, simbolo della dedizione e del valore della gavetta. Partito dalla leghe minori, è arrivato a vincere due Scudetti con la Juventus e a raggiungere una finale degli Europei nel 2012. Oggi ha cambiato ruolo, ma è rimasto in questo mondo, lavorando come commentatore e opinionista su DAZN.

L’abbiamo intervistato, in esclusiva, per farci raccontare alcuni aneddoti sulla sua carriera e le sue opinioni su alcuni temi caldi del calcio attuale. Tra questi c’è una sua presa di posizione sul centrocampo dell’Inter e il percorso in Champions League. Di seguito le dichiarazioni di Giaccherini.

GIACCHERINI SUL CENTROCAMPO DELL’INTER E IL PERCORSO IN CHAMPIONS LEAGUE

Ad agosto una tua dichiarazione a DAZN che ha fatto discutere: “Il centrocampo dell’Inter per me è il più forte d’Europa”. Ad oggi, sei ancora d’accordo?

Sono ancora d’accordo: per me Barella, Çalhanoglu e Mkhitaryan stanno dimostrando di essere un gran centrocampo. Ho detto il primo d’Europa, se togliamo Bellingham al Real Madrid lo riconfermo, è un giocatore che da solo riesce a fare cose incredibili. La forza dell’Inter, però, sta nel centrocampo: possiamo parlare di Lautaro e Thuram o della difesa, ma per me quel reparto è il fulcro di quella squadra. Nei risultati che sta ottenendo l’Inter c’è tanto merito nel centrocampo“.

Come ne pensi del percorso in Champions League dell’Inter?

“Mi aspettavo che l’Inter arrivasse prima nel girone, per me era la squadra più forte. La Real Sociedad sta facendo vedere anche in campionato di non essere quella grande squadra che ha affrontato l’Inter, sia all’andata che al ritorno hanno fatto delle ottime partite contro i nerazzurri, ma per me si portavano dietro l’entusiasmo della scorsa stagione e ora l’hanno un po’ perso”.

L’Atletico Madrid, invece, è una grande squadra ma c’è una distanza di valori: all’Inter è andato stretto quel risultato, se avessero avuto più cattiveria avrebbero potuto vincere 2/3-0, non lo dico io ma i numeri della partita. La qualificazione ora le devono conquistare a Madrid, ma sicuramente andranno con lì con personalità, senza guardare l’1-0 ma cercando di vincere”.

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ESCLUSIVA – Giaccherini: “Sento ancora Conte. Futuro? Lo vedo in due squadre”

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Conte Giaccherini

Emanuele Giaccherini è stato un giocatore importantissimo dello scorso decennio: simbolo di gavetta e sacrificio. Partito dalle leghe minori, è arrivato a vincere due Scudetti con la Juventus e a raggiungere una finale degli Europei con la Nazionale italiana.

L’abbiamo intervistato, in esclusiva, per farci raccontare degli aneddoti sulla sua carriera e le sue opinioni su alcuni temi caldi del calcio attuale: il futuro di Antonio Conte è stato uno di questi. Nel corso della chiacchierata l’ha definito come un suo “padre calcistico”, è stato proprio il tecnico salentino a portare Giaccherini alla Juventus, per poi farlo diventare un giocatore chiave della sua Nazionale.

EMANUELE GIACCHERINI SU ANTONIO CONTE

Antonio Conte è stato un allenatore importantissimo per te, tra Juventus e Nazionale. Come descriveresti il rapporto che hai avuto con lui?

Un rapporto di amicizia, lo sento tutt’ora, l’ultima volta è stata tre giorni fa. Per me è stato come un padre calcistico, mi voleva già l’anno prima quando allenava il Siena, ma io ho preferito giocarmi le mie carte in Serie A dopo aver vinto la B con il Cesena. Poi è andato alla Juve e mi ha voluto fortemente anche lì, gli devo tanto per la carriera che ho avuto. Lui, però, è uno che non ti regala niente: gioca solo chi merita e io mi sono conquistato il posto, nonostante i grandi campioni che c’erano alla Juventus”.

“È sempre stato un rapporto schietto e di sincerità, lui sicuramente apprezzava i miei lati umani oltre che calcistici. Un rapporto vero, a me lui piace molto soprattutto dal lato umano: noi vediamo un Conte sempre arrabbiato e teso, ma c’è un Conte anche fuori dal contesto calcistico, una persona con cui si parla benissimo di qualsiasi cosa”.

Dove lo vedresti bene il prossimo anno?

“Lo vedrei bene in un club con organizzazione, programmazione e mentalità vincente. Se dovessi fare dei nomi di grandi squadre, con panchine libere, direi Bayern Monaco e Liverpool. Sono due società abituate a vincere e se non riesci a farlo è un problema, per la storia che hanno alle spalle; un po’ come quando in Italia si parla tanto se la Juventus non vince”.

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ESCLUSIVA – Giaccherini: “Il gol al Belgio è stato il punto più alto della mia carriera”

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Giaccherini

Emanuele Giaccherini è stato un giocatore importantissimo dello scorso decennio, simbolo della dedizione e del valore della gavetta. Partito dalla leghe minori, è arrivato a vincere due Scudetti con la Juventus e a raggiungere una finale degli Europei nel 2012. Oggi ha cambiato ruolo, ma è rimasto in questo mondo, lavorando come commentatore e opinionista su DAZN.

L’abbiamo intervistato, in esclusiva, per farci raccontare degli aneddoti della sua carriera e conoscere le sue opinioni su alcuni temi caldi del calcio attuale: il futuro di Conte, l’Italia di Spalletti e il cammino dell’Inter in Champions League. Di seguito l’intervista completa a Emanuele Giaccherini.

L’INTERVISTA A EMANUELE GIACCHERINI

Per cominciare vorrei partire da una frase di Antonio Conte che descrive benissimo la tua carriera: “Emanuele Giaccherini è l’esempio di come un giocatore che ha fatto la gavetta in provincia, può meritarsi la Juventus”. Quanto pensi sia stato importante partire dal basso per il tuo percorso di crescita, come calciatore e come uomo?

“È  stato fondamentale, ci sono calciatori che hanno la fortuna di avere grandi doti sin da subito, iniziare la loro carriera in Serie A e giocare a vent’anni in grandi squadre. Ci sono calciatori come me che, invece, ci sono arrivati dopo con lavoro, sacrificio, e passione. Anche tanta sofferenza, negli anni in cui non vedevo la possibilità di arrivare in Serie e realizzare il mio sogno: ho fatto quattro anni di C2, quelle stagioni mi sono serviti per capire da dove venivo. Mi sono conquistato la Serie A sul campo, vincendo campionati con il Cesena, arrivando dalla Serie C alla Serie A. Poi c’è stata la chiamata della Juve di Conte, una volta arrivato lì non volevo farmela scappare, ricordando sempre da dove venuto e da dove sono passato”.

Negli anni hai vissuto tante esperienze, tra club e Nazionale, se dovessi elencarmi a caldo i tre momenti che ricordi con più piacere della tua carriera, quali sarebbero?

L’esordio in Serie A con il Cesena, due partite di fila contro Roma e Milan: la prima all’Olimpico e poi il gol contro il Milan di Ibrahimovic. Il secondo ricordo è sicuramente la chiamata di un grande club come la Juventus, con il gol al Catania. Infine la Nazionale: io ho fatto due Europei e una Confederations Cup, nel 2012 siamo arrivati in finale e abbiamo perso, ma non ero ancora consapevole a pieno delle mie possibilità. Nel 2016 ero più maturo, forse nel pieno della carriera, quell’Europeo è stato importantissimo e il gol al Belgio è stato il punto più alto della mia carriera“.

GIACCHERINI SU ANTONIO CONTE

Ho nominato prima Antonio Conte, un allenatore che è stato importantissimo per te, tra Juventus e Nazionale. Come descriveresti il rapporto che hai avuto con lui?

Un rapporto di amicizia, lo sento tutt’ora, l’ultima volta è stata tre giorni fa. Per me è stato come un padre calcistico, mi voleva già l’anno prima quando allenava il Siena, ma io ho preferito giocarmi le mie carte in Serie A dopo aver vinto la B con il Cesena. Poi è andato alla Juve e mi ha voluto fortemente anche lì, gli devo tanto per la carriera che ho avuto. Lui, però, è uno che non ti regala niente: gioca solo chi merita e io mi sono conquistato il posto, nonostante i grandi campioni che c’erano alla Juventus”.

“È sempre stato un rapporto schietto e di sincerità, lui sicuramente apprezzava i miei lati umani oltre che calcistici. Un rapporto vero, a me lui piace molto soprattutto dal lato umano: noi vediamo un Conte sempre arrabbiato e teso, ma c’è un Conte anche fuori dal contesto calcistico, una persona con cui si parla benissimo di qualsiasi cosa”.

Dove lo vedresti bene il prossimo anno?

“Lo vedrei bene in un club con organizzazione, programmazione e mentalità vincente. Se dovessi fare dei nomi di grandi squadre, con panchine libere, direi Bayern Monaco e Liverpool. Sono due società abituate a vincere e se non riesci a farlo è un problema, per la storia che hanno alle spalle; un po’ come quando in Italia si parla tanto se la Juventus non vince”.

GIACCHERINI, L’ESPERIENZA IN NAZIONALE E I PROSSIMI EUROPEI

Passando alla Nazionale, tu hai esordito con la maglia azzurra direttamente agli Europei del 2012. Un grande cammino culminato con l’amara sconfitta con la Spagna in finale. Com’è stato per te, che all’epoca eri un esordiente per la Nazionale italiana, vivere subito un’esperienza simile e qual è il momento più iconico che ti viene in mente?

“Per me inserirmi in quel gruppo non è stato complicato, giocando nella Juventus conoscevo già 7/8 giocatori. All’esordio contro la Spagna non pensavo nemmeno a dove fossi, forse è stata anche l’incoscienza. Mi ricordo che prima c’era stata un’amichevole contro la Russia, dopodiché Prandelli ha cambiato tutto e ho giocato titolare nel 3-5-2. Io già non mi rendevo conto della chiamata nei 23, ma penso che lui abbia guardato la mia stagione e la mia attitudine a interpretare più ruoli”.

“Quella partita l’ho giocata spensierato e anche bene, un buon pareggio contro una squadra fortissima. La cosa che mi ha colpito più di tutte è stata proprio che prima della prima partita, contro la Spagna, era più teso Buffon di me. Quando hai tante presenze e manifestazioni alle spalle, sei il capitano e uomo simbolo della Nazionale, hai più responsabilità. Quella sensazione io l’ho provata più avanti mentre all’epoca ero tranquillo”. 

Quest’estate toccherà a Spalletti guidare la Nazionale agli Europei, quali sono le tue previsioni?

È un’incognita, dobbiamo ritrovare quella Nazionale che ha vinto la scorsa edizione. Sono certo che Spalletti farà un grande lavoro, è un allenatore molto preparato e che sa dare i giusti valori. Io credo che questa Nazionale abbia tanti valori nei giocatori, a livello individuale ci sono elementi importanti, penso che se Spalletti riuscirà a incastrare tutte le loro caratteristiche vedremo una bella Italia. Non è facile perché è un girone complicato, anche l’Albania è una squadra forte: ci sono tanti calciatori che sono titolari nel nostro campionato. Non sarà una passeggiata, ma siamo sempre l’Italia, siamo campioni in carica e anche per le altre non sarà facile affrontarci”.

IL COMMENTO DI GIACCHERINI SULL’INTER

Vorrei chiudere con una tua dichiarazione a DAZN che ha fatto discutere, ad agosto hai detto: “Il centrocampo dell’Inter per me è il più forte d’Europa”. Ad oggi, sei ancora d’accordo?

Sono ancora d’accordo: per me Barella, Çalhanoglu e Mkhitaryan stanno dimostrando di essere un gran centrocampo. Ho detto il primo d’Europa, se togliamo Bellingham al Real Madrid lo riconfermo, è un giocatore che da solo riesce a fare cose incredibili. La forza dell’Inter, però, sta nel centrocampo: possiamo parlare di Lautaro e Thuram o della difesa, ma per me quel reparto è il fulcro di quella squadra. Nei risultati che sta ottenendo l’Inter c’è tanto merito nel centrocampo“.

Come ne pensi del percorso in Champions League dell’Inter?

“Mi aspettavo che l’Inter arrivasse prima nel girone, per me era la squadra più forte. La Real Sociedad sta facendo vedere anche in campionato di non essere quella grande squadra che ha affrontato l’Inter, sia all’andata che al ritorno hanno fatto delle ottime partite contro i nerazzurri, ma per me si portavano dietro l’entusiasmo della scorsa stagione e ora l’hanno un po’ perso. L’Atletico Madrid, invece, è una grande squadra ma c’è una distanza di valori: all’Inter è andato stretto quel risultato, se avessero avuto più cattiveria avrebbero potuto vincere 2/3-0, non lo dico io ma i numeri della partita. La qualificazione ora le devono conquistare a Madrid, ma sicuramente andranno con lì con personalità, senza guardare l’1-0 ma cercando di vincere”.

 

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ESCLUSIVA – Condò si racconta tra viaggi, social e carriera

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Condò carriera

Paolo Condò ha parlato ai microfoni di Numero Diez, all’interno del format Behind The Mask, e ha raccontato la sua vita, la sua carriera e diversi aneddoti riguardanti le sue esperienze passate. In particolare, il giurato italiano che ha il compito di votare al Pallone d’Oro, ha toccato in una lunga chiacchierata diversi temi: personali ma non solo. Queste le sue parole.

GIOVENTÙ A TRIESTE

“Trieste è un porto, luoghi dove solitamente avvengono scambi non solo commerciali. Nei porti solitamente c’è gente che arriva da lunghe navigazioni e quindi ha piacere di trovarsi sulla terraferma e poter scambiare le proprie culture. Questo mi ha aiutato, anche perché ho sempre avuto una mentalità aperta, per merito della mia famiglia, che poi in una città come Trieste si riflette nelle scuole, nelle amicizie, nelle prime esperienze lavorative. Questo fa sì che io mi senta un po’ a casa dappertutto. Non ci ho messo mai tanto a trovare punti di riferimento e di appoggio in ogni luogo che ho visitato per questo”.

GLI INIZI DA GIORNALISTA

“Sento di aver raccontato tante esperienze nella mia carriera. Se fossi ancora attivo sui social, cosa che non sono più per scelta, cambierei la mia frase di profilo con ‘Ho realizzato tutti i miei sogni, ma adesso ne ho di nuovi‘. Per me sognare porta a sognare, non c’è solo il detto ‘Vincere aiuta a vincere’. Quando tu sogni di superare una collina per vedere quello che c’è dall’altra parte e ti soffermi a guardare l’orizzonte, ti rendi conto che c’è un’altra collina e quindi ti viene la curiosità di vedere cosa c’è. Questo è un processo che può andare avanti all’infinito: professionalmente ho avuto due vite, ne sogno almeno una terza“.

LE FIGURE DI RIFERIMENTO

“L’influenza familiare e la figura di mio padre sono state molto importanti. La prima botta di fortuna è avere una famiglia che supporti le tue speranze e aspirazioni. Poi lavorando a “Il Piccolo” di Trieste, dove ho avuto la mia prima esperienza lavorativa, lì ho avuto la fortuna di trovarmi in un momento di passaggio, che sono molto preziosi. In questi periodi ci sono dinamiche che non si sono realizzate in anni, ma che cambiano dal pomeriggio al mattino dopo. In quella fase mi sono trovato dei maestri abbastanza insperati: dei giornalisti triestini che avevano avuto esperienze a livello nazionale e che, trovando un gruppo di giovani che vogliono spaccare il mondo, hanno qualcosa da insegnare.

Arrivando a Milano, come non ricordare Candido Cannavò: per me è stato decisivo perché la sua bravura giornalistica e l’umanità, che per me in una persona deve essere sempre la prima cosa, sono caratteristiche che mi hanno fatto piangere molto il giorno del suo funerale“.

I VIAGGI

Quelli più avventurosi sono sicuramente quelli in Sudamerica. Anche una Coppa d’Africa in Sudafrica me la tengo stretta comunque. La seconda volta che sono stato con il Milan, a Tokyo per l’Intercontinentale, ma anche la prima quando seguii la squadra nel volo. Nel 1990 feci il giro del mondo, perché andai a fare i servizi sulle avversarie. Rimasi una settimana in Paraguay per studiare l’Olimpia Asunción e da lì presi un volo per il Giappone: fu l’unica volta che feci il giro del mondo”.

SOCIAL

Le informazioni sui social si fanno sempre di meno adesso, non sempre di più. Io parlo soltanto di Twitter, dato che è l’unico che ho frequentato e anche con un certo successo dati i followers (220k, ndr). La deriva che ha preso negli ultimi anni ti portava, non solo per gli insulti – anche perché sono sempre stato trattato bene – a chiederti: ma perché devo stare qui a farmi massacrare? E comunque credo che i social ti mettano di malumore, perché sono frequentati soprattutto da persone incazzate, che protestano – magari anche con ragione. Una volta i social trasmettevano molta bellezza, potevi incontrare molte persone interessanti.

Da quando l’ha preso Elon Musk credo che gli argomenti siano fatti scientificamente per creare questo clima di insoddisfazione e rabbia. Io invece lavoro bene quando sono di buonumore, mentre Twitter è un covo di malanimo e di rabbia e quindi non è più un posto per me. L’algoritmo mi manda della gente orrenda. Poi ti confesso che, vivendo in un periodo triste e pericoloso, trovare nella stessa pagina notizie di morti a Gaza, sotto una foto di Monica Bellucci, poi sotto Putin che uccide Navalny e ancora ‘Basta con questo Pioli, mandiamolo via’, stanca. Non c’è più una gerarchia di capire quali sono le cose gravi e quelle fatte per divertirsi. I miei figli sono comunque liberi di frequentare i social, ma faccio sempre presente loro che c’è una gerarchia nelle notizie. Poi, i tanti vituperati mezzi di informazione, dai giornali alle televisioni, hanno ancora l’ambizione di mettere in gerarchia le notizie”.

LA PASSIONE PER TUTTI GLI SPORT

“Adesso è tornato prepotente il tennis. Il ciclismo è un amore sconsiderato. Ho fatto due Olimpiadi dal vivo: Barcellona 1992 e Pechino 2008 e conservo ancora le due cerimonie d’apertura come momenti pazzeschi, perché ti senti al centro del mondo. Per me il sogno lo raggiungi con i Mondiali, anche se le Olimpiadi sono meravigliose. Il 90% di coloro che vanno in gara sono lì per partecipare. La mistica del villaggio olimpico è meravigliosa perché c’è la gioventù più bella del mondo, non a caso i distributori di preservativi vanno esauriti in qualche minuto, ma quelli che vogliono vincere vanno in albergo. Invece al Mondiale di calcio c’è più competizione: quando inizia la fase a eliminazione diretta – io ne ho fatti diversi – vai allo stadio con la valigia già fatta, perché se la squadra perde vai a casa. A me il ‘Vinci o muori’ piace tantissimo.

Io lo vedo come un duello rusticano questa cosa del dover sopravvivere e andare avanti. Un ricordo fantastico dell’Italia che ho mi riporta al ’94, quando perse in finale, ma sembrava sempre sul punto di dover tornare a casa. Invece aveva una fibra tale da riuscire ad andare avanti, che era Baggio ma non solo. La partita in cui Baggio viene sostituito con Pagliuca espulso e sei sullo 0-0 dopo aver perso la prima… lì pensi ‘È finita’. E invece riesci a vincere in 10 contro 11. Quelli sono ricordi epici. Oppure quando Baggio contro la Nigeria pareggia all’ultimo minuto e dice ‘Eravamo tutti in pista e vi ho tirato giù tutti dall’aereo’. È così davvero“.

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