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Che fine ha fatto Diego? Alla Juventus portò aria di rivoluzione

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Diego Juventus

CHE FINE HA FATTO DIEGO? ALLA JUVENTUS PORTÒ ARIA DI RIVOLUZIONE – Tanta classe, carattere da vendere e altrettanta incostanza. Diego Ribas da Cunha è stato un calciatore incantevole, capace di sorprendere e svoltare le sorti di una partita e, al contempo, sparire trasformandosi in un fantasma. Nel corso della sua carriera ha vestito le casacche di diversi top club tra cui Juventus e Atletico Madrid, ma non ha mai preso parte ad un Mondiale: con il Brasile due trionfi in Copa America e un bronzo Olimpico.

DOVE TUTTO È PARTITO

La carriera di Diego inizia nel Santos, quando nel 2002 mette in risalto le sue qualità insieme all’ex Milan Robinho. In patria ci rimane inizialmente per tre stagioni vincendo due campionati e suscitando l’interesse delle squadre europee. Così nel 2004 si trasferisce al Porto, club con il quale non brilla particolarmente; ciononostante si laurea campione del mondo vincendo la Coppa Intercontinentale. “Non posso che essere grato per tutto quello che ho vissuto al Porto. Ero un ragazzino e in due anni ho imparato praticamente tutto. Ho vinto e la mia vita professionale e personale sono state eccellenti. Per me è un orgoglio raccontare di aver giocato nel Porto” ha raccontato poi nel 2019.

Dopo 63 presenze e 7 gol dunque, l’esperienza di Diego allo stadio Do Dragão finisce a causa della chiamata da parte del Werder Brema. In Germania riesce a farsi un nome, giocando con continuità e stregando praticamente tutti con giocate degne di nota. Infatti nel 2007 viene nominato il miglior giocatore della Bundesliga, soprattutto dopo una clamorosa rete da centrocampo siglata contro l’Alemannia Aachen. Con il club tedesco 132 apparizioni e 54 reti.

L’ARRIVO A TORINO: PER TUTTI SI TRATTA DI UN GIOCATORE UNICO

Nel 2009 la Juventus vive un periodo di assestamento e dopo lo scandalo di Calciopoli, che costrinse i bianconeri a retrocedere nel campionato cadetto, dalle parti di Torino si respira voglia di rivalsa. L’obiettivo pare essere quello di risalire la china attraverso il calciomercato estivo, periodo in cui proprio Diego si lega alla Vecchia Signora. Al suo arrivo viene presentato come uno dei migliori giocatori emergenti del panorama calcistico e, infatti, dopo appena una partita riesce a conquistare tifosi juventini e non. In occasione del suo debutto in una sfida contro la Roma, il fantasista brasiliano viene schierato nel ruolo di trequartista firmando un’importante doppietta.

Ma l’entusiasmo intorno a Diego dura solamente poche partite prima di svanire del tutto. Già dalla seconda giornata, infatti, il giocatore viene sostituito per un infortunio e al suo rientro non ritrova un ambiente abbastanza sereno. La Juventus alterna larghe vittorie a sconfitte decisive per il cammino in campionato e trascina nella sua lavatrice anche il nuovo acquisto. Nel corso della stagione Diego vive l’avventura tra alti e bassi e finisce per salutare la città dopo un solo anno, quello in cui mette e a referto 47 presenze e solo 7 reti.

PING PONG TRA WOLFSBURG E ATLETICO MADRID

Per Diego è dunque tempo di rimettersi in carreggiata e il posto adatto da dove ripartire sembra essere quello in cui ha dato e ricevuto di più: la Bundesliga. Nell’estate del 2010 si traferisce quindi al Wolfsburg dove gioca praticamente sempre senza però riuscire ad incidere. È qui che inizia il ping pong tra il club tedesco e l’Atletico Madrid; in Spagna viene apprezzato per le sue qualità tecniche ma anche sotto l’ombra del Wanda Metropolitano fatica ad imporsi a livello di gioco.

L’ex Juventus fa la valige e torna a vestire i colori del Wolfsburg. Durante la prima stagione Diego porta a casa 13 marcature in 37 presenze e ciò consente al giocatore di riacquisire quella fiducia che aveva smarrito. Una fiducia che sfortunatamente ed anche in questo caso non ha una durata longeva e che si spegne nella stagione seguente, risultata poi fatale per il ritorno all’Atletico. Con i colchoneros vincerà poi il campionato 2013/2014 approdando in squadra grazie alla sessione invernale di calciomercato.

LA PARENTESI AL FENERBAHCE E IL CAMMINO VERSO IL RITIRO CON IL FLAMENGO

Nel 2014 è ancora tempo di cambiare aria e decide di giocare per il Fenerbahce. In Turchia è ormai evidente il calo fisico ed emotivo che travolge Diego, il quale – dopo due anni con il club gialloblu – torna in Brasile e firma un contratto con il Flamengo. Dove si è preso la fascia di capitano, dove ha vinto un Brasileirão e due Libertadores e dove, all’età di 37 anni, ha chiuso la carriera.

Senza più rimpianti per quell’annata in bianco e nero che avrebbe dovuto spedirlo nell’élite del calcio e che, come abbiamo ripercorso, non è avvenuto. Buona vita Diego!

 

 

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I 5 peggiori acquisti dell’era Agnelli

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Peggiori Acquisti Agnelli

Sì è conclusa l’era più gloriosa non solo della storia della Juventus, ma del calcio italiano: il presidente Andrea Agnelli e tutto il CdA bianconero hanno rassegnato le dimissioni. Dopo nove Scudetti, cinque Supercoppe Italiane, cinque Coppe Italia e due finali di Champions League, la Juventus dice addio al presidente che è riuscito a portarla ai vertici del calcio mondiale dopo gli anni bui di calciopoli. Sì chiude così un’era vincente e senza precedenti, in cui grandi campioni hanno scelto di vestire la maglia bianconera, per una spesa totale di oltre 1.7 miliardi di euro. Sono molti gli acquisti che si sono rivelati fondamentali per la causa bianconeri, ma sono altrettanti quelli che hanno deluso le aspettative. Di seguito vi proponiamo i 5 peggiori acquisti dell’era Agnelli.

MARKO PJACA

Era l’estate del 2016 quando la Juventus prelevò dalla Dinamo Zagabria il 21enne Marko Pjaca. Sigla il suo primo gol in bianconero il 22 febbraio 2017, nella partita vinta per 2-0 sul campo del Porto nell’andata degli ottavi di finale di Champions League. Un mese dopo, però, subisce un infortunio al ginocchio destro e da lì ha iniziato il suo calvario. Dopo vari prestiti in giro per l’Europa e diversi infortuni che lo hanno costretto a saltare molte partite, è ancora parte dell’organico bianconero e milita in prestito all’Empoli. Nella sua esperienza alla Juventus, Pjaca ha collezionato solo 5 presenze ed un gol.

JORGE MARTINEZ

Tra i peggiori acquisti dell’era Agnelli, non possiamo dimenticare Jorge Martinez. Dopo 3 ottime stagioni con la maglia del Catania, nel 2010 la Juventus acquista l’uruguaiano per 12 milioni di euro. Complici infortuni e scelte tecniche, però, l’esperienza dell’uruguaiano con la maglia bianconera si rivelerà particolarmente sfortunata: in 5 stagioni totalizza 2 reti in 20 presenze: 6 milioni di euro per ogni gol realizzato.

NICOLAS ANELKA

Nel gennaio 2013 la Juventus mette a segno il colpo Nicolas Anelka, attaccante francese acquistato a parametro zero dopo l’esperienza cinese allo Shanghai Shenhua. Come possiamo ben immaginare, il suo sì può essere considerato a tutti gli effetti uno degli acquisti peggiori della Juventus degli ultimi anni. Al momento dell’arrivo a Torino pe aspettative nei suoi confronti erano molto alte, tant’è che i bianconeri lo seguivano da diverse stagioni e lo inserirono subito in lista Champions. Inutile dire che la sua esperienza a Torino si rivelò totalmente fallimentare: scese in campo solo 3 volte e dopo 6 mesi si trasferì al West Bromwich a parametro zero.

ELJERO ELIA

Nella stagione 2011/12, sul fotofinish del calciomercato estivo, Agnelli porta in bianconero Eljero Elia, ala olandese acquistato dall’Amburgo per 9 milioni di euro più bonus. Nonostante le aspettative fossero abbastanza dopo le prolifiche stagioni in Germania, non convinse per nulla l’allora allenatore bianconero Antonio Conte, che lo relegò in panchina per tutta la stagione. Al termine dell’annata, Elia collezionò solo 4 presenze e venne ceduto al Werder Brema.

MILOŠ KRASIĆ

Quando si parla dei peggiori acquisti dell’era Agnelli, non si può certamente omettere Miloš Krasić. Giunse a Torino nel 2010, prelevato per 15 milioni di euro dal CSKA Mosca. Per le sue caratteristiche tecniche e fisiche venne etichettato come il nuovo Nedvěd. È evidente, però, che non avesse nulla in comune con la Furia Ceca. Dopo una serie di partite saltate per infortuni e per squalifiche, conclude la sua prima stagione alla Juventus con 7 reti in 33 presenze. La sua seconda annata, però, si rivelerà ancora più negativa. Il serbo non riesce ad imporsi nelle gerarchie del nuovo tecnico, Antonio Conte, e verrà spesso lasciato in panchina per scelta tecnica. Nella stagione 2011/12 totalizzerà solo 7 presenze e una rete, prima di trasferirsi al Fenerbahçe. Sì rivelerà uno degli acquisti peggiori di Agnelli, se non il peggiore, considerando l’etichetta con cui era sbarcato all’ombra della Mole.

 

 

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I cinque migliori colpi dell’era Agnelli

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Juventus

Circa alle 21:10 della giornata di ieri si è chiusa un’era. Andrea Agnelli, presidente della Juventus  in carica dal 19 maggio 2010, ha rilasciato le sue dimissioni. Nove Scudetti, cinque Supercoppe Italiane e cinque Coppe Italia, questi i successi della della società bianconera all’interno della sua gestione.

Agnelli ha saputo riportare in alto una delle squadre più gloriose del Mondo facendo registrare uno dei periodi più vincenti della storia del club. Tanti sono stati gli acquisti importanti effettuati dall’ormai ex presidente, di seguito potrete trovare i cinque più importanti.

PAULO DYBALA

Dopo tre ottime stagioni disputate con la casacca del Palermo, Andrea Agnelli decise nell’estate 2015 di investire 32 milioni di euro più otto di bonus per l’allora giovanissimo Paulo Dybala. La Joya era stato acquistato per sostituire il partente Tevez, un’eredità non facile ma che è comunque riuscito a rispettare. 293 presenze condite da 115 gol e 48 assist, questo l’impressionante tabellino di Paulo Dybala con la maglia bianconera.

GONZALO HIGUAIN

Il secondo colpo più oneroso della gestione Andrea Agnelli. Quello di Gonzalo Higuain è stato uno degli acquisti più iconici della storia del calcio italiano. Nell’estate 2016, dopo una stagione conclusa con 36 reti in campionato per l’attaccante argentino, il presidente della Juventus pagò la clausola di 94 milioni di euro presente nel contratto che legava il Pipita al Napoli. Uno screzio ai nemici partenopei che spalancò le porte per la vittoria dello Scudetto. 149 presenze condite da 66 gol ed 11 assist nella sua esperienza con la Vecchia Signora.

CRISTIANO RONALDO

Il colpo del secolo. Nell’estate 2018 Andrea Agnelli concluse l’acquisto di Cristiano Ronaldo, l’uomo chiamato per la conquista della Champions League. Nonostante la conquista della coppa dalle grandi orecchie non sia mai arrivata, la leggenda portoghese ha giocato un triennio con la maglia bianconera a livelli stellari. 101 ed 11 assist in 134 presenze con la maglia bianconera per CR7.

CARLOS TEVEZ

Un colpo passato in sordina che si è invece rivelato come uno dei più incisivi della storia dell’ultimo decennio del club. Nell’estate 2013 Andrea Agnelli acquistò Carlos Tevez, fuori dai progetti del Manchester City, per 10 milioni di euro. L’acquisto della Fuerta Apache venne visto dalla tifoseria con molto scetticismo anche poiché il calciatore decise di ereditare la maglia numero 10 lasciata incustodita da Alessandro del Piero. Grinta, gol e qualità: questi sono i vocaboli per descrivere l’avventura biennale di Tevez con la maglia della Juve. Pesa ancora come un macigno la sconfitta di Berlino nella finale di Champions del 2015 contro il Barcellona.

PAUL POGBA

L’intuizione più geniale della gestione Andrea Agnelli. Prelevato a parametro 0 dal Manchester United nell’estate del 2012 è stato successivamente venduto per 105 milioni nella sessione di calciomercato estiva alla stessa squadra inglese! La Juventus ha cullato la crescita di una stella del calcio Mondiale che è diventato il più grande beniamino della tifoseria. I gol al volo contro il Napoli sono ancora impressi nella memoria dei supporter bianconeri, la loro speranza è che possa ripetersi in questa sua seconda esperienza con la maglia della Vecchia Signora.

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Formula 1

Mattia Binotto lascia la Ferrari: le tappe che hanno portato all’addio

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Vanzini

Dopo alcune voci e smentite che arrivavano da Ferrari e addetti ai lavori, l’ufficialità è arrivata: Mattia Binotto non è più il Team Principal della Scuderia Ferrari in F1. L’ingegnere nella casa della Rossa da 28 anni, ha passato tutta la carriera in quel di Maranello. Tecnico, motorista, ha attraversato le diverse fasi che hanno visto il Cavallino Rampante rinascere, conquistare il tetto del mondo affermandosi come Team numero 1 per diversi anni. Fino ad arrivare al 2019, quando ha preso il posto di Maurizio Arrivabene (Team Principal dal 2015 al 2018) cercando attraverso progetti e giovani piloti di conquistare quel Campionato del Mondo che manca dal 2008 per i costruttori, ma soprattutto l’ambito titolo piloti che manca dal 2007 con Kimi Raikkonen. Binotto ci ha provato soprattutto puntando su Charles Leclerc dagli inizi, quando il Predestinato ha conquistato due vittorie al suo primo anno vincendo a Spa e Monza, luogo che lo ha definitivamente lanciato come uno tra sportivi più amati dagli italiani. Ha tagliato poi Sebastian Vettel, quattro volte campione, per puntare tutto sul talento monegasco, affiancato dalla nuova guida spagnola di Carlos Sainz. Il 2021 di transizione, per poi arrivare al tanto aspettato 2022 dopo le difficoltà arrivate con il caso motore del 2019 e del patto segreto tra la scuderia italiana e la Federazione. Quello che doveva essere l’anno del ritorno alle grande vittorie si è trasformato dalla gioia e entusiasmo inziale alla delusione finale, perdendo tutte le speranze soprattutto nella seconda parte fra scarsa affidabilità, errori di strategia e direttive che hanno (forse) penalizzato le potenzialità della F1-75.

DAL SOGNO ALLA DELUSIONE

“Con il dispiacere che ciò comporta, ho deciso di concludere la mia collaborazione con Ferrari. Lascio un’azienda che amo, della quale faccio parte da 28 anni, con la serenità che viene dalla convinzione di aver compiuto ogni sforzo per raggiungere gli obiettivi prefissati. Lascio una squadra unita e in crescita. Una squadra forte, pronta, ne sono certo, per ottenere i massimi traguardi, alla quale auguro ogni bene per il futuro. Credo sia giusto compiere questo passo, per quanto sia stata per me una decisione difficile. Ringrazio tutte le persone della Gestione Sportiva che hanno condiviso con me questo percorso, fatto di difficoltà ma anche di grandi soddisfazioni”.

Mattia Binotto, ex Team Principal nel suo comunicato ufficiale di addio alla Ferrari

Il 2022 era iniziato con la gara che tutti i tifosi della Scuderia avrebbero sognato: doppietta rossa e zero punti per la concorrente Red Bull. Dopo alcune gare, arrivano sempre più punti importanti e un’altra vittoria per Leclerc con il secondo ritiro di Max Verstappen. Tutto nella direziona giusta. Ecco che però da Barcellona sembra iniziare quella che assomiglia ad una stagione piena di confusione e nervosismo. Nel Gp di Catalunya il numero 16 è costretto al ritiro per motivi elettronici legati alla Power Unit.

A Monaco, dopo una prima fila tutta Ferrari, una strategia sbagliata pone Sainz in seconda posizione e Leclerc, che da una prima posizione rientra due volte ai box per finire in quarta. Per non finire il periodo negativo, nel Gran premio di Baku sempre il monegasco in prima posizione si ferma ancora: rottura del motore della F1-75. Inoltre, anche Sainz si ritira per problemi idraulici.

“Con le tre ultime gare sembra che abbiamo un problema di affidabilità. Non trovo le parole giuste. Fa male. Sono tre gare che siamo competitivi ma non otteniamo il risultato. Facciamo un reset e domani ripartiamo. Non possiamo ignorare questi punti persi. Sono stop importanti, sono altri 25 punti persi e sono tanti. Fa male. Adesso non vedo lati positivi”.

Charles Leclerc

LE DIFFICOLTÀ E L’ADDIO

Inoltre poi troviamo le divergenze interne dopo la gara a Silverstone e l’errore in gara di Leclerc in Francia che da quel momento in poi non è stato più in grado di mantenere il passo incredibile della Red Bull di Verstappen, se non per la vittoria illusoria in Austria (con annesso ritiro di Sainz per ulteriori problemi al motore) che sembrava avvicinare la rossa all’astronave austriaca. Nella seconda parte quindi nessuna vittoria, qualche podio raggiunto comunque sempre con il duro lavoro della Scuderia che ha praticamente mollato lo sviluppo della livrea 2022 per quella del successivo anno.

Poi dopo i rumors arrivati già a all’ultima gara di Abu Dhabi dove Leclerc e Sainz hanno chiuso in seconda e quarta posizione che hanno garantito la posizione di vice-campione del mondo per il monegasco e di vice-campione del mondo per i costruttori per la Scuderia, la Ferrari aveva smentito con un comunicato le voci che vedevano Mattia Binotto fuori dal progetto della casa italiana. Dopo solamente due settimane invece vediamo come lo stesso Binotto si sia fatto da parte, forse per le delusioni di quest’anno o di un ambiente che non vedeva più la sua figura come la migliore per quel ruolo. A fare il punto della situazione ci ha provato il commentatore Carlo Vanzini su Sky Sport 24, dopo l’annuncio della Ferrari:

“Se ne parlava già nella scorsa stagione, poi è stata data fiducia anche per quest’anno. Ripagata ad inizio anno ma poi sono arrivati risultati deludenti. Col senno di poi, era meglio lasciare le cose in Ferrari come nel 2018, dopo la scomparsa di Marchionne c’è stata la rivoluzione. Mattia Binotto direttore tecnico ha preso il posto del Team Principal Maurizio Arrivabene. In realtà guardando i numeri, vediamo come Jean Todt sia rimasto addirittura per 15 anni, in una situazione però disastrosa della Ferrari. L’ultimo mondiale vinto dalla Ferrari nel 2007 con Jean Todt e Kimi Raikkonen.

In 15 anni abbiamo visto 4 Team Principal diversi: Domenicali (nel 2008 ultimo titolo costruttori), Mattiacci per pochi gran premi, Arrivabene e Binotto. In media di questi, Arrivabene è quello che ha ottenuto più vittorie e Binotto rimaneva nel suo ruolo di direttore tecnico. Forse è andato a occupare un ruolo più grande per quello che aveva vissuto in Ferrari. O per fare una critica, forse ha gestito il ruolo sentendosi troppo grande. In una delle prime chiacchierate gli chiesi in maniera informale chi poteva ricoprire il ruolo del nuovo direttore tecnico. Rispose che non ci sarebbe stato e che avrebbe gestito tutto da solo. Mi lasciò perplesso.”

Ora per John Elkann spetta un altro compito difficile dopo il delicato momento alla Juventus. Ci sarà comunque più tempo per decidere vista la scadenza di Binotto al 31 dicembre 2022.

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Genoa, da Andreazzoli a Bjelica fino al possibile ribaltone: il punto

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Sono ore di grande tensione in casa Genoa dopo la brutta sconfitta di Perugia. Alexander Blessin sembrava ormai destinato a lasciare la panchina rossoblù, dopo aver attaccato la squadra nel post partita definendola di “dilettanti“. Il già preallertato Andreazzoli stava preparando i bagagli, mentre la società si confrontava in un conclave che non sembra ancora aver portato alla fumata bianca tanto attesa dalla tifoseria, che nel frattempo sembra spazientirsi di fronte al silenzio da parte dei vertici dirigenziali. Ma proviamo a ricostruire la situazione.

ANDREAZZOLI-BJELICA: IL BALLOTTAGGIO

Il candidato numero uno alla successione di Blessin era Aurelio Andreazzoli, già contattato dopo il pareggio casalingo con il Como con accordo verbale trovato. L’ex Empoli aspettava – ed aspetta – solo il via libera per tornare al Genoa.

Il problema, è che 777 Partners avrebbe dei ripensamenti in merito, e nelle ultime ore avrebbe cercato un profilo più vicino ai suoi standard prefissati: una figura non italiana, con esperienza ma non troppo avanti con l’età (caratteristiche dello stesso Blessin, peraltro). Il nome più consono trovato dal board americano, sarebbe quindi quello di Nenad Bjelica, croato, ex allenatore dello Spezia in Serie B.

La società, tra Genova e Miami, nella notte avrebbe confrontato i due nomi sul tavolo, propendendo per la seconda ipotesi. Ma nella mattinata di oggi, la Gazzetta dello Sport ha riportato una terza possibilità, che a questo punto avrebbe del clamoroso.

SPORS SPARIGLIA LE CARTE

Non è un mistero – infatti – che il Direttore Sportivo del Genoa, Johannes Spors, sia il sostenitore numero uno di Blessin: fu lui a proporlo al Genoa come post Shevchenko. Ci si aspettava addirittura, in caso di esonero del tedesco, che il ds rassegnasse le sue dimissioni, lasciato solo come unico strenuo difensore dell’attuale allenatore. Invece, secondo la Rosea, il peso specifico in società di Spors sarebbe tale da far vacillare 777, che starebbe pensando alla conferma del tecnico a sorpresa. Le prossime ore saranno comunque decisive e ci si attende un comunicato dalla società.

LA SITUAZIONE A PEGLI

Nel frattempo, a Villa Rostan, la situazione ha del surreale. Nella giornata di ieri Blessin ha diretto regolarmente la seduta di scarico post-partita già programmata. Oggi è prevista una giornata di riposo che potrebbe essere cruciale.

È notizia di pochi minuti fa, invece, la conferma della sfiducia al tecnico da parte della tifoseria: al Centro Signorini è comparso uno striscione con una scritta che non lascia spazio a molte interpretazioni: “Blessin, Game Over“.

 

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