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Che fine hanno fatto?

Che fine hanno fatto? Alessio Cerci

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Stasera andrà in scena il posticipo tra Torino e Milan, una gara di grande peso per le ambizioni di entrambe le squadre in ottica Champions League. Chi ha giocato per entrambe le squadre, e ha avuto anche modo di giocare nella massima competizione europea per club, è Alessio Cerci. Il nativo di Velletri è uno dei talenti nostrani terminati nell’oblio dopo lampi di talento, meritevole di essere protagonista di un nuovo capitolo di questa rubrica.

GLI INIZI, IN SALITA

Originario di Valmontone ma nato a Velletri: in ogni caso, a qualche decina di chilometri dalla capitale d’Italia. Per Cerci, quasi inevitabilmente, i primi passi calcistici alla luce dei riflettori partono dalla Roma. Nel 2003 è nella Primavera dei capitolini, dopo aver giocato anni nel club della sua cittadina, ma nel 2004 è già esordio in Serie A. 16 maggio 2004 per la precisione, in occasione dell’ultima giornata di campionato tra Roma e Sampdoria, che sarà anche l’ultima di Fabio Capello da allenatore dei giallorossi.

Arrivano le prime convocazioni in prima squadra, i primissimi scampoli di partita (due presenze nel 2004-05 per un totale da 21 minuti) ma il calcio dei grandi può ancora aspettare. Anche perché con la Primavera guidata da Alberto De Rossi va a gonfie vele. Cerci non riesce ad essere protagonista assoluto di una squadra con altri talenti che vedranno la Serie A, come Okaka, Rosi e Greco. Nel 2005 arriva, però, la vittoria dello Scudetto Primavera a distanza di 15 anni dall’ultima volta.

Cerci con la maglia del Pisa (2007-08)

Dopo un’altra stagione tra Primavera e (poca) prima squadra, arrivano le prime chance per mettersi in luce. Prima il prestito al Brescia di Serse Cosmi, dove racimola 21 presenze (5 da titolare) ma non riesce a mettere né gol né assist a referto. Poi al Pisa di Giampiero Ventura, con cui invece nasce un feeling speciale: 26 presenze, 10 gol e 8 assist fino a che un problema al menisco non lo costringe all’operazione. Stop di 4 mesi, proprio sul più bello. A luglio, una volta tornato a Roma, anche un infortunio alla mano. Problemi che lo condizionano nella sua successiva esperienza in prestito (nonostante il suo desiderio di rimanere a Roma), all’Atalanta, dove colleziona poco più di 400 minuti distribuiti su 13 presenze.

“Non so con chi giocherò l’anno prossimo, ma il mio obiettivo è di farlo con continuità fin dal fischio d’inizio delle partite. Per uno nato e cresciuto nella Roma, ovviamente, il sogno è di poterci ritornare in pianta stabile. Senza nulla togliere alle altre squadre, io mi vedo con i colori giallorossi”.

Quei colori li indossa, nella stagione 2009-2010, per 800 minuti: tanta Europa League (tra preliminari e girone), un pò di Coppa Italia e qualche accenno di campionato (9 presenze). A questo punto, per Cerci, è ora di trovare casa lontano da casa. La Fiorentina lo accoglie.

FIRENZE: ODI ET AMO

Il rapporto con la Fiorentina, Firenze e i fiorentini, per Cerci, è fatto di alti e bassi. Anche perché inserirsi in quella viola, che ha appena dato addio a Prandelli (nuovo ct della nazionale, sostituito da Mihajlovic) non è facile. Inizia subito da titolare (5 delle prime 6 gare giocate dal primo minuto) ma non incide. Tante panchine, qualche ingresso a gara in corso, qualche giornata in tribuna (i primi problemi di atteggiamento), fino all’improvvisa esplosione del 23 aprile: una sua doppietta decide la trasferta di Cagliari e da lì in poi Cerci non si ferma più. Ne segna altri due all’Udinese (+ 1 assist), uno al Bologna e uno al Brescia: chiude la sua prima stagione in viola con 8 gol e 4 assist, bottino di cui il 59% realizzato nelle ultime 5 giornate di campionato.

Poi, di nuovo, i guai. La stagione successiva parte col piede giusto: 3 gol nelle prime 5 partite, ma anche i lampanti segni di un carattere da moderare, con tutto ciò che ne consegue poi a livello di campo. Ad esempio, quando al  al 74′ della sfida contro il Parma alla 3ª giornata Mihajlovic decide di sostituirlo e farlo riposare in vista del Napoli: Cerci non la prende bene. Poi i problemi, quelli veri: il calo, i piccoli intoppi fisici, le esclusioni, mentre la Fiorentina (che a novembre passa da Mihajlovic a Delio Rossi) naviga in acque turbolente. Dalla 10ª alla 25ª giornata, Cerci gioca solo sei volte (due volte dal 1′). Quando sembra essere tornato stabilmente nelle rotazioni, ecco svelata la sua doppia faccia: alla 23ª segna un gol importante a Parma (del momentaneo 2-1, finirà 2-2), mentre alla 26ª giornata mette la parola fine alla sua partita (da subentrato) dopo 21 minuti per un calcio a De Ceglie, evidentemente uno sfogo sproporzionato per una partita difficile sin da subito, che finisce 0-5 per i bianconeri.

Un gol e un assist nelle ultime giornate, la viola che raggiunge la salvezza. Il rapporto con i tifosi che, però, non decolla.

“Sono arrivati i gol, le belle giocate, i voti alti sui giornali. Perfino i cori dei tifosi. Gli stessi che il giorno prima mi insultavano per strada, mentre ero con la ragazza. Mi applaudono adesso. Ma io non dimentico. Sono sicuro dei miei mezzi, anche per questo le offese non le ho mandate giù. Perché ce l’avevano con me? Ancora me lo devono spiegare. Non arrivavano i risultati, la squadra andava male, ma io sembravo l’unico colpevole. ero il capro espiatorio forse perché giovane, forse perché sono di Roma e qui i romani non li possono vedere”

“Mi hanno accusato pure perché mi piacciono le belle auto. Ho una Maserati Gran Turismo, mi davano dell’arrogante di merda. Mai pensato di andare via? Un sacco di volte. Hanno prevalso la forza di volontà e il desiderio di rivincita… Adesso mi prendo i complimenti, ma ci credo poco. Vediamo come queste persone si comporteranno in futuro se le cose dovessero di nuovo girare male. Non avrò mai un rapporto diretto con loro. Anche con gli ultras. Non ci vado sotto la curva, neanche dopo un gol. Mi hanno ferito dentro. E hanno ferito non soltanto me”.

I problemi con la piazza, i problemi con la squadra, i problemi con la continuità: l’estate 2012 segna un nuovo addio per Cerci. Ma un amore, forse vero, è in procinto di sbocciare di nuovo: per lui c’è il neo promosso Torino di Giampiero Ventura, il primo allenatore che lo aveva capito, calcisticamente e non solo.

IL PICCO

Anche con Ventura e col Torino il rapporto decolla dopo un po’ di tempo. Il primo gol (preceduto da 5 assist nelle prime 13 giornate) deve attendere il 25 novembre, proprio contro la sua ex Fiorentina. Mentre per il primo litigio bisogna aspettare solo due settimane dopo, all’intervallo della sfida contro il Milan. Ventura ne sottolinea l’indolenza nella prima frazione di gioco e lo sostituisce.

Così come ci si capisce e ci si perdona tra padre e figlio, anche Cerci e Ventura (che si può davvero definire il padre calcistico del laziale) chiariscono presto. Il talento di Velletri, da quello screzio, forse ne uscirà addirittura rafforzato. Anche perché Ventura a lui non rinuncia mai e questo fa tutta la differenza del mondo. Nelle 21 partite successive Cerci sigla 7 gol e 7 assist e vive un crescendo di soddisfazioni. Il Toro, che lo aveva prelevato dalla Fiorentina in prestito con diritto di riscatto, acquisisce il suo intero cartellino. Prandelli lo chiama in Nazionale e se lo porta in Brasile per la Confederations Cup. Può essere un altro volto della nuova Italia che sta nascendo dopo il grande Europeo in Polonia e Ucraina.

E il bello deve ancora arrivare. Il Torino della stagione 2013-14 è uno dei più competitivi e belli dell’epoca recente. Gioca un calcio ad alti ritmi e ha individualità di prim’ordine: ad esempio Glik e Darmian, che arrivano in quell’estate, e quel Ciro Immobile che arriva per fare coppia con Cerci. E che coppia che nasce. I due si trovano, si completano e trascinano i granata  verso il sogno europeo. Cerci trova una continuità che non ha mai avuto: 13 gol (2° miglior marcatore della squadra, 8° per reti segnate in tutto il campionato) e 11 assist (il migliore di quell’anno). Gol numerosi e soprattutto decisivi: gol vittoria contro Bologna, Atalanta e Genoa (al 93’), e gol che regalano pareggi preziosi contro Livorno e Roma.

L’azione personale con cui Cerci decide, al 93′, la sfida contro il Genoa

Una macchia, però, nella sua immacolata stagione, la prima della carriera: il rigore fallito a Firenze nell’ultima giornata di campionato, che blocca il Torino sul 2-2 e permette al Parma di scavalcare i granata al 7° posto. L’Europa che sfuma, anche se poi ciò non avverrà per la mancata concessione della licenza Uefa ai ducali.

Cerci, ad ogni modo, il suo picco personale lo ha raggiunto. Anzi, non ancora: perché dopo una stagione simile le big non stanno certo solo a guardare.

LA CADUTA

Nell’ultimo giorno di mercato dell’estate 2014, l’Atletico Madrid sventola a Cairo un assegno da 15 milioni di euro per il cartellino di Cerci. È accordo, addio al Toro e al calcio italiano. Un addio ancora una volta, però, che lascia l’amaro in bocca, questa volta soprattutto ai tifosi. A far discutere sono le parole della fidanzata di Cerci, Federica, che risponde così alla delusione due tifosi granata.

Peccato che il “calcio che conta” Cerci lo riesca ad assaporare per appena 240 minuti. D’altronde la concorrenza, in attacco e sulle fasce, è selvaggia (Griezmann, Manduzkic, Arda Turan, Koke per fare alcuni nomi). Da qui in poi per Cerci è un inesorabile declino, anche perché i contesti in cui si trova a giocare non lo agevolano. Prima il Milan, fallimentare, di Inzaghi e poi di Mihajlovic, poi il Genoa. E all’improvviso, di nuovo, il ginocchio destro che gli dà problemi e lo costringe ad una nuova operazione.

Cerci non vede il campo fino al 15 aprile 2017, in una gara casalinga contro l’Osasuna. Entra in campo, il pubblico lo accoglie con un’ovazione, un po’ tra la stima e, forse, la presa in giro. All’Atletico danno un rigore: lo tira Carrasco, Sirigu glielo para. Poco dopo i colchoneros ne hanno un altro e il pubblico canta “Cerci tiralo”. L’incarico di battere se lo prende Thomas Partey: Cerci glielo chiede, ma niente. Capitan Godin dice al ghanese di lasciarlo tirare all’italiano, invano. Thomas tira e Sirigu para di nuovo. E Cerci se ne va sconsolato.

Sconsolato e sconsolante il suo proseguo di carriera. Prima il Verona, in cui fa quel che può per evitare una retrocessione che sembra inevitabile sin dagli inizi della stagione (3 vittorie nel girone d’andata) e poi la Turchia, dove tanti giocatori sulla via del tramonto decidono di godersi gli ultimi anni di carriera in una sorte di “pensione d’oro”. Peccato che a Cerci, all’Ankaragucu, stia andando tutto storto. Non solo sul campo, in cui è partito titolare solo in 8 occasioni, ma anche al di fuori di esso. La società, in difficoltà economica, non paga lo stipendio a lui e a Heurtaux da 7 mesi, e a seguito del suo braccio di ferro con la società è finito fuori rosa.


Vittima del suo carattere, dei problemi fisici, delle sue dichiarazioni e, un po’, anche della sfortuna, Cerci ha abbandonato da tempo il “calcio che conta”. In ciò che conta forse di più, però, tutto gli sta andando bene: con Federica si gode Leonardo e i gemelli Futura e Romeo. La sua vera casa, fuori dal campo, dopo una carriera a cercarla sul prato verde.

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Calcio e dintorni

Torino, l’ex portiere è nella bufera: l’accaduto e le conseguenze!

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Cairo

Vi ricordate di Lyn Gomis? Colui che si è fatto conoscere in Serie A per via del suo passato al Torino, sale alla ribalta della cronaca sportiva per un gesto davvero poco nobile.

Attualmente rientrante nella rosa del Genola, formazione appartenente alla seconda categoria piemontese, l’estremo difensore senegalese si è reso protagonista di un episodio riprovevole; nel corso della partita di campionato contro il Langa Calcio, disputata domenica, questi ha aggredito l’arbitro del match sia fisicamente, prendendolo per il collo, sia verbalmente, attraverso offese, esclamate sia in campo che negli spogliatoi. Questa condotta violenta gli è costata una lunghissima squalifica, che scadrà soltanto il 13 ottobre 2023. Di seguito, riportiamo il testo del comunicato, redatto dal Giudice Sportivo:

Nello specifico, dopo la convalida della rete del 3 a 3, il portiere del Genola, Sig. Gomis Lys, raggiungeva di corsa l’arbitro che si dirigeva a centro campo e lo afferrava per il collo, provocandogli dolore, oltre ad insultarlo ripetutamente. Intervenivano in difesa del direttore di gara alcuni giocatori di ambo le compagini. Al termine della partita mentre l’arbitro raggiungeva gli spogliatoi scortato dai Dirigenti della squadra ospite nonché da giocatori di entrambe le Società, dopo aver subito ulteriore aggressione fisica da un altro tesserato del Genola, il Sig. Gomis continuava a insultarlo e minacciarlo, con una tale veemenza da indurlo a richiedere l’intervento di una volante dei Carabinieri, ai quali veniva esposto l’accaduto

Dal canto proprio, il portiere non ci sta a subire questo contraccolpo, che, di fatto, potrebbe costringerlo a chiudere ingloriosamente la sua carriera, dati i suoi 32 anni d’età. Le parole, espresse a La Stampa, dichiarano un pronto ricorso, di concerto con la società. E la motivazione è semplice: in sedici anni di carriera, non si è mai reso protagonista di episodi come quello per cui è stato accusato e squalificato:

I fatti non sono andati così. Con la società faremo presto ricorso. Non sono un violento. In 16 anni di carriera professionistica, non ho mai avuto e creato problemi

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Calcio e dintorni

Un Chelsea mondiale: dove sono finiti i Blues del 2012?

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Ziyech

Oggi pomeriggio alle 17.30 il Chelsea affronta il Palmeiras nella finale della Coppa del Mondo per Club. Per la squadra londinese, vincitrice dell’ultima edizione di Champions League, è la seconda occasione nei suoi 117 anni di storia per sollevare il trofeo istituito nel 2000 dalla FIFA.

L’ultima partita giocata dai Blues in questo torneo risale al 2012. Gli allora Campioni d’Europa guidati da Rafa Benitez, subentrato all’esonerato Roberto Di Matteo, si arresero in finale contro il Corinthians a Yokohama. Il gol di Paolo Guerrero al 69° regalò ai Brasiliani la vittoria.
Oggi, dieci anni dopo quella deludente sconfitta, dove sono i giocatori di quel Chelsea?

Petr Čech nella sala dei bottoni

Nonostante la sconfitta in Coppa del Mondo, il leggendario portiere ceco aiutò il Chelsea a vincere l’Europa League quella stagione.
Dopo  aver lasciato i Blues, Petr Čech chiuse la sua carriera all’Arsenal prima di tornare al Chelsea come membro dello staff tecnico di Frank Lampard.
Lampard durò un anno e mezzo sulla panchina della squadra londinese ma l’ex portiere rimane una figura molto importante al fianco della mano destra di Roman Abramovich, Marina Granovskaia.

Non solo calcio per Čech, dato che nell’ottobre 2019 ha giocato come portiere per i Guildford Phoenix, squadra di hockey su ghiaccio della quarta divisione del campionato hockeistico inglese.

Chelsea-Liverpool solo andata

Nonostante la sconfitta contro il Corinthians, per Frank Lampard la stagione 2012-2013 si concluse con un record positivo. Con il gol alla penultima giornata di campionato contro l’Aston Villa, Lampard diventò il miglior marcatore nella storia dei Blues.

L’ultima tappa prima del ritiro dello storico capitano inglese sarà al New York City FC prima di andare ad allenare il Derby County.
Dopo la brutta esperienza sulla panchina del Chelsea, Lampard è da qualche settimana l’allenatore dell’ Everton.

Last dance in Derby

Altro ex del Chelsea ora nello staff tecnico dell’ Everton è Ashley Cole. L’esterno inglese lascia il Chelsea nel 2014 per affrontare quella che si rivelerà essere una deludente esperienza con la maglia della Roma. Nel 2016 Cole vola in America e gioca con i Los Angeles Galaxy.
Prima di ritirarsi, il vecchio amico Lampard gli chiede una mano al Derby County e Ashley Cole si mette a disposizione per l’ultima danza della sua carriera da calciatore professionista.

Metà Niño, metà torero

Arrivato a Londra con tante aspettative, Fernando Torres non fu in grado di replicare le incredibili giocate con la maglia del Liverpool.
Nonostante questo El Niño contribuì con un gol alla vittoria nella finale di Europa League contro il Benfica prima di lasciare il Chelsea nell’estate del 2014 per andare al Milan.

Prima del ritiro Torres ha giocato per qualche stagione nell’Atletico Madrid, la sua squadra del cuore, e ora allena il Juvenil A, l’Under-19 dei Colchoneros.

Hazard o Marin?

Non tutti i calciatori di quel Chelsea hanno appeso gli scarpini al chiodo.
Dopo aver segnato 110 gol in 353 partite con il Chelsea, Eden Hazard si trasferirà al Real Madrid. I vari infortuni hanno però reso l’avventura spagnola del belga un vero e proprio incubo fino a questo momento.

Altro giocatore ancora in attività, seppur lontano dai radar del calcio europeo, è Oscar.
Il brasiliano si presentò sul palcoscenico della Champions League con due gol contro la Juventus nel 2012.
Oscar diventa un perno del centrocampo di Mourinho ma l’arrivo di Conte nel 2016 lo mette ai margini del progetto e lo porta a trasferirsi in Cina allo Shangai Port con il quale ha giocato quasi 150 partite e vinto un campionato cinese.

Meteora di quel Chelsea fu Marko Marin. Arrivato dal Werder Brema con l’etichetta di “Messi Tedesco”, Marin deluse in Inghilterra e girò il Vecchio Continente in lungo e in largo come prestito.
Dopo un esperienza in Arabia Saudita, Marin gioca adesso a Budapest con il Ferencvaros.

Una colonna basca al Chelsea

Non tutti i calciatori di allora hanno lasciato il Chelsea. Chi è rimasto è Cesar Azpilicueta, che nel frattempo è diventato una colonna dei Blues giocando da jolly nella retroguardia.
Con la maglia del Chelsea Azpilicueta ha vinto di tutto e negli ultimi tre anni è stato il capitano della squadra della quale è diventato una colonna portante.

Adesso, con il contratto in scadenza questa estate, Cesar è in cerca della sua prossima avventura.

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Calcio Internazionale

Il presidente del Lille rivela: “Un big può tornare da noi!”

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Hazard può tornare al Lille

L’avventura con la camiseta blanca di Eden Hazard stenta a decollare. Il classe 1991 è stato il colpo ad effetto dell’estate 2019 del Real Madrid, che intendeva far dimenticare la cessione di Ronaldo, avvenuta 12 mesi prima. Ma, di fatto, l’unica cosa in cui il belga ha sostituito il portoghese è il nome soprastante la maglia numero 7.

Complici gli infortuni, una forma fisica non sempre ottimale e l’esplosione dei due millenials brasiliani, Vinicius Jr e Rodrygo, Hazard è sempre più ai margini del progetto galáctico. Questi fattori lo hanno iscritto nella lista dei possibili partenti dalla Casa Blanca già a gennaio. La cifra richiesta è pari a 40 milioni; tuttavia, si può aprire anche al prestito.

In quest’ultimo senso, la suggestione dell’ultima ora porterebbe Hazard di nuovo dove tutto è incominciato. Al Lille del presidente Olivier Letang.

È AS a dare forma a tale ipotesi. Ipotesi suggestiva, il cui impulso deriva dall’intervista del presidente del club francese all’Equipe du Soir:

Un ritorno di Hazard al Lille? Non è impossibile vederlo qui”, ha affermato Letang. “Può sembrare impossibile, ma non lo è. Ovviamente Hazard è un giocatore incredibile, con grandi qualità. In questo momento, è un giocatore del Real Madrid, ma in futuro le cose potrebbero cambiare“.

Affinché il trasferimento vada in porto, è necessario che i blancos abbassino le richieste. I 40 milioni di euro rappresentano una pretesa economica troppo elevata per le casse del club francese, pronto a perseguire anche la strada del prestito. A patto che Florentino Pérez sia disposto ad accettare di accollarsi grande parte di un lauto stipendio, di cui vorrebbe liberarsi.

Immagine in evidenza presa da Wikimedia Commons con diritti Google Creative Commons

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Calcio Internazionale

Bayern Monaco, un ex portiere fa successo all’estero

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Bayern Monaco

Tutto inizia con la maglia del Bayern Monaco. Lukas Raeder, portiere tedesco classe 1993, viene aggregato alla squadra della Baviera a soli 19 anni. Per lui si prospetta un futuro da campione in Germania. Sulle orme di tanti altri illustri predecessori.

Tuttavia, la carriera di Raeder come portiere del Bayern Monaco, in realtà, non spicca mai. Un po’ per demeriti suoi. Un po’ perchè, nel 2012, quando Lukas Raeder approda ai bavaresi, in porta c’è già Manuel Neuer. Due anni alle spalle dell’attuale portiere del Bayern Monaco sono stati duri da sostenere, per un giovanissimo prospetto che vuole dimostrare il suo valore. E così, nell’estate del 2014, Raeder va via a parametro zero dal Bayern Monaco e dalla Germania. Destinazione Portogallo.

Il Vitória Setúbal è la sua seconda squadra, ma anche con i portoghesi il minutaggio scarseggia. Totalizza solo 27 gare in tre stagioni. Per cui il percorso di Raeder è costretto a proseguire in Inghilterra con la maglia del Bradford City, prima di fare rientro in patria, nelle serie minori: ad attenderlo si presentano in ordine di tempo il Rot-Wein Essen e il Lubecca.

Ora il suo presente si chiama Lokomotiv Plovdiv, squadra appartenente al massimo campionato bulgaro. A 27 anni, Raeder ha ancora voglia di mettersi in mostra e di sognare le competizioni europee. Il terzo posto in campionato, infatti, garantisce la possibilità di arrivare in Conference League. Tuttavia, al di là delle soddisfazioni che può regalare il rettangolo verde, è al di fuori del campo che Raeder ottiene il successo maggiore.

Unico calciatore tedesco in Bulgaria e con la fama di calciatore che ha annusato grandi palcoscenici, il tedesco è diventato una vera e propria star. Come, del resto, lo dimostra questa dichiarazione.

Come portiere tedesco, sono molto concentrato sulla Bulgaria. I portieri tedeschi hanno una reputazione particolarmente buona qui ed è per questo che ricevo molta attenzione. Mi parlano spesso in tedesco gli avversari o anche i tassisti. Il Bayern è totalmente presente qui e spesso me lo chiedono. Abbiamo uno o due tifosi del Bayern nella squadra e anche nella dirigenza.Tutti qui conoscono ‘Mia san mia“.

Immagine in evidenza presa da pixabay con diritti Google Creative Commons

 

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