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13 giugno 1943. Semifinale di ritorno di Copa del Generalismo (l’attuale Copa del Rey). La squadra catalana nella gara d’andata si è imposta per 3-0 e sembra vicinissima a raggiungere la finale contro l’Atletico Bilbao. I blaugrana però non avevano fatto i conti con Francisco Franco e la sua avversione nei confronti del Barcellona. Lo stesso dittatore infatti aveva fatto bombardare la città da Mussolini qualche anno prima, e aveva fatto uccidere il presidente repubblicano della squadra catalana, Josep Sunyol. Secondo le varie testimonianze furono tantissime e pesantissime le minacce ricevute dai giocatori blaugrana prima della gara. La soluzione per non correre pericoli era una: perdere la partita. E così fu. Il Real si impose per 11-1 e si qualificò per la finale di coppa. È da quel preciso istante che nasce El Clásico.

El Clásico è Catalogna contro Castiglia. Galacticos contro Cantera. El Clásico è tutto questo: calcio, cultura, storia. Due modi differenti di interpretare il calcio e la vita. Da un lato la “squadra del Re”. Fu infatti Re Alfonso XIII di Spagna ad inserire il nome Real, e con esso lo stemma della corona. Dall’altro lato invece la Catalunya. Un mondo a sé all’interno della penisola iberica. Un modo di essere e di vivere la propria terra che si differenzia totalmente dall’essere spagnoli. Domenica, per la 266esima volta nella storia, vedremo affrontarsi tutto questo. Non solo un pallone che rotola in campo quindi.

VIVERE IL PRESENTE

Al valore storico e culturale della partita, va aggiunto però quello prettamente calcistico, che inevitabilmente, è legato ai numeri e alle situazioni di classifica. Il contesto è chiaro: il Real di Zidane guida la Liga con 3 punti di vantaggio sui blaugrana e con una partita in meno. Una vittoria nel big match di domenica significherebbe andare a +6, e con la partita contro il Celta Vigo ancora da recuperare. La vittoria nel Clásico porrebbe quindi una seria ipoteca sulla 33esima Liga della storia dei Blancos. Per i catalani invece perdere significherebbe dire addio in pochi giorni a due grandi obiettivi stagionali: il campionato e la Champions League. Se in ambito europeo è stata la Juventus di Allegri a dare il colpo di grazie alla formazione di Luis Enrique, in territorio nazionale potrebbe essere Zizou a porre fine alle speranze di rimonta.

Si sa, quando arriva una partita così sentita e così importante le statistiche, i numeri e i momenti di forma si annullano completamente. In quei 90 minuti tutto può succedere, indipendentemente dal periodo attraversato dalle due squadre. C’è da dire però che al momento il Real Madrid sembra la naturale favorita per la sfida di domenica. I blancos arrivano al Clásico forti del passaggio del turno in Champions League e dell’importantissima vittoria ottenuta il week-end scorso contro lo Sporting Gijon. Per i blaugrana invece è l’esatto opposto. La sconfitta ai quarti di Champions League sembra aver lasciato qualche strascico all’interno dello spogliatoio. L’atteggiamento insofferente e poco combattivo degli azulgrana mercoledì sera può aver significato qualcosa. Sembra quasi che il Barcellona non abbia più la forza mentale di volersi veramente imporre sull’avversario. Qualcuno ha addirittura parlato della fine di un ciclo.

Una cosa è certa: domenica per il Barça si tratta di una finale. Una grande possibilità per smentire tutti e per dimostrare di poter dare ancora molto. L’ultima chiamata per la Liga non è da fallire.

COME STANNO I FENOMENI?

Real Madrid-Barcellona oltre a rappresentare una sfida tra due differenti identità, richiama inevitabilmente ai protagonisti in campo. Ed in questo caso stiamo parlando di 9 palloni d’oro in due tra Cristiano Ronaldo e Lionel Messi. Ridurre la sfida del Bernabeu al dualismo tra il portoghese e l’argentino sarebbe riduttivo, ma è quantomeno inevitabile comprendere come i due possano trascinare la propria squadra alla vittoria. Se si confrontano i numeri stagionali in campionato, Messi supera Ronaldo in quasi tutte le voci. A partire dal numero dei gol segnati ad oggi: 29 per la Pulce, 19 per CR7. Ronaldo, paga però il grande sforzo fatto in estate durante gli Europei francesi. Il sacrificio fatto dal portoghese per trascinare la propria nazionale alla vittoria finale è pesato molto nei primi mesi di Liga. Oltre alle reti segnate l’argentino domina sui passaggi chiave (58 contro 18). In questo caso invece la motivazione potrebbe essere prettamente tattica. Ronaldo è sempre più attaccante, anno dopo anno. Con l’avanzare dell’età il portoghese si sta sempre più allontanando dall’esterno del campo per avvicinarsi all’area di rigore (Real-Bayern docet) e per questo motivo anche il suo numero di assist è inferiore. Anche in questo caso infatti Messi primeggia con 8 passaggi decisivi per i compagni, contro i 6 di Ronaldo.

Il vero interrogativo però è: “quanto pesano effettivamente questi numeri?”. Le statistiche dimostrano sicuramente che la Pulce sta disputando un’altra stagione ad alti livelli, magari con qualche appannamento, ma di certo non si può parlare di delusione. Per quanto riguarda Ronaldo invece è fondamentale contestualizzare questi dati. Come detto in precedenza il portoghese, ad inizio stagione, ha pagato le fatiche di Euro 2016, e questo ha condizionato le sue prestazioni. È facile ipotizzare che il club madrileno avesse come obiettivo quello di portare Cristiano Ronaldo al top della forma proprio in questo periodo della stagione, ovvero quando si decide chi vince i trofei. I 5 gol segnati al Bayern Monaco nella doppia sfida dei quarti di Champions ne sono la dimostrazione.

L’EMBLEMA DELLA RIVALITÀ

Se ci sono due giocatori che impersonano perfettamente l’indipendentismo catalano e la fedeltà madridista, questi sono Piquè e Sergio Ramos. Il difensore blaugrana ha deciso di infiammare il Clásico già da martedì, postando sul suo profilo Twitter uno stato composto da tre puntini di sospensione, che alludevano al modo con il quale il Real aveva vinto la sua sfida con il Bayern. Il capitano del Real ha risposto immediatamente a tono invitando il catalano ad andarsi a rivedere la sfida con il PSG. Il giorno successivo poi Piquè ha deciso di rincarare la dose pronunciando queste parole al termine di Barcellona-Juve:

“Uscire in coppa è una sconfitta che brucia, lo ammetto: ma a loro sarà bruciato vedere il Camp Nou applaudirci ugualmente. Sono abituati ai fischi, anche quando vincono…”

Uno dei tanti scontri tra due dei difensori più forti del mondo, accomunati dalla stessa nazionalità, ma emblemi e bandiere di due spiriti differenti.

La straordinaria stagione di Ramos fino a questo momento, non può per nulla minimizzare quella del centrale blaugrana. I numeri danno ragione al madrileno soprattutto a livello realizzativo (7 gol in campionato contro 2). Incredibile anche il dato relativo alle chanche create. Il centrale dei blancos infatti arriva addirittura a quota 6, a dimostrazione della sua pericolosità offensiva. Il numero 3 del Barcellona invece si ferma soltanto a 2. Entrambi i giocatori fanno della qualità tecnica uno dei loro punti di forza e difatti possono vantare l’89% di precisione nei passaggi. A livello difensivo invece emerge il capitano del Real con il 61% di duelli vinti. Piquè invece, meno lucido difensivamente, si ferma al 52%.

GLI EQUILIBRATORI

Tra i due differenti modi di giocare di Zidane e Luis Enrique esiste un unico comune denominatore: l’uomo davanti alla difesa. Nel 4-3-3 del francese e nel 3-4-3, o se si preferisce 3-3-1-3, dello spagnolo i compiti di Casemiro e Busquets diventano fondamentali: sia per la manovra offensiva che per quella difensiva. Il centrocampista brasiliano è stata la vera e propria intuizione di Zidane. L’inserimento dell’ex Porto al centro della linea mediana dei blancos, ha garantito maggiore libertà a Modric e Kroos. Il croato ed il tedesco hanno potuto aumentare la propria pericolosità offensiva, consci e sicuri della presenza del brasiliano in copertura. L’equilibrio garantito da Casemiro si può leggere anche attraverso i numeri: 57 tackle vinti, 48% di duelli a proprio favore, 63% di duelli aerei. Dati che sottolineano l’importanza della presenza di questo tipo di giocatore all’interno del sistema di gioco di Zidane.

Totalmente diverso il ruolo di Busquets nello scacchiere tattico di Luis Enrique. Lo spagnolo ha infatti il grande (ed impegnativo) compito di sostituire in quel ruolo una leggenda come Xavi. I numeri del centrocampista del Barcellona differiscono completamente da quelli del madridista. Soprattutto a livello qualitativo Busquets domina il confronto: 1418 passaggi effettuati con successo contro 678. Anche i passaggi chiave (8) e gli assist (2) sorridono al blaugrana. Busquets pecca invece nel gioco aereo in confronto a Casemiro: soltanto 43% i duelli vinti dallo spagnolo.

Mentre Casemiro garantisce protezione ed aggressività all’undici di Zidane, Busquets svolge il ruolo di playmaker con il compito di innescare le azioni offensive della MSN e di fraseggiare con i propri compagni di reparto (Rakitic ed Iniesta).

Al di là dei duelli individuali e dei dualismi che andranno in scena domenica, il Clásico rappresenterà ancora una volta quella sfida eterna, che allo stesso tempo accomuna e divide un Paese intero. Due regioni che vivono il calcio in maniera differente, talvolta opposta. Due popolazioni che hanno eroi diversi, che spesso si scontrano. Molto di più che una partita di calcio insomma.

 

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Flash News

Luis Enrique donerà il ricavato delle dirette a una fondazione oncologica

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Luis Enrique

Luis Enrique, ct della Spagna, ha aperto da poco un canale Twitch, con il quale tiene aggiornati tutti i tifosi che seguono la nazionale spagnola ai Mondiali. Chiaramente, fin da subito migliaia di persone hanno iniziato a seguirlo sul social. Il tecnico spagnolo, adesso, si è reso protagonista di un gesto da applausi. Secondo Nicolò Schira, infatti, Luis Enrique donerà tutto il ricavato dalle dirette della nota piattaforma viola ad una fondazione oncologica per bambini. Un gesto di grande cuore e generosità da parte di Luis Enrique: non è la prima volta che l’allenatore fa beneficenza.

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Calcio Internazionale

A Belgio e Germania è mancato un centravanti

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Belgio

Siamo ormai quasi alla fine degli ottavi di finale del Mondiale di Qatar 2022. Ma prima di scoprire quali saranno le migliori otto nazioni del pianeta, facciamo un piccolo passo indietro e analizziam0 un po’ più nel dettaglio l’eliminazione di Belgio e Germania.

Avremmo fatto fatica, alla vigilia dell’inizio del Mondiale, a immaginare le due europee escluse già nella fase a gironi. Lo sappiamo, si è già parlato molto della loro prematura esclusione dal torneo, ma abbiamo voluto inquadrare la questione prendendo in esame quella che è stata forse la causa principale della loro eliminazione. La mancanza di un centravanti.

NEL BENE O NEL MALE IL BELGIO DIPENDE DA LUKAKU

Ovviamente non vogliamo ricondurre tutti i problemi di Belgio e Germania unicamente alla mancanza di un vero numero 9. In entrambi i casi si tratta di una concausa che si unisce ad altri problemi delle sue squadre. Non si può però non fare a meno di notare che la sterilità dei reparti avanzati delle due nazionali ha dato il colpo di grazia alle speranze di entrambe.

Alcuni dati ci fanno capire quanto la mancanza di un centravanti sia stata fondamentale per entrambe. Il primo e più lampante dato è quello del Belgio, che ha segnato solo un gol nelle tre partite del girone. Ma c’è dell’altro. L’intera produzione offensiva dei Diavoli rossi è stata molto al di sotto della sufficienza nelle prime due partite del girone, contro Canada e Marocco.

In queste due sfide, pur avendo un possesso palla superiore a quello dei rispettivi avversari e manovrando molto più il pallone (soprattutto contro il Marocco), la squadra ha ottenuto un misero bottino di soli 0,9 expected goals di media. La sensazione è stata quella di una squadra che creava molto dalla trequarti in su. Ma al momento di mettere il pallone in rete è mancato il riferimento offensivo.

Riferimento offensivo che è stato decisivo, ma in senso negativo, nella terza partita del girone contro la Croazia. Dopo aver provato, con risultati insufficenti, Batshuayi, Mertens e Trossard nel ruolo, Martinez è stato obbligato a inserire Romelu Lukaku nel secondo tempo della sfida contro i croati. L’inserimento del centravanti dell’Inter in area ha effettivamente dato un riferimento (oltre che un senso) al gioco offensivo dei belgi. Che hann0 ottenuto un dato di ben 3 xG nella sfida.

Sarebbe bastato realizzare solo un gol per spedire agli ottavi De Bruyne e compagni, ma Big Rom ha sancito l’eliminazione dei numeri due del ranking FIFA con la sua imprecisione sotto porta. Magari con un Lukaku al top della forma adesso staremo parlando di tutto un altro Mondiale.

I PROBLEMI DI FINALZIZZAZIONE DELLA GERMANIA

Dal Belgio passiamo alla Germania, dove la statistica da sottolineare è un’altra e ben più agghiacciante. I tedeschi sono la nazionale con più expected goals in tutto il Mondiale finora, con 9,3. Ciò significa che la nazionale di Flick avrebbe dovuto segnare più di tre gol a partita (senza contare il rigore nella prima partita col Giappone). Il livello della rosa dei teutonici difficilmente avrebbe fatto presagire un disastro in questa spedizione. A dirla tutta la qualità del gioco espressa è stata tutt’altro che pessima. Con un reparto offensivo, guidato da Musiala, che più volte si è reso pericoloso nelle partite del girone.

Ciò che è mancato, guarda caso, è stata una prima punta in grado di insaccare le azioni offensive. Flick si è affidato a Kai Havertz o a Thomas Müller nel ruolo. Due trequartisti, dunque, più che vere e proprie punte. Eppure, il più convincente è sembrato essere Niclas Füllkrug, un vero numero nove, che ha salvato i tedeschi nella delicata sfida con la Spagna.

La sfida che però è stata decisiva per l’eliminazione della Germania è stata la prima, quella col Giappone. Dopo il vantaggio su rigore di Gündogan, i tedeschi hanno creato una quantità enorme di occasioni per il raddoppio.

Il dato alla fine della partita è stato di ben 26 tiri e 3,1 xG. Havertz, nei 79 minuti in cui ha giocato, non ha saputo cogliere nessuna delle occasioni create da Musiala, Raum e Gnabry. Anche qui vale lo stesso discorso fatto per il Belgio: se la Germania avesse avuto un centravanti avvezzo alla finalizzazione forse la Mannschaft sarebbe stata ancora in corsa per vincere il suo quinto Mondiale.

LA MANCANZA DEI CENTRAVANTI AL MONDIALE

Forse sarà l’evoluzione del ruolo, dei suoi compiti in seno alla squadra. Forse degli eccessivi tatticismi, ma è fuor di dubbio che il ruolo del centravanti è molto cambiato in questo decennio. Quell’animale che aveva nell’area di rigore il suo habitat naturale, sta evolvendo le sue caratteristiche per essere trasformato in qualcosa di meno letale.

Il discorso non vale solo per Belgio e Germania. Abbiamo una prova prendendo in esame tutte le prime punte presenti a Qatar 2022. Se si guarda la classifica capocannonieri quasi tutti i giocatori presenti (quelli con tre o più gol realizzati finora) sono molto lontani dall’essere paragonabili a un centravanti vecchio stampo.

Mbappé, Gakpo, Enner Valencia, Rashford. Tutti giocatori formidabili certo, ma che non hanno niente a che vedere (dal punto di vista puramente del ruolo ovviamente) ai vari Batistuta, Vieri, Pippo Inzaghi o David Trezeguet. Eccezion fatta per Olivier Giroud, che sta tenendo alto il nome dei vecchi numeri 9. Forse anche di Alvaro Morata, se si vuole però considerare un centravanti vero e proprio lo spagnolo, che fino all’anno scorso era stato dirottato sulla fascia da Max Allegri.

Si può notare come in quasi tutte le grandi nazionali tutte le prime punte non stiano attraversando un buon momento. A parte il già citato Giroud, se guardiamo all’Argentina stanno deludendo le prestazioni di Lautaro Martinez. Luis Enrique preferisce spesso affidarsi a un attacco leggero con Ferran Torres, piuttosto che affidarsi a Morata.

Alla Croazia sta mancando un ariete d’area come lo fu Mandzukic nel 2018. Il Brasile si affida a Richarlinson, non proprio un vero nueve. Nell’Inghilterra Harry Kane ha siglato finora un solo gol e viene utilizzato da Southgate più che altro come elemento di raccordo fra centrocampo e attacco. Il Portogallo ha CR7 che, come sappiamo, ama però partire dal centrosinistra. E Lewandowski ha siglato solo un gol in quattro partite.

Il problema non è dunque solo di Belgio e Germania. Ancora una volta è il dato sugli xG che ci aiuta a capire la scomparsa dei centravanti finalizzatori dal torneo. Nella top 10 degli expected goals per 90 minuto della Coppa del Mondo 2022 le prime punte vere e proprie sono meno della metà. Giroud, Morata, Embolo e Azmoun. Il primatista nella classifica è Marcus Rashford, e gli fanno compagnia Mbappé, Julian Alvarez, Musiala, Depay e addirittura un terzino, Nicolas Tagliafico.

Insomma, in questo Mondiale ha forse definitivamente attecchito la lezione di Pep Guardiola. “Il centravanti è lo spazio” o comunque qualcosa di ormai troppo diverso dal puro finalizzatore d’area. Ironia della sorte, l’evoluzione dell’idea di Guardiola ha raggiunto il suo punto più alto proprio ora che Pep ha deciso di invertire la rotta e affidare l’attacco del Manchester City a un ragazzo che di mestiere fa la prima punta. E che, soprattutto, sa dannatamente bene come avventarsi su ogni pallone in area come un vero centravanti di razza: Erling Braut Haaland.

 

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I Nostri Approfondimenti

Dove vedere Padova-Juventus Next Gen in tv e streaming

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DOVE VEDERE PADOVA-JUVENTUS NEXT GEN IN TV E STREAMING – La Juventus Next Gen, reduce da una convincente vittoria per 1-0 ai danni del Sangiuliano City, tornerà in campo mercoledì per i quarti di finale della Coppa Italia di Serie C. I bianconeri si troveranno di fronte il Padova, attualmente 11esimo nel girone A di Lega Pro. Il fischio d’inizio è previsto alle ore 19 di mercoledì 7 dicembre presso lo Stadio Euganeo di Padova.

COME ARRIVANO LE DUE SQUADRE

Il Padova è il campione in carica della Coppa Italia di Serie C, dopo averla conquistata lo scorso anno nella doppia finale contro il Südtirol. La formazione veneta, attualmente 11esima in campionato, ha già battuto Imolese e Gubbio, vittorie che hanno permesso l’accesso ai quarti di finale.

Fino a questo momento, Padova e Juventus Next Gen hanno disputato 6 match: i bianconeri hanno vinto 2 volte, mentre i veneti 4. L’ultimo precedente, risalente allo scorso 13 settembre, è terminato sul punteggio di 2-1 in favorevole proprio della formazione allenata da Bruno Caneo.

La difesa veneta dovrà fare particolarmente attenzione agli attaccanti bianconeri, che in trasferta hanno una media di circa 3 gol a partita. La retroguardia della Juventus Next Gen, invece, è tutt’altro che impeccabile e, mediamente, in trasferta subisce una rete a partita.

Almeno secondo i bookmakers, i favori del pronostico sono tutti dalla parte dei biancorossi. La loro vittoria è infatti quotata a 2,25.

DOVE VEDERE PADOVA-JUVENTUS NEXT GEN IN TV E STREAMING

La sfida di Coppa Italia di Serie C tra Padova e Juventus Next Gen verrà trasmessa in diretta su Rai Sport + HD e in streaming su Raiplay. In alternativa, il match potrà essere seguito anche su Eleven Sports, che possiede i diritti televisivi della competizione.

PROBABILI FORMAZIONI

PADOVA (3-4-2-1): Zanellati; Calabrese, Belli, Germano; Vasic, Dezi, Radrezza, Gasbarro; Jelenic, Liguori; De Marchi. All. Caneo

JUVENTUS NEXT GEN (4-3-3): Raina; Barbieri, Riccio, Stramaccioni, Verduci; Besaggio, Palumbo, Iocolano; Compagnon, Cudrig, Sekulov. All. Brambilla

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Flash News

Il Brasile cala il poker, 4-0 in 36 minuti contro la Corea del Sud

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Neymar

In Qatar, la Corea del Sud è rimasta letteralmente devastata dall’inizio show da parte del Brasile, che nel giro di 36 minuti è già avanti 4-0. Apre le danze Vinicius Junior dopo 7 minuti. Il talento del Real Madrid raccoglie l’assist di Neymar e porta in vantaggio i verdeoro. A raddoppiare è proprio O’Ney, che non sbaglia il penalty che il direttore di gara Turpin  gli concede dopo un fallo della Corea in area di rigore. Richarlison al 28′ fa 3-0 per i brasiliani, su assist di Thiago Silva. Dopo pochissimi minuti, un super gol al volo di Lucas Paquetà porta il risultato sul 4-0: il Brasile cala il poker.

 

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