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ESCLUSIVA - Claudio Pasqualin, storico agente di Del Piero: "Potevo essere l'AD del Milan"

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ESCLUSIVA – Claudio Pasqualin, storico agente di Del Piero: “Potevo essere l’AD del Milan”

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del piero

Claudio Pasqualin è considerato il padre dei procuratori italiani, iniziando a esercitare la professione nei primi anni ’80. Nella sua carriera ha assistito alcuni dei più grandi calciatori della storia del nostro Paese, tra cui spiccano certamente i nomi di Del Piero, Vialli e quello di Gattuso. Con il suo operato ha donato prestigio e autorità alla figura del procuratore calcistico, ma sarebbe quasi riduttivo parlarne solo in questi termini.

Pasqualin è stato anche un grande avvocato, un dirigente, un volto televisivo, un ciclista con titoli mondiali a seguito, membro illustre di confraternite enogastronomiche. Una vita a inseguire le proprie passioni, che lo hanno portato anche sul palco più chiacchierato di questa settimana. Ha cantato infatti all’Ariston di Sanremo in occasione dell’evento Campioni e Canzoni, di cui ha vinto il premio eleganza. In questa esclusiva per i nostri microfoni, abbiamo voluto esplorare parte della vita di Claudio Pasqualin, la parte che più ha mosso le sue emozioni: quella calcistica.

CLAUDIO PASQUALIN – L’INGRESSO NEL CALCIO

Lei ha mosso i primi passi nel calcio subito con un ruolo di prestigio: segretario dell’Associazione Italiana Calciatori. Come riuscì a ottenere questo compito?

Fu decisivo il fatto che conobbi anni prima Sergio Campana, presidente dell’AIC, che fu molto gentile nell’aprirmi il suo personale archivio, da cui acquisii materiale funzionale alla mia tesi di laurea. Quando poi lessi che stavano cercando un segretario, decisi di chiamarlo, annunciandogli il fatto che fossi divenuto dottore e che quindi avrebbe potuto tenermi in considerazione per l’incarico. Una sera del febbraio 1971 telefonai al Giornale Stadio di Bologna, dove l’AIC teneva le sue riunioni, e chiesi al centralinista se sapesse il nome del nuovo segretario. Fu così che mi sentii rispondere che era un certo Pasqualin. Io non avevo alcuna chance, ma un ruolo fondamentale penso lo abbia avuto Massimo Giacomini, che faceva parte del consiglio. Fu Campana stesso a suggerirmi di parlare con lui, in quanto, come me, era di Udine e giocava per l’Udinese, io nella De Martino e lui in prima squadra. Andai un primo pomeriggio nel suo negozio di stoffe in centro a Udine e gli spiegai il motivo della visita. Era molto interessato alla mia visione del calcio. Penso che abbia espresso un giudizio molto positivo, ma non fu l’ultima volta che Giacomini giocò a mio favore…“.

CLAUDIO PASQUALIN – L’OCCASIONE DI FIRMARE PER IL MILAN

Quando fu nuovamente importante nella sua carriera?

Intorno al 1980 venni invitato dal presidente del Milan Colombo nella sua villa in Brianza, per discutere della possibilità di divenire il nuovo Amministratore Delegato del club. Arrivai a metà mattinata e riuscimmo a trovare l’accordo. Sul finire del nostro incontro arrivò anche Rivera, che fu felice di questo, nonostante in quel momento fosse lui l’AD, carica che ricopriva contestualmente a quella di vicepresidente”. 

Quindi lei sarebbe dovuto diventare l’AD del Milan?

Sì, ma poi Il Giornale pubblicò nella pagina d’apertura dello sport il mio nome legato a quello del Milan. Colombo mi telefonò perché aveva ricevuto delle minacce da parte degli ultras della Fossa dei Leoni, che temevano l’allontanamento dalla società di Rivera. Ma noi avremmo potuto benissimo convivere, come avevamo fatto nell’AIC, di cui li era tra i fondatori. Gianni a dir la verità non parlò mai, e se lo fece, solo tramite il suo avvocato Letta. Chi invece ho il presentimento che spese delle parole a mio favore fu proprio Giacomini, che in quel momento era l’allenatore del Milan. Quando ero in procinto di andare a Milano, lo chiamai, ma mi rispose la moglie, Donatella. Mi disse in maniera enigmatica che Giacomini aveva incontrato il presidente e che aveva sentito qualcosa. Secondo me anche in quel caso ci fu il suo zampino“.

Facciamo finta che sia l’attuale AD dei rossoneri. Confermerebbe Pioli?

Io avrei proposto alla società il rinnovo del contratto con Pioli. A parer mio ha dovuto fare, specie quest’anno, le nozze con i fichi secchi. Ma anche il licenziamento di Maldini è stato qualcosa di deplorevole, ha fatto bene nel periodo da dirigente“.

La sua società è la rappresentate di Terracciano, arrivato al Milan nel mercato di gennaio. Che giocatore è l’ex Hellas Verona?

Il Milan non ha preso un giocatore, ma ne ha presi due o tre diversi. È estremamente duttile, può fare molti ruoli diversi. Può giocare come esterno di destra, di sinistra o lavorare a centrocampo. Sono sempre stato convinto fosse capace di giocare a quel livello“.

CLUADIO PASQUALIN – I PRIMI ASSISTITI

Il primo assistito è stato Eligio Nicolini, trequartista del L.R. Vicenza, che la contatta per assisterlo nel suo rinnovo di contratto. La trattativa va benissimo, Nicolini le riconosce una generosa commissione che le fa capire che valesse la pena investigare di più su quel campo. Come si muove per iniziare a mettere sotto contratto i primi giocatori?

Io questo lavoro l’ho deciso di fare un giorno quando, arrivato alla via che a Vicenza sta davanti al tribunale, svoltai per andare destra, in autostrada, direzione Ferrara per assistere all’allenamento della Nazionale di Serie B. L’avvocato lo facevo volentieri e con un certo successo, ma la passione era il calcio. E poi diciamo che l’assegno di Nicolini era stata una bella spinta a inseguire questo sogno. Comincio quindi a curare gli interessi di tutti i giocatori del Vicenza, con alcuni che mi cercano e con altri a cui chiamo in prima persona“.

Lei di fatto ha inventato questo mestiere, nato subito in un’ottica negativa. Abbiamo parlato per esempio con Lorenzo Amoruso degli attriti che incontrò con la dirigenza del Bari una volta che scelse di affidarsi alla sua tutela. Come fece a donare alla figura dell’agente una dignità e una rilevanza?

Ho continuato a essere me stesso, forse il resto l’ha fatto il mio stile nel fare le cose. C’erano dei principi a cui decisi di non venir mai meno, a partire dal contatto con il calciatore. Con i minorenni non iniziavo a parlare se prima non lo avessi fatto con i genitori per esempio. Adesso, da quanto mi dice mio figlio Luca che come me fa questo mestiere, c’è subito una bagarre indicibile. Un tempo lo spartiacque era il Torneo di Viareggio, ma anche lì, tra i vari agenti c’era un forte rispetto l’uno con l’altro. Si è alzata la quantità ma certamente abbassata la qualità media dei procuratori nel tempo“.

CLAUDIO PASQUALIN – DEL PIERO E IL CONTRATTO DEL MILLENNIO

Questo principio d’operazione che lei si è posto, è stato lo stesso che le permise di mettere sotto contratto Del Piero, quando lo scoprì nel padovano. Anche grazie a lei, l’ex capitano della Juventus firmò nel 1999 il “contratto del millennio”, che lo ha reso il calciatore più pagato del mondo. Quando la firma ancora non era arrivata, le richieste che venivano da Madrid, Manchester e Barcellona, hanno mai solleticato le fantasie di Del Piero?

Assolutamente no, Alex ha il cuore e tutti gli organi bianconeri. Noi tra l’altro agimmo con correttezza, perché non facemmo nascere alcun tipo di asta con tutti i club che erano interessati. Approfittammo solo dell’errore strategico della Juventus nel temporeggiare per il rinnovo, ma d”altra parte rischiammo perché la firma arrivò l’ultimo giorno prima di quello che avrebbe permesso ad Alex di firmare con chi voleva. Il mitico Maurizio Mosca il giorno dopo annunciò che a Sandrigo, nella nota Trattaria Due Spade, era avvenuta la firma del contratto. L’incontro sì che avvenne in quella trattoria, ma non la firma del contratto. Giovanni Pozzan, mio amico e titolare della trattoria, ha sempre risposto alla domanda su quanto avesse incassato per la soffiata a Mosca dicendo 100, a intendere 100 milioni, ma questa è stata ed è tutt’ora solo una voce, fomentata soprattutto a Sandrigo e dintorni“.

Ma secondo lei ci sono possibilità di vederlo in dirigenza? Le ha mai detto qualcosa a proposito?

No non ne abbiamo mai parlato, anche perché è un ragazzo riservato, equilibrato, calibrato. Ha qualità e sostanza, non mi ha mai espresso neanche una sua delusione per non essere stato chiamato dalla dirigenza“.

CLAUDIO PASQUALIN – LA CAUSA ROMA-FALCAO

Lei ha anche rappresentato la Roma nella causa che ha sancito la separazione tra i giallorossi e Falcao. Come ha potuto un rapporto d’amore come quello tra il brasiliano e i giallorossi terminare in un’aula di tribunale?

I maligni hanno una versione di questa situazione. Motivano il perché con la situazione creatosi subito dopo la finale persa con il Liverpool, terminata ai rigori. Secondo questa analisi dei fatti, il presidente Viola volle far pagare a Falcao il rifiuto di andare dal dischetto durante la serie. Io, da avvocato della Roma, devo dire che non ho mai sentito questa circostanza. Abbiamo fatto un discorso prettamente tecnico, rinvenendo nel fascicolo sanitario del calciatore delle deficienze che avrebbero giustificato la risoluzione del contratto. Mi pare chiaro però che se i rapporti tra Viola e Falcao fossero stati buoni, il presidente non avrebbe azionato questa circostanza. Eppure fu proprio lui a individuarla“.

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ESCLUSIVA – Giaccherini non ha dubbi: che elogio al centrocampo dell’Inter!

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Giaccherini

Emanuele Giaccherini è stato un giocatore importantissimo dello scorso decennio, simbolo della dedizione e del valore della gavetta. Partito dalla leghe minori, è arrivato a vincere due Scudetti con la Juventus e a raggiungere una finale degli Europei nel 2012. Oggi ha cambiato ruolo, ma è rimasto in questo mondo, lavorando come commentatore e opinionista su DAZN.

L’abbiamo intervistato, in esclusiva, per farci raccontare alcuni aneddoti sulla sua carriera e le sue opinioni su alcuni temi caldi del calcio attuale. Tra questi c’è una sua presa di posizione sul centrocampo dell’Inter e il percorso in Champions League. Di seguito le dichiarazioni di Giaccherini.

GIACCHERINI SUL CENTROCAMPO DELL’INTER E IL PERCORSO IN CHAMPIONS LEAGUE

Ad agosto una tua dichiarazione a DAZN che ha fatto discutere: “Il centrocampo dell’Inter per me è il più forte d’Europa”. Ad oggi, sei ancora d’accordo?

Sono ancora d’accordo: per me Barella, Çalhanoglu e Mkhitaryan stanno dimostrando di essere un gran centrocampo. Ho detto il primo d’Europa, se togliamo Bellingham al Real Madrid lo riconfermo, è un giocatore che da solo riesce a fare cose incredibili. La forza dell’Inter, però, sta nel centrocampo: possiamo parlare di Lautaro e Thuram o della difesa, ma per me quel reparto è il fulcro di quella squadra. Nei risultati che sta ottenendo l’Inter c’è tanto merito nel centrocampo“.

Come ne pensi del percorso in Champions League dell’Inter?

“Mi aspettavo che l’Inter arrivasse prima nel girone, per me era la squadra più forte. La Real Sociedad sta facendo vedere anche in campionato di non essere quella grande squadra che ha affrontato l’Inter, sia all’andata che al ritorno hanno fatto delle ottime partite contro i nerazzurri, ma per me si portavano dietro l’entusiasmo della scorsa stagione e ora l’hanno un po’ perso”.

L’Atletico Madrid, invece, è una grande squadra ma c’è una distanza di valori: all’Inter è andato stretto quel risultato, se avessero avuto più cattiveria avrebbero potuto vincere 2/3-0, non lo dico io ma i numeri della partita. La qualificazione ora le devono conquistare a Madrid, ma sicuramente andranno con lì con personalità, senza guardare l’1-0 ma cercando di vincere”.

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ESCLUSIVA – Giaccherini: “Sento ancora Conte. Futuro? Lo vedo in due squadre”

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Conte Giaccherini

Emanuele Giaccherini è stato un giocatore importantissimo dello scorso decennio: simbolo di gavetta e sacrificio. Partito dalle leghe minori, è arrivato a vincere due Scudetti con la Juventus e a raggiungere una finale degli Europei con la Nazionale italiana.

L’abbiamo intervistato, in esclusiva, per farci raccontare degli aneddoti sulla sua carriera e le sue opinioni su alcuni temi caldi del calcio attuale: il futuro di Antonio Conte è stato uno di questi. Nel corso della chiacchierata l’ha definito come un suo “padre calcistico”, è stato proprio il tecnico salentino a portare Giaccherini alla Juventus, per poi farlo diventare un giocatore chiave della sua Nazionale.

EMANUELE GIACCHERINI SU ANTONIO CONTE

Antonio Conte è stato un allenatore importantissimo per te, tra Juventus e Nazionale. Come descriveresti il rapporto che hai avuto con lui?

Un rapporto di amicizia, lo sento tutt’ora, l’ultima volta è stata tre giorni fa. Per me è stato come un padre calcistico, mi voleva già l’anno prima quando allenava il Siena, ma io ho preferito giocarmi le mie carte in Serie A dopo aver vinto la B con il Cesena. Poi è andato alla Juve e mi ha voluto fortemente anche lì, gli devo tanto per la carriera che ho avuto. Lui, però, è uno che non ti regala niente: gioca solo chi merita e io mi sono conquistato il posto, nonostante i grandi campioni che c’erano alla Juventus”.

“È sempre stato un rapporto schietto e di sincerità, lui sicuramente apprezzava i miei lati umani oltre che calcistici. Un rapporto vero, a me lui piace molto soprattutto dal lato umano: noi vediamo un Conte sempre arrabbiato e teso, ma c’è un Conte anche fuori dal contesto calcistico, una persona con cui si parla benissimo di qualsiasi cosa”.

Dove lo vedresti bene il prossimo anno?

“Lo vedrei bene in un club con organizzazione, programmazione e mentalità vincente. Se dovessi fare dei nomi di grandi squadre, con panchine libere, direi Bayern Monaco e Liverpool. Sono due società abituate a vincere e se non riesci a farlo è un problema, per la storia che hanno alle spalle; un po’ come quando in Italia si parla tanto se la Juventus non vince”.

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ESCLUSIVA – Giaccherini: “Il gol al Belgio è stato il punto più alto della mia carriera”

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Giaccherini

Emanuele Giaccherini è stato un giocatore importantissimo dello scorso decennio, simbolo della dedizione e del valore della gavetta. Partito dalla leghe minori, è arrivato a vincere due Scudetti con la Juventus e a raggiungere una finale degli Europei nel 2012. Oggi ha cambiato ruolo, ma è rimasto in questo mondo, lavorando come commentatore e opinionista su DAZN.

L’abbiamo intervistato, in esclusiva, per farci raccontare degli aneddoti della sua carriera e conoscere le sue opinioni su alcuni temi caldi del calcio attuale: il futuro di Conte, l’Italia di Spalletti e il cammino dell’Inter in Champions League. Di seguito l’intervista completa a Emanuele Giaccherini.

L’INTERVISTA A EMANUELE GIACCHERINI

Per cominciare vorrei partire da una frase di Antonio Conte che descrive benissimo la tua carriera: “Emanuele Giaccherini è l’esempio di come un giocatore che ha fatto la gavetta in provincia, può meritarsi la Juventus”. Quanto pensi sia stato importante partire dal basso per il tuo percorso di crescita, come calciatore e come uomo?

“È  stato fondamentale, ci sono calciatori che hanno la fortuna di avere grandi doti sin da subito, iniziare la loro carriera in Serie A e giocare a vent’anni in grandi squadre. Ci sono calciatori come me che, invece, ci sono arrivati dopo con lavoro, sacrificio, e passione. Anche tanta sofferenza, negli anni in cui non vedevo la possibilità di arrivare in Serie e realizzare il mio sogno: ho fatto quattro anni di C2, quelle stagioni mi sono serviti per capire da dove venivo. Mi sono conquistato la Serie A sul campo, vincendo campionati con il Cesena, arrivando dalla Serie C alla Serie A. Poi c’è stata la chiamata della Juve di Conte, una volta arrivato lì non volevo farmela scappare, ricordando sempre da dove venuto e da dove sono passato”.

Negli anni hai vissuto tante esperienze, tra club e Nazionale, se dovessi elencarmi a caldo i tre momenti che ricordi con più piacere della tua carriera, quali sarebbero?

L’esordio in Serie A con il Cesena, due partite di fila contro Roma e Milan: la prima all’Olimpico e poi il gol contro il Milan di Ibrahimovic. Il secondo ricordo è sicuramente la chiamata di un grande club come la Juventus, con il gol al Catania. Infine la Nazionale: io ho fatto due Europei e una Confederations Cup, nel 2012 siamo arrivati in finale e abbiamo perso, ma non ero ancora consapevole a pieno delle mie possibilità. Nel 2016 ero più maturo, forse nel pieno della carriera, quell’Europeo è stato importantissimo e il gol al Belgio è stato il punto più alto della mia carriera“.

GIACCHERINI SU ANTONIO CONTE

Ho nominato prima Antonio Conte, un allenatore che è stato importantissimo per te, tra Juventus e Nazionale. Come descriveresti il rapporto che hai avuto con lui?

Un rapporto di amicizia, lo sento tutt’ora, l’ultima volta è stata tre giorni fa. Per me è stato come un padre calcistico, mi voleva già l’anno prima quando allenava il Siena, ma io ho preferito giocarmi le mie carte in Serie A dopo aver vinto la B con il Cesena. Poi è andato alla Juve e mi ha voluto fortemente anche lì, gli devo tanto per la carriera che ho avuto. Lui, però, è uno che non ti regala niente: gioca solo chi merita e io mi sono conquistato il posto, nonostante i grandi campioni che c’erano alla Juventus”.

“È sempre stato un rapporto schietto e di sincerità, lui sicuramente apprezzava i miei lati umani oltre che calcistici. Un rapporto vero, a me lui piace molto soprattutto dal lato umano: noi vediamo un Conte sempre arrabbiato e teso, ma c’è un Conte anche fuori dal contesto calcistico, una persona con cui si parla benissimo di qualsiasi cosa”.

Dove lo vedresti bene il prossimo anno?

“Lo vedrei bene in un club con organizzazione, programmazione e mentalità vincente. Se dovessi fare dei nomi di grandi squadre, con panchine libere, direi Bayern Monaco e Liverpool. Sono due società abituate a vincere e se non riesci a farlo è un problema, per la storia che hanno alle spalle; un po’ come quando in Italia si parla tanto se la Juventus non vince”.

GIACCHERINI, L’ESPERIENZA IN NAZIONALE E I PROSSIMI EUROPEI

Passando alla Nazionale, tu hai esordito con la maglia azzurra direttamente agli Europei del 2012. Un grande cammino culminato con l’amara sconfitta con la Spagna in finale. Com’è stato per te, che all’epoca eri un esordiente per la Nazionale italiana, vivere subito un’esperienza simile e qual è il momento più iconico che ti viene in mente?

“Per me inserirmi in quel gruppo non è stato complicato, giocando nella Juventus conoscevo già 7/8 giocatori. All’esordio contro la Spagna non pensavo nemmeno a dove fossi, forse è stata anche l’incoscienza. Mi ricordo che prima c’era stata un’amichevole contro la Russia, dopodiché Prandelli ha cambiato tutto e ho giocato titolare nel 3-5-2. Io già non mi rendevo conto della chiamata nei 23, ma penso che lui abbia guardato la mia stagione e la mia attitudine a interpretare più ruoli”.

“Quella partita l’ho giocata spensierato e anche bene, un buon pareggio contro una squadra fortissima. La cosa che mi ha colpito più di tutte è stata proprio che prima della prima partita, contro la Spagna, era più teso Buffon di me. Quando hai tante presenze e manifestazioni alle spalle, sei il capitano e uomo simbolo della Nazionale, hai più responsabilità. Quella sensazione io l’ho provata più avanti mentre all’epoca ero tranquillo”. 

Quest’estate toccherà a Spalletti guidare la Nazionale agli Europei, quali sono le tue previsioni?

È un’incognita, dobbiamo ritrovare quella Nazionale che ha vinto la scorsa edizione. Sono certo che Spalletti farà un grande lavoro, è un allenatore molto preparato e che sa dare i giusti valori. Io credo che questa Nazionale abbia tanti valori nei giocatori, a livello individuale ci sono elementi importanti, penso che se Spalletti riuscirà a incastrare tutte le loro caratteristiche vedremo una bella Italia. Non è facile perché è un girone complicato, anche l’Albania è una squadra forte: ci sono tanti calciatori che sono titolari nel nostro campionato. Non sarà una passeggiata, ma siamo sempre l’Italia, siamo campioni in carica e anche per le altre non sarà facile affrontarci”.

IL COMMENTO DI GIACCHERINI SULL’INTER

Vorrei chiudere con una tua dichiarazione a DAZN che ha fatto discutere, ad agosto hai detto: “Il centrocampo dell’Inter per me è il più forte d’Europa”. Ad oggi, sei ancora d’accordo?

Sono ancora d’accordo: per me Barella, Çalhanoglu e Mkhitaryan stanno dimostrando di essere un gran centrocampo. Ho detto il primo d’Europa, se togliamo Bellingham al Real Madrid lo riconfermo, è un giocatore che da solo riesce a fare cose incredibili. La forza dell’Inter, però, sta nel centrocampo: possiamo parlare di Lautaro e Thuram o della difesa, ma per me quel reparto è il fulcro di quella squadra. Nei risultati che sta ottenendo l’Inter c’è tanto merito nel centrocampo“.

Come ne pensi del percorso in Champions League dell’Inter?

“Mi aspettavo che l’Inter arrivasse prima nel girone, per me era la squadra più forte. La Real Sociedad sta facendo vedere anche in campionato di non essere quella grande squadra che ha affrontato l’Inter, sia all’andata che al ritorno hanno fatto delle ottime partite contro i nerazzurri, ma per me si portavano dietro l’entusiasmo della scorsa stagione e ora l’hanno un po’ perso. L’Atletico Madrid, invece, è una grande squadra ma c’è una distanza di valori: all’Inter è andato stretto quel risultato, se avessero avuto più cattiveria avrebbero potuto vincere 2/3-0, non lo dico io ma i numeri della partita. La qualificazione ora le devono conquistare a Madrid, ma sicuramente andranno con lì con personalità, senza guardare l’1-0 ma cercando di vincere”.

 

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ESCLUSIVA – Condò si racconta tra viaggi, social e carriera

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Condò carriera

Paolo Condò ha parlato ai microfoni di Numero Diez, all’interno del format Behind The Mask, e ha raccontato la sua vita, la sua carriera e diversi aneddoti riguardanti le sue esperienze passate. In particolare, il giurato italiano che ha il compito di votare al Pallone d’Oro, ha toccato in una lunga chiacchierata diversi temi: personali ma non solo. Queste le sue parole.

GIOVENTÙ A TRIESTE

“Trieste è un porto, luoghi dove solitamente avvengono scambi non solo commerciali. Nei porti solitamente c’è gente che arriva da lunghe navigazioni e quindi ha piacere di trovarsi sulla terraferma e poter scambiare le proprie culture. Questo mi ha aiutato, anche perché ho sempre avuto una mentalità aperta, per merito della mia famiglia, che poi in una città come Trieste si riflette nelle scuole, nelle amicizie, nelle prime esperienze lavorative. Questo fa sì che io mi senta un po’ a casa dappertutto. Non ci ho messo mai tanto a trovare punti di riferimento e di appoggio in ogni luogo che ho visitato per questo”.

GLI INIZI DA GIORNALISTA

“Sento di aver raccontato tante esperienze nella mia carriera. Se fossi ancora attivo sui social, cosa che non sono più per scelta, cambierei la mia frase di profilo con ‘Ho realizzato tutti i miei sogni, ma adesso ne ho di nuovi‘. Per me sognare porta a sognare, non c’è solo il detto ‘Vincere aiuta a vincere’. Quando tu sogni di superare una collina per vedere quello che c’è dall’altra parte e ti soffermi a guardare l’orizzonte, ti rendi conto che c’è un’altra collina e quindi ti viene la curiosità di vedere cosa c’è. Questo è un processo che può andare avanti all’infinito: professionalmente ho avuto due vite, ne sogno almeno una terza“.

LE FIGURE DI RIFERIMENTO

“L’influenza familiare e la figura di mio padre sono state molto importanti. La prima botta di fortuna è avere una famiglia che supporti le tue speranze e aspirazioni. Poi lavorando a “Il Piccolo” di Trieste, dove ho avuto la mia prima esperienza lavorativa, lì ho avuto la fortuna di trovarmi in un momento di passaggio, che sono molto preziosi. In questi periodi ci sono dinamiche che non si sono realizzate in anni, ma che cambiano dal pomeriggio al mattino dopo. In quella fase mi sono trovato dei maestri abbastanza insperati: dei giornalisti triestini che avevano avuto esperienze a livello nazionale e che, trovando un gruppo di giovani che vogliono spaccare il mondo, hanno qualcosa da insegnare.

Arrivando a Milano, come non ricordare Candido Cannavò: per me è stato decisivo perché la sua bravura giornalistica e l’umanità, che per me in una persona deve essere sempre la prima cosa, sono caratteristiche che mi hanno fatto piangere molto il giorno del suo funerale“.

I VIAGGI

Quelli più avventurosi sono sicuramente quelli in Sudamerica. Anche una Coppa d’Africa in Sudafrica me la tengo stretta comunque. La seconda volta che sono stato con il Milan, a Tokyo per l’Intercontinentale, ma anche la prima quando seguii la squadra nel volo. Nel 1990 feci il giro del mondo, perché andai a fare i servizi sulle avversarie. Rimasi una settimana in Paraguay per studiare l’Olimpia Asunción e da lì presi un volo per il Giappone: fu l’unica volta che feci il giro del mondo”.

SOCIAL

Le informazioni sui social si fanno sempre di meno adesso, non sempre di più. Io parlo soltanto di Twitter, dato che è l’unico che ho frequentato e anche con un certo successo dati i followers (220k, ndr). La deriva che ha preso negli ultimi anni ti portava, non solo per gli insulti – anche perché sono sempre stato trattato bene – a chiederti: ma perché devo stare qui a farmi massacrare? E comunque credo che i social ti mettano di malumore, perché sono frequentati soprattutto da persone incazzate, che protestano – magari anche con ragione. Una volta i social trasmettevano molta bellezza, potevi incontrare molte persone interessanti.

Da quando l’ha preso Elon Musk credo che gli argomenti siano fatti scientificamente per creare questo clima di insoddisfazione e rabbia. Io invece lavoro bene quando sono di buonumore, mentre Twitter è un covo di malanimo e di rabbia e quindi non è più un posto per me. L’algoritmo mi manda della gente orrenda. Poi ti confesso che, vivendo in un periodo triste e pericoloso, trovare nella stessa pagina notizie di morti a Gaza, sotto una foto di Monica Bellucci, poi sotto Putin che uccide Navalny e ancora ‘Basta con questo Pioli, mandiamolo via’, stanca. Non c’è più una gerarchia di capire quali sono le cose gravi e quelle fatte per divertirsi. I miei figli sono comunque liberi di frequentare i social, ma faccio sempre presente loro che c’è una gerarchia nelle notizie. Poi, i tanti vituperati mezzi di informazione, dai giornali alle televisioni, hanno ancora l’ambizione di mettere in gerarchia le notizie”.

LA PASSIONE PER TUTTI GLI SPORT

“Adesso è tornato prepotente il tennis. Il ciclismo è un amore sconsiderato. Ho fatto due Olimpiadi dal vivo: Barcellona 1992 e Pechino 2008 e conservo ancora le due cerimonie d’apertura come momenti pazzeschi, perché ti senti al centro del mondo. Per me il sogno lo raggiungi con i Mondiali, anche se le Olimpiadi sono meravigliose. Il 90% di coloro che vanno in gara sono lì per partecipare. La mistica del villaggio olimpico è meravigliosa perché c’è la gioventù più bella del mondo, non a caso i distributori di preservativi vanno esauriti in qualche minuto, ma quelli che vogliono vincere vanno in albergo. Invece al Mondiale di calcio c’è più competizione: quando inizia la fase a eliminazione diretta – io ne ho fatti diversi – vai allo stadio con la valigia già fatta, perché se la squadra perde vai a casa. A me il ‘Vinci o muori’ piace tantissimo.

Io lo vedo come un duello rusticano questa cosa del dover sopravvivere e andare avanti. Un ricordo fantastico dell’Italia che ho mi riporta al ’94, quando perse in finale, ma sembrava sempre sul punto di dover tornare a casa. Invece aveva una fibra tale da riuscire ad andare avanti, che era Baggio ma non solo. La partita in cui Baggio viene sostituito con Pagliuca espulso e sei sullo 0-0 dopo aver perso la prima… lì pensi ‘È finita’. E invece riesci a vincere in 10 contro 11. Quelli sono ricordi epici. Oppure quando Baggio contro la Nigeria pareggia all’ultimo minuto e dice ‘Eravamo tutti in pista e vi ho tirato giù tutti dall’aereo’. È così davvero“.

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