La bandiera a stelle e strisce issata. A descriverla, celebrarla e omaggiarla The Star-Spangled Banner, l’inno americano. Di solito le voci degli sportivi lo accompagnano e l’emozione che inevitabilmente un inno trasmette si legge sui volti e sulla mano rigida sopra il cuore. È un segno di appartenenza a una nazione, tanto quanto la moneta utilizzata e la lingua che si usa per comunicare.

Comunicare già. Non lo si fa soltanto a parole, ma esiste, tanto potente e altrettanto diretta, la comunicazione non verbale. Ne fanno parte lo sguardo, la mimica, la posizione del corpo, degli arti. E da un inno ci si aspetta una posizione eretta, ferma, seria: simbolo di rispetto per la patria e per i valori che quella trasmette. Ma ci sono casi nella storia in cui questa composizione corporea è stata sovvertita con gesti inediti e inusuali, che automaticamente sono diventati non solo simboli, ma icone, impronte plastiche a loro volta rimandate e riprodotte, anche in altri contesti.

Un gesto irrispettoso dell’inno diventa così denuncia per la condizione in cui sono costretti a vivere gli afroamericani negli USA. Quel gesto diventa il manifesto di rabbia che vuole voltare le spalle al suprematismo bianco, di cui però il presidente attuale Donald Trump è un vanitoso difensore.

PROTESTE E SIMBOLI

Da quando George Flyod è stato ucciso da un agente di polizia a Minneapolis durante una perquisizione, sono esplose proteste antirazziste ovunque. Prima nella città, poi nell’intero Minnesota e presto in tutti gli USA. Ma la rabbia dei manifestanti nei confronti dell’agente, assassino del 42enne afroamericano, non hanno conosciuto confine geografico. Le piazze di tutto il mondo hanno dato infatti spazio a chi ha alzato la voce contro il razzismo e le proteste sono state sia violente e incendiarie, sia pacifiche e silenziose.

Otto minuti e 46 secondi. Questo il tempo silenzioso sparso tra le strade e le piazze di tutto il Pianeta. Questo è stato il tempo esatto durante il quale l’agente Derek Chauvin ha tenuto premuto il suo ginocchio suo collo di George, che prima di morire ha implorato di non riuscire a respirare. I manifestanti mossi dallo slogan #BLM, Black Lives Matter, hanno spesso alzato il pugno in aria, come fecero Tommie Smith e John Carlos sul podio delle Olimpiadi del 1968 a Città del Messico. Quello fu un gesto plateale e diventato iconico, che i due atleti scelsero di eseguire durante l’inno americano per denunciare la situazione in cui si trovavano i neri negli Stati Uniti, spesso negati dei diritti civili più basilari.

John Carlos e Tommie Smith sul podio olimpico a Messico ’68 (fonte Wikipedia)

Le persone in piazza hanno però eseguito anche un altro gesto simbolico: inginocchiarsi. Ginocchio sinistro a 90 gradi e ginocchio destro per terra; braccia poggiate sul ginocchio alzato e testa in basso. Così la protesta è diventata pacifica e la posizione raccolta del corpo è diventata una preghiera silenziosa per George e per tutte le altre vittime uccise da un razzismo radicato e che ha purtroppo una lunga storia alle sue spalle. Ma se Smith e Carlos sono stati i promotori sportivi del pugno nero alzato, che origini ha lo stare in ginocchio come protesta contro il razzismo? La chiave si chiama Colin Kaepernick e l’episodio che lo ha visto protagonista dimostra che la discriminazione razziale in Usa è ben più radicata di quanto si possa immaginare. Ma andiamo con ordine.

DAL MILWAUKEE

La sua storia parte da lontano. Anzi, da vicino. La madre biologica di Colin, Heidi Russo, infatti è un’oriunda d’Italia: fa parte di quei discendenti degli emigrati italiani che nel corso dei secoli sono espatriati all’estero senza poi fare più ritorno nella terra d’origine. Heidi è una di quei più di 60 milioni di oriundi d’Italia, in particolar modo della comunità italoamericana, che conta più di 17 milioni di individui. Oggi fa l’infermiera, ma non ha nessun contatto con il giocatore di football, di ruolo quarterback, Colin Kaepernick.

A 18 anni infatti Heidi è rimasta incinta. Era una ragazza madre e non poteva campare il piccolo Colin, che scelse quindi di dare in affido. Ad accoglierlo furono appunto i Kaepernick e da allora Colin fa a tutti gli effetti parte della famiglia adottiva e sembra non avere contatti con la madre biologica. Dopo l’infanzia a Milwaukee, nello Stato di Wisconsin, Colin inizia il college a ovest, in Nevada. Ed è qui, alla University of Nevada-Reno che ha la sua prima squadra di football, lo sport più americano di tutti gli sport, l’attività agonistica più seguita negli USA, dove una sua partita, il Super Bowl, è l’evento sportivo più caro al mondo per gli inserzionisti pubblicitari.

FRISCO COMING SOON

Quattro anni di gioco nell’università sono bastati per far formare Colin Kaepernick, che presto avrebbe fatto quel salto necessario a diventare un giocatore di football professionista, e successivamente uno dei quarterback più prestanti degli anni Dieci. Negli Usa la carta da giocare per fare il passo per il professionismo si chiama draft, il sistema adottato dagli sport di squadra per selezionare gli atleti senza contratto o provenienti da leghe amatoriali o universitarie.

Colin dopo quasi cinque a Reno, il comune del suo college pubblico dai colori blu-argento, partecipa al Draft 2011 e a notarlo non sono altro che i San Francisco 49ers. Il club della città della baia scelse Kaepernick nel corso del secondo giro di draft e nella prima stagione da rookie giocò soltanto tre partite, nessuna da titolare.

L’APICE

Tuttavia, già la seconda stagione ebbe modo di stare più in campo e nella settimana 4 arrivò il suo primo touchdown. Il suo ruolo da titolare arrivò però soltanto a causa di una commozione cerebrale del quarterback Alex Smith, sostituito da Colin che giocò da titolare per la prima volta contro i Chicago Bears: la sua prima grande prestazione, con due touchdown, nessun intercetto subito e un totale di 16 passaggi su 23 riusciti, il tutto nonostante la quotatissima difesa dei Bears.

Colin Kaepernick

Colin Kaepernick in campo (fonte profilo IG @kaepernick7)

Quella infatti fu la sua stagione: l’allenatore dei Niners decise di schierarlo a titolo definitivo al posto di Smith e nelle partite successive dette più volte dimostrazione di saper essere protagonista. Alla fine della stagione i 49ers vinsero il titolo della NFC West e durante la prima gara di playoff Colin raggiunse il record di yard corse per un quarterback: un pass da esibire sul campo più famoso e acclamato in tutti gli Stati Uniti. Quello del Super Bowl, giocato il 3 febbraio 2013. Senza ombra di dubbio l’apice era raggiunto e anche se i San Francisco 49ers persero 34 a 31 contro Baltimore Ravens, Colin continuò a crescere e nel 2014 gli fu rinnovato il contratto per altri sei anni. Dopo due anni però, giocò la sua ultima partita.

UN CAMPO DA FOOTBALL

Era un venerdì sera di fine agosto del 2016, il 26 per la precisione, e i San Francisco 49ers giocavano un’amichevole contro i Green Bay. Come ogni pre-partita che si rispetti, giocatori e pubblico erano invitati ad ascoltare, cantare e rispettare l’inno americano. Colin però, invece di mettersi eretto con la mano sul cuore a onorare le parole della nazione che lo aveva cresciuto, si inginocchiò.

Il gesto lo aveva già eseguito altre volte, ma quella sera fu intervistato, ed ebbe l’occasione di spiegare il motivo per cui, mentre giocava lo sport più americano che esista e sotto le note del national anthem, decise di sovvertire la tradizione.

“Non starò in piedi per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un paese che opprime i neri e le minoranze etniche. Per me è più importante del football, e sarebbe egoista guardare dall’altra parte. Ci sono cadaveri per le strade, e persone che la fanno franca”.

Cadaveri nelle strade: così denunciava “Kaep” a fine agosto del 2016, semplicemente e con tanta e lungimirante potenza, da un campo da football.

OMICIDIO DI MARIO WOODS

Più di 20 colpi di pistola. A spararli alcuni agenti di polizia. A riceverli Mario Woods. Era il 2 dicembre del 2015 e il 26enne afroamericano si era rifiutato di gettare un coltello, come più volte la polizia gli aveva chiesto. Questo sarebbe l’alibi che gli agenti utilizzarono per giustificare la brutale uccisione del ragazzo. Avvenne proprio nelle strade di San Francisco, in pieno giorno, e Colin Kaepernick più tardi spiegò che fu proprio questo omicidio in particolare che lo invogliò a protestare mentre vestiva la maglia da gioco di quella società.

Kaepernick non fu solo. Nella NFL la sua protesta iniziò a diffondersi tra altri giocatori che seguirono il gesto iconico, e nel nome non solo di Mario Woods. Ma contro una società in cui, come riportò il Washington Post in quei giorni, una persona nera ha una possibilità su mille di essere uccisa dalla polizia, probabilità due volte e mezzo più alta rispetto a quella che riguarda una persona bianca.

Proteste - Colin Kaepernick

Un altro giocatore di football, Eric Reid, segue l’esempio di Colin Kaepernick (fonte profilo IG @kaepernick7)

Roger Goodell, il commissioner della lega, non si dichiarò apertamente d’accordo con i gesti dei giocatori, sollecitato anche pressioni “alte”, come si legge nel tweet qua sotto:

FINE CARRIERA

Dopo quell’anno a Colin Kaepernick non fu rinnovato il contratto. E nessun altra squadra di NFL lo acquistò, nonostante i suoi record, la sua crescita di anno in anno, la sua prestazione sotto gli occhi di tutto il mondo al Super Bowl di qualche anno prima. Dal marzo 2017, a trenta anni ancora da compiere, “Kaep” non è stato più chiamato da alcuna società e la carriera esponenziale che stava disegnando è stata interrotta dopo quel gesto di protesta e, si può dire, di coraggio. Il suo attivismo, forse scomodo, non fu apprezzato e anzi il quarterback di Milwaukee lo pagò caro.

Nel 2018 Colin Kaepernick portò in tribunale la NFL, accusandola di aver coalizzato le 32 franchigie contro di lui e nel 2019 ottenne un risarcimento. La cifra non è mai stata resa pubblica, ma alcune fonti la indicano tra i 60 e gli 80 milioni di dollari. A ottobre scorso il suo agente ha dichiarato di aver contattato ogni singola squadra per far fare un provino al suo assistito, ma nessuna ha risposto positivamente. Un mese dopo la National Football League annunciò un workout di Kaepernick, come per dimostrare che nessuno lo ha espressamente rifiutato. Però la NFL annunciò modalità, location e data del workout soltanto quattro giorni prima dell’evento. Come prepararsi a un provino così importante in quattro giorni dopo tre anni di inattività?

Colin Keapernick infatti non ci sta: rifiuta di partecipare e fa saltare tutto. Decide di non stare al gioco della lega.

IN GINOCCHIO

In questi giorni in cui si è fortemente riaccesa la lotta della comunità nera nei confronti della violenza razzista della polizia statunitense, Colin è stato attivo sui social continuando a sostenere la sua causa. E il suo gesto è diventato simbolo della rivolta pacifica antirazzista: tutti si sono inginocchiati, altri sportivi, protestanti, poliziotti.

Marcus Thuram, dopo un gol all’Union Berlino (fonte profilo IG @thuram_17)

Proteste - Colin Kaepernick

Il Liverpool in ginocchio (fonte profilo IG @roberto_firmino)

Proteste - Colin Kaepernick

Una protestante in USA (profilo IG @nytimes)

Proteste - Colin Kaepernick

I poliziotti di Coral Gables, Florida (profilo IG @corriere)

Sulla sua pelle Colin ha vissuto l’ennesima discriminazione, ma il suo gesto è andato oltre il confine del campo da football. Ha sorpassato gli stadi, le tribune e si è radicato ormai nel movimento antirazzista mondiale. Dimostrando che, forse, si può correre anche stando in ginocchio.

Fonte immagine in evidenza: profilo Instagram @e_reid35.