Se è vero che certe domeniche pomeriggio d’estate, come cantava Franco Battiato, sono “zone depresse”, il debutto del Milan 2019/20 ne è stato un esempio tra i più fulgidi. La prima di un nuovo ciclo porta con sè mille incognite e – nel caso di passo falso – altrettante attenuanti, ma raramente si è visto un esordio così completamente negativo per un progetto nuovo ed intrigante. Se pure è vero che tanti disegni tattici ambiziosi hanno iniziato in salita, si pensi – per citare il paragone più immediato quando si parla di Marco Giampaolo – al Napoli di Sarri, per non scomodare addirittura il Barcellona di Guardiola tra le rivoluzioni oltreconfine, va però detto che in ogni singolo aspetto nel quale sezionare la partita di Udine, il voto si avvicina allo zero spaccato, e ciò non può essere derubricato come ordinaria amministrazione, specialmente dopo le parole del mister a fine partita, che fanno capire chiaramente come un inizio con modalità così drammatiche non era stato nè preventivato nè in seguito digerito.

COME ARRIVAVA AD UDINE

Il calendario ha regalato al Milan un inizio sulla carta soft, a Udine. Alla vigilia, eppure, spiravano già presagi infausti: vuoi per la pessima tradizione di Giampaolo nelle prime giornate, vuoi per la sua altrettanto pessima striscia in Friuli, vuoi perchè i rossoneri avevano perso 3 degli ultimi 4 esordi in trasferta (e 4 degli ultimi 7 in generale), o vuoi – più pragmaticamente – perchè l’Udinese si presentava tale e quale ai nastri di partenza rispetto alla scorsa stagione, con la stessa guida tecnica e giusto un paio di innesti. Il Milan al contrario si è fatto l’abito nuovo con un sarto che non ha ancora trovato le misure perfette (e magari aspetta qualche altro lembo di buona stoffa dal mercato). Il precampionato era iniziato bene, evidenziando coraggio, personalità e novità tattiche accolte con entusiasmo contro le big europee, si è invece terribilmente arenato contro le squadre minori: nei campi della provincia padana, il Milan aveva prima pareggiato contro il Novara con una rete del terzino Hernandez, infortunatosi nel corso dell’estate, quindi aveva terminato il pre-season con un deprimente 0-0 col Cesena neopromosso in C; nel mezzo uno scialbo 2-0 ad una formazione kosovara, il cui equilibrio era stato spezzato solo da una punizione di Suso. Temi dell’estate milanista: difesa solida, pressing e ricerca del palleggio insistito, di contro un attacco a dir poco abulico, un Suso anarchico da trequartista e un Piatek incredibilmente a secco e frustrato.

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COME È ANDATA AD UDINE

Per la prima di campionato, Giampaolo ha scelto le stesse pedine di anno scorso ma praticamente tutte spostate di posizione dal centrocampo in su. L’ultima batosta prima della partita è stata l’infortunio di Biglia, uno dei più positivi del precampionato e ritenuto fondamentale per qualità tattiche e tecniche davanti alla difesa, in attesa di Bennacer. Le scelte sono state quindi un totalmente inedito Borini mezzala, un quasi inedito Suso enganche, un inusuale Calhanoglu regista ed un impensabile Castillejo partner d’attacco di Piatek: evidentemente troppe novità, eppure per qualche motivo preferite rispetto a qualche volto nuovo (Bennacer e Leao) o all’usato sicuro (Kessié). Dal fischio d’inizio dell’arbitro Pasqua, il Milan sembra avere terribili difficoltà in due delle principali cose apprezzate in estate: il pressing è lento e disordinato, facilmente disinnescato dalla superiorità numerica bianconera con tre difensori e due mediani bassi, il palleggio prevedibile e farraginoso, con Calhanoglu mai in zona luce e con poca personalità, Borini impreciso, Paquetà appannato e gli attaccanti sempre fuori dal gioco. I rossoneri soffrono anche l’intensità e i cambi di gioco di un’Udinese messa benissimo in campo: alla fine del primo tempo nessuna delle due compagini ha mai tirato in porta, ma i ragazzi di Tudor danno l’impressione di poter sfondare con un po’ più di precisione e qualità negli ultimi metri (si legga alla voce De Paul, partito dalla panchina). Il primo tempo a dir poco grigio e una linea mediana già tutta ammonita lasciano pensare a qualche cambio già all’uscita dagli spogliatoi, invece il Milan inizia la ripresa con gli stessi undici: i primi minuti illudono su una verve ritrovata, ma presto è l’Udinese a riprendere in mano le operazioni, trovando più volte il tiro da fuori nel giro di pochi minuti, eludendo sistematicamente il pressing ora più convinto ma sempre confuso degli ospiti. In questo scenario Suso, che nel primo tempo si era fatto vedere con qualche spunto isolato, si intestardisce in giocate sconclusionate e cercando il pallone sempre più lontano dalla sua zona dietro le punte. Intanto Piatek e Castillejo vagano con un panno in fronte in un deserto che hanno contribuito a crearsi: specialmente il primo si innervosisce sempre di più per i tanti duelli persi e dà vita ad una simulazione poco edificante. Insomma le premesse ci sono tutte per un’Udinese avanti, tranne un Milan comunque discretamente arcigno con i suoi centrali e una formazione di casa orfana di quell’elemento in grado di capitalizzare la mole di gioco: al 72′ però quella persona entra, si chiama Rodrigo De Paul e al primo pallone toccato disegna un corner, il primo battuto bene della partita dai suoi, sulla testa dell’esordiente Rodrigo Becao, che dopo aver sverniciato Piatek tutta la partita, batte di mestiere il neoentrato Kessié e firma il gol vittoria. Negli ultimi minuti il Milan forse fa peggio di prima: zero reazione, zero idee, zero tentativi, con una preoccupante incapacità anche atletica di alzare leggermente i ritmi.

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COSA SARÀ DOPO UDINE

Alla fine della partita non c’è un motivo per essere milanisti e sereni al contempo, la trasferta della Dacia Arena è stata uno stillicidio sotto il punto di vista atletico, fisico, tecnico, tattico, mentale, ma nessuno si sognerebbe di mettere già in discussione il progetto di Giampaolo. Tranne, evidentemente, lo stesso Marco Giampaolo, che ad una serata già nera, aggiunge il carico, dichiarando ai microfoni come il modulo non sia giusto per i giocatori a disposizione, specialmente gli attaccanti. In effetti è stato lampante come Piatek, specialmente in una condizione atletica scarsa, faccia fatica a lavorare fuori dall’area e come Castillejo sia abituato a ricevere il pallone sulla figura, magari defilato per preparare l’uno contro uno: una coppia, al netto delle qualità individuali, in grossa difficoltà a lavorare insieme in questo sistema, per di più con un Suso non calato nel nuovo ruolo. I dubbi di Giampaolo non saranno maturati tutti nei 90′ di ieri ma è un’abiura stranissima da parte di un allenatore che appena qualche mese fa rivendicava la fedeltà al suo 4-3-1-2 “dietro il quale c’era tutto un mondo” e può essere letta in due modi: una presa di coscienza o precoce (dopo una sola gara ufficiale) o tardiva (dopo tutta una preparazione a lavorare in questa unica direzione), ma comunque responsabile, sulle orme del primo Sarri napoletano (due punti nelle prime tre giornate e passaggio dal 4-3-1-2 al 4-3-3), oppure una forma di protesta verso quella dirigenza che non gli ha ancora consegnato i giocatori con le caratteristiche desiderate, specialmente in attacco, dove Correa è stato individuato come profilo adeguato da parecchie settimane. Le parole del tecnico abruzzese hanno forse allarmato il popolo milanista più dello stesso risultato e vedremo nelle prossime settimane se l’intenzione di cambiare, nel modulo – sarebbe assurdo se già nei princìpi -, sia reale o meno, o se magari interverrà il mercato a dissipare i primi, sconcertanti, dubbi.