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Cosa è andato storto nel primo Napoli di Ancelotti

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Cosa è andato storto nel primo Napoli di Ancelotti

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L’eliminazione dai quarti di finale di Europa League per mano dell’Arsenal ha messo i titoli di coda sulla stagione del Napoli di Carlo Ancelotti, tagliato fuori da ogni competizione extra campionato e, da ieri matematicamente, anche dalla corsa Scudetto. Il risultato non differisce, in termini di trofei, da quanto ottenuto da Maurizio Sarri non solo al suo primo anno, ma in tutto il triennio alla guida dei partenopei. Eppure, pur trattandosi solo del principio dell’era Ancelotti in azzurro, e dunque di un edificio di cui sono state messe solo le fondamenta, è giusto interrogarsi su ciò che è andato storto in questa stagione. E non è poco.

L’EREDITÀ

La doverosa premessa va fatta su ciò che Carlo Ancelotti ha ereditato nell’estate 2018. Il tecnico emiliano ha preso in mano una squadra che veniva da una crescita, seppur priva di trofei, di risultati in campionato (82 punti nel primo anno, 86 punti nel secondo e 91 nel terzo e ultimo) e plasmata su precisi dettami di gioco in fase difensiva ed offensiva. Detentrice di un’identità insomma. Ha trovato un collettivo “scarico” mentalmente dopo uno Scudetto sfumato a pochissimi metri dal traguardo e alcuni singoli, per certi versi, prosciugati dall’avanzare dell’età e da stagioni giocate ai massimi livelli di ritmo e concentrazione.

In poche parole, Ancelotti ha ereditato una squadra arrivata alla fine di un ciclo (inaugurato da Benitez), arrivata ad un passo dall’impresa dopo anni di lavoro e che, nonostante la mancata vittoria, e quindi la fame di riprovarci ancora, aveva bisogno di un rinnovamento abbastanza sostanzioso: nella guida, nel gioco e negli interpreti.

GLI OSTACOLI

Il ragionamento di fondo che risiede nella scelta di Ancelotti come tecnico del Napoli si potrebbe esporre così:

“Abbiamo passato anni da eterni secondi, potendo vantare l’espressione di un gioco brillante e per certi versi unico al mondo. Vuoi per un avversario casalingo (la Juventus, s’intende) troppo forte nei mezzi economici e tecnici, vuoi per l’eccessiva radicalità delle idee del nostro tecnico (cioè Sarri), non abbiamo raggiunto alcun risultato concreto nell’ultimo triennio. È ora di un allenatore di caratura internazionale che ci permetta di ottenere dei trofei”.

Un’impresa estremamente ardua per due principali motivi. In primis, come già detto, la presenza di un avversario, in campo domestico, come la Juventus. Un gruppo vincente, rosa lunga, di qualità e ben allenata, società con disponibilità economiche decisamente superiori e, soprattutto, in continua crescita, come testimoniata dall’acquisto di Cristiano Ronaldo. Già da sola, questa prima condizione ha reso ancor più difficile la missione di Ancelotti sin dal principio (anche se i risultati vanno al di là del solo Scudetto). In secondo luogo, la forza del Napoli delle ultime stagioni (quella scorsa, in particolare) è stato proprio nel lavoro di Maurizio Sarri: il gioco del tecnico partenopeo ha esaltato i pregi di molti singoli mascherandone (o limitandone) i limiti e ha rafforzato enormemente il collettivo. È così che il Napoli, almeno per quanto riguarda l’anno scorso, se l’è giocata fino in fondo con un avversario superiore sotto tanti aspetti. Può essere allora Carlo Ancelotti, allenatore vincente alla guida di squadre di campioni, che mai si è distinto per una precisa filosofia di gioco, la risposta ai problemi del Napoli?

Di certo rappresenta quel “rinnovamento sostanzioso” di cui sopra e di cui il Napoli aveva bisogno. Ma va certamente accompagnato da una squadra costruita secondo i suoi standard. Il che comporta un altro nodo al pettine dato che il Napoli, quando ha dovuto operare in maniera massiccia, ha dovuto sempre ricorrere all’autofinanziamento attraverso una grande cessione. Questo per il semplice fatto che il tanto nominato fatturato è al di sotto di molte big di Serie A, tra cui anche Inter e Milan, le quali a loro volta per i loro acquisti hanno spesso operato (salvo alcune eccezioni dovute al cambio di proprietà e altre che, invece, sono state punite dal FFP) secondo il principio del “vendo, poi compro”. Il rinnovamento di questa squadra dunque ha potuto essere solo marginale, per quanto abbia portato diversi elementi interessanti.

Ecco allora, in sintesi, gli ostacoli che ancora prima dell’inizio del campionato Ancelotti si trovava ad affrontare. Una squadra scarica e da rinnovare in diversi suoi senatori, una Juventus sempre più forte e difficile da raggiungere e un nuovo gioco da trovare, che si distacchi dai dettami di Sarri ma che non ne tolga del tutto le radici.

LA “CURA ANCELOTTI”

La risposta di Ancelotti, che abbiamo già analizzato in dettaglio, è stata un gioco che si può sintetizzare in questi cardini: ritmi meno forsennati e, quindi, maggiore capacità di addormentare la partita; maggiore verticalità, con lanci lunghi provenienti sin dalla propria metà campo; maggiore afflusso di cross dalle fasce (favorita, ovviamente, dalla presenza di un Milik finalmente a pieno regime); pressing sì, ma meno spasmodico e, in talune occasioni, del tutto assente.

Ovviamente, così come alcuni elementi hanno beneficiato del nuovo sistema (come Milik) tanti altri hanno visto esposti i propri limiti. Ad esempio Insigne, meno incisivo in un gioco meno basato sugli scambi rasoterra (mancando Mertens come riferimento da falso nuove) e meno fondato su giocate a memoria (non è un caso se anche in nazionale soffri molto l’assenza di un sistema che ne esalti le sue specifiche qualità). Callejon, a cui anche Ancelotti ha rinunciato ben poche volte (perché non dare più spazio a Ounas e Verdi?), ha rallentato i giri del motore e diminuito l’apporto in zona gol, proprio perché sono venuti meno anche gli assist di Insigne sul classico schema “cross verso il secondo palo che premia il taglio alle spalle del difensore”. Hysaj e Mario Rui sono emersi nelle loro deficienze tecniche (nel caso del primo) e in fase difensiva (nel caso del secondo). Mertens diverse voltesi è spesso trovato spaesato dovendo adeguarsi ad una maggiore quantità di palloni alti. D’altronde…

“Se quest’anno faccio più fatica a segnare perché gioco in un’altra posizione? Bella domanda. Diciamo che faccio un gioco diverso, ma non sono Peter Crouch”.

Poi ci sono i due casi particolari: la cessione di Hamsik, che ha privato la squadra di un riferimento in spogliatoio e in campo (al di là che stia attraversando la fase calante della sua carriera), nonché di un elemento che avrebbe fatto comodo nelle rotazioni; poi la mancata cessione di Allan, attratto dalla proposta del Paris-Saint Germain e che fatalmente, nella seconda parte di stagione, ha abbassato l’asticella del rendimento.

I RISULTATI

Quelle che dovevano (o potevano) essere le dirette concorrenti dei partenopei per un’ipotetico ruolo da anti-Juve, si sono in qualche modo auto-distrutte tra limiti tecnici, ampiezza limitata della rosa, problemi interni e via dicendo. Il 2° posto del Napoli dunque non è praticamente mai stato in discussione e questo, anche se all’atto pratico non è un passo avanti, è un’importante conferma. Ben diverso il discorso per quanto riguarda le altre competizioni.

A fare da contraltare ad un’eliminazione, sfortunata e per certi versi immeritata, dal girone di ferro di Champions League ci sono invece altre due eliminazioni che hanno lasciato non pochi punti interrogativi. In primis quella dalla Coppa Italia, ai quarti, per mano del Milan. Napoli che ha replicato la scialba prestazione di pochi giorni prima in campionato, sempre a San Siro contro i rossoneri, rendendosi pericoloso solo con qualche conclusione da fuori e che è rimasto vittima di due errori difensivi da matita rossa: prima Maksimovic, che si è lasciato scavalcare ingenuamente da un lancio lungo liberando la via per Piatek; poi ancora il serbo, ma in collaborazione con Koulibaly, che ha dato al polacco tutto lo spazio per andare al tiro dopo l’uno-contro-uno. Una competizione snobbata? Forse no. Occasione persa? Decisamente sì. L’impressione che ha lasciato il Napoli è che non abbia dato tutto il meglio di sé stesso per cercare di vincere un trofeo che, ironia della sorte, per la prima volta negli ultimi 4 anni non solleverà la Juventus.

Poi la delusione più recente, l’eliminazione dall’Europa League per mano dell’Arsenal. 5 tiri nello specchio della porta tra andata e ritorno e 0 gol segnati ad una squadra che, soprattutto in trasferta (5 vittorie in 15 gare stagionali fuori casa) non è mai stata impenetrabile (o, citando Mertens nel post-gara di Napoli, “non è veramente forte, non molto di più”). Eliminazione netta a cui ha certo contribuito una gestione degli uomini, da parte di Ancelotti, che ha lasciato qualche dubbio. Nelle due gare di campionato tra i due round di Europa League, contro il Genoa ed un Chievo oramai retrocesso, ha giocato la formazione più vicina all’undici tipo.

Così contro il Genoa: tutti i titolari in campo ad eccezione di Karnezis e Mertens (al posto di Meret e Insigne) e di Albiol, infortunato.

Così contro il Chievo: tutti i titolari in campo ad eccezione di Ospina e Chiriches (al posto di Meret e Maksimovic) e, ancora, di Albiol infortunato.

Praticamente zero riposo per gli uomini chiave, zero minuti per le seconde linee in attesa di un’occasione, rischio infortuni. Contro una squadra altamente attrezzata tecnicamente ed abituata agli alti ritmi della Premier League, non effettuare alcuna rotazione è stato come gettare benzina sul fuoco.

BILANCIO

L’obiettivo principale è stato raggiunto con largo anticipo: raggiungere la qualificazione alla prossima Champions League come seconda della classe (per il 2° posto non vi è ancora la matematica certezza, ma è ormai vicina). La mancata qualificazione agli ottavi di finale di Champions ha lasciato l’amaro in bocca, ma anche la consapevolezza che il Napoli se la possa giocare con chiunque anche a livello internazionale. Tale consapevolezza, poi, è crollata dopo l’eliminazione in Europa League: un grosso buco nell’acqua per gioco espresso e occasioni da gol prodotte, prima ancora del risultato dei due round. La Coppa Italia, un trofeo forse “minore”, è stata del tutto messa in secondo piano, per paradosso nell’unica occasione (delle ultime 4 edizioni) in cui la Juventus è uscita anzitempo.

Dunque non sono arrivati netti passi indietro, certo, ma neanche progressi di alcun tipo. La squadra durante il mercato invernale ha perso Hamsik senza sostituirlo e durante l’estate potrebbe perdere altre pedine di rilievo per voglia di cambiare (Allan? Insigne?) e carta d’identità (Callejon? Mertens?). Quel fatturato, lamentato così distante dalle big d’Italia ed Europa, non lo si può e non lo si vuole incrementare, e rimane così sempre comodo da citare quando conviene. I risultati tanto attesi e tanto richiesti ad Ancelotti allora sembrano, ancora, solo distanti all’orizzonte.

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Liverani pre Salernitana-Monza: “Nessuno recuperato ma obbligatorio vincere”

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salernitana

Un Fabio Liverani senza paura prima di Salernitana-Monza. Il mister si è soffermato su diversi punti e ha fatto un riassunto di quelli che sono riusciti a recuperare e quelli che invece dovranno stare ancora ai box per ancora qualche giorno. Domani alle 18, sarà il Monza la squadra da affrontare all’Arechi. A Salerno parrebbe sia pronto un altro sold-out da parte del pubblico casalingo che nonostante l’ultimo posto ci crede!

LE PAROLE DI LIVERANI PRE SALERNITANA-MONZA 

SITUAZIONE ATTUALE – “Abbiamo ancora delle incognite sui ruoli, non abbiamo recuperato nessuno anche se siamo sulla buona strada. Qualcuno è sulla buona strada. Dal primo giorno che sono arrivato ho detto che era il giorno zero, quindi tutti hanno l’opportunità. Boateng ha dovuto giocare senza allenarsi. Anche oggi ci troviamo nella stessa condizione. Quando sei in emergenza hai la necessità di condizioni diverse. Io credo sia giusto concentrarsi sulla fame. Pian piano ci stiamo mettendo dentro dei concetti tecnico-tattici”.

SUL MONZA – “Oggi siamo nella condizione in cui dobbiamo pensare che Monza sia l’unica partita che abbiamo, non si può  pensare alle classifiche. Si deve solo pensare alle condizioni per vincerle. Le gare che mancano possono sembrare poche, per me sono un terzo del campionato”.

INCARICO ACCETTATO SENZA TIMORE – “Forse quasi nessuno avrebbe accettato questo incarico con un esordio a Milano dopo quattro giorni. Quello che volevo è far conoscere ai giocatori che persona sono, arrivare a loro prima di arrivare al calciatore. Tifosi? Dal primo giorno in cui sono arrivato ho percepito il loro amore, a maggior ragione se domani saranno 20mila”.

 

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Palladino prima di Salernitana-Monza: “Vogliamo vincere, espulsione sacrosanta per Jovic”

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Palladino

Si è appena conclusa la conferenza stampa di Raffaele Palladino in vista di Salernitana –Monza in diretta dall’Arechi, domani alle 18. Il mister dei brianzoli ha parlato del suo passato da giocatore a Salerno ed è tornato a parlare anche dell’espulsione di Jovic, condannando il gesto e ritenendola giusta. Di seguito le parole di Palladino prima di Salernitana-Monza.

SALERNITANA-MONZA: PARLA PALLADINO

PASSATO GRANATA – “Salerno è un posto dove sono stato benissimo, una città meravigliosa dove sono stato amato e ho sempre cercato di dare il massimo per quella maglia. Allo stadio ci sarà tutta la mia famiglia presente e voglio regalare una soddisfazione ai miei cari.

Conosco bene tutto l’ambiente, lì i tifosi vivono per il calcio e provano un amore sconfinato per la maglia. Troveremo un ambiente molto complicato e la Salernitana è una squadra ancora viva”.

SUI TALENTI DEL MONZA: “Al Monza ci sono tanti giocatori di talento: da Maldini a Vignato per non parlare di Valentin Carboni. Siamo molto ricchi in quella zona di campo e più giocatori di qualità abbiamo e più sono contento. Per la crescita dei singoli sono felice perché vedo una grande crescita da parte di tutti: dai più giovani passando per i calciatori più esperti”.

TORNANDO AL ROSSO DI JOVIC: “Dal campo avevo avuto la sensazione che Jovic avesse colpito Izzo, è la reazione che va condannata e proprio per questo per me l’espulsione è giustissima”.

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Lecce, Baschirotto in dubbio contro l’Inter

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Baschirotto

Il Lecce guidato da Roberto D’Aversa si prepara per una sfida importantissima contro l’Inter. I salentini vogliono provare a trovare punti importanti per la salvezza ma davanti a loro si presenterà un’Inter praticamente imbattibile. Il Lecce ha abituato il proprio pubblico a grandi imprese proprio quando meno ce lo si aspettava. D’Aversa avrà a disposizione praticamente tutta la rosa e rimane da sciogliere il dubbio su Baschirotto.

LECCE-INTER: DUBBIO BASCHIROTTO 

Si tratta di uno stato influenzale, quello che ha lasciato ai box nella giornata di oggi il difensore del Lecce. Baschirotto proverà a recuperare in vista della partita con l’Inter e della rifinitura di domani, dove D’Aversa scioglierà gli ultimi dubbi prima di una delle partite più importanti della stagione leccese. La rifinitura sarà aperta al pubblico dalle 16.45 al Via Del Mare nella giornata di sabato. Di seguito le probabili formazioni per la sfida di domenica pomeriggio:

LECCE (4-3-3): Falcone; Gendrey, Baschirotto, Touba, Gallo; Kaba, Ramadani, Rafia; Almqvist, Krstovic, Banda. All: Roberto D’Aversa.

INTER (3-5-2): Audero; Bisseck, De Vrij, Carlos Augusto; Dumfries, Barella, Calhanoglu, Frattesi, Dimarco; Arnautovic, Lautaro Martinez. All: Simone Inzaghi

Al momento il Lecce si trova tredicesimo ma solo a +4 punti dalla zona salvezza, il match contro i milanesi potrebbe pesare parecchio su tutta la stagione.

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Inzaghi cambia per la sfida contro il Lecce: fuori un titolarissimo

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Ufficiale Audero

Per la sfida contro il Lecce di scena al Via del Mare, domenica 25 febbraio alle ore 18, non troveremo a difendere i pali dell’Inter, Yann Sommer. 

Il portiere svizzero non sarà presente nella sfida valevole per la 26° giornata del campionato di Serie A 23/24 perchè influenzato. Potrebbe essere una perdita importante per l’Inter. Ma allo stesso tempo, potrebbe essere anche un’occasione per poter rifiatare in vista dei prossimi impegni più difficili. Anche perchè i nerazzurri per la situazione in classifica in cui si trovano possono anche fare turnover.

Quindi Simone Inzaghi darà spazio al secondo portiere nerazzurro, Emil Audero. Il portiere ex Sampdoria, in questa stagione, la sua prima con il Biscione, finora, non ha disputato nessuna partita di campionato. Il portiere classe 1997 di scuola Juventus ha giocato finora solo 1 partita in Champions League (nella sfida di ritorno contro il Benfica, valevole per la 5° giornata della fase a gironi conclusasi 3-3), e solo 1 partita in Coppa Italia, ossia l’ottavo di finale perso dai nerazzurri contro il Bologna per 1-2 dopo i tempi supplementari.

Finora Audero ha giocato 164 partite in Serie A. 163 con la Sampdoria, ed una con la Juventus. In queste 164 partite ha subito 253 reti ed ha mantenuto la rete inviolata ben 36 volte.

 

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