Il tempo: condizione inesorabile, dagli spalti al manto erboso, di una partita di calcio. Può essere sofferenza e tramutarsi in gioia; a volte è noia, ed altrettante è fascino spumeggiante; è, sempre, il protagonista. Ora allargate gli orizzonti ed immaginate che i minuti, da 90 (più eventuale recupero) diventino 28.777.716, con qualche secondo di scarto: una cifra esorbitante, che non conta più nulla.

54 anni, 261 giorni, 0 ore e 36 minuti, che equivalgono esattamente a quei 28.777.716 minuti di cui sopra: è un conteggio celebrato ed osannato tra generazioni, ma che ha perso ogni sua essenza in un pomeriggio di metà maggio 2018, con il sole che faticava inesorabilmente nel tranciare le nubi che coprivano Amburgo. Prima di arrivare a quel sabato 12 maggio, meglio viaggiare con il tempo. Si torna sempre a parlare di lui, del tempo.

ALL’ITALIANA

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La nostra storia parte da un uomo schietto, leale e particolarmente pragmatico.

La palla è rotonda ed una partita dura 90 minuti.

Avete mai sentito questa frase? Probabilmente la risposta è affermativa, ma difficilmente riuscireste a dire chi ne sia stato l’artefice. Una delle massime più famose sul calcio è attribuita a Sepp Herberger, leader incontrastato nella classifica degli anni alla guida di una Nazionale; Óscar Washington Tabárez (14 lune con l’Uruguay) e Vittorio Pozzo (21 con l’Italia) non lo vedono nemmeno da lontano. 28 anni sulla panchina della Germania prima della guerra e della Germania Ovest a conflitto terminato.

Se lo ricordano particolarmente bene i suoi connazionali, perché è grazie a lui se possiamo parlare del Miracolo di Berna: ai Mondiali di Svizzera ’54, l’Ungheria d’Oro di Ferenc Puskás soccombe sotto la rete di Maximilian Morlock e la doppietta di Helmut Rahn. La Germania Ovest è Campione del Mondo. Sì, ma cosa c’entra con le nubi ad Amburgo?

Non è una vittoria né il suo record imbattibile a collocare Herberger nella nostra narrazione a carattere temporale, bensì un pensiero divenuto volontà: il calcio tedesco necessitava di una riforma, giunta come pioggia dal cielo all’indomani dell’eliminazione ai quarti di finale dei Mondiali di Cile ’62. Serviva un girone all’italiana, un campionato che potesse far affrontare le compagini migliori dello Stato in una formula più lineare, coesa e meritocratica: nasce la Bundesliga.

DIE RAUTE

La città che inizia a vivere la rivoluzione calcistica tedesca nel 1963 è profondamente diversa da quella martoriata durante gli anni del conflitto mondiale, ma gli strascichi di quest’ultimo si fanno sentire. Amburgo non ha più 43 milioni di metri cubi di macerie o notti in cui colpi di vento infuocato si generano a 75 metri al secondo, bruciando migliaia di famiglie ed altrettante abitazioni; la Cortina di ferro imposta dopo la fine della guerra, però, ha ridotto notevolmente la superficie cittadina, che ha bisogno di superare psicologicamente gli anni più duri della sua esistenza.

Amburgo si aggrappa al suo porto, il più grande in tutta la Germania, alla sua ampia scena musicale, capace di inglobare l’ambiente rock ‘n roll a quello dell’hip-hop, e, soprattutto, al Die Raute: il diamante.

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Impossibile non riconoscerlo: il bianco e il nero si riferiscono ad una delle due compagini antiche della città, lo Sport-Club Germania, mentre lo sfondo blu è un richiamo al Blue Peter, uno degli innumerevoli segnali marittimi che ricordano la vocazione marinara della città. È al diamante che si affidano i sogni dei bambini e dei propri genitori, che dalla seconda metà degli anni ’70 iniziano a vedere i frutti delle sofferenze passate: l’Amburgo inizia a vincere, a vincere e a vincere ancora.

ORGOGLIO E DISONORE

L’istantanea chiave di quel rullino fotografico di successi è il pallonetto di Felix Magath a Dino Zoff nella finale di Coppa dei Campioni 1983: la Juventus di Giovanni Trapattoni cade come i troiani in un’Atene che porta in trionfo gli achei in maglia rossa, con il Die Raute poco sotto la spalla sinistra. È un 1-0 firmato dalla guida tecnica, il leggendario Ernst Happel, e dai suoi giocatori, capaci di ribaltare il pronostico della vigilia, che dava i bianconeri già con il trofeo in mano.

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Sono l’orgoglio tedesco, la squadra a cui ambire e da cui prendere spunto, la compagine che nessuno vorrebbe affrontare. Non tutti in città, però, vogliono schierarsi dalla parte del migliore; in uno dei distretti che compongono il sobborgo urbano, viene ad attuarsi una separazione dal cordone ombelicale di matrice diamantata: è il quartiere di St. Pauli, dove si tifa per qualcosa che va oltre il singolo successo in campo.

A dirla tutta, negli anni d’oro dell’Amburgo, le due compagini della città si erano abituate a coltivare un sostanziale rispetto reciproco. Poi, però, è nata una frattura a stampo politico.

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In un’Amburgo dominata dal fenomeno capitalistico della società del diamante, entra a gamba tesa la comunità di tifosi del St. Pauli, con il suo vero e proprio fenomeno kult. Il Millerntor-Stadion viene spostato nel bel mezzo del Reeperbahn, il quartiere a luci rosse della città: liberalismo ed anti-capitalismo la fanno da padrone, con l’attitudine ribelle e progressista che si condensa nel simbolo della squadra, il Jolly Roger dei pirati, nato grazie all’iniziativa di Doc Mabuse, un tifoso con il rock e la trasgressione nelle vene.

È l’altro lato della medaglia, quello che contrappone l’umiltà e l’aiuto verso il prossimo alle campagne acquisti faraoniche dei cugini in città. Con il passare del tempo, però, la distanza inizia ad assottigliarsi: Amburgo e St. Pauli si assomigliano sempre di più nelle loro differenze e si distinguono in maniera altrettanto evidente nei loro punti di contatto.

(QUASI) DECLINO

Dopo le stagioni gloriose tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80, l’Amburgo oscilla in un’altalena con la mediocrità a fare da ago della bilancia: la squadra si barcamena in un mare d’inefficienza, senza gioie né dolori. Piovono campionati disputati a metà classifica, lontani in egual misura sia dalla gloria che dal disonore.

Le due semifinali consecutive in Coppa UEFA ed Europa League, tra il 2009 ed il 2010, sembrano preannunciare un ritorno ai fasti di un tempo, ormai tiepidi ricordi nelle menti delle generazioni passate; in realtà, è l’inizio della fine. L’Amburgo è una miccia dalla quale propagare il più letale degli incendi dolosi, con la situazione che peggiora di anno in anno.

Chiedo scusa ai nostri tifosi, che non si meritano di pagare per questa merda. È stato un disastro, una prestazione oscena da parte di tutti noi.

Parola dell’estremo difensore Rene Adler, all’indomani del 1-5 subito contro l’Hoffenheim nell’agosto 2013. Punteggi simili sono all’ordine del giorno, specialmente se l’avversario si chiama Bayern Monaco; tra il 2011 ed il 2018, arriva una valanga di goleade subite: tre 5-0, due 6-0, due 8-0 ed un 9-2.

I problemi, però, non arrivano solo nel weekend. La polveriera Amburgo genera un valzer continuo di allenatori, una rissa tra compagni di squadra (Ivo Ilicevic con una testata su Michael Gregoritsch), svariati alterchi con gli ultras, l’ingaggio di uno psicologo per superare i traumi delle sconfitte e, soprattutto, il celeberrimo “Backpack gate“.

Peter Knäbel, direttore sportivo dei biancoblu, aveva dimenticato in un parco cittadino il proprio zaino, contenente decine di fascicoli privati della società. Un cittadino, trovato l’oggetto smarrito, si era reso conto della presenza dei documenti, così aveva chiamato la sede della società; pensando che fosse uno scherzo, la sua chiamata non venne presa sul serio, così l’uomo mandò tutto ai giornali tedeschi. Lo scandalo fu la classica goccia che fece traboccare il vaso, il quale, però, non si svuotò del tutto.

Nonostante fosse sprofondato nelle sabbie mobili della Bundesliga, in qualche modo il Die Raute riusciva comunque a rimanere aggrappato all’unica ambizione che gli era rimasta. Ricordate l’inesorabile scorrere del tempo? È il conto della storia sullo Stadionuhr, l’orologio del Volksparkstadion, la casa dell’Amburgo. Il tempo non si ferma, con i biancoblù che vedono aumentare sempre più la loro permanenza in Bundesliga: dall’idea di Sepp Herberger, non hanno mai abbandonato l’Olimpo del calcio tedesco. Sono gli unici superstiti e la leggenda li tiene a galla.

Si salvano nei play-off 2014 contro il Greuther Fürth e la spuntano anche l’anno successivo, quando Marcelo Díaz insacca una punizione dai 16 metri al fotofinish nel ritorno contro il Karlsruher. Poi, in un pomeriggio di metà maggio, il tempo si ferma.

COUNTDOWN

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Prima che l’orologio si fermi, vi cercheremo per tutta la città.

Diretti e concisi: era l’ultimatum degli ultras ai giocatori dell’Amburgo, che a dieci giornate dal termine del campionato erano ultimi a pari merito con il Colonia, inchiodati a 17 punti. La sedicesima posizione, valida per i play-off, distava sette lunghezze. Ma il tempo non aveva intenzione di ultimare il suo scorrimento così presto: si decideva tutto all’ultima giornata, in casa, sotto il passare dei minuti dello Stadionuhr.

L’orologio continua a scorrere se e solo se avviene un duplice allineamento astrale: l’Amburgo deve vincere in casa contro un Borussia Mönchengladbach che non ha più nulla da dire al campionato, mentre il già retrocesso Colonia deve battere un Wolfsburg che si gioca la salvezza.

Al 71′, la tensione inizia a sgretolare le speranze dei 57.000 presenti al Volksparkstadion: i beniamini di casa stanno conducendo per 2-1, ma il Wolfsburg si è appena portato sul 3-1. La città è divisa a metà: a nord-ovest vedono l’inferno, mentre a St. Pauli, nel centro, non vedono l’ora di accoglierli nelle fiamme. E poi, la fine, con rabbia e sconforto che assumono le stesse forme degli inferi che li aspettano: fuoco e fiamme salutano un’incisione storica negli annali del calcio tedesco.

Per ultimare la tragedia calcistica con la più amara delle ciliegine sulla torta, i tifosi del Borussia Mönchengladbach espongono uno striscione con un orologio: il tempo, però, non avanza. È un countdown destinato, come tutti, a finire con uno sciame di zeri.

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Da quel weekend meteorologicamente incerto, la città vive di un’animosità raramente provata in precedenza: ad ogni nuovo incontro in Zweite Liga tra i conservatori in biancoblù ed i progressisti in marrone, il Reeperbahn diventa un campo di battaglia dal quale è complesso uscire integri.

È una rivalità riscoperta, con il St. Pauli abituato di rado a bazzicare nei salotti della massima competizione tedesca: ora, però, il mutuo per l’inferno lo pagano in due. In attesa che il diamante possa continuare a veder scorrere i minuti: è il countdown per il ritorno alla normalità, in un’Amburgo che di ordinario ha ben poco.

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