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Da Miura a Tomiyasu

Tra i tanti spunti interessanti che ci ha lasciato in dote la prima giornata di Serie A c’è sicuramente l’esordio nel nostro campionato di Takehiro Tomiyasu, difensore giapponese acquistato dal Bologna in questa sessione di mercato. Cresciuto in un’accademia fondata dal Barcellona in Giappone, Tomiyasu oltre ad aver ben figurato al suo esordio detiene un particolare primato: è il primo calciatore giapponese a vestire la maglia del Bologna.

Differentemente, non è il primo giocatore nipponico a sbarcare in Serie A. Ad esempio, l’ufficializzazione del suo acquisto, avvenuta il 9 luglio, coincide con il 20esimo anniversario dell’arrivo in Italia di Hidetoshi Nakata. Prima a Perugia e poi a Roma, Nakata ha sicuramente avuto un ottimo trascorso in Italia, ma prima e dopo di lui ci sono stati campioni acclarati dimostratisi autentici flop, anonime comparse o meteore presto sparite. In un tortuoso viaggio nel tempo dal sapore orientale andiamo a ripercorrere le parabole che hanno scandito il legame calcistico Giappone-Italia.

1994: L’ANNO ZERO

Il Genoa del patron Aldo Spinelli naviga piuttosto agevolmente tra la classe media della Serie A quando, nell’estate del ’94, la dirigenza attraverso una cervellotica operazione di marketing decide di portare in Italia Kazuyoshi – detto KazuMiura. Per la prima volta l’Italia apre le porte ad un calciatore giapponese e l’impatto, perlomeno dal punto di vista mediatico, è detonante. A quei tempi Miura era considerato per distacco il miglior giocatore asiatico: svezzato calcisticamente in Brasile, tornò prima in patria per lanciarsi nel mondo professionistico e poi, nel prime della sua carriera, decise di compiere il grande salto. Scelse l’Italia, la nazione in cui si giocava il miglior calcio del mondo, e Genova, una piazza passionale e desiderosa di elevare il suo status.

Per il Genoa l’operazione non presentò alcun aspetto svantaggioso: il costo del cartellino fu pari a zero, mentre gran parte dell’ingaggio fu appannaggio dello sponsor Kenwood. In più una televisione giapponese, la Fuji Tèlevision, acquistò i diritti di tutte le partite del grifone per circa un miliardo di lire. La prima di queste partite fu nella Scala del Calcio, a San Siro contro il Milan di Capello futuro campione d’Europa. Dopo 30 minuti la partita di Miura terminò: durissimo scontro con Franco Baresi e naso rotto.

L’esordio, da tutti visto come un piccolo incidente di percorso, a posteriori possiamo definirlo un segno premonitore di un’avventura mai decollata. 21 presenze totali e un solo gol all’attivo in un derby perso 3-2.

IL PIU’ GRANDE

Quando Kazu Miura è solo un brutto ricordo che aleggia nella mente dei genoani, Luciano Gaucci, presidente del Perugia, dopo una lunga trattativa con il Bellmare formalizza l’acquisto di Hidetoshi Nakata. E’ il 1998, il Perugia è da poco risalito in Serie A ma è guidato da una famiglia ambiziosa e con un particolare fiuto per gli affari.

L’esordio di Nakata presenta un doppio spettacolo: uno sugli spalti e uno sul campo. Mentre le tribune del Renato Curi sono gremite e invase da supporter giapponesi, Hide mette a ferro e fuoco la difesa della Juventus di Lippi in un match che i bianconeri si aggiudicheranno per 4-3. La doppietta con cui il ragazzino giapponese con i capelli arancioni si presenta al calcio europeo scatena un effetto domino che di lì a qualche anno trasformerà Nakata in un’icona del calcio asiatico. La sua personalità invece, ermetica ed enigmatica, procede nel verso opposto rispetto alla fama che accumula ma di cui non si nutre.

Dopo un felice anno e mezzo in Umbria sbarca nella Capitale, richiesto e ottenuto da Franco Sensi per circa 40 miliardi di lire che fanno leccare i baffi alla volpe Gaucci. A Roma tappa i pochi buchi lasciati per strada da Totti, uno dei quali nella serata più importante della storia recente giallorossa.

Al vecchio delle Alpi va in scena la sfida scudetto tra giallorossi e la Juventus. Il primo tempo è tutto di marca bianconera, ma nella ripresa Nakata subentra a Totti e cambia la partita. Due conclusioni di destro: la prima si infila sotto l’incrocio e riduce le distanze e la seconda propizia il gol di Montella in extremis.

La vittoria dello scudetto a Roma sarà la più grande soddisfazione del Nakata calciatore, prima del lento declino che lo porterà a disaffezionarsi al calcio per poi abbandonarlo a trent’anni ancora non compiuti. Tra la grande gioia dello scudetto e l’addio al calcio (siglato da una lettera) si susseguiranno anonime esperienze tra Bologna, Firenze e Parma: un tour per l’Italia con l’animo da viaggiatore che ha già sostituto il desiderio di giocare a calcio.

GLI ANNI DUEMILA

Il rapido e incolore interregno di Hiroshi Nanami al Venezia si concluderà giusto in tempo per permettere a Shunsuke Nakamura di calamitare tutte le attenzioni. Il visionario, in questo caso, risponde al nome di Lillo Foti, presidente della Reggina, che pesca dal Yokohama Marinos questo centrocampista dotato di un’eleganza sopra la media ma all’apparenza con attributi atletici non idonei al calcio europeo.

L’impressione iniziale risponderà alla realtà: Nakamura fonda il suo gioco su un’infinita gamma di finte, contro-finte e dribbling di suola, senza però poter giovare di un cambio passo da ala pura. Il fine massimo di ogni suo possesso è quello di scovare uno spiraglio di luce necessario al suo sinistro per poter creare qualcosa. Per tre anni il Granillo è ancorato alle sue sublimi doti da giocoliere: una creatività con pochi eguali nella storia del calcio asiatico.

La carriera di Nakamura proseguirà lontano dai riflettori, precisamente in Scozia, alla corte del Celtic. Qui raggiungerà la massima espressione del suo calcio, prima di ritirarsi nuovamente in Giappone.

PAROLA ALL’ATTACCO

Tra il 2003 e il 2006 sbarcano in Italia tre attaccanti di origine giapponese, tutti legati da grandi aspettative ma con destini differenti. Sampdoria (e poi Messina) e Torino puntano rispettivamente su Atsushi Yanagisawa e Masashi Oguro. Il primo abbraccia i blucerchiati nell’estate del 2003, con tanto di presentazione presso lo Star Hotel President. Al suo fianco spunta un giovane Beppe Marotta: da pochi mesi nell’organigramma della Sampdoria e deus ex machina dell’operazione. Il suo passaggio al Ferraris non si discosterà troppo da quello di Miura: anonime apparizioni prive di acuti. Il trasferimento in Sicilia, nel Messina di Franza e mister Mutti, non muterà la sua parabola italiana. Impiegato comunque con costanza come rincalzo dalla panchina non riuscirà mai a trovare la via del gol, esclusa una partita di Coppa Italia contro il modesto Acireale.

Stessa sorte toccherà al “torinese” Oguro, acquistato per mano del Torino dal Grenoble e mai integrato con costanza in prima squadra. Il prosieguo della sua carriera si consumerà in patria, tra i bassifondi della seconda divisione giapponese e qualche sporadica convocazione in Nazionale.

La Sicilia, sempre nell’estate del 2006, accoglie un altro attaccante: Takayuki Morimoto. Un nome che a molti suonerà familiare e che fino al 2013 ha vestito la maglia del Catania, con nel mezzo una breve e sfortunata esperienza al Novara. Morimoto con il Catania realizzerà 19 gol, di cui 4 alla Roma, unica squadra contro cui Takayuki si trasforma in un implacabile samurai.

Morimoto è un attaccante con mediocri doti fisiche e dall’indole estremamente verticale. Gran parte dei suoi gol sono frutto di precisi movimenti a disinnescare la linea difensiva avversaria, tutti realizzati cercando di anticipare le mosse del difensore per non doversi imbattere nel corpo a corpo.

Abbandonata la Sicilia e il calore del Massimino, Morimoto ha fatto ritorno in Giappone, dove adesso gioca a calcio e contemporaneamente gestisce un allevamento di coleotteri.

AI DUE ESTREMI DELLA MADONNINA

La desolazione vissuta nell’ultima decade di calcio da Inter e Milan in molteplici sessioni di mercato ha spinto le due società a prendere decisioni esotiche e in taluni casi piuttosto forzate. Partendo dai nerazzurri, nel gennaio del 2011, dopo aver esonerato Benitez, Moratti decise di investire nel mercato invernale per rinforzare la squadra a disposizione di Leonardo. I nomi scelti furono quelli di Pazzini, Ranocchia e, udite, udite, Yuto Nagatomo. Il terzino giapponese era stato adocchiato dalla dirigenza del Cesena, che investì su di lui per festeggiare il ritorno in Serie A per poi rivenderlo circa 6 mesi dopo.

Al netto di qualità fisiche e tecniche tra il mediocre e il discreto, Nagatomo ha rappresentato una costante nell’Inter di questi anni: un pretoriano dei vari allenatori che si sono succeduti sulla panchina della Beneamata in grado di non sfigurare in rose dal tasso tecnico non eccelso.

Con hype maggiore fu celebrato l’arrivo di un altro giapponese a Milano, questa volta sponda rossonera. Stiamo parlando di Keisuke Honda, centrocampista che dopo Nakata e Nakamura ha rappresentato la massima espressione del calcio giapponese in Europa.

Arrivato a Milano nel gennaio del 2014, Honda si ritagliò uno spazio importante nel Milan dei due anni successivi, senza mai imporsi come leader tecnico della squadra ma vivacchiando in una squadra lontana dai vecchi fasti.

AL PASSO CON I TEMPI

L’ultima positiva apparizione ai Mondiali, assieme ad una Copa America disputata con un nucleo giovane ma promettente, fanno del Giappone non solo un mercato sul quale puntare per motivi extra-calcistici, ma anche un pozzo di giocatori giovani e con caratteristiche moderne.

Takehiro Tomiyasu è forse l’esempio più lampante di questa nuova generazione di giocatori: un difensore con ottimi attributi fisici e qualità tecniche tali da renderlo, almeno dopo la pre-season e la prima giornata di campionato, una risorsa fondamentale per la prima costruzione del Bologna.

Il Giappone ha investito con decisione sul calcio e lo sta facendo sviluppando prototipi di calciatori pronti ad invadere l’Europa.

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