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D’Alessandro, quel Diez a edizione sudamericana

D’Alessandro, quel Diez a edizione sudamericana

Andres D’Alessandro è il prototipo di numero 10 sudamericano, estremamente talentuoso ma non facile da capire. Nell’arco della sua carriera sono stati pochi gli allenatori che ci sono riusciti. Uno di quei giocatori che o si ama o si odia, non ci sono vie di mezzo. E’ un trequartista, un enganche come dicono in Argentina, ed è difficile collocarlo in altre posizioni all’in fuori di quella, e forse questo può essere un limite per un giocatore però in grado di pensare e di leggere il gioco in maniera differente rispetto a tutti gli altri.

« È il giocatore che più mi assomiglia, l’unico che mi fa divertire guardando una partita di calcio. »

Questa frase la disse Diego Armando Maradona nel 2002, quando il giovane Andres era ancora un pibe  che vestiva la maglia blanca con la banda roja del River ed era ancora agli albori della sua carriera. Una carriera che in avvio sembrava poter promettere tantissimo e poterlo catapultare direttamente nell’olimpo del calcio mondiale, visto che aveva già vinto 2 campionati Clausura con la maglia del Millo e si era coronato campione del mondo under 20 nel mondiale disputato proprio in Argentina con la Seleccion guidata dal profe Peckerman. In quegli anni era lui la risposta a Juan Roman Riquelme. Nel 2003 lascia il Monumental dopo aver vinto il suo terzo campionato Clausura, formando una coppia d’attacco di tutto rispetto con il Torito Cavenaghi, ed arrivando in Europa però dalla porta secondaria, approdando in Bundesliga (un campionato molto diverso da quello che vediamo noi oggi), al Wolfsburg.

L’INIZIO DEL DECLINO

Dopo il primo anno molto positivo, gli altri anni della sua avventura tedesca non sono da ricordare particolarmente, finendo fuori rosa nell’anno 2006 con la squadra al quint’ultimo posto. Andres decide di cambiare area e sbarca in un campionato completamente diverso come la Premier League, al Portsmouth penultimo in classifica in una situazione tutt’altro che tranquilla, non il miglior posto per rinascere. A fine anno raggiunge la salvezza, ma il suo apporto è minimo. L’ennesimo trasferimento a vuoto è quello che si concretizza nella stagione 2006-2007 sbarcando al Real Saragozza dove ci sono ad accoglierlo i fratelli Milito e l’ex River Aimar. Neanche qui, in un calcio più simile a quello argentino, Andres riesce a ritrovare la bussola.

RITORNO IN PATRIA

Dopo 5 anni nell’anonimato (al di là di qualche lampo di genio) finisce la carriera del cabezon in Europa. Decide di tornare in Sudamerica, nella sua Argentina, ma non al River. Va al San Lorenzo dove riabbraccia il tecnico che più di tutti ha saputo apprezzare il suo talento, Ramon Diaz. Nel club di Boedo però resta solo 6 mesi.

EL CABEZON SUL TETTO DEL SUDAMERICA

All‘Internacional  de Porto Alegre riesce a trovare finalmente la sua dimensione. Gioca bene e vince. Vince 6 campionati Gauchos e soprattutto una Copa Sudamericana e una Copa Libertadores nel biennio 2008-2010, che lo consacrano miglior calciatore sudamericano dell’anno davanti a un mostro sacro come Veron e l’astro nascente Neymar. Le prestazioni di alto livello e quel mancino che fa innamorare lo portano ad essere il leader, il cervello ed il capitano del Colorado (come è soprannominato il club di Porto Alegre). Nel 2015 insieme ad un altro argentino, Lisandro Lopez, guida il club brasiliano  fino alle semifinali di Copa Libertadores, uscendo sconfitto però nel doppio confronto contro il Tigres di Gignach, che gli impediscono di andare ad affrontare in una finale dai tratti romantici, il suo primo amore, il River Plate.

Nel 2016 è lui il colpo di mercato scelto dal presidente D’Onofrio per rispondere all’acquisto di Tevez ai cugini del Boca. La sua seconda tappa al club di Nunez è una scelta coraggiosa ma altrettanto pericolosa, con il rischio concreto di oscurare quello che aveva fatto di buono ad inizio carriera. Il ruolo di esterno nel 4-2-2-2 di Gallardo non gli si addice e molte volte risulta un corpo esterno. Almeno è così nei primi tempi, piano piano riesce ad inserirsi sempre meglio nei meccanismi di gioco e risulta molto utile alla causa, portando a casa due trofei come la Copa Argentina e la Recopa Sudamericana (l’equivalente della Supercoppa europea).

 

Alla scadenza del prestito fa ritorno all’ Internacional che nel frattempo, dopo una stagione completamente sciagurata è retrocessa in serie B brasiliana. Toccherà allora al Cabezon riportarla dove merita, per un’ultima dimostrazione d’amore verso quei colori che più hanno saputo  far esprimere il talento cristallino di uno dei giocatori più difficili da comprendere della storia di questo gioco.

LA BOBA

Se si parla di D’Alessandro non si può non citare la finta, il lujo, il dribbling che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Quel gioco di gambe che consiste nell’accarezzare il pallone con la suola portandolo verso di se, per poi effettuare un tunnel eludendo l’intervento dell’avversario. Ecco qui un assaggio:

Difficile dire come mai non sia riuscito a sfondare anche nel calcio del vecchio continente, se per problemi comportamentali o perché la sua indole troppo anarchica e il suo modo di vedere il gioco fossero difficili da legare in tatticismi per lui lontani da comprendere. Fatto sta che nel calcio dell’emisfero sud si è imposto vincendo tutto quello che c’era da vincere ed  è uno di quei pochi giocatori che meglio è riuscito a farsi apprezzare in due realtà completamente opposte, come Brasile e Argentina.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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