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Daniele De Rossi, quando la fedeltà diventa amore

30 Ottobre 2001. Allo Stadio Olimpico si gioca Roma-Anderlecht, sesta e ultima partita del girone di Champions League della squadra capitolina. Al 71′ minuto, sul risultato di 1-1, entra in campo un ragazzino di diciotto anni con la maglia numero 27, al debutto in prima squadra. Primi minuti con quella maglia che, anno dopo anno, gli si cucirà addosso, fino a diventare una seconda pelle. Inizia così la storia d’amore tra Daniele De Rossi e la Roma, una storia fatta di emozioni, notti magiche, qualche trofeo, ma anche da delusioni, possibili addii e alti e bassi che hanno sempre caratterizzato – e lo fanno tutt’ora – la Roma.

GLI INIZI E L’AFFERMAZIONE IN PRIMA SQUADRA

Nella stagione successiva arriva l’esordio in Serie A, il 25 Gennaio 2003, nella partita Como-Roma e la prima da titolare, il 10 Maggio, contro il Torino, durante la quale segna anche il suo primo gol con la maglia della Roma.
Partita dopo partita il ragazzo di Ostia scala le gerarchie, si afferma e si mostra al panorama mondiale del calcio. Domina nel centrocampo della Roma, prima da trequartista poi da mediano: imposta il gioco, smista i palloni, ringhia sulle gambe degli avversari e, qualche volta, la mette dentro, sfoderando soprattutto tiri dalla distanza e colpi di testa.

Nel frattempo, il 4 Settembre 2004, De Rossi fa il suo esordio nella Nazionale maggiore, con cui, come ben sappiamo, solleverà la Coppa del Mondo nel 2006.
Il 15 Marzo del 2006 arriva la svolta: la prima volta con la fascia da capitano. Quello tra il ruolo da capitano e Daniele sarà un rapporto complicato, perché per tutti gli anni seguenti avrà davanti a sé un mostro come Francesco Totti, uno per il quale parlare di lealtà e amore è banale, uno per il quale la Roma è, prima che una squadra e una città, un pezzo di cuore.

CAPITAN FUTURO

Quante volte abbiamo sentito questo soprannome, questo marchio impresso col fuoco sul nome di De Rossi, come un macigno perennemente presente sulla sua testa: l’eredità di Totti, la paura di non essere all’altezza, la voglia di dimostrare il suo amore, – perché quello di Daniele era, è, e sarà sempre amore – uniti alla difficoltà di una piazza come Roma, che sa portarti in paradiso per una vittoria e, subito dopo, scaraventarti giù per una sconfitta, hanno fatto di Daniele non solo un grande giocatore, ma anche un grande uomo. 

Sì, perché ci vogliono coraggio, determinazione e tanto, tanto carattere per farsi scivolare addosso le critiche – specialmente quelle fatte da chi ami, dai i tifosi – per guardare sempre avanti e per rispettare sempre il proprio posto. E Daniele De Rossi è così: mai una parola di troppo, sempre lucido nelle dichiarazioni, sempre pronto ad assumersi le proprie colpe e sempre pronto a sostenere i compagni. Perché amare significa questo: significa mettere tutto te stesso per ciò che ami, per ciò di cui sei parte integrante, significa essere disposto a fare un passo indietro, a scendere dal piedistallo per prendersi gli insulti e le offese, amare significa tifare la tua squadra nel bene e nel male, e De Rossi lo sa bene: significa vivere notti terribili come quella del 7-1 di Manchester o quello con il Bayern, ma anche notti come quella recente contro il Barcellona, nella meravigliosa cornice dello Stadio Olimpico pronto ad accompagnare la squadra in ogni azione. Daniele De Rossi ha sempre fatto tutto questo, per amore della sua Roma, sua come quel soprannome maledetto che è stato la sua, silenziosa, fortuna.

“Capitan futuro? Un soprannome che non mi ha mai fatto impazzire dalla prima volta che l’ho sentito. Ormai lo senti anche per strada. Lo mettiamo da parte, è un orgoglio essere il vice capitano della Roma. Hai Totti davanti, sai che puoi essere qualcosa in meno. Pensare che subentrerò a lui quando non ci sarà più non è una cosa piacevole. Per me, per lui e soprattutto per i romanisti. […] Saranno tutti abbastanza dispiaciuti perché il giocatore più forte della storia della Roma smetterà di giocare. Non ho quest’ansia. I tifosi mi vedono come un simbolo di questa squadra e non c’è bisogno di avere una fascia il braccio essere più felice”
– Daniele De Rossi in un’intervista a Sky Sport (4 Ottobre 2013)

AMORE ETERNO

Dopo quel fatidico 28 Maggio 2017, quando Francesco Totti ha dato l’addio al calcio giocato, Daniele De Rossi è diventato grande. Capitan futuro è diventato Capitan presente e dall’ombra della quercia secolare con il numero dieci sulle spalle è uscito quel ragazzino che sedici anni prima, mentre Totti vinceva lo scudetto, si faceva le ossa giocando nelle giovanili, che da seme è diventato arbusto e poi albero, e che, al momento stabilito, ormai uomo, ha preso il posto del suo predecessore, perché non è vero che all’ombra di un albero non ne può crescere uno altrettanto grande. 

In una recente intervista De Rossi ha dichiarato, ancora una volta, il proprio amore per questi colori, definendosi “proprietà dei tifosi della Roma”, come un patrimonio da conservare e mostrare con orgoglio al mondo intero. E allora poco importa se nella sua storia la Roma non ha vinto molto, né se ha subito critiche su critiche, e nemmeno se non è mai stata costante; i trofei della Roma sono i giocatori come De Rossi, giocatori per cui fedeltà e amore sono le colonne portanti di una vita al servizio della propria passione, in un mondo in cui ci sono sempre più soldi e sempre meno bandiere.

 

“Ho un solo rimpianto: quello di poter donare alla Roma una sol carriera”
– Daniele De Rossi

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