25 giugno 1991. La Slovenia ha appena dichiarato la propria indipendenza dalla Jugoslavia. Anni di tensioni, rivolte e rivendicazioni che culminano con la separazione dalla terra voluta e creata da Tito. La reazione a catena avrà un impatto devastante, politicamente e umanamente parlando. Seguiranno anni di guerra, atrocità e dolore. La più grande tragedia dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, sta per consumarsi sotto gli occhi inermi e vacui di un mondo che sembra non accorgersene.

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Lo sport, piccolo puntino nel mare di tristezza che avvolgerà l’Europa, perderà una delle sue stelle più luminose. La Jugoslavia, specialmente calcistica e cestistica, ha appena ricominciato a brillare nel continente, vincendo nel basket e avvicinandosi al trionfo nel calcio. Questione di tempo, è evidente. Savicevic, Mihajlovic, Boksic, Suker e tanti altri nomi indicano distintamente la forza calcistica di questa nazione.

Il bronzo alle olimpiadi di Los Angeles 1984, i quarti di finale a Italia ’90 e la vittoria della Stella Rossa nella Coppa dei Campioni nel 1991. L’occasione giusta sembra essere l’Europeo, che si svolgerà in Svezia nel 1992. Il girone qualificatorio dominato e concluso al primo posto vale il pass per la rassegna estiva. Poi, come un fulmine a ciel sereno, nonostante quel cielo fosse intriso di nuvole nere, ecco la squalifica, roboante come una tempesta.

 

IL RIPESCAGGIO

Il 30 maggio del 1992 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU emana la risoluzione 757, con la quale vieta alle nazionali jugoslave di partecipare a competizioni sportive internazionali. Era giunta la fine. Il Brasile d’Europa non esiste più, la squadra ricca di talento che sta facendo innamorare il mondo del pallone è scomparsa.

Mancano 10 giorni all’inizio di EURO ’92, e occorre trovare una soluzione per tappare il buco lasciato dalla ormai ex Jugoslavia. La UEFA, il 31 maggio, opta per la più logica delle scelte. L’ottava squadra partecipante sarà la Danimarca, arrivata alle spalle di Savicevic e compagni nel girone delle qualificazioni.

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I problemi, però, non finiscono. Molti dei giocatori danesi sono già in vacanza. La stagione è appena terminata e nessuno pensa minimamente che possa essere allungata. I calciatori rientrano in patria per trasferirsi nella vicina Svezia. L’uomo più rappresentativo, inoltre, a causa dei rapporti incrinati e mai pacifici con l’allenatore, tale Richard Møller-Nielsen, non parteciperà alla kermesse. Michael Laudrup, l’attaccante del Dream Team catalano di Johan Crujiff, ha deciso di lasciare la Danske Dynamite.

Il fratello Brian, dello stesso pensiero di Michael, riflette e torna sui suoi passi, aderendo al progetto. Un gruppo che, senza il suo miglior giocatore, deve fare affidamento sul capitano Olsen, Larsen e sul portiere del Manchester United, Peter Schmeichel. La filosofia di gioco si basa su una difesa solida, dura e attenta. Se le premesse non sono positive, le avversarie che la Danimarca deve affrontare nel girone non fanno altro che peggiorare la situazione.

 

DAVIDE CONTRO GOLIA

Francia, Inghilterra e Svezia, la padrona di casa. La vittima sacrificale è pronta per essere offerta agli dei del calcio. Dovrebbe essere banale, scontato, ma non sarà così. La partita d’esordio finisce con un pareggio a reti inviolate contro la nazionale dei tre leoni. La seconda gara è contro la Svezia. Nel match di Solna decide un gol di Brolin, giocatore del Parma. L’1-0 obbliga i danesi ad avere un solo risultato a disposizione nella terza e ultima partita prima della fase a eliminazione diretta. Battere la Francia oppure tornare a casa.

La squadra di Møller-Nielsen parte meglio e dopo appena 8′ passa in vantaggio con Henrik Larsen. Al 60′, però, i galletti pareggiano con la rete del Pallone d’Oro in carica Jean-Pierre Papin. Sembra finita, ma a 12′ minuti dal termine Elstrup, subentrato dalla panchina, firma il 2-1 definitivo. La Danimarca è in semifinale.

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Dalle vacanze all’incontro più importante e prestigioso della sua storia calcistica. Dal mare alle prime quattro d’Europa. L’ostacolo successivo sono i Paesi Bassi, campioni nel 1988. Gli orange sono una delle selezioni più forti e complete del torneo, probabilmente la favorita. Gullit, Van Basten, Rijkaard, Bergkamp e Koeman sono solo alcuni dei pezzi pregiati della scuderia arancio. Una corazzata pronta a travolgere la piccola Cenerentola del torneo, la Bestia pronta a divorare la Bella.

Larsen tuttavia non è d’accordo, e porta subito avanti i suoi compagni con un colpo di testa a porta sguarnita. Bergkamp pareggia subito dopo con un destro chirurgico dal limite dell’area di rigore. La partita è scoppiettante, un saliscendi di emozioni incontrollabile. Henrik Larsen è inarrestabile e al 33′ riporta in vantaggio la Danimarca con un piattone angolato dai 16 metri. Il secondo tempo è una passerella per i danesi che, ormai, pregustano la finale. Non hanno fatto i conti con Rijkaard che, a 5′ dal termine, trova la rete del 2-2. Servono i calci di rigore.

Segnano tutti, tranne uno. Marco Van Basten si fa ipnotizzare da Schmeichel e la Danimarca vola all’atto conclusivo.

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APPUNTAMENTO CON LA STORIA

Ogni favola ha come requisito essenziale un epilogo soddisfacente, felice e gioioso. La storia che la squadra di Møller-Nielsen sta regalando agli appassionati di calcio dell’intero pianeta è una storia meravigliosamente pura, magica e inaspettata. Ma prima bisogna vincere contro la Germania, campione del mondo in carica.

Il 26 giugno, a Goteborg, va in scena lo spettacolo danese per eccellenza. Il ranocchio sta per trasformarsi in principe e nessuno sembra aspettarselo. Il destino è segnato, i tedeschi sono più forti, batterli è impresa complicata. Al 18′ Povlsen serve Jensen che, da fuori area, scarica un destro micidiale verso la porta difesa da Illgner, un bolide imparabile. 1-0, ma la partita è lunga.

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La Germania prende in mano le redini del gioco, soffoca la Danimarca e prova a pareggiare in ogni modo possibile, senza riuscirci. Mancano 12′ e il miracolo si compie definitivamente. Kim Vilfort segna il 2-0 con un sinistro che bacia il palo prima di varcare la linea. Kim Vilfort, l’uomo che sta mascherando una tragedia che si consuma all’interno della sua famiglia, in contemporanea con il torneo.

Sua figlia è malata di leucemia e lui, dopo ogni partita, torna a casa per starle vicino. Triplice fischio, la Danimarca è campione d’Europa. Un gruppo che non doveva partecipare, con la testa proiettata alle vacanze e che, nel giro di un mese, si ritrova sul tetto del vecchio continente. Una favola di calcio, una favola di vita…

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