Il calcio professionistico, si sa, è fatto di gloria, soddisfazioni, soldi e soprattutto fama. Il percorso di un giocatore che tenta di diventare calciatore fatto e finito è fatto di tanta fatica, sacrifici e sicuramente un pizzico di fortuna che possa permettergli di spiccare definitivamente il volo. Le trappole sono tante, le possibilità di inciampare si possono incontrare ovunque e la vita quotidiana della singola persona e di quelle vicine possono influire particolarmente nel percorso di un potenziale giocatore. Nella storia di Darío Benedetto e dei suoi primi 30 anni c’è praticamente tutto ciò che è stato sopracitato: un giocatore cresciuto sgomitando tra le sfortune della vita ed una maturazione arrivata molto lentamente, sia fuori dal campo che nel quotidiano. Eppure Benedetto ha sempre lottato per quel sogno, quella maledetta voglia di scendere in campo e di essere idolo della gente. Della sua gente.

Fonte: profilo Instagram @pipabenedetto

MUERTE, TRABAJO, RENACIMIENTO

Nato il 17 maggio del 1990, Darío Benedetto cresce a due passi da Buenos Aires nella piccola Berazategui, paesino che fa parte della cintola periferica della capitale argentina. È un cuore bostero, fin da piccolo sogna di indossare la maglia del Boca Juniors e di calcare il prato della Bombonera, e con questo obiettivo si fa largo nel calcio giovanile argentino a suon di battaglie in area di rigore e gol che possano aprirgli la strada verso il grande calcio. La famiglia è una delle principali certezze del piccolo Darío, gente umile che lavora e cerca di dare un futuro ai propri figli, sostenendo in tutto e per tutto il piccolo attaccante che ha il sogno di esultare sotto la Doce: la madre di Benedetto è sempre la prima ad incitare il figlio e a credere in lui, è la prima ad incoraggiarlo a lottare per i propri sogni, per questo motivo durante i Juegos Evita – manifestazione calcistica giovanile tra le più famose in Argentina e in tutto il Sudamerica – è sui gradoni per caricare il figlio. Un attacco cardiorespiratorio però le impedirà di viversi il figlio e di accompagnarlo nella sua carriera, lasciando Darío orfano di madre a soli 12 anni. È una botta dura: i 12 anni sono sufficienti per capire l’importanza dell’affetto materno, la sostanza della figura femminile che ti tiene in grembo fin dal primo giorno, per questo motivo Benedetto decide di lasciare il calcio. Non ha le forze né le motivazioni per inseguire il pallone con la stessa veemenza che metteva sul campo quando sentiva le grida dell’adorata madre. Decide di darsi da fare, accompagnando il padre nei cantieri ed iniziando la vita faticosa dell’operaio.

Ovviamente per Benedetto è una fase transitoria, lascerà il calcio solo temporaneamente ma abbastanza a lungo per perdere i treni migliori per tentare la sorte nel calcio professionistico. Dopo 4 anni Benedetto riuscirà ad incrociare nuovamente quella strada grazie alla chiamata dell’Arsenal de Sarandí, squadra di un sobborgo di Avellaneda, città nella quale Benedetto sarà accompagnato dal padre. Non è il miglior settore giovanile d’Argentina, non è il Boca che il piccolo Darío sognava da sempre, ma è pur sempre un club di Primera División. Il calcio è beffardo, talvolta le storie che ci offre sono al limite dell’assurdo per quanto paiano già scritte e decise a tavolino: all’Arsenal de Sarandí esordirà nella massima serie a 17 anni, proprio contro il suo Boca. È il battesimo nel grande calcio per Benedetto, che giovanissimo inizia ad accumulare qualche minuto nel calcio dei grandi e riesce anche a trovare il primo gol da professionista nel 2009 (a 20 anni da compiere). Non è maturo a sufficienza per essere impattante a quel livello, ma lo è abbastanza per capire che ha bisogno di farsi le ossa nelle serie minori: prima al Defensa y Justicia e poi al Gimnasia Jujuy riuscirà a crescere e a trasformarsi – mentalmente e fisicamente – in un vero e proprio giocatore professionista.

Una volta tornato alla casa base, nel 2012 ottiene il primo titolo della sua carriera vincendo il Clausura 2012, sebbene non sia un titolare. Il ruolo di protagonista lo otterrà nel 2013, anno in cui non solo gli verranno conferiti i gradi di primo attaccante, ma nel quale inizierà a segnare con continuità sia in campionato che in Copa Libertadores, dove sarà anche vittima di una brutta disavventura: la partita contro l’Atlético Mineiro porterà non solo una sconfitta pesante (5-2, con Benedetto che andrà anche a segno) per l’Arsenal de Sarandí, ma una clamorosa serie di scontri con la polizia brasiliana presente sul campo.

“Già a fine primo tempo ci sono stati problemi tra Campestrini e uno che si occupava della sicurezza di Ronaldinho, però quando finì la partita Damián Pérez, che per me è un amico e stava giocando da terzino, andò a protestare con l’arbitro e la polizia gli tirò una manganellata nello stomaco. Anche con Marcone e Nervo successero cose simili, la polizia ci puntava le armi come se dovesse spararci: quando successe questo ci fecero passare dal tunnel per riempirci di manganellate. (…) Quando siamo entrati nello spogliatoio la situazione è peggiorata, perché io tirai loro una sedia e tagliai il sopracciglio a un poliziotto. Si mise tutto male, perché loro hanno deciso di entrare dentro per picchiarci. (…) Ci portarono tutti in commissariato, ci fecero perdere il volo di ritorno e ci fecero causa, con l’avvertimento che se avessimo avuto qualche problema in Brasile nei successivi cinque anni, ci avrebbero portato in carcere”.

All’Arsenal de Sarandí Benedetto riesce a dimostrare di essere un attaccante pronto per farsi spazio a livello continentale. Nel 2014 El Pipa – soprannome che nasce dal suo naso lungo ed assottigliato – diventerà anche precursore di un fenomeno che porta molti calciatori argentini ad “emigrare” calcisticamente in Messico: il campionato messicano è uno dei più ricchi del continente e da anni riesce a strappare a molti dei campionati del Sudamerica i talenti più cristallini. Benedetto sarà uno di questi quando firmerà con i giovanissimi Xolos de Tijuana. 

Il raggiungimento di un obiettivo, senza dimenticare chi ci ha sempre creduto: “Per te, mamma”
(Fonte immagine: profilo Twitter @SoyReferee)

MESSICO SENZA NUVOLE

Gli Xolos de Tijuana sono un club nato nel 2007, senza una storia e tanto meno una tradizione. Per certi versi è una sfida affascinante per Benedetto, che può tentare di diventare il primo simbolo di una società nuova di zecca. Il livello del campionato messicano è simile a quello argentino, tanti giovani interessanti che devono ancora “sgrezzarsi”, il calcio palla a terra e ragionato tipico dei centroamericani – basti pensare che il movimento del mediano che si abbassa tra i due centrali di difesa è nato proprio in Messico, tecnica poi ripresa da Guardiola al Barcellona con Busquets – ma tanto spazio per gli attaccanti tra le difese ballerine e tatticamente sufficientemente evolute. Benedetto va a nozze con questo calcio che esalta i calciatori offensivi, e nel giro di un batter d’occhio si trasforma in un attaccante dominante: segna a raffica, all’esordio segna immediatamente una tripletta, portando a sé tutti gli occhi dei tifosi messicani. In due anni realizza 33 gol in 50 partite, numeri da capogiro e marcature di ogni tipo, Benedetto dà l’idea di essere un bomber completo e capace di essere pericoloso in qualsiasi zona di campo. El Pipa attrae l’interesse di molti club, in particolare le superpotenze del calcio messicano: ne approfitta la squadra della capitale, l’América di Città del Messico, che lo acquista per provare a vincere la Champions del Nord e Centro America.

L’América non è soltanto uno dei club più importanti e gloriosi del Messico, ma è anche – e soprattutto – uno dei più ricchi: Benedetto viene pagato lautamente, per la prima volta ha uno stipendio da top player (in relazione al tipo di campionato e allo stipendio medio della Lega in cui si trova) ma, fortunatamente per El Pipa, ha una maturità diversa rispetto ai tempi dei primi stipendi ricevuti all’Arsenal de Sarandí. Proprio Benedetto ha raccontato di quando aveva ricevuto il suo primo stipendio nel mondo del calcio, dopo aver guadagnato soltanto sui cantieri quando accompagnava il padre, motivando il perché di certe scelte.

“Quando firmai il contratto con l’Arsenal decisi di rifarmi il guardaroba. Dopo 5 giorni dall’aver ricevuto la prima mensilità non avevo più niente sul conto, avevo finito tutto. Pantaloni, maglie, giubbotti, nel giro di pochissimo ero rimasto a secco. Successivamente decisi di prendere una macchina, presi una Fiat 128 da un mio compagno di squadra (Víctor Cuesta), ma siccome a me piaceva la musica ad alto volume e la sua auto non aveva grandi casse, decisi di comprarne delle nuove: dietro non poteva sedersi nessuno, tutto il posto era occupato dalle casse”

Nel 2014 Benedetto è ormai dentro al calcio professionistico da diversi anni e quindi in grado di gestire con maturità le sue entrate, lasciando spazio soltanto alla concentrazione sul calcio giocato: in campionato segna a grappoli, ma il meglio di sé lo dà nella Liga de Campeones CONCACAF, dove trascina l’América alla vittoria a suon di reti; quattro gol tra semifinale di andata e ritorno, tre in finale e trofeo portato nella bacheca del suo club. Benedetto, dopo poco meno di quattro stagioni in Messico, ha una media spaventosa di un gol ogni due partite, è un centravanti completo con la garra tipica degli argentini, con un fiuto del gol che cresce di partita in partita e una completezza tecnico-tattica invidiabile per un attaccante di quell’età.

In Argentina tutti iniziano a notarlo, non è più una semplice meteora che, a detta di molti, era andato in Messico anteponendo i soldi alla carriera. I top club lo osservano con grande attenzione, in particolare una squadra che Benedetto sogna dai primi giorni in cui ha iniziato a calciare un pallone.

Fonte: profilo Twitter @VarskySports

EL SUEÑO DE TODA UNA VIDA

“I sogni sono una breve pazzia, mentre la pazzia è un lungo sogno”. Lo diceva Schopenauer articolando il suo pensiero riguardo le differenze e le relazioni tra sogno e vita reale, e per certi versi la vita calcistica di Darío Benedetto può ricalcare quest’idea: per tentare la scalata verso il calcio professionistico ne ha passate di ogni tipo, ha lottato e rischiato, a volte anche con quel pizzico di pazzia che gli ha fatto scegliere il Messico quando era arrivato il momento di provare a spiccare il volo. Il sogno di una vita per El Pipa rimane il Boca Juniors ed il legame con la pazzia sorge proprio nel momento in cui gli si propone davanti la possibilità di giocare alla Bombonera: gli azul y oro lo cercano al termine della stagione 2016, quando il Boca ha necessità impellente di acquistare un attaccante e decide di andare su un profilo che possa infiammare i suoi tifosi. La società argentina non dispone di un budget sufficiente per accontentare l’América ed in quel momento arriva la mossa che non ti aspetti, perché Benedetto decide di sborsare un milione di dollari di tasca propria per realizzare il suo sogno. L’América accetta l’offerta ed El Pipa diventa ufficialmente un bostero.

6 milioni, 5 più quello aggiunto da Benedetto, per raggiungere la vetta più alta. Il Boca ha il suo numero 9, Benedetto è l’attaccante della sua gente, un aspetto che potrebbe esaltare come limitare il rendimento di un giocatore che indossa la maglia della propria squadra del cuore. Per El Pipa è il primo caso: 23 gol nelle prime 30 partite e una serie di esultanze rabbiose e piene di gioia ed orgoglio bostero, nonostante qualche infortunio ne abbia frenato la continuità di presenze riesce a tenere la spaventosa media di 0,73 gol a partita. Il suo masterpiece è la partita contro il Quilmes, la dimostrazione evidente di come Benedetto sia diventato un centravanti completo: in 18 minuti realizza una tripletta – aggiungendoci un assist – il primo gol con un tacco dentro l’area di rigore, il secondo è una bordata da 30 metri (permessa anche dal posizionamento errato del portiere avversario) e un colpo di testa che sovrasta il marcatore.

El Pipa è il re incontrastato della Bombonera, per questo motivo dopo un anno rifiuta senza alcun rimorso le avances di Roma e Milan, proseguendo nella sua avventura a casa. Riparte più forte di prima nella stagione 2017-18, quella che precede il Mondiale in Russia: è già sotto la lente d’ingrandimento di Jorge Sampaoli, CT dell’albiceleste che già lo ha chiamato qualche mese prima, Benedetto inizia la stagione con 12 gol in 12 partite in tutte le competizioni, è una furia incontrastabile e tutta l’Argentina lo vede già con la gloriosa numero 9 della nazionale. Purtroppo, come già accaduto in più occasioni nella sua vita, il fato gli si mette contro: il 19 novembre contro il Racing de Avellaneda il ginocchio destro di Benedetto cede. Il responso è di quelli crudeli, rottura del crociato anteriore, mentre ciò che è ovvio è la conseguenza, ossia l’addio alle possibilità di rientrare nel novero dei convocati per i Mondiali. La botta è veramente tosta, Benedetto a 28 anni perde uno dei treni principali per disputare una grande competizione con la maglia albiceleste e in un momento in cui probabilmente avrebbe occupato uno degli 11 posti da titolare. Lo stesso Pipa ha confermato il trauma.

“Ho pianto soltanto una volta nel calcio, quando mi sono rotto il crociato: Sampaoli contava su di me, ero uno dei potenziali 23 per il mondiale in Russia; l’infortunio fu un brutto colpo per la mia carriera, mi fece veramente male”.

El Pipa può solo concentrarsi sul recupero e guardare in TV la disfatta della selezione guidata – si fa per dire – da Sampaoli che esce contro la Francia agli ottavi. Saranno 8 lunghi mesi per Benedetto, che sceglie di andare coi piedi di piombo e prendersi tutto il tempo necessario per rientrare al 100% della condizione fisica. Torna in campo nell’estate del 2018 e partecipa alla corsa alla Libertadores del suo Boca: è quella dell’ultima finale andata e ritorno, quella che vedrà un SuperClásico che entrerà nella storia per diversi motivi. La finale d’andata finisce 2-2 alla Bombonera, un risultato che favorisce i Millonarios ma nel quale Benedetto riesce a mettere la firma, tenendo accese le speranze dei suoi tifosi. Al ritorno succede di tutto, ma non in campo, perché ci saranno degli scontri fuori dallo stadio che costringeranno la CONMEBOL ha rinviare la partita e, successivamente, a spostarla addirittura a Madrid (nonostante la prima idea fosse quella di disputarla al Monumental a porte chiuse). Il 9 dicembre si gioca al Santiago Bernabéu, è un palcoscenico strano che per una notte si riempie parzialmente dell’atmosfera tipica degli hinchas argentini: passa in vantaggio il River con Pratto, pareggia proprio Benedetto – con l’iconica esultanza della linguaccia nei confronti di Montiel, difensore con il quale si era becchettato in entrambe le partite – ma nei supplementari saranno Quintero e Martinez a regalare la vittoria ai biancorossi di Buenos Aires. È questa l’ultima grande delusione di Benedetto con la maglia del club che ama da sempre.

Qualcuno parla di dissidi interni con alcuni leader della squadra, altri con la società, qualcuno prova a seminare zizzania sull’amore del Pipa per il Boca: la realtà è che Benedetto a 29 anni sente il bisogno di andare in Europa, crede di essere finalmente pronto per lasciare il suo continente e provare il calcio dei “grandi”. Non ci sono più Roma e Milan, ma nel suo futuro c’è una delle squadre europee dal tifo più simile a quello delle gradinate argentine. Il modo migliore per lasciare casa mantenendo comunque certe abitudini, per concludere una storia d’amore pur rimanendo innamorato.

“Chi dice che me ne sono andato dal Boca per un litigio con Tevez dice il falso. Con Carlos ho un rapporto splendido, ci sentiamo, abbiamo fatto asado insieme, non so chi si è inventato ciò ma è tutto falso. (…) Non ho mai chiesto esplicitamente di andarmene dal Boca, solo che a 29 anni ho scelto di cogliere un’opportunità che non capita tutti i giorni; è difficile che a quest’età arrivi un’offerta del genere, io l’ho accettata perché era da accettare, di certo mi è dispiaciuto lasciare la Bombonera, ma credo di aver preso la decisione migliore per la mia carriera”.

Fonte: profilo Instagram @pipabenedetto

SFIDANDO L’EUROPA

Quando lo comprò il Boca il valore di Benedetto era di 6 milioni di dollari. Quest’estate, quando l’Olympique Marsiglia ha portato El Pipa al Vélodrome, lo ha pagato 18 milioni di euro. Un prezzo che nel giro di tre stagioni è triplicato. Il nuovo ciclo dell’OM targato André Villas-Boas aveva come obiettivo principale l’arrivo di una punta che sostituisse il buon lavoro svolto da Mario Balotelli nei sei mesi precedenti: Benedetto è un profilo che scalda la piazza marsigliese, che da sempre ha avuto un debole per gli argentini (basti pensare a quanto è stato amato Marcelo Bielsa) e che è intrigata dal profilo di un attaccante che possa anima e corpo per la causa. Benedetto esordisce contro il Nantes, lavora ormai da un paio di settimane con il gruppo e si sta ben integrando nelle dinamiche di spogliatoio, a tal punto che al momento della concessione di un calcio di rigore, Payet, rigorista designato, lascia la battuta proprio al Pipa: l’argentino ha tra i piedi il pallone per presentarsi nel migliore dei modi, ma calcia il pallone sopra la traversa della porta di Alban Lafont.

Sembra la classica storia dell’argentino che segna a raffica in patria e che in Europa non riesce ad imporsi: Villas-Boas conosce il rischio e toglie qualsiasi responsabilità al suo numero 9, proteggendolo e coccolandolo, perché sa che Benedetto, a differenza del resto della rosa, ha una preparazione diversa sulle gambe. Nel giro di poche giornate riesce a trovare il ritmo e a segnare con regolarità, raggiungendo addirittura le 11 segnature in 26 partite, prima che la Ligue 1 chiudesse i battenti causa COVID-19. A Marsiglia tutti amano Benedetto, sia perché si è dimostrato un attaccante che sa gonfiare la rete, ma soprattutto per il suo spirito di sacrificio e la sua garra, quello che un tifoso verace più apprezza di un calciatore che indossa la maglia della sua squadra del cuore. Un qualcosa che Benedetto conosce bene.

Fonte: profilo Instagram @pipabenedetto

Dopo una stagione da definirsi positiva, c’è da capire se Benedetto riuscirà a conquistare l’Europa: il Marsiglia è matematicamente qualificato per la prossima Champions League e il suo attaccante titolare rimarrà anche il prossimo anno El Pipa. L’argentino tenterà di raggiungere la definitiva consacrazione in Europa, con la possibilità di iniziare la preparazione estiva con la squadra – i carichi diversi tra Sudamerica ed Europa hanno portato Benedetto ad avere un calo fisico tra dicembre e gennaio – e con una maggiore conoscenza delle difese europee; lo stesso Pipa aveva dichiarato che i difensori francesi sono tatticamente molto superiori a quelli argentini e come i suoi connazionali hanno grande fisicità e aggressività, motivo per il quale ha avuto bisogno di adattarsi e conoscere al meglio i suoi avversari. Oggi Benedetto è stato schierato sempre come perno offensivo con due esterni larghi, ma secondo molti l’argentino potrebbe guadagnare almeno 4-5 gol a stagione se avesse un riferimento fisico accanto a lui che attiri a sé qualche uomo e permettergli di trovare più volte la porta. Villas-Boas potrebbe valutare questa opzione, ma da sempre ha giocato con una punta e due esterni, quindi difficilmente cambierà un assetto che lo ha premiato in questa stagione.

Poco importa a Benedetto: oggi El Pipa compie 30 anni e sa perfettamente che tutto quello che si è conquistato lo ha fatto con garra, con quella faccia sbarazzina ma soprattutto con tanto, tanto cuore. Quel cuore che gli ha permesso di segnare a raffica, far gridare di gioia i suoi tifosi e di raggiungere un sogno che a 12 anni pareva irrealizzabile. 

Fonte immagine di copertina: profilo Instagram @pipabenedetto