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David Silva, il demiurgo del Manchester City

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Vedere le cose prima che accadano. Immaginarle e poi crearle. L’arte demiurgica di David Silva, il ‘Mago Merlino’ del Manchester City che riesce sempre a dare forma a ciò che gli altri non sarebbero in grado di modellare.

Arrivato in Premier League nell’estate del 2010, lo spagnolo nell’ultimo decennio è stato l’uomo che più di tutti ha contribuito all’ascesa degli Sky Blues, superando le gerarchie cittadine e imponendo un nuovo regno. Determinante in campo, inscalfibile fuori. David Silva la sua forza ha imparato a scoprirla soprattutto al di là un rettangolo di gioco. Ha capito quanto può essere dura la vita, cosa è importante e cosa no. Per cosa vale la pena lottare. Lo ha fatto nel corso dei mesi da lui stesso considerati i peggiori della sua vita, quando il figlio Mateo lottava giorno dopo giorno contro Thanatos, pronto a strapparlo senza logica a una vita ancora da disegnare. Lo ha fatto coprendo praticamente con quotidianità la tratta Manchester-Valencia, guidato dal pensiero fisso del voler e dover stare vicino a quel bimbo che, nato prematuro di tre mesi nel dicembre 2017, è diventato ovviamente il motivo per cui non smettere mai di combattere.

Trarre forza dall’oscurità per risplendere ancor di più nella luce. Questo è stato il 2018 di Silva, il motore che lo ha spinto a nuovi successi anche con gli scarpini ai piedi.

DOMINANTE

Conquistata domenica scorsa a Brighton la sua quarta Premier League con la maglia dei Citizens, Silva ha pensato subito di dedicare la coppa proprio al figlio Mateo. Un semplice messaggio sui social, una foto che vale più di mille parole. Lo spagnolo ha voluto svelare a tutti da dove è arrivata la spinta che gli ha permesso di non sentirsi mai appagato anche quando non aveva più nulla da dimostrare.

Assist vincente ad Aguero per un fondamentale pareggio. Assist a Mahrez per blindare la gara. Silva è stato protagonista indiscusso della vittoria sul Brighton che ha permesso al City di battere il Liverpool di una sola lunghezza in campionato. E lo ha fatto con la solita semplicità.

“Senza i passaggi non si creano azioni da goal. Non si tira e non si segna. Il goal non è nulla senza il passaggio. Il mio lavoro è quello di rendere facile la vita ai nostri attaccanti, affinché loro possano fare la differenza per noi”.

Essenzialità ed efficacia: questa è l’idea di calcio di David Silva. Comparato spesso ai connazionali Xavi e Iniesta per la sua proverbiale visione di gioco, oltre a una sublime tecnica palla al piede, Silva in Inghilterra è riuscito a completare oltre 10.000 passaggi da quando ha affondato per la prima volta i tacchetti su un campo della Premier League. Maestro del centrocampo e paragonato a Messi dall’ex compagno di squadra Pablo Zabaleta, Silva negli anni è stato definito da Gary Neville come “a flawless footballer, il calciatore perfetto”. E fa sorridere che a dirlo sia stata una leggenda del Manchester United, i rivali di sempre. Eppure Neville ha ragione, perché è difficile trovare difetti a un giocatore come Silva, bravo a rendere semplice tutto ciò che riesce a fare quando indossa scarpini e calzettoni. Lo dimostrano i nove goal e quattordici assist messi a referto in questa stagione: quella che potrebbe ancora rivelarsi la migliore di sempre per il Manchester City. Battendo il Watford domani a Wembley, gli Sky Blues riuscirebbero infatti nell’impresa di conquistare un incredibile ‘Treble’ mai raggiunto da nessuno fino ad ora nella storia del calcio inglese. Carabao Cup (meglio nota come Coppa di Lega inglese), Premier League, FA Cup. Un trittico che per Silva rappresenterebbe la consacrazione della sua vita in maglia Citizens, essendo stato presente a ogni successo dei blu di Manchester nell’era moderna.

CORAGGIOSO

Arrivato come detto nel nord dell’Inghilterra nel 2010, Silva non ci ha messo molto a vincere, conquistando una FA Cup contro lo Stoke City al suo primo anno. Dodici mesi dopo è arrivata anche la prima Premier League, forse la più leggendaria dell’era Mansour. Era il 92’, il City stava perdendo 2-1 contro il QPR nell’ultima giornata di campionato e il titolo era ormai saldamente nelle mani dei cugini del Manchester United. A cambiare il corso della storia ci ha però pensato proprio David Silva, bravo a pennellare sulla testa di Dzeko un perfetto cross da calcio d’angolo, con il bosniaco che tutto solo al limite dell’area piccola non ha potuto che segnare. Due minuti dopo è arrivata la rete di Aguero e il titolo improvvisamente si è spostato sull’altra sponda di Manchester, per l’incredibile gioia di Silva e compagni.

“Devi essere sempre coraggioso, credere nelle tue qualità e volere sempre la palla anche nei momenti più difficili”.

E Silva nel corso della sua carriera di coraggio ne ha sempre avuto, conscio delle grandi doti che madre natura ha deciso di donargli. Anche se per lo spagnolo il grande segreto resta il lavoro quotidiano.

“Se vuoi stare a un certo livello e rendere, non ci sono segreti. Devi lavorare duro, sempre”.

Un mantra che lo ha guidato fin da quando da bambino passava intere giornate con gli amici a provare a far canestro con una palla da calcio in un cestino posto a oltre dieci metri di distanza. Lo faceva per divertimento, si aiutava indirettamente ad affinare la propria tecnica. Così come quando sulle spiagge delle Canarie si lasciava ammaliare dalle lezioni personali di Juan Carlos Valeron, leggenda cittadina capace di vincere una Coppa e due Supercoppe di Spagna con il Deportivo la Coruña tra il 2000 e il 2002. Nati entrambi ad Arguineguín, Silva in Valeron ha sempre visto un modello da emulare, tanto da indossare con orgoglio sulla schiena quello stesso numero 21 che ‘El Mago’ ha vestito nel corso di tutta la sua carriera. L’altro idolo d’infanzia era invece un danese: Michael Laudrup. Il danese è stato un campione capace di vincere sia con la maglia del Barcellona che del Real Madrid, la squadra in cui anche Silva sarebbe potuto crescere se non fosse stato scartato in un provino a causa della sua statura. Laudrup era l’unico motivo per cui un giovanissimo Silva trascorreva intere giornate davanti alla televisione con una penna tra le mani e un foglio davanti a sé, pronto ad annotare tutto ciò che il danese riusciva a creare.

INTELLIGENTE

Figlio di un ex poliziotto, Fernando, e di una addetta alle pulizie, Eva, Silva alle Canarie è cresciuto, prima di spiccare il volo a Valencia, dove a 14 anni riuscì a dare inizio alla sua carriera da calciatore. La famiglia lo ha raggiunto un paio di anni più tardi, con i Pipistrelli che hanno anche affidato al padre un ruolo da addetto alla sicurezza al di fuori del Mestalla. Poi i prestiti all’Eibar e al Celta Vigo, dove Silva ha imparato a giocare sotto le forti piogge che spesso colpiscono il nord della Spagna. Ha imparato a muoversi nel fango, a sfruttare la scivolosità dei campi bagnati dall’acqua per rendere ancora più veloce il proprio gioco. È stata una vera e propria palestra in previsione di una futura carriera in Premier League: proprio ciò che il destino gli aveva riservato.

Tornato al Valencia nel 2006, gli sono bastati quattro anni per attirare le attenzioni del Manchester City, pronto, nel 2010, a scrivere una pagina tutta nuova del calcio britannico. È stato uno degli acquisti fortemente voluti da Roberto Mancini, il quale non gli ha dato respiro fino a quando non lo ha visto firmare il contratto, consapevole che quel ragazzo delle Isole Canarie avrebbe cambiato per sempre la storia del Manchester City. E così è stato.

“Quando qualcuno ti dimostra di volerti così tanto, finisce che segui il tuo cuore. Unirmi al Manchester City è stata la scelta migliore della mia vita”.

Eletto dai tifosi come il ‘Più grande calciatore dell’era Mansour’, è considerato da molti come il più forte calciatore che abbia mai vestito la maglia dei Citizens. E i numeri lo dimostrano.

Oltre alle quattro Premier League, con gli Sky Blues ha conquistato anche quattro Coppe di Lega inglesi, una FA Cup (con l’obiettivo di aggiungerne un’ulteriore questo weekend) e una Community Shield, laureandosi inoltre bi-campione d’Europa e Campione del Mondo con la Spagna (selezione a cui ha dato il suo addio lo scorso agosto dopo 125 presenze). Una bacheca incredibile che ha portato la Nazionale iberica a esporre la sua maglia sul muro delle leggende presso il centro di allenamento, nonché il Las Palmas a presentare una statua che lo raffigura all’esterno dell’Estadio de Gran Canaria. Un fatto sorprendente, se si pensa che Silva non ha mai indossato la maglia dei canarini, anche se un giorno spera di poter chiudere lì la sua carriera, come ha sempre rivelato.

NECESSARIO

Unito al Manchester City da un contratto in scadenza nel 2020, lo spagnolo prima vuole però chiudere al meglio la sua storia d’amore con il calcio inglese, rinunciando magari anche alle avances che provengono dal Giappone, dove i connazionali David Villa e Andres Iniesta sarebbero felici di accoglierlo al Vissel Kobe al termine di questa stagione. Il desiderio di Silva al momento è però quello di portare a termine il suo contratto con il City, continuando a dispensare calcio per un’altra stagione sotto la guida di Pep Guardiola, l’uomo che nell’ultimo triennio gli ha permesso di esprimersi al meglio. Lo ha scelto come vicecapitano alle spalle di Kompany e ha riposto in lui una fiducia incondizionata, permettendogli soprattutto di dedicarsi anima e corpo alla famiglia quando il figlio Mateo ne aveva più bisogno.

“Ammiro molto David. Indossa perfettamente i panni di un giocatore spagnolo ma lo fa qui, con questo tempo, con questa rapidità di gioco, contro il vento e ogni condizione atmosferica. È sopravvissuto per tanti anni qui. Io presto molta attenzione a come si comportano i calciatori nelle situazioni sfavorevoli”. (Guardiola)

Parole di elogio per un giocatore impossibile da non ammirare. D’altronde in pochi sono riusciti a creare la propria legacy nel mondo del calcio senza dover alzare la voce. Silva lo ha fatto, in silenzio, lasciando parlare i piedi al posto delle corde vocali. Come lui sa fare.

“Quando sono arrivato qui l’equilibrio era diverso, c’era enorme rispetto per il Manchester United mentre adesso sento che è così per noi. È stato bello esserci mentre ciò è avvenuto, mentre siamo diventati il club dominante in città e in Premier League. Mi sento coinvolto, protagonista di qualcosa che sarà ricordato e che sarà la mia eredità calcistica”.

(Fonte citazioni: ‘David Silva: My toughest year’ by Andrew Murray, FFT).

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Calcio Internazionale

Il Messico saluta i Mondiali dopo i gironi: non accadeva dal 1978

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Negli ultimi decenni si era diffusa la convinzione che la Nazionale del Messico fosse perseguitata dalla cosiddetta “maldiciòn del quinto partido“, ossia “la maledizione della quinta partita”, che, ai Mondiali, coincide con i quarti di finale, e che il Tricolor non raggiunge dal lontano 1986.

Dopo la mancata qualificazione a Italia ’90, dunque, ebbe inizio per il Messico una lunga serie di eliminazioni agli ottavi di finale, protrattesi per ben 7 edizioni del torneo: la serie è partita da Usa ’94 ed è terminata a Russia 2018. La vittoria di stasera contro l’Arabia Saudita, la prima per la squadra del Tata MartinoQatar 2022, non ha tuttavia evitato la precoce eliminazione ai gironi di Ochoa e compagni. Nonostante avessero gli stessi punti della Polonia, i messicani non hanno potuto prolungare la propria avventura in Qatar in virtù della differenza reti inferiore a quella dei biancorosssi.

Se consideriamo che ai Mondiali del 1982 il Messico non si è qualificato, l’ultima eliminazione in cui gli Aztecas non hanno superato i gironi di un Mondiale risaliva a più di quarant’anni or sono: parliamo dei Mondiali del 1978 in Argentina.

 

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Calciomercato

Guarnieri esamina la Cremonese: “Peccato di inesperienza”

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Nicola Guarneri, direttore responsabile di CuoreGrigiorosso.com, in un’intervista rilasciata a TuttoMercatoWeb, ha analizzato la prima parte di stagione della Cremonese. I lombardi sono attualmente al terzultimo posto, con 7 punti.

La situazione attuale è molto chiara, sicuramente ha pesato molto l’inesperienza dell’allenatore e della rosa di fronte all’approdo nella massima categoria. Al resto ha contribuito la sorte, che ha privato la squadra di un giocatore come Chiriches ormai a metà settembre.

Guarneri ha preso le difese di Alvini, rimproverando invece, qualche giocatore in più.

In assenza di giocatori la Cremonese proverà a salvarsi con le idee del suo allenatore. La dirigenza è rimasta soddisfatta del gioco espresso dalla squadra, in fin dei conti non si può ottenere molto se non si hanno giocatori di qualità che possano fare l’ultimo passaggio dalla trequarti in su. Lo stesso Dessers col passare delle partite si è un po’ spento, sbagliando anche un rigore.

Non mancano infine informazioni su quello che potrebbe essere la strategia di mercato del club lombardo in vista della finestra di gennaio.

Credo che arriverà almeno un acquisto per reparto. Servirebbe un portiere di riserva, un difensore esperto, un centrocampista di qualità e un attaccante abituato alla Serie A. In uscita qualche giovane come Ndiaye Milanese verrà mandato in prestito in Serie B. Mentre qualcun altro come Radu Baez potrebbe lasciare definitivamente Cremona. Mi auguro più che altro che rimanga Castagnetti, a mio avviso il miglior centrocampista della rosa.

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Calciomercato

Bologna, Sansone e Vignato avrebbero chiesto di andare via

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Secondo “La Gazzetta Dello Sport“, in casa Bologna si respira aria d’addio per due giocatori.

Emanuel Vignato e Nicola Sansone avrebbero chiesto la cessione per cercare più minutaggio altrove dato lo scarso utilizzo sotto la guida di Thiago Motta.

Per Vignato, il Bologna starebbe pensando ad una cessione in prestito, dato che non vorrebbe privarsi totalmente del classe 2000.

Per Sansone, la cessione sarebbe definitiva, data anche la scadenza di contratto che risulta a giugno 2023.

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I 5 peggiori acquisti dell’era Agnelli

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Peggiori Acquisti Agnelli

Sì è conclusa l’era più gloriosa non solo della storia della Juventus, ma del calcio italiano: il presidente Andrea Agnelli e tutto il CdA bianconero hanno rassegnato le dimissioni. Dopo nove Scudetti, cinque Supercoppe Italiane, cinque Coppe Italia e due finali di Champions League, la Juventus dice addio al presidente che è riuscito a portarla ai vertici del calcio mondiale dopo gli anni bui di calciopoli. Sì chiude così un’era vincente e senza precedenti, in cui grandi campioni hanno scelto di vestire la maglia bianconera, per una spesa totale di oltre 1.7 miliardi di euro. Sono molti gli acquisti che si sono rivelati fondamentali per la causa bianconeri, ma sono altrettanti quelli che hanno deluso le aspettative. Di seguito vi proponiamo i 5 peggiori acquisti dell’era Agnelli.

MARKO PJACA

Era l’estate del 2016 quando la Juventus prelevò dalla Dinamo Zagabria il 21enne Marko Pjaca. Sigla il suo primo gol in bianconero il 22 febbraio 2017, nella partita vinta per 2-0 sul campo del Porto nell’andata degli ottavi di finale di Champions League. Un mese dopo, però, subisce un infortunio al ginocchio destro e da lì ha iniziato il suo calvario. Dopo vari prestiti in giro per l’Europa e diversi infortuni che lo hanno costretto a saltare molte partite, è ancora parte dell’organico bianconero e milita in prestito all’Empoli. Nella sua esperienza alla Juventus, Pjaca ha collezionato solo 5 presenze ed un gol.

JORGE MARTINEZ

Tra i peggiori acquisti dell’era Agnelli, non possiamo dimenticare Jorge Martinez. Dopo 3 ottime stagioni con la maglia del Catania, nel 2010 la Juventus acquista l’uruguaiano per 12 milioni di euro. Complici infortuni e scelte tecniche, però, l’esperienza dell’uruguaiano con la maglia bianconera si rivelerà particolarmente sfortunata: in 5 stagioni totalizza 2 reti in 20 presenze: 6 milioni di euro per ogni gol realizzato.

NICOLAS ANELKA

Nel gennaio 2013 la Juventus mette a segno il colpo Nicolas Anelka, attaccante francese acquistato a parametro zero dopo l’esperienza cinese allo Shanghai Shenhua. Come possiamo ben immaginare, il suo sì può essere considerato a tutti gli effetti uno degli acquisti peggiori della Juventus degli ultimi anni. Al momento dell’arrivo a Torino pe aspettative nei suoi confronti erano molto alte, tant’è che i bianconeri lo seguivano da diverse stagioni e lo inserirono subito in lista Champions. Inutile dire che la sua esperienza a Torino si rivelò totalmente fallimentare: scese in campo solo 3 volte e dopo 6 mesi si trasferì al West Bromwich a parametro zero.

ELJERO ELIA

Nella stagione 2011/12, sul fotofinish del calciomercato estivo, Agnelli porta in bianconero Eljero Elia, ala olandese acquistato dall’Amburgo per 9 milioni di euro più bonus. Nonostante le aspettative fossero abbastanza dopo le prolifiche stagioni in Germania, non convinse per nulla l’allora allenatore bianconero Antonio Conte, che lo relegò in panchina per tutta la stagione. Al termine dell’annata, Elia collezionò solo 4 presenze e venne ceduto al Werder Brema.

MILOŠ KRASIĆ

Quando si parla dei peggiori acquisti dell’era Agnelli, non si può certamente omettere Miloš Krasić. Giunse a Torino nel 2010, prelevato per 15 milioni di euro dal CSKA Mosca. Per le sue caratteristiche tecniche e fisiche venne etichettato come il nuovo Nedvěd. È evidente, però, che non avesse nulla in comune con la Furia Ceca. Dopo una serie di partite saltate per infortuni e per squalifiche, conclude la sua prima stagione alla Juventus con 7 reti in 33 presenze. La sua seconda annata, però, si rivelerà ancora più negativa. Il serbo non riesce ad imporsi nelle gerarchie del nuovo tecnico, Antonio Conte, e verrà spesso lasciato in panchina per scelta tecnica. Nella stagione 2011/12 totalizzerà solo 7 presenze e una rete, prima di trasferirsi al Fenerbahçe. Sì rivelerà uno degli acquisti peggiori di Agnelli, se non il peggiore, considerando l’etichetta con cui era sbarcato all’ombra della Mole.

 

 

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