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Roberto De Zerbi, il coraggio di creare

Le vie del calcio sono infinite e, a chi ha conoscenza, passione e voglia di apprendere, una possibilità per imporsi viene concessa, anche senza il supporto di piedi fatati. Questa massima ricalca in pieno le tappe del rapporto tra il calcio e Roberto De Zerbi, centrocampista senza infamia e senza lode ma allenatore con spirito audace e idee avanguardistiche.

Lo spirito audace si può misurare dalle scelte che fino ad ora hanno contraddistinto la sua carriera: Foggia come primo contratto importante, tifoseria e città tanto calda quanto impaziente, il Palermo di Zamparini per esordire nella massima serie ed infine Benevento, lì dove era più semplice condurre la squadra ad una triste ed anonima retrocessione che cambiare rotta e provare a dare una svolta attraverso principi di gioco chiari e proattivi.

Per toccare con mano l’avanguardismo delle sue idee basta riguardarsi una partita di quello che fu il suo Foggia, squadra che introiettò al meglio le direttive del tecnico bresciano coniugando estetica ed efficacia in un campionato macchiato solo dalla finale playoff persa contro il Pisa di Gattuso.

ANCHE IN C SI PUO’ FARE BEL CALCIO

Il battesimo di fuoco di De Zerbi avviene nel novembre del 2013 sulla panchina del Darfo Boario, società iscritta al campionato di Serie D per la quale lavorerà fino al termine di quella stagione sportiva. Ma come detto, le stagioni che consacreranno l’ex centrocampista del Napoli ad alti livelli saranno le due passate in Puglia a capo dello staff tecnico del Foggia.

La prima annata, che si conclude con un discreto settimo posto, serve a De Zerbi per costruire le fondamenta della rivoluzione che da lì ad un anno si consumerà sul prato dello Zaccheria. L’odore di cambiamento si annusa a Foggia sin dall’estate del 2015 quando tra acquisti, prestiti, cessioni e riscatti la società dell’ormai ex presidente Lucio Fares formalizza 36 operazioni.

La spina dorsale dei Satanelli di De Zerbi – portiere, centrocampista centrale, attaccante – viene ricoperta dall’esperto Narciso, uno dei pochi portieri della vecchia scuola abile con i piedi, da Vacca, capitan Agnelli e Coletti che si alternano nei compiti di regia e da Pietro Iemmello, ribattezzato “Re Pietro”, nel ruolo di attaccante. I ruoli sopraelencati sono fondamentali per il primo principio di gioco dell’ex centrocampista: la ricerca della superiorità in ogni zona del campo.

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Questa GIF esemplifica al meglio l’utilità di Narciso per scardinare il pressing iperoffensivo degli avversari e per cominciare a costruire l’azione dal basso, altro chiodo fisso di De Zerbi. Infatti i foggiani prediligono la gestione del ritmo e del palleggio, organizzando l’attacco tramite una circolazione orizzontale in attesa dell’imbucata per una delle mezzali che si muove negli half-spaces,

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oppure attraverso la ricerca degli uomini sulle fasce per dilatare le difese centralmente impenetrabili.

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Oltre alla spumeggiante produzione offensiva, ciò che più ha stupito dei due anni di De Zerbi a Foggia è stata la capacità di far apprendere a calciatori che fino a quel momento giocavano un calcio essenziale, meccanismi difensivi come il pressing offensivo, il Gegenpressing (riaggressione successiva alla perdita del pallone) e la linea costantemente alta.

ARMA A DOPPIO TAGLIO

Come ha dimostrato la finale playoff persa contro il granitico Pisa, in un campionato come la Serie C la ricercatezza di tali meccanismi di proposta e difesa si può rivelare un’arma a doppio taglio. Difatti, la difesa, il reparto meno solido dell’undici di De Zerbi, è letteralmente crollata a suon di ingenuità nella gara d’andata persa 4-2 in trasferta, precludendo ai foggiani il sogno promozione.

Durante l’estate seguente, una lite con la dirigenza ha posto la parole fine all’avventura del bresciano in Puglia, lasciando a metà il lavoro poi portato a termine da Giovanni Stroppa. Nonostante la mancata promozione, per molti addetti ai lavori l’impronta di calcio lasciata da De Zerbi a Foggia è nell’immaginario collettivo superiore a quella imposta qualche anno prima da Zdenek Zeman con la celebre “Zemanlandia”.

IMPATTO CON LA MASSIMA SERIE

Facciamo un salto nel tempo: le esperienze di Benevento e Palermo per il poco tempo avuto a disposizione e per un organico, soprattutto nel caso dei siciliani, non adiacente alle idee di De Zerbi, non sono pienamente analizzabili. Come l’avventura sulla panchina del Sassuolo sta dimostrando, il 39enne lombardo ha bisogno di lavorare dall’estate per cominciare a plasmare il gruppo a disposizione e per inserire gli acquisti richiesti alla società.

Dopo un lungo flirt, il 13 giugno 2018 De Zerbi ha firmato un biennale con il Sassuolo e nei due mesi successivi Squinzi ha messo mano più volte al portafoglio per assicurargli una squadra figlia dei suoi desideri. Tra ritorni e nuovi acquisti a Reggio Emilia sono sbarcati giocatori del livello di Boateng, Ferrari, Di Francesco e Locatelli, per caratteristiche tutti inclini al calcio di posizione targato De Zerbi.

Le prime 6 gare disputate e i 13 punti conquistati hanno ridato entusiasmo ad una piazza depressa dopo la doppia gestione Bucchi-Iachini. Il percorso intrapreso da De Zerbi appare quello giusto ma, come vedremo, ci sono margini di miglioramento piuttosto evidenti.

IMPREVEDIBILITA’ E IMPERFEZIONI

Procedendo in maniera analoga ai precedenti mandati, anche in Emilia il giovane allenatore ha collocato dominio del gioco e copertura ossessiva degli spazi in cima alle priorità e non ha impostato la squadra su un unico schieramento, passando più volte dalla difesa a 4 a quella a 3. Tuttavia, anche in presenza di difesa a 4 l’abbassamento del mediano tra i due difensori e la conseguente salita dei terzini crea un triangolo in fase di costruzione. Proprio in fase di impostazione si può notare il primo step compiuto da De Zerbi: se a Foggia la prerogativa era quella di trovare il varco giusto dopo un palleggio orizzontale, adesso il suo Sassuolo non disdegna fiammate verticali che esaltano la corsa dei vari Babacar, Di Francesco e Lirola e la precisione sul lungo di calciatori rigenerati come Locatelli e Sensi.

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Nonostante gli ottimi risultati questa ambivalenza non soddisfa in pieno l’allenatore che, dopo la vittoria contro l’Empoli, ha così commentato la prestazione dei suoi ragazzi:

“Per adesso andiamo ancora ad una velocità, o palleggiamo o verticalizziamo. Quando riusciremo a mescolare nel modo giusto entrambe le cose saremo più forti”

Se da una parte l’attacco regala gioie ed è, con 14 reti, il più prolifico della serie A, la difesa non dà ancora le medesime garanzie. Le 8 reti subite in 6 gare sono sintomatiche di un problema di singoli e collettivo nel digerire a pieno il baricentro alto, e la gara vinta per 5-3 contro il Genoa ne è la dimostrazione.

L’aiuto più significativo che sta ricevendo De Zerbi viene da Gianmarco Ferrari, difensore abituato a giocare con tanto campo alle spalle che sta facilitando l’apprendistato di Marlon e Lemos.

Il lavoro da fare è sicuramente molto e nessuno può dirci se il tempo enfatizzerà o limerà i difetti di questa squadra ma i primi 90 giorni dell’allenatore lombardo sulla panchina del Mapei Stadium non possono che permettere ai tifosi neroverdi di guardare al futuro con un sorriso.

PREDESTINATO

La benedizione ottenuta da un santone dell’avanguardismo calcistico come Arrigo Sacchi unita al paragone fatto da diversi addetti ai lavori con Guardiola non fa che alimentare l’hype che circola attorno al nome del giovanissimo tecnico bresciano. D’altro canto in molti lo criticano per non aver mai centrato grandi obiettivi, accusandolo di non essere un “vincente”, termine usato il più delle volte erroneamente in epoca moderna. A tal proposito prendiamo in prestito una citazione fatta da Marco Bucciantini nei confronti di Maurizio Sarri, senza lanciarci in nessun indesiderato parallelismo:

“Vincente non è solo ciò che si alza al cielo, ma anche ciò che resta”.

E Roberto De Zerbi ha tutte le carte in regola per lasciare un’impronta indelebile nella memoria di noi appassionati.

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