Se stai costruendo una casa e un chiodo si rompe, smetti di costruire o cambi il chiodo?

Un antico proverbio africano recita in questa maniera. La vita è un impervio cammino colmo di ostacoli, pronti a rendere impraticabili le strade della quotidianità. Trovare soluzioni alternative, cambiare prospettiva, svoltare e provare altre vie. Se l’obiettivo è grande, meritevole di fatica e impegno, il monito è quello di non mollare mai. Nel calcio moderno, sono state le storie di grandi campioni partiti dal basso, condotti verso la gloria dalla buona sorte e dalla resilienza. Com’è noto, la fortuna aiuta gli audaci. Una di queste favole ha inizio in Costa d’Avorio verso la fine degli anni ’70, quando l’11 marzo del 1978 vede la luce Didier Yves Drogba Tébily.

LA POLVERE AFRICANA

Didier nasce ad Abidjan, la città più popolosa della Costa d’Avorio. La Parigi dell’Africa occidentale, come è chiamata, conta più di 4 milioni di abitanti. Clotilde e Albert Drogba, i genitori, appartengono all’etnia dei Bété, una delle principali del paese. Secondo la tradizione locale, chi fa parte di quella grande famiglia è abile in due attività. I Bété che popolano le coste marittime fanno della pesca il loro vanto, quelli dell’entroterra la caccia. Il piccolo Didier, essendo membro dei secondi, sarà uno splendido predatore, ma ancora non lo sa, anche perchè chi lo ha messo al mondo è dedito a tutt’altro. I Drogba lavorano in banca, ma per quanto possa sembrare un impiego fruttuoso, i soldi sono pochi. Il pane non manca, ma l’istruzione è un miraggio. Fortunatamente, il mondo del calcio viene salvato da una figura tanto sconosciuta quanto importante.

Michel Goba è un nome che lascerà tutti perplessi. Chi è e perchè il suo ruolo è così centrale in questo racconto?
Michel è lo zio del piccolo, futuro campione. Vive in Francia, dove è riuscito a intraprendere una carriera professionistica nel calcio. Non è un fenomeno, ma può vantare una discreta militanza in Ligue 2. I soldi, non tantissimi, ci sono. Il suo obiettivo è quello di dare un’opportunità al nipote, portandolo via dalla madre patria, garantendogli una formazione scolastica adeguata e lanciandolo nel pianeta del pallone. A cinque anni, nel 1983, Didier vola a Parigi, destinazione Aeroporto Charles de Gaulle. Non è semplice adattarsi. Didier piange continuamente. Nonostante la vita sia nettamente migliore, la nostalgia di casa provoca in lui un vuoto troppo grande per essere colmato. Dopo appena tre anni fa ritorno ad Abidjan. Tuttavia, il ritorno sarà breve. La banca dove lavorano Albert e Clotilde è fallita ed entrambi sono rimasti senza lavoro. Drogba, nel 1989, torna definitivamente in terra francese, gettando le basi per una carriera meravigliosa.

UN LEONE IN FRANCIA

Questa volta l’adattamento è più semplice. Il piccolo è quasi un adolescente e mamma e papà, due anni più tardi, lo raggiungono, lasciandosi alle spalle i tempi bui ivoriani. Didier è innamorato del pallone, lo tratta come pochi altri suoi coetanei. Cresce tra le fila di Vannes, Levallois, Abbeville e Le Mans. É proprio la città della famosa corsa automobilistica che lancia Drogba, proiettandolo nel mondo del calcio professionistico. Trasferitosi per iscriversi al corso di contabilità presso l’università cittadina, Drogba viene notato dagli osservatori della squadra giallorossa. É il primo passo di un percorso incredibile. In quattro stagioni gioca 60 partite, segnando 12 volte. La tappa successiva, possibilmente, è la più importante della sua vita. Si trasferisce in Bretagna, a Guingamp, un paesino di appena 8 mila anime con una squadra che milita nella massima divisione calcistica francese. Resta due stagioni e in 45 incontri va a segno in 20 occasioni.
I tempi sono maturi, la Ligue 1 ha fatto conoscenza con l’indomabile leone. Il Marsiglia prende appunti e nell’estate del 2003 lo porta al Vélodrome. In una stagione segna 19 reti, vincendo il premio di giocatore dell’anno della Ligue 1. Il grande salto è imminente e al di là della Manica c’è un ricco petroliere russo che si è accorto di quanto, quel giocatore ivoriano, sia dominante. Roman Abramovich, nell’estate del 2004, sborsa 36 milioni di euro per accaparrarsi le prestazioni del nativo di Abidjan. L’amore sboccia a prima vista. La squadra di Mourinho è zeppa di talento, eppure manca l’ultimo tassello, rappresentato da Drogba.

LONDON CALLING

Il Chelsea del 2004/05 è subito vincente. L’impatto dell’attaccante ivoriano è semplicemente devastante. I Blues non vincono il titolo di massima divisione da 50 anni. Drogba, Lampard, Terry e Cech, perfettamente orchestrati dallo Special One, collezionano 95 punti, staccando di 12 l’Arsenal. I ragazzi di Mourinho stravincono la Premier, alzano la Carling Cup e in Champions League si inchinano al Liverpool in semifinale. Trova la via della rete 16 volte in tutte le competizioni. La stagione successiva, cambiando qualche addendo, il risultato rimane invariato. Il Chelsea domina nuovamente il campionato e Didier bissa la cifra dell’anno precedente. Finalmente, il suo nome inizia a essere accostato ai più grandi attaccanti del pianeta. Conclude l’annata terminando secondo nella classifica dei migliori calciatori africani, alle spalle di Eto’o.
Il 2006-07 lo consacra definitivamente. Segna 20 reti in Premier, laureandosi capocannoniere. È decisivo sia nella finale di Coppa di Lega, in cui timbra una doppietta contro i Gunners, sia nell’atto conclusivo di FA Cup, decretando l’1-0 definitivo contro i Red Devils. A marzo viene eletto miglior giocatore d’Africa. Didier deve aspettare il 2009-10 per tornare sul tetto d’Inghilterra, trionfando nuovamente nel campionato più complesso d’Europa, smaltendo la delusione e la rabbia per la discussa eliminazione dalla semifinale di Champions League del maggio 2009 per mano del Barcellona.

LIVE FOREVER

Il Chelsea non ha mai vinto in Europa, non ha una nutrita tradizione in ambito internazionale. Ha perso una finale di Coppa dei Campioni del 2008, ha sfiorato diverse volte l’atto conclusivo, senza mai alzare la il trofeo dalle grandi orecchie. Il 2011 porta sulla panchina dei Blues Andreas Villas-Boas, allievo di Mourinho e fresco vincitore dell’Europa League con il Porto. Il nuovo che avanza, il volto giovane degli allenatori. Eppure, il suo progetto non attecchisce, la squadra non si sposa con le sue idee. A metà stagione viene esonerato e sostituito da una vecchia conoscenza del nostro calcio e di quello inglese, Roberto di Matteo, il classico traghettatore. Il traghettatore, tuttavia, si trasforma nell’eroe che cambia in eterno la storia del club londinese e di Didier Drogba. Il Chelsea elimina Napoli e Benfica agli ottavi di finale di Champions League. In semifinale trova la squadra più forte del mondo, probabilmente una delle migliori tre di ogni epoca, il Barcellona di Guardiola.
L’andata a Londra è dominata dal blaugrana, ma alla fine del primo tempo Drogba graffia la porta difesa da Victor Valdés con una zampata mancina che non lascia scampo. Finisce 1-0. Al ritorno il Barcellona crea tantissimo, ma miracolosamente il Chelsea regge, strappando un folle 2-2 che garantisce l’accesso alla finale, in Germania, contro il Bayern Monaco, all’Allianz Arena. I presupposti per raccontare una disfatta ci sono tutti. I bavaresi giocano la partita più importante del calcio europeo davanti al proprio pubblico. All’83’ Müller regala il vantaggio al Bayern. Sembra finita, in Germania fanno festa, a Londra piangono. Poi, improvvisamente, all’87’ viene concesso un corner al Chelsea. Il mancino di Mata è una pennellata perfetta per la testa di Drogba. Didier anticipa tutti e frusta con la fronte un pallone che piega le mani a Neuer. 1-1 e pandemonio blu.
Ai supplementari Robben fallisce dal dischetto dischetto il pallone della vittoria e ai rigori il fato premia i Blues. Il penalty decisivo lo segna lo stesso Drogba, meravigliosamente lui. Ora è eterno, può andare, lasciare da vincente. Inizia a girovagare, prima in Cina, poi in Turchia, al Galatasaray, dove vince un campionato. Nel 2014-15 torna a Stanford Bridge, dove fa in tempo ad alzare l’ultima Premier League della sua carriera.

ETERNO

Chiude la sua vita calcistica oltreoceano, prima a Montreal, poi a Phoenix. Con la nazionale degli elefanti non riuscirà mai a trionfare, avvicinandosi sempre. Un calciatore totale, dotato di velocità, tecnica e potenza. Un attaccante moderno e completo, fenomenale nel colpire di testa e nel calciare con entrambi i piedi, da dentro e da fuori l’area, abile nelle punizioni, griffate dal famoso top spin. Più di 300 reti in carriera, una valanga di riconoscimenti, personali e di squadra. Uno dei più grandi calciatori africani di sempre, uno degli attaccanti più influenti e iconici degli ultimi 20 anni. Didier Yves Drogba Tébily, il Diez che ruggiva.
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