È l’ottantottesimo. Da pochi minuti il Bayern ha trovato la rete del vantaggio grazie a una splendida azione corale finalizzata da Thomas Müller. Il Chelsea guadagna un calcio d’angolo, sul punto di battuta si presenta Juan Mata. Lo spagnolo aggiusta il pallone, prende la rincorsa e calcia verso l’area avversaria. In un mucchio selvaggio di maglie rosse e blu, Didier Drogba elude la marcatura avversaria, scatta sul primo palo e incorna con forza. Neuer la tocca ma non può nulla. “Meravigliosamente, incredibilmente, Didier Drogba“. I Blues hanno pareggiato e la finale è ancora aperta grazie al ruggito del leone africano. Si va ai supplementari. Al minuto 97 i tedeschi hanno un’opportunità ghiottissima: l’arbitro Proença assegna un calcio di rigore. Sul dischetto si presenta Arjen Robben. L’olandese incrocia col sinistro, Petr Čech intuisce le sue intenzioni e si avventa sul pallone bloccandolo in due tempi. Il Chelsea è ancora vivo, di nuovo. Le due squadre mettono in campo tutte le energie rimanenti. Ma non basta, il destino ha previsto che questa finale di Champions League debba essere decisa alla lotteria dei rigori.

All’Alliaz Arena è il Bayern a iniziare la successione. Si arriva fino al quinto calcio di rigore, quando Schweinsteiger colpisce il palo e regala ai Blues la possibilità di chiudere definitivamente i giochi. La responsabilità è grandissima, ci sono milioni e milioni di persone collegate da ogni angolo del globo per vedere chi riuscirà a spuntarla. Il pubblico bavarese si ammutolisce, ha capito che le cose si sono messe davvero molto male. Ancor più perché a calciare non è uno qualsiasi, bensì Drogba, l’uomo che negli ultimi minuti ha riacciuffato una gara che sembrava aver imboccato il binario sbagliato. L’ivoriano prende una breve rincorsa, guarda negli occhi il saltellante portiere in maglia giallo fluorescente e poi calcia. Il portiere da una parte, il pallone che si insacca dall’altra. “Drogba, sempre lui“. Mentre si lascia andare a una corsa incontrollata, la tensione abbandona il suo volto per far spazio a un profondo sorriso. Il Chelsea – la prima londinese nella storia della massima competizione del vecchio continente – è campione d’Europa 2011/12.

Se la squadra del magnate Roman Abramovič ha alzato al cielo la “coppa dalle grandi orecchie” è grazie a le roi Didier Drogba. L’ivoriano, ormai quarantenne, ha annunciato il suo ritiro con un post comparso sul suo profilo Instagram. Ripercorriamo la sua storia, un cammino lungo e pieno di soddisfazioni, attraverso quattro continenti e con indosso undici maglie diverse. La nostra narrazione è partita in medias res, con i minuti finali della gara che – se ce ne fosse bisogno – ha fatto entrare Didier Drogba nel cuore di tutti gli amanti del calcio. Ma di serate magiche, Didi ne ha vissute davvero tante.

Ripartiamo dal principio e facciamo un salto in Africa, dove tutto ebbe inizio.

IL LEONE DELLA SAVANA

Didier Drogba nasce ad Abidjan, in Costa d’Avorio, l’11 marzo 1978. Cresce nel sobborgo di Yopougon, il più miserabile della capitale ivoriana. All’età di cinque anni viene mandato dai suoi genitori in Francia, a Brest, dove lo aspetta lo zio Michel Goba, calciatore professionista. Dopo soli tre anni, torna a casa da amici e parenti. Ma nel 1989 una fortissima crisi economica mette a repentaglio la stabilità economica della famiglia. A malincuore, i Drogba sono costretti a preparare nuovamente le valigie per il piccolo Didier. Tornato sotto la tutela dello zio, inizia il suo percorso in una scuola calcio di Dunkerque, nel nord del Paese transalpino. Finalmente, nel ’91 la sua famiglia lo raggiunge in un momento particolare. Didier ha perso la bussola ed è stato addirittura bocciato a scuola. Dunque, l’arrivo dei suoi genitori risulta fondamentale per tornare sulla retta via.

Un giovanissimo Drogba con i suoi primi compagni di squadra.

Appena quindicenne, si trasferisce nei sobborghi di Parigi. È qui che inizia il suo percorso di crescita calcistica. Entra nel settore giovanile del Levallois, dove si riesce a mettere rapidamente in mostra, tanto da guadagnarsi la chiamata della prima squadra. Nonostante abbia pochissime opportunità di saggiare il campo, riesce ad attirare su di sé l’interesse di diverse società di Ligue 1. A spuntarla è il Le Mans, squadra partecipante al campionato di Ligue 2. L’inizio non è dei migliori: nella prima stagione in giallo-rosso colleziona solo due presenze; nell’annata successiva, invece, entra stabilmente a far parte dell’undici titolare e mette a referto ben 7 gol. Nell’ultimo campionato con la squadra della Loira, gioca undici volte senza trovar mai la rete.

UNA MACCHINA DA GOL

Nel gennaio 2002 viene ingaggiato dal Guingamp, società militante nella massima serie francese. Vi resta due anni e mezzo, collezionando 41 presenze e 20 gol. Un bottino niente male per un esordiente. Il gran lavoro svolto in maglia rosso-nera, lo rendono oggetto del desiderio di una dei club più importanti di Francia: l’Olympique Marsiglia. Con i Focesi, Didier ha l’opportunità di confrontarsi con un ambiente caldissimo e con calciatori di prim’ordine. Nella stagione 2003-2004 realizza 19 gol in campionato, 5 in Champions League e 6 in Coppa UEFA, dove la sua squadra viene fermata in finale dal Valencia per 2-0.

Drogba è, ormai, uno dei migliori calciatori della Ligue 1. Sulle sue tracce c’è il Chelsea di Josè Mourinho che lo convince grazie ad una conversazione telefonica:

Tu sei un buon giocatore, ma se vuoi diventare un campione come Henry, Ronaldo, Van Nistelrooy devi giocare in Inghilterra, nella mia squadra.

Didier non ci pensa due volte è accetta la proposta del tecnico portoghese. Per il suo cartellino, i Blues sborsano circa 36 milioni di euro. A Stamford Bridge, Drogba trova il luogo più adatto in cui crescere e dimostrare a tutti il suo immenso valore. Adattarsi alla Premier è molto semplice per un calciatore rapido e fisico come lui. Quel che sorprende gli addetti ai lavori non è la straripante forma atletica ma la capacità di saperla abbinare a una tecnica fuori dal comune. Nonostante i suoi 189cm di altezza, Didi è molto abile nel dribbling e in fase di rifinitura, oltre che nell’insaccare il pallone in rete.

Drogba con in mano uno dei tanti trofei della sua carriera: la Premier.

Nelle otto stagioni vissute in quel di Londra, Drogba si consacra come uno degli attaccanti più forti del mondo e uno dei migliori africani nella storia di questo sport. Vince tutto quello che c’è da vincere nelle due esperienze Blues4 Premier League, 3 Coppe di Lega, 2 Community Shield, 4 Fa Cup e la Champions League di cui abbiamo fatto menzione all’inizio. Infatti, dopo essersi accasato allo Shanghai Shenhua prima e al Galatasary dopo (portando a casa altri trofei), fa ritorno alla casa base nel 2014. In Inghilterra oltre alle vittorie collettive, ottiene diversi riconoscimenti individuali. Vince per due volte la classifica capocannonieri (2006-7 e 2009-10) ed viene eletto per due volte come miglior calciatore africano (2006 e 2009). Detiene anche il record di marcature in competizioni europee con la maglia del Chelsea.

UN VERO UOMO

Dell’ultimo Drogba c’è poco da dire. Dopo il ritorno, seppur per un’unica stagione, al Chelsea, Didier ha preso un biglietto per il Canada. Se la Major League Soccer è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni è anche grazie all’arrivo in Nord-America di calciatori come Didier. L’obiettivo non è certo quello di chiudere la carriera in una miniera d’oro, anzi. Lo scopo è quello di continuare a giocare a calcio, farlo al massimo delle proprie possibilità, in un ambiente che sempre più strizza l’occhio al calcio. L’esperienza in Québec dura ben due stagioni, due stagioni in cui il solito Drogba si impone con la stessa facilità di quand’era ragazzino.

La fine della sua carriera con le scarpette al piede coincide con le ultime due annate in Arizona, a Phoenix. Qui, l’ivoriano si accasa al Phoenix Rising, società militante in USL, secondo livello del calcio americano. Tuttavia, non si può parlare di una sorta di “Serie B” perché negli States non esiste il sistema delle promozioni e retrocessione: un campionato, dunque, parallelo all’MLS. Della società per la quale gioca diventa anche azionista e presidente, dando vita a un caso più unico che raro. Contemporaneamente ha iniziato i corsi per poter diventare allenatore: siamo sicuri che riuscirebbe anche in panchina. Ha annunciato il ritiro dopo la finale di campionato persa a discapito del Louisville. Una carriera che sarebbe potuta chiudersi con l’ennesimo trofeo.

Drogba con la maglia della Costa d’Avorio.

Il vero Drogba, quello che è diventato il simbolo di un intero continente lo conoscono bene in Costa d’Avorio. Per la sua Nazione, oltre ad aver segnato 65 reti, ha rappresentato un ruolo infinitamente importante. Ad Abidjan è amatissimo e il motivo è facile da trovare. Didier è stato fondamentale per la fine del conflitto civile che è dilagato nell’ex colonia francese nel 2005/6. Lui, cattolico, è riuscita a un unire una nazione profondamente lacerata da guerre interne e tensioni fra frange religiose opposte. Gli stessi fratelli Touré, da musulmani, dovettero fare un passo indietro affinché la Nazionale potesse essere trovare l’unità di cui l’intero Paese, quello che vedeva ragazzi morire per strada, aveva bisogno.

Si è sempre schierato in favore di una maggiore compattezza fra tutti gli Stati africani, rivendicano un Africa più fraterna. Prodigarsi per il suo popolo, per il “continente nero” in generale, elargendo grandi somme di denaro in beneficenza, è solo una esigua parte del grande uomo che è Didier Drogba.

Una vera persona, oltre il calciatore.