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Edin Džeko: da brutto anatroccolo a cigno, e viceversa

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“A me come a tanti bambini hanno rubato l’infanzia. È stato il periodo più brutto della mia vita. A Sarajevo vivevamo in 15 in 37 metri quadrati. Ci svegliavamo a volte senza avere quasi nulla per fare colazione. Mio padre era al fronte e tutti i giorni, quando suonavano le sirene, avevo paura di morire. Andavamo nei rifugi senza sapere mai quanto tempo dovevamo restarci. Certe esperienze rendono più forti e fanno apprezzare la vita nei momenti giusti. Quando hai avuto paura per la tua vita e quella dei tuoi familiari, i problemi del calcio sono niente al confronto”.

Un bambino scappato alla guerra con il pallone saldamente incollato al piede. Forse è da queste parole che ha trovato la forza. Perché quando è arrivato a Roma nell’ormai lontano 2015 è stato accolto come un “Dio”. Poi però più di qualcosa è andato storto. Solo 8 gol in 31 presenze. Criticato per essere discontinuo, per non provare emozioni ed attaccamento alla maglia. Criticato ed elogiato, dal paradiso all’inferno sul binario di un treno ad alta velocità che trafigge ripetutamente la barriera del ghiaccio per ritornare tra le fiamme.

Fonte: profilo Instagram del calciatore

DALLE STELLE ALLE STALLE

Probabilmente il periodo più buio della sua carriera. Un moto oscillatorio inerziale, infinitamente imperfetto. Ma non poteva finire così. Per uno che ha vissuto drammi del genere non sarebbe stata di certo una stagione “no” a buttarlo giù. Ripensa ai sacrifici fatti per arrivare con lì. Alla sua adolescenza rubata dalle bombe. Al padre, che nonostante tutto ha sempre cercato di far vivere una vita dignitosa ai suoi figli. Stagione 2016-2017. Nella bolla che circonda Edin diventa difficile trovare qualche crepa e, oscillando tra uno stadio e l’altro, la corazza inscalfibile del bosniaco diventa sempre più robusta. L’uomo di ghiaccio, l’uomo di fuoco, il ragazzo senza un’idendità decide di sciogliersi e sbloccare il pendolo. Prime 10 partite, 10 gol. Di lì in poi saranno 52 in 94 presenze con la maglia giallorossa. Un lampo, un fulmine, nel bel mezzo di un temporale. Purtroppo di lui resteranno soltanto i numeri e qualche briciolo di speranza ripostogli da chi è davvero attaccato a quei colori. Diceva Goethe: “Un arcobaleno che dura un quarto d’ora non lo si guarda più”. E così è stato Edin, un’emozione che ha tagliato in due la noia lasciando per sempre un qualcosa dentro che non si è più ripetuto.

IL GELO

Nell’anno appena trascorso è stato solo una copiosa nevicata, un freddo vento dell’est che non è mai riuscito ad invertire la sua rotta. Un ragazzone di 193 centimetri troppo sensibile alle opinioni altrui, con le quali piano piano è affondato nelle sabbie mobili di una società che lo ha sempre difeso ma mai davvero a creduto in lui. Eppure, in cuor suo, credo lo sapesse. Credo sapesse che la palla giusta sarebbe arrivata, e lui non avrebbe esitato. Avrebbe voluto abbandonare le sembianze della preda per trasformarsi di nuovo nel cacciatore. E invece solo 9 reti in 33 presenze, che lo hanno riportato agli albori, che lo hanno rietichettato come “brutto anatroccolo” piuttosto che “cigno di Sarajevo”. Sono 9 anche le ammonizioni, tante quante i gol, statistica che più di tutte fa comprendere quanto la leggerezza incida in questo sport e batta 6-0 6-0 anche il talento. Dimostrando una volta per tutte di essere incostantemente emotivo ma perennemente umano.

Fonte: profilo Instagram del calciatore

IL FUTURO È TUTTO DA VEDERE

Prima l’Inter ad un passo, poi il Fenerbahce ad insediarsi, alla fine la Roma, che ci ha ripensato, ma quando ormai era troppo tardi. Sul dizionario di Edin, in questo momento, alla parola “futuro” appare uno spazio vuoto. Edin ha preso davvero male il comportamento della società, si è preso qualche giorno di vacanza ad Istanbul, e di calcio giocato proprio non vuole saperne. Cosa gli riserverà il futuro sarà solo il tempo a dircelo. Lui in questo momento si defila. Resta in attesa. Troppe volte già, è migrato verso oasi lontane. Intorno a lui solo forti, amare, delusioni. Troppe volte ne è uscito beffato, ingannato. Nella mano una speranza svanita, una fiducia tradita. Ora sta aspettando che si aprano le porte dell’ascensore giusto, quello che concede una seconda possibilità. Quello che lo porta di nuovo all’ultimo piano, per poter poi gridare per l’ennesima volta a tutti dall’alto che il Cigno di Sarajevo è tornato. Per dimostrare ancora che il suo primo allenatore non si sbagliava quando lo definiva “goffo, ma col fuoco dentro”. Per mostrare al mondo intero che quel fuoco lì, in lui, non si è mai spento.

Fonte foto di copertina: profilo Instagram del calciatore 

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Gzira 1-6 Inter, vittoria schiacciante per i nerazzurri

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Durante la sosta per il Mondiale in Qatar, l’Inter ne ha approfittato per tenere il ritmo partita, e si è concessa un’amichevole contro lo Gzira United, club che milita nella prima divisione del campionato maltese. La gara è terminata con il risultato di 1-6 per la squadra di Simone Inzaghi. I nerazzurri si sono portati subito in vantaggio di due gol nella prima mezz’ora, con le reti di Bellanova e Kristjan Asllani. Il club di Malta ha poi accorciato le distanze sugli sviluppi di un calcio d’angolo con Jefferson. L’Inter ha dilagato e chiuso il match con le reti di Hakan Calhanoglu, Robin Gosens, Dimarco e Mkhitaryan.

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Tito post Turris-Avellino: “Dedico la doppietta a mia figlia”

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Tito

Nel post partita di Turris-Avellino, Fabio Tito, autore di una doppietta, ha analizzato la gara vinta 1-3 e il momento di forma della squadra, reduce da tre risultati utili consecutivi.

Il difensore biancoverde, visibilmente emozionato, ha dichiarato:

“Mi conoscete da un bel pò. Ho sempre messo la squadra al primo posto, anche quando segnavo a raffica e sfornavo assist. È la prima volta che provo un’emozione del genere, in una gara così importante, in un derby così sentito, realizzare due gol è un qualcosa di stupendo. Sono 3 punti pesanti, che ci consentono di allontanarci dalla zona calda. Dedico la doppietta a mia figlia che domani compie un anno. È il miglior regalo che potessi farle”.

Poi, sull’atteggiamento messo in campo:

“Se capiamo che dobbiamo scendere in campo con questa grinta, possiamo toglierci enormi soddisfazioni e raggiungere il quarto posto. Se la cattiveria viene meno, possiamo far fatica con tutti. Prepariamo la gara con l’Andria con maggiore spensieratezza ma sappiamo che non sarà facile senza i nostri tifosi. Sappiamo bene ciò che è successo a Foggia ma stanno penalizzando entrambe le società. Sarà una gara anomala senza l’apporto del pubblico, dobbiamo vincere soprattutto per loro“.

Fonte immagine di copertina: profilo Instagram Us Avellino

 

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Brasile-Corea del Sud, le formazioni ufficiali

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Alle 20:00 si disputerà l’ottavo di finale tra Brasile Corea del Sud, per il passaggio ai quarti, dove la vincente affronterà la Croazia. L’ago della bilancia sembrerebbe pendere tutto dalla parte della squadra di Tite, che vuole assolutamente cancellare il ricordo della sconfitta contro il Camerun. Dall’altra parte, Paulo Bento vuole continuare a far sognare una nazione, portando la Corea ai quarti di finale, dopo aver compiuto una vera e propria impresa contro il Portogallo. Arrivati nella fase a eliminazione diretta, ora più di prima, nessuno vuole rinunciare a sognare di alzare l’ambita coppa, chi per la prima volta nella sua storia, chi per la sesta, aumentando ancora di più il margine di distacco su Italia e Germania.

LE UFFICIALI

BRASILE (4-2-3-1): Alisson; Danilo, Marquinos, Thiago Silva, Alex Sandro; Casemiro, Lucas Paqueta; Raphinha, Neymar, Vinicius Junior; Richarlison. Commissario Tecnico: Tite.

COREA DEL SUD (4-3-3): Seung Gyu; Moon-hwan, Kim Min-jae, Young-gwon, Kim Jin-su; In-beom, Woo-young, Jae-sung Lee; Hee-chan, Gue-sung, Son Heung-Min. Commissario Tecnico: Paulo Bento.

 

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Salvatore Carmando e la storia del fisioterapista amico di Maradona

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Maradona

“Lo sai che io ti amo

ovunque tu sarai, ti seguiremo

nella mente c’è un ricordo che non mi abbandona

Il bacio di Carmando a Maradona!”

C’è una storia forse poco nota al grande pubblico, una storia di amicizia e di sport, la storia di uno dei più grandi fisioterapisti che una squadra di calcio abbia mai avuto. Quel coro sopra riportato rappresenta la testimonianza dell’amore di un popolo, quello partenopeo, che ringrazia e rende omaggio ad un grande professionista.

Mai nella storia del calcio una tifoseria aveva dedicato cori ad un membro dello staff. Quindi, per una volta, non ci soffermeremo a parlare delle gesta di un numero diez ma approfondiremo l’importanza di un massaggiatore all’interno degli equilibri di una squadra e la sua storica amicizia con il numero diez più forte di tutti i tempi, Diego Armando Maradona.

GLI INIZI DELLA CARRIERA

Salvatore Carmando nasce a Salerno ma diventerà napoletano d’adozione, figlio di Angelo Carmando, fisioterapista della Salernitana a cavallo tra gli anni ’40 e ’50, allora guidata da Gipo Viani (di cui approfondiremo nei prossimi articoli la sua importanza).

Salvatore approda al Napoli la prima volta nella stagione 1974-1975, dapprima nelle giovanili e poi nella stagione 1976-1977 come 1° massaggiatore ufficiale della squadra, che lascerà molti anni dopo, precisamente nel 2009.

L’INCONTRO CON MARADONA

Salvatore Carmando è stato per Maradona un amico, un confidente, un fidato consigliere, non semplicemente un massaggiatore.

Maradona e Carmando si trovano subito, nel primo ritiro di Castel del Piano, come afferma lo stesso Salvatore in un’intervista a “La Famiglia Cristiana” <<Mi osservò per un po’ di tempo mentre lavoravo, in silenzio. Poi Maradona mi scelse: sarai tu il mio unico massaggiatore. Non si faceva toccare da altri e per stendersi sul lettino dei massaggi aspettava che tutti i compagni fossero andati via dallo spogliatoio. Restavamo lì, da soli. Per ore. Nacque così un rapporto personale, oltre che professionale»

Ma per capire davvero l’importanza che Carmando aveva per Maradona basta sapere che nel 1986 il pibe de oro, in occasione dei Campionati del Mondo del 1986 che si sarebbero tenuti in Messico, volle Salvatore come massaggiatore della Nazionale Argentina, un’iniezione di stima e fiducia che Carmando ripagherà, anche nei momenti più difficili di quelle settimane.

Infatti come racconta lo stesso ex-fisioterapista, Carmando durante quegli interminabili giorni in Messico, fu per 10 giorni colpito da dissenteria, giorni terribili che misero a dura prova la sua permanenza con la nazionale Albiceleste, ma alla fine sappiamo tutti come ando’ a finire.

Carmando ricorda quei momenti in un’intervista rilasciata ad areanapoli.it “Arriviamo in Messico e per dieci giorni la dissenteria non mi dà tregua. A un certo punto avviso Diego che non ce la faccio più e che voglio andare via. Lui capisce che faccio sul serio solo quando mi vede preparare la valigia: viene in camera mia e mi ferma. ‘Resisti almeno un altro po’, dai’. Un attimo dopo Maradona lascia il ritiro con un componente dello staff della nazionale argentina e ricomparire dopo un’ora, trascinando due cassette d’acqua minerale italiana. Non seppi mai dove le aveva trovate, Ma il mal di pancia mi passò”.

La Nazionale Argentina vince la Coppa del Mondo e Carmando assiste al goal del secolo, dalle tribune del mitico stadio Azteca di Città del Messico e gioisce insieme all’amico Maradona una vittoria aspettata e sognata sin da bambino.

LA MONETINA DI ALEMAO

Un altro avvenimento curioso che rafforza ancora di più il rapporto tra Carmando e i suoi tifosi è rappresentato dal famoso episodio della monetina di Alemao, quel famoso 8 Aprile del 1990, dove in palio c’era uno scudetto e il Napoli di Maradona era ospite al Comunale di Bergamo per giocare contro l’Atalanta.

Vedete, se oggi per un calciatore è difficile giocare solo in alcuni stadi, dove si sente maggiormente la pressione del tifo di casa, un tempo era cosi’ per tutte le partite giocate in trasferta.

Quel giorno, a Bergamo, ci si giocava lo scudetto.

Al minuto 32′ del secondo tempo una monetina da 100 lire colpisce il capo di Ricardo Rogerio de Brito, al secolo “Alemao” che si accascia a terra.

Carmando corre verso il campo per prestare soccorso ed esclama quelle parole che ancora oggi a Napoli ricordano bene: “Statte ‘n terra”. Carmando disse queste parole semplicemente per curare meglio il calciatore brasiliano, ma vennero interpretate dal pubblico come una “bugiardata” fatta ad-hoc per ingigantire l’accaduto.

I tifosi dell’Atalanta si accanirono sul fisioterapista partenopeo per quelle parole che, secondo loro, avrebbero deciso il campionato.

Il Napoli infatti, a 3 giornate dalla fine, riceve la vittoria a tavolino e quella partita resterà negli annali della storia del calcio poichè il Napoli vincerà lo scudetto tre settimane dopo.

Salvatore Carmando, aldilà di questo episodio controverso, è considerato da tutti il re dei fisioterapisti e oggi tutti ne ricordano l’impegno e soprattutto l’amicizia profonda con El Diez più forte di tutti i tempi, Maradona.

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