Il 1934 è uno degli anni più catartici nella storia contemporanea dell’umanità: è in quel periodo che vennero poste le basi per lo sviluppo del partito nazista, con Hitler che non veniva più chiamato Adolf, bensì Führer. E poi l’Italia vinceva il suo primo Mondiale di calcio, Luigi Pirandello si aggiudicava il Nobel per la letteratura e nasceva Jurij Alekseevič Gagarin, primo uomo a viaggiare nello spazio. Sulla sponda biancorossa del Rio della Plata, però, si pensava a tutt’altro.

Era un River sfarzoso quello del presidente Antonio Vespucio Liberti, figlio d’immigrati genovesi. Il panorama calcistico argentino veniva dominato dai biancorossi, soprattutto grazie ai fiumi d’oro che scorrevano nelle tasche del suo proprietario, che sborsa somme impensabili per svariati campioni dell’epoca: nasce qui il soprannome della squadra, i Millionarios.

LA PRIMA PIETRA

A Buenos Aires era una delle attrazioni principali: vedere il River Plate era un sogno per molti ragazzi argentini, e i decenni non hanno emaciato questa passione. Serviva un nuovo stadio, qualcosa di monumentale.

Fonte: profilo Twitter @FacundoBrignolo

La prima pietra venne posta qui, a metà strada tra il barrio Belgrano e quello di Nuñez; Liberti sborsa 570.000 pesos per aggiudicarsi 84.000 metri quadrati di un arido terreno che da millenni si specchia nel Rio del Plata: non vuole coltivarci nient’altro che passione, quel sentimento che da quelle parti si tramanda di generazione in generazione.

Erano passati tre anni e qualche mese dall’acquisizione dell’area edificabile, avvenuta il 31 ottobre 1934: il River Plate aveva il suo stadio, la sua arena a ferro di cavallo che desse sul fiume artefice del proprio nome. Sì, ma adesso tocca riempirlo: il calcio non sarà l’unico modo per farlo, ma senza alcun dubbio sarà sempre il più passionale. Forse.

EL CAUDILLO, EL LOCO Y EL MATADOR

Maracanã? Malditas mierdas de los brasileños!

Se chiedete ad un brasiliano quale sia lo stadio dove si è tenuta la partita con più spettatori di sempre, egli vi risponderà con un nome e qualche lacrima: 16 luglio 1950, 199.854 spettatori (173.850 paganti) osservano svanire le speranze mondiali del Brasile al Maracanã di Rio de Janeiro.

Se porgete lo stesso quesito ad un tifoso del River Plate, probabilmente potrebbe rispondervi con le parole di cui sopra. È il 17 agosto del 1975, e dopo 18 anni senza successi, i biancorossi vanno a caccia del titolo contro il Racing: i 100.000 del Monumental spingono i Millionarios al trionfo, in quello che sarà un felice déjà vu tre anni più tardi.

Fonte: profilo Twitter @RiverNumeros

Dicevamo? Ah sì, tre anni più tardi. L’estate argentina del 1978 è più attesa dello sbarco sulla Luna dell’Apollo 11; César Luis Menotti guida un Brasile del ’50 con la maglia Albiceleste: non possono perdere, non devono perdere. E infatti, non perdono.

Passarella, Houseman e Kempes si prendono sulle spalle un Paese intero, con i tamburi delle curve che aumentano il ritmo ad ogni pallone che finisce in rete. La formula è particolare, senza una fase ad eliminazione diretta: 4 gironi diventano 2, con le migliori di questi ultimi che si affrontano in finale.

L’Olanda dei gemelli van de Kerkhof  ha la meglio sull’Italia, mentre i padroni di casa si classificano primi nel girone con Brasile, Polonia e Perù; una di queste tre la incontreranno tra qualche decennio, quando i due giocatori più forti della storia del calcio argentino si giocheranno un’altra sfida al cardiopalma, uno in campo (Leo) e l’altro in panchina (Diego).

I tamburi hanno raggiunto un’intensità da brividi, con il rinnovato Monumental che si unisce in un coro da orchestra:

Ole, ole, ole, Ole, ole, ole, ola… Ole, ole, ole, Cada día te quiero más! Soy Argentino, es un sentimiento no puedo parar

Lo vivono anche i giocatori in campo questo sentimento incontrollabile, in maniera particolare El Matador là davanti: un gol di Bertoni ed una doppietta di Kempes annichiliscono i tulipani. Il Monumental è Hong Kong il giorno del Capodanno del Drago: Argentina es Campéon del Mundo!

USE YOUR ILLUSION

Come anticipato in precedenza, però, chi l’ha detto che il cuore di quest’arena batta solo per un dribbling ben riuscito, una punizione che si insacca sotto il sette o un rigore parato al novantesimo? Il fútbol è religione sulla riva del Rio della Plata, ma non ha fatto i conti con la música.

Spostate l’orologio della storia avanti di 15 anni rispetto alla doppietta di Kempes, alla classe del Loco Houseman ed al sollevamento della Coppa del Mondo da parte di Capitan Passarella; una cosa, però, mantenetela, introducendo una nuova modalità d’uso: i tamburi delle curve diventano parte di una batteria, che assieme ad un microfono, due chitarre, un basso ed una tastiera fanno impazzire migliaia di appassionati. Al calcio? No, al rock.

È solo il primo di tanti concerti memorabili al Monumental, ma è l’ultimo del celeberrimo “Use Your Illusion Tour”, la tournée mondiale dei Guns N’ Roses: dopo quelle due date conclusive, la lineup originale del gruppo si sciolse. Dev’essere una coincidenza, come ci spiegheranno gli Oasis.

Il 1993, però, porta nella casa del River Plate anche l’icona del pop ed il suo moonwalk: l’8, il 10 ed il 12 ottobre Michael Jackson occupò il palco del Monumental, con un pubblico da 105.000 spettatori a sera in visibilio.

Il fútbol, però, ci richiama: ricordate il girone dell’Argentina per guadagnarsi il pass alla finale? C’erano due biancorosse, ma non c’entrano con la divisa dei Millionarios. Accantoniamo la Polonia: c’è un incontro epocale con il Perù ad attenderci.

2009: LA UNIÓN

Il 10 ottobre prevedeva pioggia su Buenos Aires, così i 38.019 che hanno acquistato un biglietto per la partita si coprono a dovere. Piove, e molto: un diluvio apocalittico si abbatte sul Monumental, come a presagire un destino oscuro all’orizzonte. Un detto cinese, però, dice che “le nuvole più scure portano l’acqua più pulita”.

L’Argentina guidata da Maradona deve obbligatoriamente vincere contro il Perù per continuare a sperare in una qualificazione al Mondiale sudafricano; l’Albiceleste arriva da tre sconfitte consecutive e, soprattutto, continua a rivivere l’incubo del 6-1 subito a La Paz, contro la Bolivia.

È 1-0 fino al 90′, quando Hernán Rengifo trasforma l’incubo boliviano in una realtà peruviana: l’Argentina è ad un passo dal baratro. L’acqua più pulita, però, deve ancora arrivare.

Passerà qualche giorno e gli argentini riusciranno a qualificarsi battendo l’Uruguay nello spareggio decisivo: il Mondiale, però, se l’erano conquistati nell’arena dove 31 anni prima Passarella aveva alzato la Coppa. Son passati decenni, ma i tamburi continuano a tenere il ritmo delle emozioni; la música è parte integrante della storia di questo stadio: il 2009 ce lo insegna.

Questo, infatti, è l’anno in cui pallone e note si alternano come mani in una ola: ne sanno qualcosa due band, un’americana scatenata ed un’inglese da accendini alzati al cielo. Partiamo con la prima.

Erano già passati di qui nell’ottobre 1996, ma vollero ripetersi 13 anni dopo: gli AC/DC regalano alla città di Buenos Aires tre date da sogno, con la stessa grinta di sempre. Chiamano la serie di concerti “Live at River Plate”, e non avrebbe potuto essere altrimenti: ogni strimpellata di Angus Young è un gol decisivo di Crespo, ogni acuto di Brian Johnson è una vittoria firmata dal Principe Francescoli.

Ed ora, spazio all’altro gruppo. Britannici, sulla sponda City dell’Irwell, il principale corso d’acqua di Manchester. In quella sera, però, era come se si chiudesse un cerchio: degli inglesi che facevano proprio un pubblico argentino, nello stadio di una squadra fondata proprio dal volere di un inglese, Leopoldo Bard.

Sono passati 11 anni dall’ultimo concerto degli Oasis in Argentina, con il gruppo che si sciolse a pochi mesi di distanza, quando mancavano tre date alla conclusione del “Dig Out Your Soul Tour”. Fu l’essenza del Monumental, decine di migliaia di spettatori che spingevano una chitarra ed un microfono alla rete decisiva, come farà Martin Palermo nell’ottobre dello stesso anno.

Gli Oasis persero il proprio Mondiale ancor prima di qualificarsi, ma chi se la scorda una vittoria del genere sulla sponda del Rio della Plata?

Siate liberi di accompagnarmi durante la canzone. 

No Noel, al Monumental è tutto diverso, unico: è una partita che si vince prima sugli spalti. È sempre stato così, dalla prima pietra ai centomila del ’75, dalle urla di Axl Rose all’assolo con il basso di Andy Bell, parte integrante del gruppo di Manchester dall’inizio alla fine.

Dove il sangue è biancorosso, poco importa se il ritmo lo danno i tamburi della curva o quelli di un batterista: è il Monumental, dove música y fútbol fanno battere il cuore allo stesso modo.

Fonte immagine in evidenza: profilo Twitter @crockpics