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Elementi in comune: la pioggia come nemica/amica nel calcio e nei motori

Tra il motorsport ed il calcio non potrebbe esserci maggior distanza. Trovare punti di contatto tra lo sport probabilmente più individualista di tutti (sebbene a volte appaiano sullo sfondo il “bene maggiore” del team rispetto al pilota) e lo sport altrettanto probabilmente più “di squadra” del mondo è piuttosto complicato. Eppure, in ormai più di cent’anni di storia situazioni tremendamente simili si reciprocano in due ambienti distanti anni luce. L’influenza di quel che viene dal cielo è ovviamente maggiore nel motorsport ma non per questo nel calcio un’acquazzone al momento giusto (o sbagliato, se preferite) ha cancellato i fogli dei finali dettati dal tempo sereno riscrivendo una storia tutta sua.

Il Circus della F1, nel 1984, non conosceva ancora Ayrton Senna come quel brasiliano maniaco della perfezione e diabolico come nessun altro sul giro secco. Monaco 1984 diede una bella spinta a questa narrativa. Il 6 giugno di quell’anno sul Principato si abbattè un memorabile diluvio. La partenza fu rimandata di circa un’ora aspettando che passasse la tempesta. La pioggia allentò la sua morsa quel tanto che bastò per iniziare la corsa su un asfalto poco abrasivo per via della sua natura stradale e per di più completamente zuppo. Partito tredicesimo con una non competitiva Toleman – Hart, Senna si guadagnò il titolo di “mago della pioggia” mentre in pista successe di tutto. Al primo giro sbattono Warwick e Tambay con De Angelis e Patrese “incastrati” nell’inopinato parcheggio all’esterno di Santa Devota. Si gira Alboreto, sbatte Corrado Fabi (un’imprudenza di un commissario nel tentativo di far ripartire il fratello di Teo costò un bello spavento e la prima posizione a Prost) mentre un rampante Stefan Bellof al seguito del paulista rimontavano ferocemente dal fondo. Complice un errore di Mansell, Senna prese la seconda posizione e mangiò la strada che lo divideva dal campione francese. Con la pioggia ad intensificarsi, Prost chiese ad ampi gesti l’interruzione della gara al direttore (e 6 volte vincitore a Le Mans) Jacky Ickx che espose la bandiera rossa al giro 32. Secondo le regole tutt’oggi in vigore, la bandiera rossa congela la classifica al passaggio precedente alla sua esposizione. Al 32esimo giro, il brasiliano aveva finalmente recuperato Prost ma venne presa in considerazione la classifica al giro 31.

Tra le proteste e le solite dietrologie che fanno da scenario all’ambiente principale, Ickx spiegò così la sua decisione:

“Fra il ventinovesimo e il trentesimo giro ho deciso di far terminare la corsa in quanto la pioggia era aumentata d’intensità in maniera paurosa. Mi ricordo perfettamente, quando correvo in Formula 1, che arrivai secondo nel 1972 alle spalle di Beltoise. Bisogna provare quali fatiche e quali rischi debbono affrontare i corridori in queste occasioni. Io non dovevo tener conto di nulla, né della situazione in classifica nè della bellissima rimonta di Senna. M’interessava solo il lato tecnico e credo che la decisione sia ineccepibile perché era troppo pericoloso andare avanti in quella maniera. Se poi fosse successo qualcosa di più grave, tutti mi avrebbero chiesto perché non avevo interrotto la gara”

Quindici anni più tardi, Pierluigi Collina, in un momento ormai storico del calcio italiano, dovette giustificarsi per l’esatto contrario. Dopo un furioso inseguimento, la Lazio a cavallo del nuovo millennio raggiunge a tiro di sorpasso la Juventus, “tradita” alla penultima giornata da una doppietta dell’ex compagno di reparto di Alessandro Del Piero tra i Primavera: Fabrizio Cammarata. Il calendario dell’ultima giornata recita: Perugia – Juventus e Lazio – Reggina. Il cielo sereno splende su tutta l’Italia tranne che nel posto, per i cuori bianconeri, giusto: la zona di Pian di Massiano dove sorge lo stadio dedicato al Renato Curi. Il tumulto del cielo sbaglia ancora momento e lo stadio di Perugia esce con prepotenza dalla timeline primaverile-estiva e si fionda in un freddissimo e uggioso Novembre. Alle 4 di pomeriggio c’è già da accendere i riflettori ma non c’è il tecnico, fa un freddo che accentua di diversi gradi i tremori di una partita decisiva. Quando la Lazio ha concluso il suo dovere rifilando un 3-0 alla Reggina, il sottopassaggio del Curi è più trafficato degli ormai silenziosi spalti. Sono le 16.10, siamo sullo 0-0 e l’ultimo “tre quarti d’ora” di Serie A non è ancora iniziato. In uno stadio semideserto, l’arbitro Collina esce a varare la situazione una, due, tre volte. Esce con i capitani, Conte ed Olive, a misurare il rituale del “rimbalzo del pallone“. L’erba del Curi, nonostante un’acqua ai limiti della mitologia, è in insospettabili buone condizioni ma più o meno vaste aree del campo non hanno ancora bevuto le secchiate di pioggia arrivate dall’alto. A Roma, non è rimasto altro da fare che apparecchiare le radioline e percepire da spettatori gli stessi brividi lontani 180 km scarsi.

Per Collina si può giocare, le squadre rientrano in campo alle 17.11 con gli occhi di tutta l’Italia calcistica addosso. Al 4′ del secondo tempo Calori approfitta di una tonnara da pallanuoto in area di rigore e trafigge Van der Sar. La Lazio è virtualmente Campione d’Italia ma mancano ancora 40 minuti. L’assalto bianconero si infrange contro la personificazione delle mura urbiche di Mazzantini, di Sogliano, dello stesso Calori che senza troppi orpelli cercano di rimanere a galla (più che metaforicamente) contro tutto il serbatoio offensivo che Ancelotti ha svuotato in campo. Quando anche Inzaghi sbaglia il più classico dei gol alla Inzaghi, alle 6 del pomeriggio la Roma biancoceleste può festeggiare. La pioggia, quindi, come tratto in comune tra due mondi così distanti in una visione bilaterale: a volte può essere nemica, altre amica. Dipende da come viene interpreta.

(Fonte immagine di copertina: profilo Twitter @En1Buena)

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