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ESCLUSIVA Gian Luca Rossi: “Derby, un disastro non vincere. Gosens? Fondamentale per una cosa”

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ESCLUSIVA Gian Luca Rossi: “Derby, un disastro non vincere. Gosens? Fondamentale per una cosa”

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Inter

Professionista con oltre trent’anni di esperienza alle spalle, Gian Luca Rossi è uno dei volti più riconosciuti a livello giornalistico in Italia. Le sue abituali apparizioni a Telelombardia, l’emittente regionale più seguita del paese, e il suo approdo su YouTube lo hanno reso popolarissimo a livello nazionale anche tra i più giovani. Oggi Gian Luca ha concesso a Numero Diez una lunga chiacchierata nella quale si è parlato di Inter, calciomercato e molto altro! Ecco cosa ci ha detto.

Partiamo con l’argomento del giorno. Stasera ci sarà il derby di Coppa Italia tra Milan ed Inter: quali sono le tue sensazioni? Credi che l’Inter riuscirà ad accedere alla finale e a vincere eventualmente il trofeo?

Innanzitutto credo che, seppur le sorprese siano sempre dietro l’angolo, dall’altra parte la finalista sarà la Juventus. Per il resto io ho sempre avuto buone sensazioni. Purtroppo le avevo buone anche nel derby dello scorso 5 febbraio, proprio il giorno nel quale l’Inter è incappata in questa “crisi”. Questo cerchio negativo è iniziato con il derby, e proprio con il derby ora deve chiudersi. A proposito di crisi, quella che l’Inter sta vivendo a mio parere non è una crisi di prestazioni, che per quanto arruffate o incomplete ci sono sempre state; il problema è che poi bisogna segnare.

Io ripeto, sarò incosciente ma non riesco ad essere preoccupato. Capisco che per i tifosi che guardano sempre l’ultimo risultato e non il contesto ora l’Inter non riuscirà ad arrivare nemmeno quarta, ma io questo calo me lo aspettavo; sapevo che la squadra avrebbe pagato lo sforzo fatto in questi mesi. Il mio suggerimento per la partita di stasera è giocarla come se fosse una gara secca, non ha senso fare calcoli sul ritorno che è tra 50 giorni e non sappiamo come ci arriveranno le due squadre. Vincendo, comunque, non ti tireresti fuori da questo periodo difficile, perché comunque tra 48 ore c’è la Salernitana e quella è una partita che va giocata. Perdere, invece, sarebbe un disastro, perché il Milan pur essendo meno strutturato diventerebbe la tua bestia nera e verrebbero minate molte certezze.

A proposito di derby in Coppa Italia, l’anno scorso ce ne fu un altro molto importante. Era il 26 Gennaio ed Inter e Milan si giocavano l’accesso alla semifinale. In quel periodo c’era un giocatore, Christian Eriksen, che, come tutta l’Inter di oggi, sembrava “imballato”. Ecco, quel derby per Eriksen, che segnò un gol bellissimo su punizione e divenne un titolare inamovibile, fu la partita della svolta: credi che anche quest’anno il derby possa essere la partita della svolta per qualcuno?

Ricostruendo bene la storia in realtà dopo quella partita Eriksen non divenne un titolarissimo. Nella partita successiva, infatti, quella del Franchi vinta poi per 2-0, il danese rimase in panchina per tutta la partita. La vera svolta ci fu il 14 febbraio, quando giocò titolare con la Lazio e uscendo abbracciò Conte, da lì partì la cavalcata trionfale. Ad oggi francamente non vedo un giocatore nelle stesse condizioni di Eriksen, lui era stato fino a quel momento escluso dall’allenatore. Non vedo un giocatore particolarmente in crisi, certo Lautaro non riesce più a segnare ed è un problema. Ma altri giocatori come Calhanoglu non stanno giocando malissimo e a Genova è anche andato vicino al gol. Barella è stato il peggiore in campo ma ci può anche stare una partita no. Ciò non toglie comunque che dobbiamo smettere di vivere sul “si tanto questa la vinciamo”, bisogna tornare con la testa sul pezzo.

In questo periodo di calo quanto influisce l’allenatore? C’è una critica che vorresti fare ad Inzaghi?

Oggi Inzaghi fa giocare praticamente tutti, e se proprio devo fargli una critica gliela faccio su questo punto. Non deve per forza far giocare tutti i giocatori a disposizione, mi sembra un po’ troppo accondiscendente. Conte non si faceva problemi a sbattere in panchina Eriksen o Hakimi. L’anno scorso Radu e Pinamonti non hanno praticamente mai giocato. Quindi se devo dare un consiglio ad Inzaghi è quello di scegliersi dodici o tredici giocatori e di giocare con quelli, non c’è bisogno di far sempre quattro o cinque sostituzioni; se devi dare i contentini ai vari Vecino, Sanchez e Gagliardini daglieli a risultato acquisito. Con l’Empoli in coppa per esempio ha cambiato 9 giocatori su 11: è una follia. Inzaghi deve scegliere i suoi undici fedeli e giocare con quelli, come faceva Conte.

Rimanendo sull’argomento Coppa Italia,  di derby nella competizione ce ne sono stati moltissimi: abbiamo citato quello dello scorso anno, ma c’è stato anche quello del gol di Cutrone nel 2017. La partita è stata addirittura una finale nel 1977. Ecco, a te Gian Luca che sei un professionista con esperienza pluridecennale e che vivi il campo molto da vicino voglio chiedere un aneddoto sui derby di Coppa. Una chicca o magari una partita che ricordi molto bene

Nella finale del ’77 avevo 11 anni e ricordo che quella fu l’ultima partita di Sandro Mazzola. Ricordo anche il derby del 2017 che hai citato: in quell’occasione segnò Ranocchia ma poi il gol venne tolto dal VAR e Joao Mario sbagliò un gol a due metri dalla porta. Alla fine comunque passò il Milan ma, come spesso accade, creammo più noi. Abbiamo perso tre derby in 5 anni e in tutte le occasioni mi sono imbestialito perché eravamo più forti noi. Poi certo ci son stati derby in cui anche noi abbiamo vinto o pareggiato quando il Milan era più forte, ma quando l’Inter perde partendo da favorita, come era allora ed è anche oggi, io mi arrabbio. Io non sono scaramantico, esigo che questa sera si vinca. Un altro aneddoto che ho è il derby di Coppa Italia del 1999. Era l’andata e vincemmo 3-2, poi al ritorno finì 1-1 e passammo il turno. In panchina c’era Lippi, che non è mai stato molto amato dai tifosi interisti, e segnarono Seedorf e Mutu. Quell’Inter poi arrivò fino in finale ma perse contro la Lazio. 

Tornando al presente, sappiamo che quella di stasera sarà la partita del ritorno in panchina per Correa e la prima per Gosens. Quanto è mancato Correa a questa Inter? E quanto Gosens potrà aiutare anche Perisic che le sta giocando praticamente tutte?

Inizio con il dire che a me Correa è sempre piaciuto. È un ragazzo molto simpatico, quando giocava ancora alla Lazio l’ho incontrato al Melià (un Hotel di Milano ndr.) e mi ha anche regalato la sua maglia. Apparte questo, però, bisogna dire che quest’anno è terribilmente mancato, tranne le due doppiette contro Verona e Udinese ricordo delle partite in cui è stato un fantasma. Per esempio ricordo la partita a Reggio Emilia contro il Sassuolo dove se non entra in campo Dzeko al posto di Correa, l’Inter probabilmente non vince. Mi spiace dirlo ma l’argentino è un giocatore che, come Sanchez, quando parte da titolare non riesce a rendere benissimo. Poi è chiaro, fa comodo dire che la soluzione ai problemi dell’Inter è sempre colui che non c’è. Correa da alcuni adesso è visto come il salvatore, ma probabilmente avremmo perso le partite anche se in campo ci fosse stato lui.

È chiaro comunque che io adesso guardo sia al Tucu che a Gosens come nuova benzina. Ora per alcuni Gosens è diventato addirittura un problema perché c’è già Perisic, ma questo è un concetto da tifoide degli anni 90′. Oggi, come dimostrano le grandi squadre, devi avere due giocatori di livello internazionale per ruolo. Quindi il mio augurio anche per l’anno prossimo è quello di avere Perisic e Gosens insieme. Io sono cresciuto in un’epoca nella quale un giocatore come Cruz faceva la quinta punta, in rosa c’erano attaccanti che potevano giocare ovunque. Se si ambisce a competere con Real Madrid, Manchester City e Psg, ben vengano i giocatori di livello come Gosens. Certo, è vero che l’Inter non può prendere Vlahovic a 75 milioni come ha fatto la Juve, ma per esempio se arriva Scamacca non è detto che debba partire necessariamente Lautaro. Ad ogni modo, comunque, non penso che Gosens e Correa scenderanno in campo stasera, ci serviranno per sprintare in campionato. 

Spostandoci in campionato, domenica il Napoli ha trionfato contro la Lazio e ha raggiunto il Milan in testa alla classifica. Chi temi di più tra le due capoliste per lo scudetto? Qual è la tua avversaria?

Io ho sempre detto tre cose in questa stagione: che l’Inter si era indebolita sostituendo però forse meglio degli altri le defezioni, che la Juve con o senza Vlahovic sarebbe rientrata nella lotta e che la grande avversaria era il Napoli. Non è per cattiveria nei confronti del Milan, ma siccome ho conosciuto sia Pioli che Spalletti, trovo che Spalletti sia molto bravo. Questo non vuol dire che Pioli sia scarso, io l’ho sempre difeso quando era all’Inter, ma credo che Spalletti, più di Pioli e anche di Inzaghi, sia abituato a tenere le sue squadre al vertice. È vero che poi l’allenatore non gioca, ma ad un certo punto arriva anche il momento delle motivazioni e in questo periodo il Napoli sta meglio di tutte. Quindi onestamente, anche per completezza di rosa, i grandi avversari sono i partenopei. Poi hanno avuto anche diversi infortuni, tra Coppa d’Africa ed altro, il Napoli ha avuto fuori per parecchio tempo Zambo Anguissa, Koulibaly ed Osimhen. Poi è vero che anche il Milan ha avuto diverse indisponibilità, ma non avere giocatori così importanti in un momento delicato della stagione è durissima. Per questi motivi il Napoli secondo me ha qualcosa in più.

Hai accennato al fatto che l’Inter si sia indebolita durante la scorsa estate. Come tutti sappiamo, oltre a Conte, i nerazzurri hanno perso Eriksen, Lukaku ed Hakimi. In un momento come questo, secondo te, chi è, tra loro, che manca maggiormente a questa squadra?

Paradossalmente come numeri Calhanoglu sta facendo meglio di Eriksen. Il danese l’anno scorso mi pare che abbia chiuso con tre gol e nessun assist, mentre il turco è già a 6 gol e 8 assist e tutto sommato sta dando il suo contributo. Hakimi è fortissimo, ma se proprio devo sceglierne uno a questa squadra manca Lukaku, da solo porta il 30% di gol in più nell’arco di una stagione, quindi dico Lukaku tutta la vita. Poi oltre a Conte, oserei dire che manca anche Oriali. Lele era una figura fondamentale all’interno del gruppo e spesso si è preso espulsioni al posto di Conte. Lui riusciva sempre ad intervenire e a mettersi tra mister e arbitro dicendo la cosa più grave per ultimo e facendosi cacciare di proposito salvando Conte. Aver rinunciato ad Oriali, quindi, secondo me è stata una stupidaggine tremenda e lo avrei visto benissimo con Inzaghi e la squadra. Se parli con 5 allenatori che hanno lavorato insieme ad Oriali ti diranno che vorrebbero lavorare per tutta la vita con lui: ci sarà un motivo, no? Quindi mancano tanto questi fattori.

Abbiamo parlato di presente e di passato, ma ora proviamo a guardare al futuro. Pensando al calciomercato sappiamo che l’Inter ha fissato due obiettivi del Sassuolo: Scamacca e Frattesi. Ieri però il Milan sembrerebbe essersi intromesso nella trattativa per l’attaccante. Sapendo dei tuoi ottimi rapporti con Carnevali, voglio chiederti qual è la situazione tra nerazzurri e Scamacca. Marotta è ancora in pole?

Tra Marotta e Carnevali, che io conosco da quando lavoravano insieme al Varese, c’è una grande amicizia e stima reciproca. Quindi certamente quando Carnevali parla con Marotta, lo sta facendo con un amico. Però come dico sempre, un conto è il lavoro e un altro l’amicizia. È chiaro quindi che nell’interesse di Giovanni Carnevali ci sia quello di creare un’ asta sia per Frattesi che per Scamacca. Io non credo comunque che in questo momento storico Scamacca scelga il Milan, dal momento che ritengo che l’anno prossimo ai nastri di partenza ci sarà ancora una volta l’Inter insieme alla Juve che forse partita un po’ più avanti. Credo quindi che per Scamacca e Frattesi all’Inter i discorsi siano già ben avviati, il problema è che Carnevali ha già detto che 65 milioni per prenderli entrambi non bastano. In questo momento è un po’ difficile che Marotta riesca a mettere settanta milioni sul tavolo e prenderli tutti e due, credo che servirà una cessione. 

Quali dovrebbero essere gli obiettivi per l’Inter nella stagione di mercato che verrà?

Credo che le cose siano già delineate. I tre grandi obiettivi sono Scamacca, Frattesi e Bremer, che andrebbero a sostituire Sanchez, Vecino e De Vrij. È chiaro però che questi giocatori costano e ad oggi non metto la mano sul fuoco che l’Inter riesca a prenderli tutti e tre. Per esempio lo scorso anno si puntava a Raspadori, ma il Sassuolo chiese 30 milioni subito e l’Inter virò su altro. Quei soldi poi vennero investiti su Correa che si poteva portare a Milano con condizioni favorevoli.

 A proposito di Correa. In estate si era parlato anche di Zapata, ora che l’Inter è in crisi di gol, con il senno di poi, avresti preferito prendere il colombiano?

Sì, a me piaceva anche Thuram ma poi si infortunò e l’affare sfumò. La verità è che si è preso Correa perché si erano creati gli incastri giusti. Oggi tutti fanno il mercato delle figurine “si tu mi dai Lewandowski e io in cambio ti do Vidal e Vecino”, si certo, perché gli altri son tutti ad aspettare te. La verità è che in una trattativa si devono incastrare tre volontà: quella del calciatore, quella della società cedente e quella della società che acquista. Guarda Brozovic, sappiamo tutti che resterà all’Inter, ma finora non è arrivato il rinnovo ufficiale perché non si era ancora trovato l’accordo su 500mila euro di bonus. Trovare gli incastri giusti nel mercato è sempre un macello! Quindi alla fine è arrivato Correa perché era l’operazione che faceva più comodo.

Hai parlato del rinnovo di Brozovic che ormai abbiamo capito essere cosa fatta. E invece in merito al rinnovo di Perisic? A che punto siamo?

Lo scorso Novembre ho incontrato Ausilio nell’inaugurazione di un Liceo Sportivo a Milano intitolato a Mauro Bellugi e continuavo a chiedergli di Perisic. Lui mi ha risposto che chiedeva una cifra che per la sua età non potevano dargli, voleva sei milioni per tre anni, non se ne parlava. Poi ha aggiunto che se il giocatore non avesse trovato nessuna squadra con cui accordarsi a gennaio, a febbraio l’Inter gli avrebbe fatto una proposta sul rinnovo. Questa proposta gli è stata fatta, ma francamente non sono per niente ottimista sul fatto che Perisic possa rimanere. So che la moglie è molto felice qui a Milano ma se arrivasse un triennale da sei milioni di euro l’anno , tenendo conto della concorrenza di Gosens, io se fossi nel croato partirei.

Chiudiamo con una domanda secca: chi, secondo Gian Luca Rossi, vince lo scudetto?

Ho sempre pensato che lo scudetto lo vince e lo deve vincere l’Inter. Qualora non lo si vincesse, si parlerebbe quasi sicuramente di fallimento. Poi io fatico a parlare di fallimento quando una squadra vince la Supercoppa, arriva in finale di Coppa Italia e magari conclude seconda; però indubbiamente non vincere, per come si erano messe le cose, sarebbe una grande delusione. Credo che l’Inter, nonostante il rallentamento che ha avuto, ha qualcosa in più delle altre e deve dimostrarlo in questo finale di campionato. La cosa incredibile è che se l’Inter dovesse vincere il recupero contro il Bologna, malgrado tutti i problemi dell’ultimo mese, sarebbe ancora prima. Questo la dice lunga sul fatto che anche le altre siano scivolate, altrimenti sarebbero già a +5 o +6. Questa cosa mi fa essere molto ottimista, spero sia lo stesso per i calciatori.

Si ringrazia Gian Luca per la disponibilità.

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1 Comment

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  1. fabio ceriani

    Aprile 28, 2022 at 8:48 pm

    rossi cioè ragazzi ma dopo il cioè TRIRUBETE europeo(6 partite in champions su 13 rubate)volevamo anche il TRIRUBETE CIOè RAGAZZI italiano cioè siamo in finale ragazzi cioè in coppa italia, ragazzi cioè grazie alla var..siamo cioè cartonati varati ,prescritti..cioè ragazzi..ma tu gian.cioè rossi perchè non scrivi a ZAHNG?io scrivo a ragazzi cioè a GALLIANI che è molto più importante e capace del cinese e cioè di moratti(antipppattticooo…grazie grazie grazie)e mi cioè risponde?se il monza viene cioè in A..DIVENTEREMO RAGAZZI LA 3 squadra di cioè milano..

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ESCLUSIVA – Massimo Carrera: “Vi svelo il segreto della vittoria della Champions!”

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Massimo Carrera

Behind The Mask è il nuovissimo ed esclusivo format di Numero Diez. Tramite le interviste che contraddistingueranno il genere, disponibili anche in formato video sulla nostra app, andremo a esplorare il lato umano e personale dei nostri ospiti, che si cela dietro la maschera del professionista.

Per un inizio con il botto, si sa, servono però i fuochi d’artificio, e a quelli ci ha pensato Massimo Carrera, special Guest della prima puntata. Massimo al calcio ha dato tutto, prima da calciatore e poi da allenatore, ma ha anche ottenuto altrettanto. Ha indossato le prestigiose maglie di Juventus, Bari, Atalanta e Napoli, ha esordito in Nazionale, conta quasi 300 presenze in Serie A e ha calcato i campi più importanti d’Europa. In carriera ha vinto tutto, letteralmente tutto: con la Juve ha alzato al cielo uno Scudetto, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana e, dulcis in fundo, una Coppa Uefa e una Champions League, quella storica del 1995-1996. E siccome non gli bastavano la Coppa Mitropa e la Serie B conquistate con il Bari, Massimo ha deciso anche di vincere un Campionato Russo e una Supercoppa di Russia da allenatore dello Spartak Mosca.

Insomma, per palmares e carriera, Carrera ha tutte le carte in regola per essere il primo perfetto ospite di Behind The Mask.

GAVETTA

Non pensiate, però, che a discapito dei titoli conquistati la vita calcistica di Carrera sia stata tutta rose e fiori. Dopo anni di purgatorio in Serie D, C2, e B con le maglie di Pro Sesto, Russi, Alessandria Pescara, Massimo accede alle porte del paradiso della Serie A a 25 anni grazie alla promozione nella massima serie del suo Bari.

Il primo vero grande, grandissimo salto della sua carriera arriva però due anni più tardi, quando la Juventus di Giovanni Trapattoni lo chiama in squadra. Quando a Massimo mostriamo una sua foto scattata durante la stagione d’esordio in bianconero, non gli serve nemmeno una domanda per fargli illuminare gli occhi e iniziare a parlare.

“Questo sono io che dopo anni di gavetta riesco ad arrivare dove sognavo giocando alla Juventus, club per il quale sono tifoso. Era un qualcosa a cui ambivo fin da bambino e dopo tanti anni sono arrivato a giocare in un club importante come la Juventus”.

Passare dal Bari e la Juventus è un passo importante, il più grande della tua carriera. Ci racconti le sensazioni provate nell’entrare per la prima volta nello spogliatoio della Juventus? Cosa si prova a condividere lo spogliatoio con campioni del calibro di Baggio e Del Piero?

“Ho provato grandi emozioni, ma non soggezione. Vestivo la maglia della Juventus, una maglia gloriosa e importante, e in me c’era la grande emozione di poter giocare insieme ad altri campioni”.

Sei arrivato alla Juventus a 27 anni, a questo proposito per te è meglio compiere i grandi salti del genere da più giovani? O in base alla tua esperienza credi che sia meglio che queste occasioni arrivino più in avanti?

Dipende dalla testa che hai. Se da giovane non hai la testa sulle spalle rischi di bruciarti, quindi potrebbe essere pericoloso. Ma se sai quello che vuoi fare della tua vita e sei disposto a fare tanti sacrifici, allora da giovane avrai qualche chances in più“.

TRIONFO EUROPEO

La grande gemma di Massimo Carrera, come abbiamo già anticipato, è il trionfo in Champions League Nel 1995-96. In una squadra stracolma di campioni, lui riesce comunque a ritagliarsi il suo spazio mettendo a referto sette presenze nella competizione. Non potevamo non parlare anche di questo.

“La vittoria della Champions penso sia stato il trionfo più importante della Juventus di quegli anni. Era una coppa che mancava da tanti anni e che manca tutt’ora, io sono stato l’ultimo ad alzarla e quindi credo che sia una cosa molto molto bella“.

Diciamo che in campo europeo, considerando che qualche anno prima avevi vinto anche la Coppa Uefa, sei un esperto! Qual è il segreto che si cela dietro questi successi internazionali e perché secondo te la Juve non è più riuscita in imprese del genere?

“Questo non lo so, in quel periodo eravamo un gruppo molto affiatato ed eravamo quasi una famiglia. Abbiamo avuto la fortuna di arrivare a questi appuntamenti nelle condizioni fisiche e mentali migliori. Non c’erano infortunati ed eravamo tutti al 100% e penso che questo sia il grande segreto. Una volta che arrivi in finale poi devi avere la fortuna di essere nelle condizioni migliori”.

NAPOLI

Nel ping pong tra Nord e Sud Italia, un’altra tappa importante per il percorso di Carrera è stata Napoli. Massimo arriva ai piedi del Vesuvio nel 2003, in un contesto calcistico e sociale molto differente rispetto a tutti gli altri assaporati in precedenza.

“Dopo sette anni a Bergamo mi arriva la proposta del Napoli a settembre e decido di accettarla. Era una piazza importante con obiettivi importanti, peccato che poi quell’anno la società è fallita e quindi non siamo riusciti a perseguire quello che ci eravamo prefissati (la promozione in Serie A ndr.)“.

Da Bergamo e Torino, quindi, passi a Napoli, città sia territorialmente che calcisticamente, secondo molti, agli antipodi: ma è davvero così? Ci sono differenze nel modo di vivere il calcio?

“Ci sono differenze soprattutto per quanto riguarda i tifosi. Al Sud se ti riconoscono è finita, perché ti vogliono invitare a bere un caffè o a parlare con i loro amici. Al Nord invece puoi anche passare inosservato, se qualcuno non è ferrato può non riconoscerti, al Sud è quasi impossibile perché tutti sanno chi sei“.

ATALANTA

Come avrete potuto leggere in precedenza, Carrera passa sette anni all’Atalanta. La parentesi di Bergamo è forse la più importante per Massimo perché è lì che conosce sua moglie e diventa idolo indiscusso dei suoi tifosi, che addirittura gli dedicano una canzone.

“Considerando che vivo tutt’ora a Bergamo, potremmo dire che ormai sono quasi bergamasco! L’Atalanta è stata una parentesi importante per me perché sono diventato capitano della squadra e insieme abbiamo ottenuto alcune promozioni importanti. Sono arrivato a 32 anni e mi sono ritrovato a giocare con dei ragazzi che venivano quasi tutti dalla Primavera, quindi mi son messo a disposizione facendo da chioccia e dimostrando la mia volontà di continuare a vincere“.

I tifosi si affezionano talmente tanto a te che addirittura ti dedicano una canzone. Mi racconti com’è nata la vicenda? Sapevi che ti sarebbe stata dedicata una canzone?

“No, è nato tutto per caso. Io l’ho scoperto quando ero a Treviso, dopo aver giocato una partita contro l’Albinoleffe: c’era l’autista del pullman che mi conosceva e mi portò questa cassetta con sopra incisa la canzone, è lì che ho conosciuto Bepi (l’autore della canzone ndr.). Dopo la canzone spesso sono andato con lui a fare qualche spettacolo nei teatri e a cantare, è stata una cosa molto divertente e piacevole.

Insomma ti piace cantare?

“Sì, ma non sono tanto intonato! La mia grande passione è sempre stata il calcio, ora mi sono avvicinato agli scacchi. Si basa tutto su tattica e strategia quindi ci avviciniamo comunque al mondo del pallone”.

IN NAZIONALE

Carrera in Nazionale ci è passato due volte a distanza di anni: prima da calciatore, disputando un’amichevole contro il San Marino e poi da collaboratore tecnico di Antonio Conte. Ne abbiamo parlato insieme.

“Sono arrivato in Nazionale con Conte. È uno spiraglio che si è aperto dopo aver lavorato e giocato con lui alla Juventus. Quando Antonio è tornato a Torino da allenatore io collaboravo con il settore giovanile, quando ho saputo che sarebbe tornato l’ho chiamato e gli ho detto che se avesse avuto bisogno io sarei stato disponibile. Alla fine con il suo staff ho fatto tre anni alla Juve e due in Nazionale, ho imparato tantissimo ed è stato come fare una nuova gavetta con dei professori del settore“.

La tua prima volta in Nazionale è datata 1992. Quando hai esordito condividevano lo spogliatoio con te campionissimi del calibro di Baresi, Maldini e Baggio. Una volta tornato con Conte, però, i campioni erano decisamente meno e c’erano calciatori molto più modesti. A cosa è attribuibile questo ridimensionamento secondo il tuo parere?

Non c’è stato il ricambio generazionale. Quando giocavo io qualsiasi squadra aveva calciatori di livello assoluto perché quella fu una generazione molto fortunata. Erano gli anni nei quali in Italia c’erano pochi stranieri e anche un ragazzo giovane poteva mettersi in mostra. La Nazionale di una volta aveva quindi più scelte, ora è tutto diverso. Quando andavo con Antonio (Conte ndr.) a vedere le partite per scegliere i giocatori da convocare, a volte le squadre avevano anche solo due italiani in campo. Capisci che in quelle condizioni è difficile anche solo costruire una squadra a differenza delle epoche precedenti”.

E i settori giovanili hanno responsabilità?

“Sì, ma non si può dare tutta la colpa a loro. Con l’avvento degli stranieri le società preferiscono dare una chance a loro piuttosto che a ragazzi italiani giovani o che giocano in Serie C che magari sono anche più bravi. Sono dei meccanismi societari che io non capisco“.

L’INIZIO DI UNA NUOVA ERA

È il 2016 quando Massimo decide di staccare il cordone ombelicale che fino a quel momento aveva legato la sua giovane carriera da allenatore ad Antonio Conte. Carrera decide di mettersi in proprio e il primo ruolo da tecnico di ruolo glielo offre lo Spartak Mosca. In Russia fa en plein e in due anni conquista una Supercoppa di Russia insieme ad un titolo da allenatore dell’anno del campionato sovietico, soprattutto, però, Massimo riesce a riportare a Mosca il titolo di Campioni di Russia, che a quelle latitudini mancava da moltissimi anni.

“Dopo la Nazionale, lo Spartak mi chiamò per andare a collaborare con il primo allenatore aiutandolo nella fase difensiva. Siccome Conte stava andando al Chelsea e non sapeva se avrebbe potuto portare tutto lo staff che aveva in Nazionale, io decisi di accettare subito la proposta“.

Quali sono i pro e i contro del vivere un’esperienza del genere in un paese come la Russia?

“Sicuramente vivere lontano da casa è un sacrificio, ma per fortuna le mie figlie erano già grandi e mia moglie si è trasferita con me. I pro invece sono stati tantissimi: mi sono trovato molto bene, si vive una bella vita e fortunatamente ho vinto. È vero che fa freddo, ma alla fine a dicembre il campionato si ferma e riprende a marzo, quindi il freddo vero in realtà non lo abbiamo mai sentito. Nel complesso sono stati sicuramente più i pro che i contro“.

Tutto sommato quindi è un’esperienza che ti sentiresti di consigliare agli allenatori più giovani?

“Sì, è stata un’esperienza fantastica e non avrei mai potuto immaginare di trovarmi così bene. Pensa che tutt’ora i tifosi mi scrivono, loro mi sono rimasti nel cuore. È stata un’esperienza molto importante anche dal punto di vista della mia carriera da allenatore“.

LONTANO DAGLI OCCHI

Dopo l’esperienza estremamente positiva allo Spartak, però, nessun club italiano ti chiama nell’immediato e tu decidi di fare un’altra esperienza lontano da casa, stavolta in Grecia. Come mai secondo te le squadre del nostro paese sono così restie nel valutare profili che, come te, si formano all’estero? Penso anche a Stramaccioni o altri allenatori italiani.

“Questo sinceramente non lo so, forse credono che non abbiamo abbastanza esperienza nel calcio italiano. Anche io non riesco a capire i motivi, come hai detto te dopo la Russia ho aspettato una squadra in Italia per un anno, ma poi sono finito in Grecia. Anche dopo Atene ho aspettato e l’unica proposta che ho avuto è stata quella del Bari in Serie C, lì non ci ho pensato due volte. Per me è stata più una scelta di cuore, considerando che a Bari ci ho giocato anche cinque anni. Volevo restituire alla città e ai tifosi tutto quello che avevo ricevuto da giovane”.

FUTURO

Concludiamo con una domanda semplice. Visto che abbiamo parlato di passato e di presente mi piacerebbe esplorare anche il futuro. Dove ti vedi tra 5 anni e quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Il primo obiettivo è sicuramente quello di tornare ad allenare. Mi piacerebbe mettermi alla prova in Italia, partendo possibilmente da inizio stagione. Alla fine sono sempre subentrato, quindi ho sempre ereditato una squadra costruita da altri”.

 

 

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Coppa Italia

ESCLUSIVA – Maspero: “Turnover Roma? La squadra ha sottovalutato la Cremonese”

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La favola Cremonese continua. Dopo aver superato il Napoli agli ottavi di finale, i ragazzi di Ballardini hanno espugnato la Roma davanti al tutto esaurito dell’Olimpico. I grigiorossi affronteranno la Fiorentina in semifinale: i Viola, infatti, hanno superato 2-1 il Torino di Ivan Juric.

Abbiamo intervistato Riccardo Maspero, ex giocatore di Cremonese, Torino e Fiorentina, raccogliendo alcuni aneddoti sul suo passato, le sue osservazioni sulla Coppa Italia e alcune riflessioni sulla potenza economica del calcio inglese, di gran lunga superiore rispetto a quella italiana. Ex centrocampista, Maspero ha segnato 10 reti in maglia granata e ben 29 con la Cremonese; in grigiorosso Maspero è stato anche capocannoniere della Coppa Italia, nell’edizione del ’97, con 5 gol all’attivo.

Ti saresti mai aspettato il passaggio del turno della Cremonese e la vittoria all’Olimpico contro la Roma?

“No, sinceramente no. Si è visto che con Ballardini la Cremonese ha trovato la quadra e allo stesso tempo è girata la fortuna, anche perché prima a detta di tutti la Cremonese giocava bene ma non raccoglieva. Ieri ha raccolto a livello di risultato, anche se io penso che avrebbero preferito barattare tre punti in campionato e l’eliminazione dalla Coppa. Però fa sempre piacere passare il turno, è sempre un obiettivo importante la semifinale e adesso se la gioca. Anche perché non ha rubato niente giocando un bel calcio”. 

Dopo aver eliminato Napoli e Roma, adesso per la Cremonese c’è la Fiorentina in semifinale. Credi che potrebbero esserci nuove sorprese?

“Sicuramente è la squadra più abbordabile, più vicina ai valori della Cremonese. Ma se la Fiorentina gioca in Europa significa che ha una rosa competitiva e costruita per determinati obiettivi, mentre la Cremonese sta cercando di salvarsi. Di consegienza i valori sono diversi, ma a questo punto in semifinale ci si gioca il tutto per tutto”. 

Con la Cremonese sei stato capocannoniere in Coppa Italia nel ’97, ma la squadra fu eliminata ai quarti: lo ritieni comunque un buon risultato?

“Sicuramente è stato un bel risultato essere capocannoniere della competizione. Quell’anno lì però si partiva “da lontano”, si giocarono tante partite. Però è un risultato che mi tengo stretto e mi fa piacere, come mi fa piacere che la Cremonese possa andare a giocarsi questa semifinale con la speranza di andare anche più avanti”. 

Mai come quest’anno la Roma poteva arrivare fino in fondo in Coppa Italia, viste anche le ultime uscite della squadra. È costata cara la scelta di Mourinho di fare turnover?

“La Roma ha getttato via un’occasione. Non penso che Mourinho abbia peccato di presunzione, ci sta fare turnover con la Cremonese. Forse ne ha fatto troppo, ma comunque i giocatori che sono andati in campo non sono gli ultimi arrivati: se fanno parte della Roma vuol dire che sono giocatori di qualità che hanno un’occasione per mettersi in evidenza. Non mi piace criticare il turnover: chi va in campo è comunque importante. Forse è scattato qualcosa a livello mentale nei giocatori, che hanno sottovalutato la Cremonese e preso sottogamba la partita. E quando sei dentro con l’avversario concentrato diventa difficile raddrizzare la situazione”. 

Lato Toro: occasione irripetibile sciupata? La cessione di Lukic e l’arrivo di Ilic sono arrivati nel momento meno opportuno?

“Il Torino ha trovato davanti a sé una squadra più attrezzata. A Empoli il Torino l’ha raddrizzata con i cambi, inserendo Sanabria e Lukic. Io Lukic lo avrei tenuto fino a giugno, era uno dei pochi ad alzare il livello qualitativo della squadra. Bisognerà vedere come si inserirà Ilic nel quadro tattico di Juric per valutare se i granata si sono indeboliti o rafforzati. In ogni caso, penso che non sia una scelta totalmente sbagliata”. 

La Fiorentina ha l’occasione di riscattare una stagione deludente, approdando in finale di Coppa?

“La Fiorentina può concentrarsi sulla Coppa Italia e sull’Europa, pensando a raggiungere un ottimo piazzamento in campionato. In caso di vittoria della Coppa andrebbe automaticamente in Europa”: 

Stasera il cerchio dei quarti di finale si chiude con Juventus-Lazio: per quale delle due squadre la gara ha un peso maggiore?

“Ha peso per entrambe. La Juventus deve tirarsi fuori da questa situazione: la penalizzazione di 15 punti l’ha spedita nell’anonimato e ha creato più confusione. Invece, la Lazio deve fare quel salto di qualità per affermarsi, lottare per un obiettivo e alzare un trofeo con Sarri“. 

Lotta Champions: ci sono tante squadre in pochi punti. Considerazioni sul calo del Milan e sul riscatto dell’Atalanta?

“L’Atalanta ha un obiettivo solo e si concentrerà sul campionato, portandolo a termine con grande attenzione. Per quanto riguarda il Milan, domenica c’è il derby: è una partita che può dare una svolta al campionato di entrambe. L’Inter ha fatto buoni risultati ma non mi convince fino in fondo. Il Milan ha un jolly incredibile come il derby per cancellare questo brutto periodo, arrivato a sorpresa dopo la vittoria del campionato scorso. I giocatori sanno quali sono i problemi che li hanno portati in questa situazione”. 

A proposito di derby: riesci a descrivere le sensazioni vissute in campo in quel Juventus-Torino 3-3, in cui riusciste a rimontare tre gol di svantaggio?

“Non venivamo da un buon periodo, eravamo sotto contestazione e il derby era la partita per riuscire a risollevarsi. Dopo mezz’ora 3-0 per la Juventus, che in quel periodo aveva campioni e top player che la rendevano veramente forte. Secondo me hanno pensato di aver chiuso la partita e hanno mollato mentalmente, focalizzandosi sul turno di Coppa che avevano in settimana. Davanti hanno trovato un gruppo fantastico, fatto da amici e uomini veri. Negli spogliatoi, senza fare nessuna scenata, Camolese ci ha rimessi in carreggiata. Poi ha fatto i cambi che dovevano essere fatti e l’abbiamo ribaltata col Cuore Toro: la spinta dei tifosi è stata devastante. Poi la fortuna ha voluto che Salas sbagliasse quel maledetto rigore. Il gol del 3-3 segnato da me resterà sempre un bel ricordo. Quel pareggio valse quanto una vittoria”. 

In Italia in pochi sono riusciti a intervenire durante il mercato invernale, anche i top club hanno contenuto le spese. In Premier League il Bournemouth, 18° in classifica, ha offerto 30 milioni per Zaniolo, poi spesi per prendere Traoré. Cosa ne pensi dello strapotere del calcio inglese?

“Il calcio italiano ha bisogno di riformarsi, di sistemarsi. Dobbiamo essere meno “golosi”, le grandi squadre dovrebbero iniziare a guardare nel calcio minore come la Serie C: anche da lì si formano giocatori che poi possono diventare davvero utili per la Serie A e per la Nazionale. Continuiamo a voler arricchire i nostri club ma impoveriamo la nostra Nazionale: di conseguenza siamo fuori dai Mondiali un’altra volta. In Serie C crescono i giocatori, in A dovrebbero arrivare dopo aver fatto la gavetta. Invece in Serie A non ci sono top club con attaccanti titolari italiani. È un sistema sbagliato, che fa male al nostro calcio e al nostro movimento: ma invece di agire ci lamentiamo. Bisognerebbe salvaguardare la Nazionale e dare un taglio ai giocatori stranieri che arrivano nel nostro calcio”.

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ESCLUSIVA – PADOVAN: “Napoli campione ormai da mesi, lotta serrata in Serie A solo per la Champions”

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Napoli

ESLUSIVA PADOVAN – Abbiamo avuto l’onore di poter ascoltare in esclusiva per NumeroDiez il noto giornalista ed opinionista Giancarlo Padovan, con cui abbiamo trattato diverse tematiche. I temi affrontati nel corso dell’intervista vanno dall’extra campo, con la vicenda plusvalenze che vede coinvolta la Juventus, per poi passare al calcio giocato e non solo.

L’INTERVISTA ESCLUSIVA A GIANCARLO PADOVAN

Innanzitutto partiamo dal caso plusvalenze. Lunedì sono state comunicate le motivazioni della Corte d’appello riguardo la penalizzazione inflitta alla Juventus. In base alle motivazioni rilasciate, crede che i bianconeri appellandosi al Collegio di Garanzia possano ricevere la revoca della penalizzazione, o è un ipotesi remota?

“È indipendente. Il Collegio di Garanzia entra nel metodo della sanzione applicata. Quindi si valuta se la sentenza è conferme al regolamento federale o meno. Non so se ci sarà una revoca o meno, però so per certo che la Juventus sta battendo due strade. La prima è il ricorso per la revocazione, la seconda è che la condanna sia stata eseguita in base all’articolo 6, mentre nell’imputazione viene richiamato l’articolo 4. Per come è stata gestita l’accusa da parte della Corte finora, non mi aspetto una revoca. Non mi aspettavo sicuramente il -15, che è una sanzione abnorme. La Juventus comunque è stata accusata di essere l’organizzatrice di un sistema criminoso sportivo in merito all’ambito delle plusvalenze”.

Parlando di campo, il Milan verte in un profondo stato di crisi. Quali sono i fattori di questa crisi e come può uscirne il Milan?

Il fattore principale è aver smarrito il gioco, con cui Pioli aveva fondato il successo nella scorsa stagione, anche grazie ai regali delle dirette concorrenti. Quando Pioli dice post Sassuolo che non importa come si gioca, l’importante è vincere, fa capire come non ne abbia più in questo momento. Al momento il più appannato è proprio Pioli, e lo si capisce anche dall’esclusione di Leao dai titolari contro il Sassuolo. Quando si smarriscono le idee di gioco e si perde il controllo dello spogliatoio, almeno a livello tecnico, come in questo caso, un allenatore come Pioli mostra tutti i suoi limiti“. 

Sicuramente anche i giocatori hanno le loro responsabilità, e ciò si dimostra nel fatto che abbiano smesso di aver fame di successo. La perseveranza e la determinazione che c’era in ogni giocatore è venuta meno in questo momento, mostrando come diversi giocatori siano già sazi dopo il successo della scorsa stagione. Poi il Milan ha dei buoni giocatori, qualcuno forse diventerà campione, ma non c’è alcun fuoriclasse, soprattutto dal punto di vista mentale. Il Milan dovrebbe avere dei “Djokovic”, ovvero dei giocatori che vogliono vincere sempre anche quando stanno male o hanno vinto tanto”.

Con la vittoria di ieri sera, il Napoli ha dimostrato di saper vincere anche quando crea poco rispetto al solito. Crede che ormai i giochi per lo scudetto siano chiusi?

Il Napoli per me già da mesi ha vinto lo scudetto, già a metà del girone d’andata. Non lo davo tra le favorite, soprattutto dopo la campagna estiva modesta. I partenopei hanno un grande allenatore in panchina come Spalletti, che ad oggi è un signor allenatore. L’anno scorso diverse volte si è detto Spalletti out, ma il tecnico è stato bravi a tramutarli in Spalletti in. L’allenatore toscano ha fatto crescere giocatori come Mario Rui, Meret, Lobotka, Lozano e Politano, che sono irriconoscibili rispetto alle loro annate precedenti. È una squadra che merita lo scudetto, e ad oggi c’è da chiedersi solamente con quanti punti di distacco vincerà il campionato e con quante giornate d’anticipo“.

Le due romane dopo diversi anni di alti e bassi sembrano aver trovato più costanza in questa stagione, crede che entrambe possano ambire alla zona Champions?

Credo che possano entrare entrambe, però devono giocare meglio. La Lazio deve fare meglio rispetto a quello mostrato contro la Fiorentina, mentre la Roma deve essere più cinica. Contro il Napoli è bastata una disattenzione difensiva di Smalling su Simeone a vanificare la buona prestazione offerta. Per la lotta Champions ci sarà una battaglia tra Inter, Roma, Lazio e Atalanta, almeno per il momento. L’Atalanta viaggia ad una velocità pazzesca, e potrebbe scavalcare una delle due romane per un posto in Champions. Però anche l’Atalanta probabilmente sarà giudicata in merito al caso plusvalenze, quindi bisognerà vedere se ci sarà un’eventuale penalizzazione che potrebbe risultare determinante. Ad oggi comunque l’Atalanta e le due romane potrebbero fare fuori le due milanesi, il Milan perché è in caduta libera, mentre l’Inter poiché è discontinua ed è dipendente da Lautaro Martinez“.

Infine una domanda sulle ultime tre in classifica, Hellas Verona, Sampdoria e Cremonese. Hanno diversi punti di distacco dalla zona salvezza, e faticano a trovare continuità di risultati, crede che proprio loro tre retrocederanno?

Io all’inizio affermai che per me in questa stagione sarebbero retrocesse Sampdoria e Verona. Sulla terza non mi ero espresso, ma vedevo una Cremonese in difficoltà. Queste squadre fanno pochi punti, e di conseguenza ci sarà una quota salvezza bassissima, ed è per questo che si salverà la Juve (ride, ndr). Il divario con le altre è alto. In qualche occasione c’è anche la prestazione, come nel caso della Cremonese, ma senza poi portare punti e risultati importanti a casa. Dal mercato estivo e anche in questa sessione nessuna è riuscita a rinforzarsi a tal punto da poter raggiungere la salvezza”.

Cambiando tema, prima lei parlava della mentalità di Djokovic. In merito a questo, domenica il serbo ha conquistato il suo 22 titolo Slam; lei si aspettava questa vittoria, soprattutto dopo la vicenda della scorsa stagione successa proprio in Australia? Per quanto riguarda i tennisti italiani, cosa si aspetta da loro nel prossimo futuro?

Mi aspettavo che vincesse Djokovic, perché l’anno scorso era stato privato della partecipazione agli Australian Open che probabilmente avrebbe lanciato il serbo verso il Grande Slam. Mi aspetto che Djokovic vinca ancora tanto. Come numero di vittorie e regolarità è a pari livello di Nadal e Federer. Degli italiani mi piace molto Sinner, ma aldilà di questo, il movimento tennistico italiano mai come in questo momento vanta diversi giocatori di livello assoluto. Siamo arrivati ad un passo dalla Finale di Coppa Davis nell’ultima edizione, e ciò fa ben sperare. È un momento fantastico per il tennis e mi aspetto tutto il meglio. L’auspicio è che un giorno dietro i vari Djokovic e Nadal ci sia un italiano, quantomeno stabilmente nei primi 10 al mondo”.

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ESCLUSIVE

ESCLUSIVA – Bucchi non è a rischio esonero con l’Ascoli

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L’Ascoli sta passando un periodo molto delicato dove non stanno arrivando i risultati sperati.

Secondo quanto appreso dalla nostra redazione, l’allenatore Christian Bucchi non è al momento a rischio esonero. Smentita, dunque, la voce che vedeva Walter Zenga seduto sulla panchina della squadra marchigiana. La società ha deciso di confermare la fiducia al tecnico, nella speranza ti tornare in futuro a lottare per la zona play-off.

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