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ESCLUSIVA, Luigi Iacomino: "Servono dirigenti competenti e sani"

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ESCLUSIVA, Luigi Iacomino: “Servono dirigenti competenti e sani”

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Napoli, Gaetano è stato squalificato

Quello del calcio è un settore in continua evoluzione. A tal riguardo, il ruolo dell’osservatore di talenti è di straordinaria importanza per il progredire del movimento. Per le società calcistiche infatti, le relazioni degli osservatori sono necessarie per ingaggiare i nuovi talenti del panorama calcistico.

In esclusiva per Numero Diez abbiamo avuto il piacere di intervistare Luigi Iacomino, talent scout e football management. Nel settore da oltre 15 anni, è un esperto conoscitore del calcio giovanile.

Ciao Luigi. Grazie per aver accettato il nostro invito. Il ruolo dell’osservatore nel mondo del calcio è di assoluta importanza. Quale consiglio dà ai ragazzi che desiderano avvicinarsi a questa professione?

“È indispensabile avere passione. La passione è l’aspetto preponderante e prioritario. Non si deve badare subito ad arrivare, con passione e dedizione si impara. Oggi una persona che fa scouting gira sui campi dalla mattina alla sera, sette giorni su sette; man mano si impara. Non c’è uno standard di osservatore, ne ci sono degli schemi da seguire per stilare una relazione. La relazione è libera, anche se poi ogni società adotta un suo sistema, ma non sono tantissimi i moduli per visionare e per relazionare.

Tra Italia ed estero ci sono delle differenze, ma non tantissime. In Italia le società professionistiche, delle serie inferiori, si stanno rendendo conto che lo scouting deve a stare a stretto contatto con la direzione sportiva. Questo tipo di scouting all’estero ha preso piede ormai da 25-30 anni. Un direttore sportivo che, anche in Serie C, non ha uno scouting con cui collaborare, è come una persona a cui manca un braccio”.

Quando osserva una partita di calcio giovanile quali aspetti, tecnici o caratteriali, prende maggiormente in considerazione per capire che quel calciatore ha un potenziale diverso dalla norma?

“La fase dei 13-14 anni è quella più delicata. Sono in fase adolescenziale, quindi in una fase di sviluppo fisico e mentale. L’aspetto prioritario che osservo è la scaltrezza, come riesce a muoversi soprattutto quando non ha la palla. Un calciatore lo si riconosce in queste situazioni. Considerando il gioco effettivo, compreso solitamente dai 52 ai 55 minuti, si ha la palla per pochi minuti.

Nel percorso inoltre è da monitorare come cresce un ragazzo; società professionistiche dovrebbero preoccuparsi della crescita fisica di un calciatore proveniente dall’Under 15, che passa dall’alimentazione e da allenamenti specifici. Oltre agli allenamenti collettivi, ogni ragazzo deve avere la propria scheda personale poiché siamo tutti soggetti diversi. Occorre fare questa differenziazione, emulando il Regno Unito o la Spagna. In altri paesi europei si tende a lasciarli più liberi”.

Lei osserva con attenzione anche i campionati dilettantistici. Per un giovane di 17-18 anni è più redditizio fare un’esperienza in prestito in questi campionati o compiere la regolare trafila di giovanili con il club di appartenenza?

“Questa è una questione molto importante. Da anni ormai i settori giovanili non producono più calciatori per le prime squadre, a livello di Serie A. In Serie C o in Serie D invece vi sono calciatori maggiormente pronti rispetto ad alcuni che giocano in Primavera 1. Purtroppo ci sono pochi dirigenti competenti o, dal punto di vista etico, sani. Infatti non partecipiamo al mondiale da 8 anni, anche perché gli italiani hanno un deficit, anche strutturale. In Primavera arrivano dei giocatori che non hanno forza fisica, non sono scaltri e non hanno visione di gioco, sono lenti e poco dinamici. Hanno quindi tante defaillances che non gli permette di fare quello step per passare dal calcio dei giovani ai grandi. Ciò sta incidendo molto sul sistema calcio in Italia, non riusciamo più a sfornare calciatori per la nazionale.

In Serie C e in Serie D invece, confrontandosi con i grandi e facendo un’esperienza importante, se in pochi anni riescono a far la differenza, i ragazzi saranno più pronti rispetto a quelli che provengono dai settori giovanili”.

Nei campionati dilettantistici, negli ultimi anni, le quote ‘under’ obbligano i club a schierare in campo i giovani. Al momento, quanti benefici stanno apportando queste regole?

“Secondo me gli obblighi non producono mai benefici, però in questo caso bisogna far giocare i giovani. In Serie C ed in Serie D c’è anche il ‘minutaggio’, quindi i club hanno incentivi economici che la Federazione elargisce. A volte viene premiato il merito, ma altre volte ci sono dei giovani che i club sfruttano per far soldi. Io sono per la totale meritocrazia, ma dovrebbe essere così per tutti. Ci sono molti giovani che possono tranquillamente arrivare in Serie A o Serie B.

C’è un ragazzo a Nuova Florida, Capparella, un trequartista che in pochi anni può tranquillamente arrivare a quei livelli. Andrea Giorgini del Latina è un buon difensore centrale, può fare un ottimo percorso. Sibilli del Pisa ha iniziato il suo percorso al Sant’Agnello, in eccellenza, ora si gioca la Serie A. Gatti tre anni fa giocava in Serie D, ora è stato acquistato dalla Juventus. Parisi ha iniziato nell’Avellino, ora è titolare in Serie A ad Empoli.

Nel Napoli c’è un classe 2004, Enrico Giannini, che avrebbe meritato più spazio. Non bisogna guardare l’anno di nascita, chi è bravo deve giocare. L’Udinese ha fatto esordire Pafundi, classe 2006″.

A proposito di Pafundi. Trequartista mancino, di origine napoletana. Sta già scomodando illustri paragoni tra gli addetti ai lavori. Quali sono i suoi margini di miglioramento?

“Un ragazzo di 16 anni ha infiniti margini di miglioramento. Tutti gli aspetti sono migliorabili, tranne un’innata tecnica di base. L’aspetto mentale è migliorabile; ricordiamo che il 60% di un calciatore è la testa. Ci sono tantissimi calciatori arrivati ad alti livelli, pur non avendo qualità tecniche o tattiche importanti, ma con caparbietà, testa e tanta voglia. Basti pensare a Cristiano Ronaldo, è arrivato oltre i 37 anni per questo tipo di atteggiamento, dando importanza ad alimentazione e allenamento. I fantasisti di una volta, come Baggio, Zola, Signori, per non parlare di Maradona, Van Basten e Gullit, non ci sono più. Oggi il calcio è livellato. L’eccezione è Messi, ma anche lui, senza un assiduo allenamento, è destinato a calare”.

Mancini ha convocato uno stage a Coverciano di 53 giovani calciatori. Quali potranno essere i pilastri della nazionale del futuro?

“Non è ancora tempo di sbilanciarsi sui giovanissimi. Pafundi è l’unica eccezione, ma noi facciamo ancora fatica a far giocare i 2000-2001. Il futuro della Nazionale è di Scamacca, Parisi, Zaniolo, bisogna puntare su  questi giocatori di 22-23 anni. È prematuro dire che un giovane di 16 anni può diventare il futuro della nazionale. Noi siamo l’Italia, una nazionale che deve tornare in alto nel ranking. Nel 2026 dobbiamo andare ai mondiali. Bisogna ragionare su quei ragazzi che oggi hanno 23 anni, tra 4 anni saranno nel pieno della maturazione”.

Il tema riguardante lo scarso utilizzo dei giovani in Italia purtroppo è sempre attuale. Come spiega questa mancanza di fiducia nei nostri ragazzi?

È un problema dirigenziale. Servono dirigenti competenti ed eticamente sani. I ragazzi vanno seguiti e selezionati per bene. Non vanno presi perché si vede una giocata o il gesto tecnico. Bisogna vedere se con la crescita il gesto tecnico sarà accompagnato dall’aspetto mentale, comportamentale, con forza fisica e atletismo. Oggi fare una relazione di un giocatore è difficile. Ho visto squadre di Lega Pro selezionare i giovani con una crocetta, senza neanche scrivere tre righe sul ragazzo. È allucinante, infatti i risultati sono stati negativi. Un ragazzo va valutato per il dinamismo, per i movimenti, per l’intelligenza tattica. Ovviamente poi la valutazione sarà diversa a seconda del ruolo. Ognuno deve essere considerato in base a caratteristiche specifiche. Se viene scelto solo per il gesto tecnico, non ci ritroveremo mai ragazzi bravi.

In Italia ci sono 12 milioni di ragazzini che giocano a calcio; è improponibile che 10 mila arrivino ad alti livelli. Viene fatta una selezione troppo ampia, bisognerebbe fare una selezione più restrittiva per portare nei club futuri professionisti. Selezionandone troppi si illudono anche i ragazzi e le rispettive famiglie”.

Lei segue da vicino la Primavera del Napoli. Dopo la promozione dello scorso anno, i ragazzi di Frustalupi si sono salvati, vincendo il playout contro il Genoa. Come giudica il percorso degli azzurrini?

“È stato un percorso a due facce. Un girone d’andata eccezionale, la squadra ha raggiunto la seconda posizione facendo anche giocare il succitato Giannini, che ha trovato parecchio spazio. Ambrosino ha fatto una stagione eccellente. Anche D’Agostino si è messo in mostra. Idasiak è un ottimo portiere, una garanzia. Sulla linea centrale Hysaj, classe 2004, con Barba e Costanzo hanno disputato un’ottima annata.

Frustalupi era alla sua prima esperienza nella Primavera del Napoli. Ripeto, non so cosa sia successo nel girone di ritorno: c’è stato un blackout che ha portato il Napoli a giocarsi i playout. Era fondamentale per l’immagine del club disputare ancora la Primavera 1. Visto che il Napoli si è qualificato in Champions, i ragazzi giocheranno la Youth League: sarebbe stato davvero mortificante fare la Primavera 2. L’anno prossimo vedremo i 2004 e qualche 2005, ci sono vari ragazzi che meritano. Da citare Luigi D’Avino, un difensore centrale che è molto bravo”.

Ha già citato Giuseppe Ambrosino, calciatore che quest’anno ha fatto molto bene, realizzando 20 gol. In seguito ad un percorso di crescita, nei prossimi anni è possibile vederlo in orbita prima squadra?

“Sì. Ambrosino può farlo. Sarebbe fondamentale trovargli una collocazione adatta per farlo crescere. Sono convinto che anche Giannini possa fare questo percorso.  Ambrosino potrebbe emulare il percorso di Gianluca Gaetano. Quest’anno l’ho visto dal vivo in Cremonese-Cosenza, partita in cui ha realizzato una doppietta. Secondo me potrebbe rientrare anche nel giro della Nazionale. Al momento il suo percorso è simile a quello fatto da Insigne nei primi anni, con i prestiti alla Cavese, a Foggia e Pescara. Gaetano quest’anno è stato determinante per la promozione della Cremonese. È un calciatore dinamico anche senza la palla; è pronto e merita fiducia nella prima squadra del Napoli quest’anno”.

Un altro calciatore del Napoli che ha fatto molto bene è Antonio Vergara. Centrocampista che quest’anno ha totalizzato 12 assist vincenti. Cosa pensa di lui?

“Anche lui è bravo. Indubbiamente può trovare il suo percorso nel calcio professionistico. Molto dipende anche dagli allenatori e dai contesti in cui i giovani vanno ad inserirsi”

Il Cagliari primavera è stata la rivelazione del campionato, qualificandosi ai playoff per vincere il titolo. C’è qualche calciatore che potrebbe trovare spazio in prima squadra, in Serie B?

“Sicuramente D’Aniello, portiere 2003 di origini napoletane. Non è altissimo, come Cragno. Secondo me potrà trovare spazio in prima squadra”.

Ultima domanda. Chi è quel talento nel quale è riuscito ad intravedere del potenziale prima degli altri addetti ai lavori?

“C’è un giocatore che gli altri non immaginavano potesse giocare in Serie A. Molti pensavano fosse troppo lento, goffo e macchinoso. È Pobega. Quando osservavo il Milan primavera era uno dei meno considerati; io dissi che Pobega era un giocatore vero, infatti ora gioca in Serie A. Gli altri lo ritenevano troppo lento, dicevano che potesse oscillare al massimo tra la Serie B e Serie C. A volte la posizionamento tattico ti permette di arrivare prima degli altri. Non è tanto la velocità, ma come riesci ad occupare gli spazi nel campo”.

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ESCLUSIVA – Labate (Rai Sport): “Odermatt è già il più grande di tutti i tempi. Italia al maschile? Al momento una stagione negativa”

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Labate

Ogni anno, durante la stagione degli sport invernali, il pubblico di casa ha l’opportunità di sentire la voce di uno dei più grandi telecronisti dello Sci Alpino: Davide Labate. Il noto giornalista di Rai Sport, grazie ad una nostra esclusiva, ha analizzato la stagione 2023/24 dandoci anche qualche spunto per il futuro. Tra gli argomenti trattati non mancano di certo i riferimenti al campionissimo Marco Odermatt e le lodi ad uno dei più grandi di questo sport: Marcel Hirscher. Tuttavia, di seguito, vi proporremo l’intervista integrale di Davide Labate in esclusiva.

L’INTERVISTA ESCLUSIVA DI LABATE

Lei, ormai da tanti anni, racconta la Coppa del Mondo di Sci Alpino. Potrebbe dirci da dove nasce questa passione e cosa prova ogni volta che va in cabina di commento?

“Si, ormai sono quasi 15 anni – o addirittura di più – che commento. Non è una passione riferita solamente allo Sci ma, in generale, a tutti gli sport. Lo Sci mi è sempre piaciuto anche se sono siciliano ho cercato sempre di praticarlo. Non ho fatto agonismo ma sono sempre stato un appassionato. Tuttavia, quando vado in cabina di commento, provo molta ammirazione per quello che riescono a fare questi grandi atleti”.

Accanto a lei si sono seduti grandissimi ex sciatori. Che soddisfazione le dà sentire la loro voce da ex atleti che hanno avuto modo di essere loro stessi i protagonisti nelle gare?

“C’è sempre la soddisfazione di sentire la loro voce. Ma forse, la più grande, è il parere degli atleti prima della gara, stando anche in mezzo a loro. Questo è il bello dello Sci: stare a contatto con i protagonisti.

Adelboden, Wengen e Kitzbühel – molto probabilmente – rappresentano il trittico di gare per antonomasia. Potrebbe descrivere che aria si respira in quei posti a pochi giorni dall’inizio delle gare? 

Sicuramente è un qualcosa di molto molto particolare. Io, tra l’altro, aggiungerei anche Schladming che vive nel modo più puro la gara. Per quanto riguarda le tappe svizzere (Adelboden e Wengen) lì è uno sport nazionale e vedere tutta quella gente che rimane fino alla fine è bellissimo ed un grandissimo spettacolo. Kitzbuhel, invece, per esempio, con 50.000 persone resta uno degli spettacoli più belli che ci siano al mondo. Per carità, una finale del Campionato del Mondo o le Finals NBA hanno un fascino diverso solo perché è una finale. Ma lì – in Austria – è la singola gara ed è qualcosa di incredibile”.

Questa stagione è stata condizionata da molte gare annullate (Chamonix e Garmisch per esempio) per carenza di neve. Secondo lei le condizioni metereologiche cosa potranno causare in futuro?

“Ottima domanda. Bisognerà fare delle valutazioni perché non si possono avere tante gare, in calendario, sotto i 1000 metri. Tuttavia è logico che alcune “classiche” devono rimanere: in Germania, per esempio, una gara deve esserci e sarà proprio a Garmisch visto che non ci sono altre località così in alto. Però qualche aggiustamento si potrebbe fare: forse Chamonix è un rischio visto che si arriva a 1000 metri. Altri posti sono, per esempio, in Slovenia a Kranjska Gora e a Zagabria dove è giusto che le gare rimangano, però si dovrebbero avere altre località in riserva pronte ad allestire una nuova gara”.

Ha avuto modo di seguire le gesta di Marcel Hirscher, tra gli altri, che cosa ha dato allo Sci e se potesse raccontare, in particolare, la sua gara che ricorda meglio?

“Per quanto riguarda Hirscher non ricordo una gara in particolare. Notavo, invece, la carica agonistica dell’atleta che è stata qualcosa di incredibile. Riusciva a vincere anche quando era leggermente indietro – da un punto di vista tecnico – su Kristoffersen e Pinturault e se non vinceva era sempre li a mordere le code e a far sentire la sua presenza soprattutto psicologica.

Sempre su Hirscher: il ruolo che ha avuto suo papà. Cos’è stato per lui?

“Diciamo che è un po’ difficile rispondere poiché non abbiamo vissuto con lui da quando era piccolo (ride, ndr). Da un punto di vista tecnico, però, era un supporto incredibile. Veniva preso in giro quando Hirscher si è affacciato in CdM ed è stato fondamentale per la sua crescita e per i suoi successi.

Ora che è passato il dominio di Hirscher, c’è Odermatt. Pensa che diventerà lo sciatore più forte della storia?

“Per come sta vincendo forse lo è già. Gli manca la continuità su più anni ma il dominio di queste stagioni testimonia una cosa: non c’era mai stata una supremazia così netta da parte di nessun atleta.

Passiamo adesso all’Italia, in particolare quella maschile. Che bilancio possiamo trarre da questa stagione?

“Attualmente è un bilancio assolutamente negativo. Qualcosa di buono si è vista in velocità. Adesso, speriamo, che Vinatzer si riprenda del tutto, e ci aspettiamo qualcosina in più da Tommaso Sala. Per Vinatzer, soprattutto nello speciale, c’era un qualcosa legato ai materiali ma che adesso sembra superato”.

Una delle più grandi “delusioni” è stata la carriera di De Aliprandini. Il suo argento a Cortina aveva fatto capire altro. Cos’è successo in lui?

“Si, è sempre stato un buon atleta e gli è mancato qualcosa. Può dare ancora tanto ma siamo già nella parte finale della sua carriera. Sicuramente non gli ha giovato il fatto di essersi allontanato dal suo tecnico storico Walter Girardi. Non ha avuto la crescita tecnico-tattica che ci si aspettava e tuttavia è da capire cosa non ha funzionato.

Nella velocità stiamo andando bene. Paris lo vede protagonista anche l’anno prossimo? Invece su Casse e Schieder cosa può dirci?

“Per Paris sono d’accordo, sarà ancora protagonista anche perché tiene in alto la nostra bandiera nelle discipline veloci. Casse, non lo so, una brutta stagione ma ci aspettavamo di più rispetto a quello che aveva fatto vedere l’anno scorso. Schieder da valutare dopo l’intervento.

Passiamo, adesso, all’Italia femminile. Ogni anno vive grandi momenti di gloria con tante vittorie e piazzamenti sul podio. Goggia potrebbe trionfare in CdM generale come Brignone? Inoltre, chi potrebbe arrivare alla soglia delle 30 vittorie? 

“Difficile dire chi vincerà di più tra le due perché sono due grandi campionesse. Goggia, tra l’altro, ha subito l’ennesimo brutto infortunio. Io penso che lei potrebbe lottare anche per la classifica generale visto che la discesa e il Super-G sono il suo forte. Se trovasse la continuità sarebbe li a battagliare con Shiffrin, considerando che quest’ultima gareggia in tutte e quattro le discipline. Però, con questo infortunio, tutto complicherà i piani. Vediamo se l’anno prossimo ritornerà ai suoi livelli.

Ci sarà mai qualcuno che potrà battere il record delle 50 vittorie di Alberto Tomba?

“Attualmente è difficile dirlo poiché fatichiamo anche a vincerne una soltanto. Quindi non credo che sia pronosticabile una cosa del genere. Ci teniamo quel pizzico di speranza in più per il futuro”.

Mikaela Shiffrin è entrata sempre di più nella storia. Un suo commento personale?

“Non lo so: chi vince 100 gare di CdM  penso non lo si possa nemmeno commentare. Non c’è altro da aggiungere: solo complimenti a questa grande atleta”.

Ai Giochi Olimpici del 2026, cosa possiamo aspettarci dalla spedizione azzurra?

“Al momento molto poco. Bisogna anche far presto altrimenti arriviamo in ritardo anche per i Mondiali del 2029 qualora si disputassero in Val Gardena. A Milano-Cortina siamo aggrappati a Paris e Vinatzer, in campo maschile, sperando che il primo ci arrivi. In campo femminile c’è l’incognita Goggia, Brignone dovrebbe esserci come Bassino che con i suoi alti e bassi potrebbe essere mina vagante. E poi, chissà, se le sorelle Delago torneranno ad essere protagoniste e anche Laura Pirovano sembra fare quel passo ulteriore per arrivare sul podio. Inoltre attenzione a Vicky Bernardi che sta venendo su bene avendo un grande coach come Massimo Longhi che ha mandato più atleti in nazionale negli ultimi 10 anni. Lei, ricordiamo, è una classe 2002 e potrebbe fare bene in velocità.

 

Fonte immagine di copertina: Rai Sport

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Calcio femminile

ESCLUSIVA – Morace: “Serve una risposta per far crescere il calcio femminile”

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Carolina Morace Italia Milan calcio femminile

Un simbolo indiscusso del calcio femminile in Italia. Con Carolina Morace, il calcio femminile è salito alle luci della ribalta nei primi anni Ottanta, trovando spazio anche nell’opinione pubblica. Al contempo, però, sono emersi anche tutti i problemi con cui il movimento, ormai non più neonato, si trovava a convivere.

Da Carolina Morace in poi, però, il calcio femminile ha fatto una sterzata importante, fino a diventare lo sport conosciuto e seguito che è oggi. Nel frattempo, Morace ha appeso gli scarpini al chiodo e ha iniziato la carriera da allenatrice, fino a diventare CT delle azzurre, tra il 2000 e il 2005, e del Canada (con cui ha vinto una CONCACAF Women’s Championship e una Cyprus Cup) dal 2009 al 2011. Oggi ricopre anche il ruolo di opinionista e commentatrice tecnica per alcune emittenti nazionali.

La redazione di Numero Diez l’ha intervistata, in esclusiva, per cercare di fare un quadro di quello che è il movimento del calcio femminile oggi. E, in particolare, della figura della donna nel calcio. Anche a margine dell’avvento del primo arbitro donna, Maria Sole Ferrieri Caputi, in Serie A. E del ritiro, dalla nazionale, di Sara Gama.

Buongiorno signora Morace, parliamo con lei che è un simbolo del calcio femminile in Italia. Negli ultimi anni l’onda del calcio femminile è salita alla ribalta: cosa è cambiato rispetto a qualche anno fa, quando era guardato con maggiore sospetto?

Quello che è cambiato è che si sono avvicinati i mass media, da Sky alla Rai a tanti altri. E quindi, la gente ha cominciato a guardare il calcio femminile. Il calcio femminile è piaciuto e da lì in poi, contemporaneamente, sono entrate anche le squadre professionistiche maschili e questo ha portato il boom del calcio femminile. Ma c’è ancora tanto da fare perché questa è la richiesta degli spettatori, della gente comune a cui piace anche il calcio femminile. Ora ci deve essere una risposta del movimento, nel senso che dobbiamo far crescere questo sport”.

A questo proposito, quale pensa che sia lo stato di salute del calcio femminile italiano in questo momento?

In generale, non è un calcio in salute. Di questo ce ne accorgiamo dalle due mancate qualificazioni ai Mondiali, per quanto riguarda il calcio maschile. Ma anche per quanto riguarda il calcio femminile, le cose non stanno andando benissimo. Quindi, direi che c’è problema è del calcio in generale, non solo del calcio femminile”.

Di recente l’Italia femminile ha dovuto salutare un altro simbolo: Sara Gama, capitano storico della nazionale femminile, ha lasciato la nazionale. Che ricordi ha di lei?

Io non ho mai allenato Sara Gama. Quello che posso dire è che la ricordo come la capitana della nazionale, un capitano come ce ne sono stati tanti altri. Sono stata capitano anche io, Patrizia Panico e Sara Gama. È stata eletta a simbolo, continuerà a essere simbolo perché è il ruolo che le hanno affidato. Continuerà a fare quello che sta facendo per il movimento”.

Le donne ora sfondano anche nel calcio maschile e non solo sul rettangolo di gioco: in Serie A maschile c’è Maria Sole Ferrieri Caputi come arbitro e la sua presenza è stata accolta come una novità straordinaria. Quanto influiscono queste cose, per infondere ancora di più la passione del calcio nelle ragazzine?

Secondo me si tratta anche di far capire alle famiglie che attraverso il calcio si può avere un futuro, anche lavorativo. Il fatto che il calcio femminile sia professionistico è importante perché questo avvicina le giocatrici e le ragazzine, e soprattutto spinge le famiglie. Perché un conto è fare uno sport che, tra virgolette, non diventerà mai il tuo lavoro. E un conto invece è investire il tuo tempo su quello che magari in un futuro sarà il tuo lavoro. Che sia fare la giocatrice, l’allenatrice, l’opinionista, fare la giornalista, tutto quello che ruota attorno. Io credo che bisognerebbe fare di più per allargare la base del calcio femminile. Del resto, se negli altri paesi simili alla cultura italiana ci sono oltre 100.000 tesserate, in Italia siamo 30.000. Quindi c’è qualcosa che non va nella comunicazione”.

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Calcio Internazionale

ESCLUSIVA – Mandelli: “Vi svelo il metodo di Pioli! Il Torino può arrivare in Europa”

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Davide Mandelli, vice-allenatore della Nazionale di Malta, ex giocatore di Monza, Siena, Torino, Chievoverona

ESCLUSIVA MANDELLI – Davide Mandelli ha espresso le sue opinioni e le sue considerazioni nel corso di un’intervista rilasciata ai nostri microfoni, raccontando tappe fondamentali della sua carriera ed esponendo varie considerazioni sulla stagione in corso.

In particolare, l’attuale vice-allenatore della Nazionale di Malta, assistente di Marcolini, ha offerto vari spunti di riflessione in merito all’evoluzione del Monza, dove è iniziata la sua carriera di giocatore, fino ad analizzare la figura di mister Stefano Pioli, suo allenatore nella stagione 2010/11 sulla panchina del Chievoverona, e di Ivan Juric, emblema della crescita del Torino. Ovviamente, senza evitare riferimenti al proprio percorso attuale, rivelando gli obiettivi internazionali della selezione maltese.

Di seguito riportata l’intervista esclusiva a Davide Mandelli.

ESCLUSIVA MANDELLI: IL MONZA SECONDO UN BRIANZOLO

Da brianzolo, cresciuto nel settore giovanile biancorosso, cosa hai provato e stai provando nel vivere la scalata del Monza?

“Con l’approdo a Monza di Berlusconi e Galliani tutti immaginavamo e speravamo che il percorso fosse questo. Il tempo impiegato per arrivare nella massima serie è stato brevissimo, ma è stata una soddisfazione per tutti proprio perché è stata la prima volta nella storia del Monza in Serie A. Adesso c’è grande entusiasmo“.

Palladino potrebbe lasciare Monza a fine stagione. Al posto di Galliani, a chi penseresti come successore?

“Domanda complicatissima. Non so se Palladino vorrà andar via o ha altre opportunità. Ci si incontrerà a fine stagione e tutte le parti prenderanno una decisione comune. Sicuramente c’è da fare un grande applauso al mister perché sta facendo un gran lavoro: la squadra gioca bene, corre e sta dando il massimo di sé. Poi, il futuro di Palladino non lo conosco“.

In un ipotetico futuro ti vedresti bene sulla panchina del Monza da allenatore?

“Beh, è un sogno fin troppo esagerato. È normale che quando ci si approccia a questo lavoro, indipendentemente dal mio ruolo attuale di collaboratore, bisogna cercare di stare all’interno delle proprie competenze e dei propri spazi. In futuro non nascondo che mi piacerebbe provare un percorso importante, ma da lì a pensare alla panchina del Monza, è difficile”.

ESCLUSIVA MANDELLI: LA REALTÀ DI MALTA

In merito al tuo ruolo attuale da collaboratore della Nazionale di Malta, qual è l’atmosfera che si vive in vista degli impegni di Nations League?

“Qui ci sono tutti i presupposti per fare un buon lavoro, perché abbiamo tutte le strutture necessarie per poter lavorare in maniera corretta. Ci stiamo preparando ai prossimi impegni, ossia le amichevoli di marzo, per poi affrontare la tappa delle amichevoli di giugno. Solo dopo queste gare si punterà all’obiettivo di fare una grande Nations League nei tre mesi settembre-ottobre-novembre, in cui punteremo ad arrivare primi nel girone“.

Rimanendo in tema Malta, l’attuale allenatore è Marcolini, con cui hai condiviso lo spogliatoio anche da giocatore in carriera. Come cambia l’attitudine personale nel passaggio da giocatore ad allenatore, avendolo vissuto direttamente in questo caso?

“È vero che da allenatore si hanno più responsabilità e ci sono un milione di fattori in più a cui pensare, ma la cosa fondamentale è rimanere se stessi. A maggior ragione, essendo stati calciatori, si capisce subito quando qualcuno bluffa o finge di non essere quello che è, perdendo credibilità. L’importante è avere linee guida e regole, però ognuno deve seguire il proprio modo di essere”.

ESCLUSIVA MANDELLI: SUL TORINO

Il Torino ha possibilità di raggiungere un piazzamento che permetterà loro di giocare in Europa, guidato da Juric?

“Credo che le possibilità ci siano perché il campionato è ancora lungo e il distacco non è così enorme da quelle avanti. È chiaro che ci sono tante squadre coinvolte e si rischia sempre di perdere punti importanti, rubandoseli fra loro. Tuttavia, le prestazioni e del Torino sono ottime e ci sarà l’opportunità di provarci fino alla fine. Se si rientrerà fra le squadre europee non lo so, siccome vi sono altre squadre molto attrezzate per ambire a quelle posizioni. Ciononostante, i frutti del lavoro di Juric sono evidenti, la squadra si riconosce nelle caratteristiche del suo allenatore. I presupposti per continuare un buon percorso ci sono, ma saranno fondamentali gli scontri diretti e gli eventuali periodi di difficoltà”.

ESCLUSIVA MANDELLI: L’EVOLUZIONE DI PIOLI

Pioli è stato uno dei tuoi allenatori al Chievo. Conoscendolo direttamente, quanto si è evoluto a livello tattico dal 2010 a oggi?

Ho un debole per il mister. Oltre a essere un grande allenatore, è una grandissima persona e, quindi, ne parlo sempre bene. Per quel che riguarda la sua evoluzione, ho avuto modo di apprezzare quasi tutte le sue partite dal vivo durante lo scorso campionato. Dunque, posso affermare che non c’è mai una partita uguale alle altre. Mister Pioli adotta accorgimenti sia difensivi che offensivi, i quali fanno capire il grande studio che c’è tra partite. Anche quest’anno sta facendo lo stesso e, nonostante qualche risultato meno positivo, si nota il suo studio e il suo aggiornamento costante, come testimoniato dalla diversa attitudine dei calciatori di volta in volta”.

Potenzialmente, mister Pioli può trascinare il Milan alla conquista dell’Europa League? Merita il rinnovo per aprire un lungo ciclo in rossonero?

“Essendo di parte, direi che merita tutto. Riguardo l’Europa League, il Milan ha tutte le carte in regola per arrivare in finale. Ci sono squadre forti e toste, contro le quali è necessario lottare per vincere una competizione europea. Il Milan può farcela, ma a volte sono i dettagli a fare la differenza”.

 

Fonte immagine di copertina: profilo Instagram Davide Mandelli

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Calcio Internazionale

ESCLUSIVA – Mandelli si racconta: “Ibra il più forte di tutti. Il Chievo della Champions…”

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In foto: Davide Mandelli, ex calciatore di Monza, Chievo e Torino e vice-allenatore della Nazionale di Malta; Adriano, ex calciatore di Parma, Inter, Fiorentina, Roma e Flamengo

ESCLUSIVA MANDELLI – Il primo decennio del XXI secolo è stato un periodo molto complesso per il calcio italiano, in cui si sono alternati momenti di gloria e crisi profonde, tra grandi campioni e il caso Calciopoli. Un percorso simile lo ha vissuto il Chievoverona, una delle realtà provinciali più sorprendenti di quegli anni, capace di avvicinarsi concretamente alla Champions League e, al tempo stesso, di sprofondare verso il basso, fino al fallimento.

I tifosi clivensi hanno vissuto un’epoca d’oro nei primi anni 2000, in cui hanno avuto la possibilità di acclamare allenatori e giocatori di alto livello. Fra questi, rientra senza ombra di dubbio Davide Mandelli, difensore e bandiera del club gialloblù, nato anagraficamente e calcisticamente a Monza, cresciuto a Torino e consacratosi a Verona. L’ex difensore, attualmente vice-allenatore della Nazionale di calcio di Malta, si è raccontato in un’intervista alla nostra redazione, raccontando vari aneddoti della sua carriera.

Di seguito riportata l’intervista esclusiva a Davide Mandelli.

ESCLUSIVA MANDELLI: IL PERIODO A TORINO

Per quel che riguarda il tuo passato con la maglia del Torino, quanto ha influito la crisi societaria dei primi anni 2000 sia in campo che nelle prestazioni extra-campo per voi calciatori?

“Io ho lasciato Torino prima della fatidica confusione provocata dalla mancata promozione, nonostante avesse vinto i playoff, a causa dei vari problemi che c’erano. Ti dirò che quello è stato il rammarico della mia carriera perché rientrando dal prestito a Siena, dove avevo appena vinto il campionato di Serie B, avevamo una squadra che doveva e poteva andare in Serie A, lottando fino in fondo. Lì è mancato qualcosa sicuramente”.

ESCLUSIVA MANDELLI: L’AMORE PER IL CHIEVO

Il tuo esordio in maglia Chievoverona e, in particolare, in Serie A, è avvenuto in un’occasione tutt’altro che facile (Chievo-Inter 2-2). In quella partita hai dovuto fronteggiare il duo Adriano-Vieri, con il primo autore di una rete. Si può dire che l’Imperatore sia stato il giocatore più forte mai affrontato? In caso contrario, chi individueresti come tuo avversario più forte?

“Sicuramente esordire in un match così non è semplice, ma nonostante la poca esperienza avevo un’età importante e avevo imparato molto dalla Serie B. In tale occasione, ho appreso di dover giocare titolare due ore prima della gara, al contrario di quanto sapevo fino al giorno precedente. Dunque la pressione non l’ho sentita tanto: sono entrato in campo e dato tutto. Fondamentalmente, quando si tratta di affrontare giocatori di quel valore, hai poco da perdere, anche se fare brutte figure e commettere errori non fa mai piacere a nessuno. Ho vissuto il mio esordio in Serie A in maniera piuttosto tranquilla, rispetto a situazioni di difficoltà emotiva e agitazione vissute in altre situazioni successive.

Il calciatore più forte mai marcato? Ho avuto la fortuna e, di conseguenza, la sfortuna di incontrare grandissimi campioni. Fare un nome solo è difficile, ma fra tutti ricordo bene Ibrahimovic, perché “sfortunatamente” l’ho incontrato con la Juve, l’Inter e il Milan. Tra i campioni di quel periodo lì, però, ci sarebbe l’imbarazzo della scelta: Totti, del Piero, Shevchenko, Crespo…”.

Il ritorno contro la Beneamata (Inter-Chievo 1-1) è stata un’altra occasione memorabile per te, avendo segnato il tuo primo gol in Serie A. Da bandiera del Chievo, quella rete che ricordi ti evoca?

“È stata una grandissima soddisfazione. Il primo gol non si scorda mai, a maggior ragione perché sono nativo della zona e sono cresciuto seguendo il Milan a San Siro. Quello era il “mio stadio”, parlando da tifoso, e segnare in quel luogo il mio primo gol contro l’Inter, in una partita finita con un risultato positivo, è un piacere da ricordare”.

Nel corso delle tue otto stagioni a Verona, c’è mai stata l’opportunità di cambiare maglia verso un top team o hai rifiutato varie opportunità per amore del club, seguendolo anche in Serie B?

“Ci sono stati frangenti in cui operazioni di mercato avrebbero potuto cambiare la mia carriera, ma non si trattava di squadre d’élite. Per questo sono sempre rimasto con la maglia gialloblù, scegliendo di fare un sacrificio calcolato dopo la retrocessione. Ognuno di noi aveva qualcosa da restituire al Chievo dopo anni bellissimi, dove abbiamo vissuto i preliminari di Champions League. Non nascondo che ci sono state difficoltà a inizio stagione, specialmente durante il ritiro estivo, dove il mercato poteva creare problemi non solo a me, ma anche ai miei compagni. Successivamente ci siamo guardati in faccia e la realtà dei fatti dice che avevamo un solo obiettivo, poi realizzato: tornare subito in Serie A. In caso contrario sarebbe stato un problema per noi e per la società. Abbiamo dimostrato di avere qualità e valori superiori alle altre, sebbene non sia sempre scontato risalire immediatamente dopo una retrocessione”.

Hai accennato a una partita top della tua carriera, ossia il preliminare di Champions League. È stata la partita più significativa per te? Che emozioni si vivono in tale occasione?

“Avendo parlato di rammarico più grosso della mia carriera come stagione a Torino, invece Chievo-Levski Sofia è stata senza dubbio la gara più rammaricante. All’andata ero infortunato e non ho potuto partecipare alla trasferta a Sofia. Al ritorno ho giocato ma non ero al 100%. Era la partita più importante della mia carriera ma sapevo che sarebbe stata l’unica, salvo il passaggio del turno. Mandare giù l’assenza nel primo incontro è stato complicato, così come l’eliminazione. Ciò ci ha portato a giocare i preliminari anche in Europa League, persi anch’essi. Il contraccolpo psicologico e i problemi vari sono stati fatali, portandoci alla retrocessione all’ultima partita”.

Hai condiviso lo spogliatoio con giocatori davvero importanti, come Julio Cesar, Sorrentino o Tiribocchi, con quest’ultimo che ha condiviso varie esperienze con te. È lui l’emblema del bomber di provincia? 

“Simone (Tiribocchi) è un mio grande amico, ci frequentiamo tuttora. È stato un grandissimo attaccante, con cui ho condiviso lo spogliatoio a Torino, Siena e a Verona per 4 stagioni. L’unica cosa poco carina che posso dire su di lui, è che quando giocavamo contro lui faceva sempre gol, forse perché mi conosceva bene o perché riusciva a tirar fuori il coniglio dal cilindro. Dopo le partite è stata dura andare a cena con lui (ride n.d.r.)”.

Scelta molto delicata: hai condiviso lo spogliatoio con 3 simboli del Chievo come Tiribocchi, Pellissier e Amauri. Chi ti dava più garanzie fra loro?

“Dico Sergio (Pellissier) perché è stato il mio capitano per tanti anni ed è stato il miglior marcatore della storia del club, infrangendo record impossibili. Però, non vanno tralasciati gli altri due, perché nella nostra stagione migliore tutti e tre hanno disputato un campionato davvero importante. In seguito hanno scelto strade diverse, ma stiamo parlando di 3 grandissimi attaccanti”.

ESCLUSIVA MANDELLI: LA VITA DURANTE CALCIOPOLI

Da giocatore di Serie A durante il periodo di Calciopoli, come hai gestito questa situazione, sia in campo che fuori?

“È stato un periodo in cui si sono susseguite notizie poco gradite. Il momento era molto difficile, ma credo che il calcio italiano ne sia uscito rinforzato, a maggior ragione dopo la vittoria del Mondiale. Purtroppo sono successi questi fatti e bisogna prenderne atto, sperando che non ricapiti nuovamente. Questo discorso rappresenta una brutta pagina del calcio tricolore. Ora è giusto guardare avanti con fiducia, avendo superato questo momento”.

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