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ESCLUSIVA – Michelangelo Rampulla: “La Juventus è stata una scelta di cuore, con Peruzzi ci sentiamo spesso”

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3 settimane fa:

ESCLUSIVA RAMPULLA – Il calcio di oggi diverte i milioni e milioni di appassionati che settimanalmente si incollano al televisore o giungono allo stadio per assistere alle partite. Un calcio decisamente più veloce e tecnico rispetto a quello del ventesimo secolo, che però – a sua volta – ha avuto il suo fascino. I soldi venivano meno e di conseguenza i diritti tv e gli sponsor non erano di particolare sostanza, ma ciò che era di rilievo era la passione che trasudava dai giocatori. Le bandiere, una categoria di calciatori ormai carente, non erano utopia e l’attaccamento alla maglia rientrava nella normalità.
Un periodo che ha segnato la storia del calcio europeo, nel quale si sono distinte diverse squadre italiane ed altrettanti giocatori. E uno su tutti è sicuramente Michelangelo Rampulla, ex portiere della Juventus (con cui ha conquistato dodici trofei) che ha vestito anche le maglie di Cesena e Cremonese. Entrato nella storia della Serie A per essere stato il primo portiere a segnare un gol su azione nel massimo campionato, Rampulla è ora nelle vesti di preparatore dei portieri della Salernitana. Di questo e molto altro ci ha parlato in occasione di un’intervista gentilmente rilasciata a Numero Diez, il quale ringrazia della disponibilità.
INTERVISTA MICHELANGELO RAMPULLA
Ciao Michelangelo, partiamo dalle origini e quindi dalla Pattese. Quali sono i ricordi più belli legati alla squadra del tuo paese? E soprattutto, perché avresti voluto fare l’attaccante piuttosto che il portiere?
“Volevo fare l’attaccante perché mi faceva impazzire. Toccavi tanti palloni rispetto al portiere, eri sempre nel vivo del gioco e poi potevi fare gol. Per questo volevo giocare fuori dai pali, poi ho deciso di mettermi i guanti da portiere e mi ci sono abituato. Per me l’importante era giocare a calcio. Sul ricordo più bello con la Pattese ti dico di quando abbiamo vinto il campionato regionale della categoria giovanissimi. Un’emozione incredibile perché la nostra era una squadra che veniva da un piccolo paesino, rispetto anche a quelle di Messina, Catania, Palermo”.
A diciott’anni poi è arrivata la chiamata da parte di un certo Beppe Marotta, all’epoca giovane direttore sportivo del Varese. Ricordi ancora le sue parole per convincerti a lasciare la Sicilia?
“In realtà il discorso è un po’ più lungo. Il direttore sportivo del Palermo Erminio Favalli mi chiese di firmare con loro, ma mio padre costrinse (ride, ndr) il Presidente di allora della Pattese a farmi fare un provino con il Varese, visto che ero stato segnalato dal Messina. Allora dopo aver concluso il provino, che tra l’altro era andato benissimo, Beppe Marotta si avvicina a me dicendomi: “Tuo padre è d’accordo col fatto che tu rimanga qui vero?”. Dissi subito di sì e nel giro di poche ore mi fece firmare”.
Successivamente hai vestito le maglie di Cesena e Cremonese, annate in cui ti sei reso protagonista di due episodi abbastanza rari. Il primo è quello del calcio di rigore sbagliato con gli emiliani, mentre l’altro è il gol che ti ha permesso di entrare nella storia del calcio italiano. Ti andrebbe di raccontarci qualcosa di più?
“Certo. Riguardo al rigore che ho sbagliato con il Cesena ero stato designato come tiratore perché nelle giornate precedenti ne erano stati sbagliati quattro da quattro persone diverse. Quindi l’allenatore mi ha chiesto se me la sentissi e non mi tirai indietro viste le buone qualità che avevo. Ma quando mi presentai davanti al mio collega sfortunatamente sbagliai, lui fece una grande parata. Sul gol che ho segnato, invece, credo ci sia poco da dire. È successo qualche anno dopo e ne hanno parlato tutti. Era la prima volta che un portiere segnava su azione e questo ha avuto una risonanza mediatica incredibile. Poi anche altri portieri ci sono riusciti e il fatto di aver aperto questa strada mi fa piacere. Sono state due esperienze forti che mi hanno aiutato a crescere”.
A Cremona sei stato uno dei perni fondamentali e hai acquisito tanta esperienza. Ma credi che la tua carriera sarebbe stata la stessa se nel 1985 avessi completato il trasferimento al Napoli?
“Lì i tempi erano diversi, non maturi, e non potevi importi sul trasferimento. Nonostante volessi accettare l’offerta del Napoli già nel mercato di riparazione di novembre, il direttore generale Pierluigi Cera mi disse di aspettare fino a giugno. Poi purtroppo sono cambiate alcune cose e non sono più andato. Sicuramente sarebbe stato un anticipo del fatto di giocare in Serie A e con Maradona, oltre che con il resto di quella squadra formata da campioni. Quindi ti dico che sarebbe stata una carriera diversa, sicuramente”.
Vieni quindi notato da alcuni top club, tra cui la Juventus. Quali sono state le prime sensazioni dopo la chiamata ricevuta? Aspettavi proprio di vestire quei colori o hai colto l’occasione che si è presentata?
“Un po’ tutte e due. Essendo un tifoso juventino quello era il mio sogno nel cassetto, anche se immaginavo di vestire quella maglia in una maniera diversa. Avrei voluto essere il portiere titolare perché negli anni 80 ero titolare della Nazionale Under 21 e speravo di arrivare prima in Serie A. Ma, come detto prima, i tempi non erano maturi e per un giovane era difficile approdare in una squadra top come la Juventus. Tuttavia, la mia è stata una scelta di cuore e mi sentivo comunque pronto dopo aver giocatore con Varese, Cesena e Cremonese. Quindi anche il solo fatto di disputare 10/15 partite a stagione mi andava bene. E alla fine ho accumulato più di 100 partite in dieci anni, mi ritengo soddisfatto”.
Una squadra, infatti, che si è sempre distinta per la quantità di campioni (o futuri tali) presenti in rosa. Tu hai condiviso lo spogliatoio bianconero anche con Baggio, Ravanelli, Del Piero e Buffon, ma chi ti ha colpito di più per prestazioni sportive? Con chi, invece, hai instaurato un legame forte?
“Aver fatto parte di quella squadra mi ha fatto apprezzare diversi giocatori che mi colpivano non solo in partita, ma anche in allenamento. Mi riferisco a Baggio e Ravanelli come hai detto tu, ma anche Zidane, Nedved e i sottovalutati Di Livio e Torricelli. Ma in particolare mi ha colpito Peruzzi. Lo seguivo tutti i giorni e posso dire che è stato un portiere straordinario. Tutti grandissimi professionisti, uomini veri e soprattutto ottimi compagni di squadra. Ho legato con tutti all’interno dello spogliatoio, ma con Peruzzi ho un rapporto speciale. Ci sentiamo spesso, facciamo anche delle vacanze insieme. Ma sono rimasto abbastanza in contatto con tutto il gruppo che c’era alla Juventus negli anni novanta. E poi come dimenticare Vialli? Gianluca mi ha impressionato tanto a livello sportivo e anche con lui avevo un bel rapporto, ci sentivamo sempre”.
A Torino hai vinto tutto, dai campionati italiani alle coppe europee. C’è un trofeo che senti più tuo o che possa, in qualche modo, tornarti subito in mente quando ripensi alla Juve?
“Sicuramente quello che sento più mio è la Coppa Uefa del 1993. Ho giocato entrambe le semifinali contro il Paris Saint-Germain da titolare e per questo mi sento più partecipe. Poi anche il primo scudetto, quello del 1995, lo sento abbastanza mio. Ho giocato le ultime otto partite del campionato, tra cui quella cruciale contro il Parma che ci ha proclamati Campioni d’Italia. Da juventino è stata una cosa incredibile, a livello emotivo è un trofeo che sento davvero mio”.
Nel 2002 la decisione di togliere definitivamente i guanti per dedicarti alla sola preparazione dei portieri. Dalla Juventus alla Cina, fino ad arrivare alla Salernitana. Quali sono – secondo te – le caratteristiche principali che deve avere un giovane portiere per puntare in alto?
“Questa non è una domanda facile (ride, ndr). Secondo me il giovane portiere deve avere un carattere freddo ed equilibrato, che riesca a sopportare la delusione di un errore e a gestire la gioia dopo una bella parata. Poi comunque per giocare in questo ruolo devi essere nato predisposto, chiaramente con il tempo si migliora. Non devono mancare neanche tecnica e passione per la posizione in cui giochi, ma la caratteristica fondamentale è la forza nella testa.
A Salerno sembrano non esserci delle gerarchie ben precise tra Ochoa e Sepe. Il tuo ruolo, oltre che preparare loro alla prossima partita, ti permette di indirizzare l’allenatore sul possibile titolare?
“Io credo che ogni allenatore abbia le basi e le competenze per giudicare i suoi giocatori, ma se mi chiede un parere io sono sempre disponibile. Il mio compito è quello di preparare tutti e tre i portieri allo stesso modo, quindi mettere a disposizione del tecnico professionisti che possano giocare in Serie A. Il mio è un ruolo abbastanza facile e che mi permette di andare avanti grazie alla mia esperienza e alla mie conoscenze, poi decide sempre l’allenatore. La Salernitana ha la fortuna di avere tre buoni portieri e chiunque giochi si impegna al 150%”.
Per finire, un commento sul campionato attuale di Serie A.
“Il Napoli sta facendo un grande campionato e questo è chiaro, gioca con semplicità e lo dimostra tutte le domeniche imponendo il suo gioco. È meritatamente prima in classifica, mentre le altre dovranno lottare per qualificarsi alle varie competizioni europee. Credo che mai come quest’anno il campionato sia dominato da una sola squadra. Competere con gli azzurri attualmente è difficile”.
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ESCLUSIVA – Brambati: “Conte in preda allo sconforto al Tottenham. Futuro? Lo vedrei bene alla Juve”
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4 ore fa:
Marzo 28, 2023
La notizia dell’addio anticipato di Antonio Conte al Tottenham ha colto di sorpresa un weekend all’insegna del calcio, giocato dalle nazionali e tutti gli appassionati al mondo del pallone. Questo grande shock, però, adesso segue una domanda molto chiara e dalla risposta, per il momento, sconosciuta: quale sarà il prossimo approdo dell’allenatore leccese? Per provare a indagare sul suo futuro, la redazione di Numero Diez ha deciso di intervistare Massimo Brambati, attuale procuratore e opinionista, nonchè amico di Antonio Conte. L’ex calciatore ha voluto analizzare le cause del suo addio agli Spurs, a cui potrebbe seguire un ritorno al futuro in grande stile. Di seguito, proponiamo il contenuto integrale dell’intervista.
Si aspettava una rottura immediata del rapporto tra Conte e il Tottenham?
“Non è che non me lo aspettassi. La verità è che conosco molto bene lui, la sua ambizione e anche la sua bravura. È logico che, stando in una squadra che dimostra, nella proprietà, nella dirigenza e nei giocatori, di non avere la stessa fame dell’allenatore, Antonio si sia fatto prendere dallo sconforto. E lo capisco“.
Non è la prima volta che Conte fa un passo indietro rispetto alle proprie precedenti avventure in panchina. Queste dimissioni erano necessarie a questo punto della stagione, visto che il Tottenham si sta giocando l’accesso diretto alla prossima Champions League?
“Questa è una valutazione talmente personale che riguarda lui e il presidente; pertanto, non mi permetto di giudicare, anche perchè non sono perfettamente a conoscenza della dinamica di quello che può essere successo tra le due parti“.
Conte ha sempre detto di sposare un progetto laddove vedeva quel barlume di possibilità di vittoria. Era così anche con il Tottenham?
“Anzitutto, io credo che la società giustamente avesse delle aspettative sull’allenatore, il quale, a sua volta, aveva delle aspettative sui giocatori. Credo che, in questo caso, i giocatori siano stati un po’ una delusione. È chiaro che, per arrivare a vincere, non passa un solo mese od otto mesi o, magari, neanche un anno o un anno e mezzo. Alla Juventus e al Chelsea ha vinto al termine della prima stagione. All’Inter ha vinto dopo due annate. A volte si presentano dei percorsi diversi, che portano una squadra a crescere in tempi diversi. Evidentemente lui ha capito che questa crescita non c’era. Questo lo ha capito anche attraverso i risultati, che non quelli che lui si attendeva”.
Adesso ci si interroga sul suo futuro: ci sono possibilità di rivederlo in Italia?
“Io me lo auguro per il calcio italiano. Il calcio italiano ha i migliori allenatori in circolazione: lui è uno dei principali esponenti di questa fazione, se non il principale. A mio modo di vedere, arricchirebbe, più in generale, il nostro campionato e, in particolare, la squadra in cui andrebbe ad allenare. Sono convinto che la squadra che lo prenderà, andrebbe sicuramente a vincere“.
Le faccio i nomi di quattro squadre potenzialmente interessate al suo profilo: queste sono l’Inter, la Juventus, il Milan e la Roma. Quale delle compagini citate farebbe più al caso di Conte?
“Sono tutte squadre importanti e club prestigiosi, ma, se devo dire la mia, io vedrei bene un suo ritorno alla Juve. In ogni caso, se fossi il dirigente di una di queste quattro società, mi farei in mille per portarmelo a casa“.
Ha fatto il nome della Juventus. Focalizzando un attimo l’attenzione sui bianconeri, cosa pensa del lavoro, svolto da Allegri in più di un anno e mezzo di guida tecnica?
“È sotto gli occhi di tutti il valore del suo lavoro. La Juventus è una squadra abituata a vincere. Se non vinci, hai fallito. Non lo dico io, lo dice la storia della Juventus. È stato esonerato un allenatore come Sarri, che ha vinto lo scudetto ed è stato mandato via Pirlo, che ha vinto la Supercoppa e la Coppa Italia. Allegri non ha vinto niente fino a questo momento. È vero che ha il credito dei cinque scudetti, vinti durante la sua prima esperienza in bianconero, però, va detto che i crediti finiscono. Io credo che, se la Juventus non dovesse vincere niente anche quest’anno, sarebbe un’altra stagione deludente, al netto della penalizzazione e delle vicende societarie. Alla Juventus, arrivare secondi non è un vanto: è una sconfitta“.
Quanto contributo in più apporterebbe Conte rispetto a quello garantito da Allegri fino a questo momento?
“Ci siamo portati già un po’ avanti nelle eventualità…Dico solo che quando gli metti del materiale sufficientemente buono, ti porta a casa sicuramente qualcosa. È certo che ci deve una predisposizione al lavoro e al sacrificio per raggiungere un obiettivo a ogni costo, mettendo prima l’interesse del gruppo e, poi, quello del singolo. Questo è un suo credo. Così ha vinto quasi dappertutto sia in Italia, dove sottolineerei anche le vittorie dei campionati di Serie B con il Bari e il Siena, e anche all’estero“.
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ESCLUSIVA – Buriani: “Napoli-Milan? Difficile fare un pronostico”
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1 giorno fa:
Marzo 27, 2023
Il derby italiano dei quarti di finale di Champions League tra Napoli e Milan fa tornare alla mente tanti ricordi legati al periodo in cui le squadre della nostra penisola trionfavano nell’Europa che conta. Inter, Juventus e i rossoneri stessi hanno portato in alto il nome dell’Italia in giro per l’Europa, conquistando trofei e riconoscimenti iridati. Vedere finalmente tre squadre tra le migliori otto per la coppa dalle grande orecchie fa sicuramente ben sperare, nonostante appunto una tra Milan e Napoli sia destinata a fermarsi qui. Sono stati tanti i giocatori che hanno militato per entrambe le compagini nella storia del calcio e noi di Numero Diez abbiamo provato a contattarli per sapere la loro su questo scontro tutto italiano che coinvolgerà un paese intero.
Il primo intervistato è Ruben Buriani, ex centrocampista che oltre alle due squadre sopracitate ha giocato anche in altre squadre importanti come SPAL, Cesena, Monza e Roma. Una carriera di alto livello, condividendo lo spogliatoio con giocatori di assoluto livello come Gianni Rivera e Diego Armando Maradona. Una persona che si è contraddistinta anche fuori dal campo, rivelatasi tale anche per l’enorme disponibilità e gentilezza che ha dimostrato nei nostri confronti. Con lui abbiamo parlato appunto della sfida tra Milan e Napoli, ma anche dei percorsi intrapresi nelle ultime stagioni, il lavoro fatto da Pioli e Spalletti e alcuni aneddoti e rivelazioni legati alla sua carriera.
NAPOLI-MILAN, UNO SCONTRO CHE RIPERCORRE LA SUA CARRIERA
Per lei che ha militato sia nel Napoli che nel Milan, come vede questo scontro? C’è una favorita?
“Guardando il campionato non c’è sfida, ma in campo internazionale può succedere di tutto. In questo momento il Napoli sta dimostrando una forza che nessun’altra squadra ha, anche in campo europeo. In Champions League ha fatto paura a tutti ma in due partite secche così magari chi è più abituato a farle ha più vantaggio, nonostante il Milan negli ultimi tempi non ne abbia giocate tante. Nello stesso tempo però è difficile fare un pronostico tra due squadre di questo tipo. Sicuramente i partenopei, anche per quello che stanno facendo in campionato, partono leggermente favoriti“.
Secondo lei è meglio trovare una squadre dello stesso campionato in una fase così avanzata della competizione?
“È meglio da un lato perché magari si conoscono molto bene, è peggio perché purtroppo una delle due va fuori adesso. Il sorteggio è stato questo, è chiaro che è bello vederle insieme a questo livello ma una dovrà uscire. Come dicevo anche prima, il Napoli per la continuità e la forza dimostrato parte una spanna avanti per raggiungere le semifinali. Il Milan quest’anno sta trovando alcune difficoltà, ma sicuramente non sarà una sfida facile per i partenopei”.
UN MILAN LONTANO DA QUELLO VISTO LO SCORSO ANNO
Proprio sulle difficoltà del Milan in questa stagione, l’operato di Pioli inizia ad essere messo in dubbio da tifosi e addetti ai lavori. Cosa ne pensa? Come valuta il suo operato?
“L’anno scorso ha vinto, e anche bene. Quest’anno alcuni giocatori, come Leao e Hernandez, al rientro dal mondiale non erano gli stessi. Han pagato questo scotto, sono due che fanno la differenza. Quando mancano loro si sente, c’è poco da fare. Nonostante questo il lavoro di Pioli in questi due anni è stato buono, ha riportato il Milan in Champions, vincendo il campionato e arrivando anche ai quarti quest’anno. È chiaro che poi il lavoro di un allenatore viene valutato in base ai risultati, ma non sempre questi rispecchiano l’intero lavoro fatto. La mancanza di risultati risalta all’occhio dei tifosi soprattutto, ma ritengo che Pioli abbia fatto un lavoro produttivo e si merita la conferma anche per i prossimi anni. Ovvio che se la cosa dovesse continuare il primo a pagarne sarebbe lui, come succede spesso, vedi Conte. Ogni allenatore ha la propria storia e i risultati ne fanno parte in modo decisivo, c’è poco da fare”.
IL LAVORO DI SPALLETTI PER UN NAPOLI DA RICORDARE
Nonostante l’addio di Insigne e Koulibaly il Napoli si è ripreso immediatamente, con un cammino, almeno per il momento, incredibile. Cosa ne pensa del lavoro di Spalletti e della dirigenza partenopea?
“A inizio stagione è sempre difficile fare delle valutazioni, ma è chiaro che l’anno scorso il percorso sia stato ben diverso, nonostante la presenza di Koulibaly e Insigne. La dirigenza è stata super, chi è andato via è stato sostituito in modo egregio. Visto è considerato cosa stanno facendo Kvaratskhelia e Kim Min-Jae va dato un plauso a chi si è occupato di seguirli e prenderli. Hanno fatto una campagna acquisti incredibile, hanno trovato una solidità e una forza che non avevano gli scorsi anni. Il merito va alla dirigenza e all’allenatore, una lunghezza nella rosa di questo tipo non si vedeva da parecchio tempo”.
Proprio la lunghezza della rosa è uno degli elementi fondamentali nel percorso del Napoli. Ne è la prova la stessa partita di campionato tra Milan e Napoli, decisa proprio da un gol di Simeone, una riserva decisiva in più occasioni quest’anno. È d’accordo?
“Si si assolutamente, hanno una rosa competitiva in tutti sensi. Come manca uno, entra un altro, senza che la squadra ne risenta. Chiaramente che per chi rimane fuori non fa piacere, ma visti i tanti impegni tutti hanno avuto tanto spazio. Chi ha operato per portare a Spalletti una squadra così va solo che elogiato, visti i risultati e il calcio che gioca”.
LA CARRIERA DI RUBEN BURIANI
Lei ha avuto la fortuna di giocare sia per il Napoli che per il Milan, in due stadi importanti come il San Paolo e San Siro. Quali sono state le differenze che ha riscontrato? La tifoseria?
“Milano è una città un po’ più fredda a differenza di Napoli, un clima più frenetico. Diciamo anche che ai miei tempi il calcio veniva visto in modo diverso. Adesso ognun può vedere tutte le partite che vuole, per intero. Prima invece era diverso, c’era solo Novantesimo minuto che in sessanta secondi ti faceva vedere tutto. I tifosi affezionati erano quelli che ti guardavano allo stadio, adesso c’è anche chi da lontano si lega a una squadra. Comunque si tratta di due città diverse, una molto più calda dell’altra. Anche durante gli allenamenti, a Milanello c’era poca gente mentre a Napoli le persone venivano a vederti a centinaia. Il tifo adesso però credo sia cambiato, la televisione ha portato molta più gente ad avvicinarsi al mondo del pallone”.
Se le dico una data, 6 novembre 1977, cosa le torna in mente?
“Beh, diciamo che è una data che rimarrà impressa per sempre nella mia testa. Un ragazzo alla prima stagione in Serie A, in un derby così sentito come quello di Milano e vicino a grandissimi campioni si sentiva abbastanza in apprensione. Poi la partita diciamo che si è messa nel verso giusto e segnare quella doppietta è stato qualcosa di incredibile. La Serie A è un campionato difficile e riuscire a fare carriera lo è ancora di più. Arrivare ai massimi livelli vuol dire fare tanti sacrifici, ma è ancora più arduo riuscire a tenere certi ritmi per tanti anni. Bisogna lavorare quotidianamente per mantenere certi obiettivi che ti permettono poi di fare una carriera lunga e di toglierti certe soddisfazioni personali”.
LA FIGURA DI GIANNI RIVERA
Condividere lo spogliatoio con un campione come Gianni Rivera deve essere qualcosa che ti segna dentro. C’era qualcosa che la colpiva di lui?
“Era incantevole vederlo giocare, ma la cosa che mi colpiva di più era l’uomo fuori dal campo. Era un campione incredibile e lo dimostrava ogni giorno, a ogni singola sessione di allenamento. Ti permetteva anche di avere una tranquillità che non riuscivi ad avere con altri giocatori, passavi la palla a lui ed era come metterla in cassaforte. Stare quotidianamente con un campione di questo tipo ti spinge anche a lavorare di più, a cercare di raggiungere i più alto livello possibile, migliorandoti giorno per giorno”.
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ESCLUSIVA – Il Dott. Danilo Casali parla dei falsi “infortuni psicologici”

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2 giorni fa:
Marzo 26, 2023
Abbiamo avuto l’onore di poterci confrontare nuovamente con il Dott. Danilo Casali, esperto di prevenzione infortuni muscolari in ambito sportivo.
Ci ha parlato di quelli che ad oggi sono etichettati impropriamente come “infortuni psicologici” e ci ha portato due esempi lampanti che si sono verificati negli ultimi mesi, ovvero il caso di Nico Gonzalez e quello di Paul Pogba, ma i casi sono molto più frequenti.
Entrambi sono accomunati dal fatto di aver subito un nuovo infortunio muscolare effettivo, dopo che erano state fatte ipotesi di problemi psicologici, mentali, nel loro difficoltoso periodo che li ha tenuti lontani dal campo. Premesso che le implicazioni psicologiche di un individuo che soffre per un problema, sono individuali ed in
rapporto al proprio vissuto, questi riferimenti servono unicamente a far capire come, utilizzando la giustificazione psicologica, ci si allontani dalla ricerca delle cause effettive ancora presenti nel generare infortuni e recidive.
Nello specifico caso di Gonzalez, prima della convocazione per i Mondiali, lo staff e la società avevano ipotizzato un infortunio “mentale” per il loro atleta, insinuando un volontario atteggiamento frenato per non rischiare altri problemi in vista dell’imminente torneo in Qatar.
Il velocista argentino fu convocato ma poi lasciò il ritiro della nazionale prima del Mondiale per un infortunio di secondo grado insorto in allenamento.
Per Pogba, dopo un periodo lungo di assenza per la riabilitazione al ginocchio e quando il suo rientro sembrava imminente, è giunto un nuovo rinvio che ha lasciato perplesso anche l’allenatore. Sulla stampa qualcuno ha ipotizzato un infortunio psicologico anche per il francese, riferendosi a fonti vicine alla squadra.
Purtroppo, il centrocampista bianconero, ha subìto un nuovo infortunio muscolare documentabile con gli esami del caso, ovvero un problema reale tutt’altro che psicologico. Come per N.Gonzalez:
“È ampiamente noto che in medicina, quando un individuo lamenta problemi che non trovano conferma negli esami, venga chiamata troppo frettolosamente in causa la sfera psicologica/psicosomatica. Accade per un mal di schiena, per un mal di testa ricorrente e per molti altri disturbi. Il fatto che gli esami non possano “fotografare” certi disturbi funzionali, ovvero perturbazioni sul funzionamento corretto, porta a queste conclusioni molto spesso
totalmente prive di fondamento”.
L’OPINIONE DEL DOTT. CASALI
“Un atleta professionista come altri individui è soggetto a problematiche disfunzionali silenti, salvo il fatto che quando deve spingere al massimo in allenamento e competizione, può rilevare
percezioni fastidiose durante qualche movimento o dolori accentuati post-attività, anche a fronte di allenamenti non intensi, che lo inducono a stare in allerta: con netta riduzione delle potenzialità.
In qualsiasi auto moderna, la centralina elettronica inibisce la potenza se rileva qualche dato problematico proveniente dai vari sensori.
Il corpo è dotato degli stessi meccanismi ed un atleta di alto livello, che quotidianamente si allena ascoltandosi, è indubbiamente molto più affidabile nel percepire questi alert. Tutti gli allenamenti neuromuscolari effettuati, oltre alle altre finalità, perfezionano indirettamente questa capacità. E’ quindi paradossale che qualcuno, sicuramente informato dallo staff sanitario/atletico, faccia queste ipotesi quando non riesce a comprendere tutte le cause che incidono nel generare infortuni muscolari frequenti.
Dopo infortuni e ricadute sarebbe normale per chiunque avere quel minimo di timore/paura nel
ritornare in campo, ma le notizie sopra confermano sistematicamente come il problema infortuni
muscolari sia riconducibile non solo ai ritmi intensi imposti dal calendario, ma anche a questa zona d’ombra presente nelle procedure di valutazione medica, alla quale sfuggono le cause biomeccaniche alla base degli infortuni indiretti (senza nessun trauma/contrasto).
Come spiegare altrimenti le recidive che insorgono al ritorno in campo, o durante la stessa fase di
riabilitazione, accadute in questi mesi a più atleti (ad esempio Maignan e Lukaku)? Essendo già stati fermi per il loro recupero, non possono certo essere vittime delle partite ravvicinate”.
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ESCLUSIVA – Valerio Casagrande: “Per il Parma nel presente investimenti e capitale, nel futuro un modello autosostenibile”

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3 giorni fa:
Marzo 26, 2023
Abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistare Valerio Casagrande, Chief Financial Officer per il Parma Calcio 1913 e Coordinatore della Commissione Sostenibilità e Licenze Nazionali della Lega Serie B, con il quale abbiamo trattato diverse tematiche: dagli obiettivi del club, passando per la sostenibilità nel calcio di oggi e, chiudendo, con una visione futura della Lega Serie B.
Quali sono gli obiettivi societari del Parma Calcio nel breve e lungo periodo?
“Mi piacerebbe innanzitutto evidenziare l’esistenza di obiettivi nel lungo termine e di piani strategici e operativi per poterli realizzare. La programmazione a lungo termine, infatti, non è scontata nel nostro settore. Ritengo che l’adozione di un simile approccio sia un punto di forza della proprietà di Parma Calcio e del nostro gruppo. Nello specifico, i nostri obiettivi sono declinati su quattro pilastri fondamentali: lo stadio, il centro sportivo, lo sviluppo commerciale del brand anche dal punto di vista internazionale e, ultimo ma non meno importante, lo sviluppo dei giovani”.
Ce le può approfondire?
“Per quanto riguarda lo stadio, abbiamo l’obiettivo di avviare un’attività di ammodernamento dello Stadio Tardini. Renderlo più godibile e sostenibile dal punto di vista finanziario, ambientale e sociale, garantendo un’esperienza più funzionale per la nostra tifoseria.
Nel centro sportivo, invece, oltre ai campi di allenamenti ci sono anche gli uffici della società. La nostra intenzione è quella di ampliare la struttura, con la costruzione di nuovi campi da calcio, e di migliorare sia le aree destinate al personale amministrativo e gestionale, che quelle dedicate al personale sportivo.
Per quanto riguarda lo sviluppo commerciale, il Parma Calcio vuole puntare tra l’altro sulla visibilità internazionale acquisita nel corso della sua storia. Puntiamo all’ottimizzazione delle linee di ricavo esistenti nonché alla creazione di nuove, sempre rimanendo coerenti con la vocazione della società.
Infine, l’acquisizione, la selezione e lo sviluppo dei giovani è un principio applicabile a tutte le aree del club, in particolare a quella sportiva. I progetti di ammodernamento dello stadio e del centro sportivo sono finalizzati anche a fornire agli atleti le migliori facility possibili, permettendo di allenarsi e svilupparsi nel miglior modo possibile. Sono elementi che riteniamo renderanno il nostro club sempre più attraente per i migliori talenti.
In aggiunta a questi aspetti, vorrei evidenziare il nostro approccio metodologico, basato sull’acquisizione e sull’ analisi dei dati. Ovviamente bisogna bilanciare i due aspetti: la creazione e l’elaborazione dei dati, senza dimenticare le risorse umane, dove gli aspetti psicologici sono molto rilevanti”.
Tra i termini più utilizzati nel calcio di oggi c’è quello di ‘sostenibilità’. Quali sono, secondo lei, i fattori chiave di questo tema, collegati al sistema calcistico?
“Mi tolgo momentaneamente il cappello di CFO di Parma Calcio. Ti parlo, dunque, non da un punto di vista soggettivo, ma di sistema, cosa che mi viene abbastanza naturale avendo ricoperto in passato il ruolo di Head of Finance and Control Department della Lega Serie B ed essendo tuttora il Coordinatore della Commissione Sostenibilità e Licenze Nazionali della Lega Serie B.
Il settore vive, come ben testimoniato ad esempio dal Report Calcio della FIGC, una situazione di acuta tensione finanziaria, con un ammontare di debiti molto significativi. Dal punto mio di vista, è poco plausibile pensare e/o sperare che si affermino in forma diffusa – sottolineo in forma diffusa, perché a livello individuale, invece, si sono consolidate eccezioni di successo – dei modelli di gestione che nel breve periodo determinino un sostanziale turnover rispetto alla situazione attuale.
Sul lato delle entrate, è verosimile, infatti, che i ricavi da diritti audiovisivi, la principale fonte economica del calcio italiano, saranno stagnanti almeno per un altro triennio. L’attivazione della crescita di altre fonti di reddito, nuove oppure già esistenti (es. ticketing, naming rights, hospitality), è dipendente, in maniera prevalente, dal rinnovamento degli stadi, per il cui compimento è richiesto generalmente un periodo non inferiore ai 5 anni, anche a causa della complessità dell’iter burocratico richiesto.
Sul lato delle uscite, il settore, anche durante il periodo del Covid, ha fornito pochi segnali di controtendenza rispetto alla costante crescita dei costi, in particolare di quelli connessi al trading player. Ciò premesso, qual è l’elemento che può garantire la sostenibilità finanziaria del calcio italiano? Il capitale.
L’attrazione del capitale, in particolare da parte di investitori esteri, per il calcio italiano è, pertanto, una via obbligata, ma non irrealistica e non priva di opportunità collaterali. I brand dei club italiani continuano ad essere internazionalmente riconosciuti, il livello tecnico dei nostri campionati rimane, a livello globale, elevato – nonostante sia decisamente declinato rispetto a 20 anni fa -, i costi di acquisizione di un club sono relativamente attraenti rispetto ad altri campionati e il mercato è sostanzialmente allineato nel riconoscere ai nostri club una redditività latente che potrebbe essere portata a emersione, nel medio – lungo termine, da gestioni allineate con il moderno sport business.
Tutti gli elementi menzionati rendono i club italiani target attrattivi per gli investitori in particolare esteri, i quali sono quelli che dimostrano in questo periodo storico le maggiori disponibilità economiche. A tal fine, ossia per rimanere attrattivo verso questi soggetti o esserlo ancora maggiormente, per il calcio italiano diventa imperativo preservare credibilità e stabilità delle regole.
La sostenibilità nel lungo periodo passa dal miglioramento dei conti economici, mediante la crescita dei ricavi e/o la diminuzione dei costi mentre, nel breve periodo, dipende passa dal capitale degli investitori”.
Come ha già citato in precedenza, lei ha ricoperto la carica di Head of Finance and Control Department della Lega Serie B. Come vede il futuro della B sotto questo punto di vista?
“La Lega di Serie B ha conosciuto un percorso di crescita dei ricavi commerciali nonché in termini di visibilità. Io sono convinto che questo percorso positivo avrà la possibilità di consolidarsi nei prossimi anni. Dal mio punto di vista, un elemento da consolidare per la Serie B è il posizionamento come fucina di talenti, auspicabilmente italiani, che possano essere importanti anche per le nostre nazionali.
Negli ultimi anni il peso dei giocatori stranieri è aumentato. Ci sono degli elementi, dal punto di vista normativo ed economico-finanziario che hanno determinato condizioni favorevoli all’acquisizione di giocatori stranieri rispetto a quelli italiani. Mi riferisco, tra gli altri, al cd. ‘Regime Impatriati’ o Decreto Crescita. Pur essendo condivisibile nel principio, secondo me presenta aspetti decisamente migliorabili, in particolare al fine di eliminarne alcuni elementi distorsivi. L’altro elemento riguarda la cosiddetta ‘Stanza di compensazione della Lega’.
Dal mio punto di vista è necessario un intervento, in particolare sul tema delle fideiussioni, per rendere meno disequilibrata la situazione rispetto al mercato internazionale, nel quale questo sistema non esiste. A parità di condizioni, se tu compri un giocatore dall’estero ti costa meno che comprarlo in Italia, disincentivando la produzione di giocatori in Italia con tutte le relative conseguenze. Infine, ho un’ultima proposta…”.
Prego.
“Da quando è stato introdotto il divieto di sponsorizzazioni per le società di betting. Le società sportive sono state penalizzate, in quanto è stato loro precluso l’accesso a introiti considerevoli, visto il budget di cui il settore betting dispone. La mia proposta è di reintrodurre la possibilità di stabilire rapporti commerciali con le società operanti in tale ambito e di destinare i relativi introiti, in tutto o in parte, al settore giovanile.
Certificando, con un’attività di rendicontazione a posteriori, che queste somme siano state effettivamente utilizzate per il settore giovanile. Così si destinerebbe un’entrata, che è oggetto di controversia, a un fine meritevole, in un certo senso “riabilitandola”. Ovviamente tale intervento si radica nell’ambito della normativa statale e, dunque, il calcio non è autonomo in tale iniziativa ma deve attivare l’azione del legislatore statale”.
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