QUESTA È FA – FOOTBALL ADDICTED, LA RUBRICA D’APPROFONDIMENTO TARGATA NUMERO DIEZ DEDICATA ESCLUSIVAMENTE AL CALCIO D’OLTREMANICA. OGNI DUE SETTIMANE, AL MERCOLEDÌ, VI RACCONTEREMO UNA STORIA D’ATTUALITÀ O DEL PASSATO, CONDIVIDENDO CON VOI LA NOSTRA PASSIONE PER IL FOOTBALL MADE IN UK! OGGI PARLIAMO DEL BRIGHTON AND HOVE ALBION DI GRAHAM POTTER E DEL SUO ECCELLENTE AVVIO DI PREMIER LEAGUE.

“Il Brighton and Hove Albion di Graham Potter è in testa alla Premier League!”.

Sì, lo sappiamo, quanto avete appena letto non corrisponde a verità. Non siamo impazziti, ma non nascondiamo che avremmo tanto voluto che questa frase assumesse un significato concreto e reale.

Nel Monday Night che ha chiuso la sesta giornata di Premier League, il Brighton è stato fermato per 1-1 dai noti rivali del Crystal Palace a Selhurst Park, un risultato che ha così negato ai Seagulls la possibilità di regalarsi la vetta in solitaria della classifica di Premier League.

Scenario mai verificatosi in 120 anni di storia del club.

Battendo le Eagles, il Brighton avrebbe infatti completato quel lunghissimo cammino che in 8.556 giorni lo avrebbe visto passare dal 92° al 1° posto della piramide calcistica inglese. Non è successo.

Noi di “FA – Football Addicted”, da tifosi neutrali, non nascondiamo però di aver fatto il tifo perché ciò si avverasse. Per un Brighton vincitore proprio sul campo del Palace e per la prima volta capolista in massima divisione.

UN AVVIO QUASI PERFETTO

Nonostante la delusione di non essere riusciti a sfruttare la chance di salire al primo posto in campionato, il Brighton non può però che essere soddisfatto del suo inizio di stagione.

Quello dei Seagulls è infatti il miglior avvio nella storia del club in prima divisione.

Grazie a 4 vittorie, 1 pareggio e 1 sconfitta nelle prime sei giornate, il Brighton si trova infatti al sesto posto in Premier League, a -1 dal Liverpool capolista.

Omettendo per un attimo dal discorso la voce riguardante la differenza reti e dando valore solamente ai punti conquistati, si potrebbe dire che gli ex Dolphins (soprannome utilizzato prima del passaggio a Seagulls, ndr) si trovano attualmente al secondo posto.

13 infatti i punti conquistati dal Brighton fin qui. Gli stessi di Manchester City, Chelsea, Manchester United ed Everton. Solo il Liverpool ha fatto meglio, con 14.

Un avvio di stagione quasi perfetto per la squadra allenata da Graham Potter, se ci aggiungiamo poi che il Brighton tra agosto e settembre ha superato anche i due turni di Coppa di Lega inglese in cui si è visto protagonista, battendo – entrambe le volte per 2-0 – i gallesi del Cardiff City prima e dello Swansea poi.

LA PARTITA

“Non abbiamo giocato un bel primo tempo, ma nemmeno uno terribile. Ci sono state poche occasioni. Nella ripresa ho inserito dei centrocampisti freschi per aiutare a recuperare qualche seconda palla in più. È lì che stavamo soffrendo. Quest’anno però stiamo mostrando resilienza e carattere. Abbiamo anche un po’ di fortuna in più rispetto allo scorso anno. Mettiamola così: oggi noi meritavamo questo punto più di quanto il [Crystal] Palace meritasse un punto l’ultima volta che ci siamo incontrati (quando le Eagles sconfissero 2-1 il Brighton, tirando in porta solamente due volte, ndr)”.

Con queste parole Graham Potter ha analizzato il pareggio ottenuto dalla sua squadra lunedì sera nel sud di Londra. Un 1-1 che, per come è arrivato, può essere considerato da tutti i Seagulls come un risultato più che soddisfacente.

Inutile nascondersi. Il Brighton contro il Crystal Palace ha giocato male. L’ormai famoso palleggio ordinato dei Gabbiani di Potter non si è praticamente mai visto. Occasioni da goals pericolose non sono mai state create.

Merito soprattutto di un Crystal Palace molto aggressivo e propositivo, con la squadra allenata da Patrick Vieira, passata meritatamente in vantaggio al 47’ del primo tempo.

Rigore, quanto meno generoso, conquistato da Conor Gallagher, scaltro nel crollare in area a seguito di un vigoroso contatto spalla-spalla con Leandro Trossard.

Trasformazione perfetta dagli undici metri del solito Wilfried Zaha, abile nel realizzare il suo goal numero 70 con la maglia del Crystal Palace nel giorno della sua 400ª partita con le Eagles. L’ottavo contro il Brighton, sua vittima preferita.

Nel secondo tempo i Seagulls hanno poi provato a cambiare ritmo e a cercare il pareggio con maggiore vivacità (l’arbitro e il VAR non hanno visto un rigore su Danny Welbeck colpito sulla linea dell’area da un intervento ruvido di Joel Ward), ma a divorarsi l’occasione del possibile 2-0 per il Palace è stato invece Jordan Ayew, lasciatosi ipnotizzare da un Robert Sanchez che a tu per tu con l’attaccante ghanese si sentiva ormai già battuto.

Quando il calore della fiamma sembrava ormai aver fatto evaporare anche l’ultima goccia di cera della candela e la partita sembrava essere giunta al suo omega, a regalare un improvviso, insperato e – a dirla tutta – anche poco meritato 1-1 al Brighton (non ce ne voglia Potter) ci ha pensato Neal Maupay.

Lungo rinvio di Vicente Guaita intercettato al volo da un attento Joël Veltman, celere nel mettere con un solo tocco Maupay a tu per tu con il portiere spagnolo. Magnifico pallonetto dell’attaccante francese e 1-1 finale, seguito dalla naturale esplosione di gioia nel gruppo di tifosi giunti in trasferta a Londra per seguire la squadra.

DERBY A23

Ribattezzato ‘Derby A23’ a richiamo della strada A23 che connette Brighton a Croydon, quartiere di Londra in cui sorge Selhurst Park, quello tra Brighton and Hove Albion e Crystal Palace è un derby atipico.

Non si tratta di una stracittadina. Anzi, le due città tra loro vedono una distanza di 50 Km. Non poco per essere un derby.

Quello tra Seagulls ed Eagles, con i primi che si dice abbiano coniato questo soprannome Gabbiani per rispondere proprio al già esistente Aquile dei secondi, è una rivalità sviluppatasi a partire dalla seconda metà degli anni Settanta.

Il Brighton era allenato da Alan Mullery. Il Crystal Palace da Terry Venables. I due avevano giocato insieme al Tottenham, dove il primo era il capitano e il secondo il vice. Il manager degli Spurs all’epoca era il leggendario Bill Nicholson, il quale non aveva un ottimo rapporto con Venables, mentre riteneva Mullery uno dei suoi prediletti. Una situazione che iniziò a creare una certa rivalità tra i due giocatori.

Rivalità poi rivissuta da allenatori, quando sul finire degli anni Settanta condussero Brighton e Palace dalla Third alla First Division. Due promozioni conquistate a braccetto in tre anni e che contribuirono a sviluppare una rivalità tra Seagulls ed Eagles che da quel momento in poi sarebbe diventata la più sentita per entrambe le squadre e le rispettive tifoserie.

Negli anni precedenti nessun tifoso del Brighton si era invece mai sognato di considerare il suo rivale principale un tifoso del Crystal Palace.

RISULTATI CONCRETI

Spiegata la rivalità con il Palace, ci sembra doveroso però ora tornare a dedicarci in maniera più approfondita al protagonista di puntata.

Per un fruitore occasionale di calcio inglese leggere il nome del Brighton tra le prime posizioni della classifica di Premier League dopo sei giornate non può che destare degli interrogativi.

Chi è questa squadra? E come fa a essere così in alto al fianco di nomi come Manchester City, Manchester United, Chelsea ed Everton?

Domande comprensibili e che, talvolta, sorgono spontanee anche in chi il football britannico lo segue con maggiore frequenza.

Ritrovare il Brighton a -1 dalla vetta della Premier League stupisce infatti anche alcuni addetti ai lavori, sebbene l’eccellente lavoro che un abile tecnico come Graham Potter è riuscito a fare in casa Seagulls sia ormai noto.

Allenato dal manager inglese ormai da tre stagioni, il Brighton è arrivato a conquistare 13 punti in sei giornate di campionato battendo Burnley, Watford, Brentford e Leicester e pareggiando con il Crystal Palace. L’unica sconfitta è arrivata invece per mano dell’Everton.

Soffermandosi sul nome degli avversari, si può dire che il Brighton abbia vissuto un avvio di Premier League favorevole per quanto riguarda il calendario, sebbene sia giusto sottolineare come i Seagulls si siano già trovati ad affrontare sfide di un certo livello.

Il Leicester City di Brendan Rodgers non sta vivendo una prima parte di campionato entusiasmante, complice anche qualche infortunio e uno stato di forma non ottimale di giocatori importanti (su tutti James Maddison), ma resta comunque una delle squadre più interessanti della Premier League e favorite per il raggiungimento di un piazzamento europeo a fine stagione.

Per questo la vittoria del Brighton per 2-1 sulle Foxes deve essere letta come un risultato di spessore.

Così quanto lo è la vittoria per 1-0 sul campo del Brentford, sì neopromosso, ma anche una delle realtà attualmente più in forma nel massimo campionato inglese.

Molto più prevedibili invece i successi contro Burnley e Watford, squadre fin qui poco esaltanti (soprattutto i Clarets, con gli Hornets che si sono invece leggermente ripresi dopo un difficile avvio).

Accettabile la sconfitta casalinga per 2-0 contro l’Everton. I Toffees di Rafael Benitez sono infatti una delle squadre più difficili da affrontare in questa prima fase di Premier League.

LA SQUADRA

Il sogno di Tony Bloom, Presidente del club, è quello di vedere il Brighton attestarsi come una delle squadre di metà classifica della Premier League.

Un club che non debba convivere con la paura di doversi guardare le spalle e dover lottare fino all’ultima giornata per la propria sopravvivenza in massima divisione.

Un progetto che sotto la gestione di Graham Potter sembra stia finalmente prendendo forma, senza nascondere le difficoltà vissute dai Seagulls negli ultimi due anni.

Dall’arrivo di Potter in panchina nel 2019, dopo l’esonero di Chris Hughton – bravo a riportare il club il club in Premier League e a conquistare una salvezza immediata al primo anno in massima serie –, il Brighton ha vissuto una crescita continua sotto il profilo del gioco.

Una squadra ordinata e molto bella da veder giocare. I Seagulls nelle ultime due stagioni sono stati spesso i migliori in campo, ma raramente i risultati hanno premiato un gioco spumeggiante.

Per due volte consecutive in due anni il Brighton di Potter ha chiuso infatti il campionato con 41 punti, 15 sconfitte, 14 pareggi e solamente 9 vittorie. Tradotti in un 15° e 16° posto.

La salvezza i Seagulls se la sono dovuta sudare più del dovuto, a causa soprattutto di una scarsa incisività in zona goals.

Segnare poco è stato infatti il grande difetto della squadra di Potter fino a pochi mesi fa. Basti pensare che, stando alla statistica spesso citata degli Expected Goals (xG), il Brighton lo scorso anno avrebbe dovuto chiudere il campionato al 5° posto per le occasioni da goals create. Ben 11 posizioni sopra al suo reale 16° posto finale.

I Seagulls sono infatti una delle squadre capaci di creare più occasioni pericolose in zona goal, ma spesso tutta questa abilità nell’attaccare non si è tradotta poi in efficacia sotto porta.

Una tendenza che quest’anno pare invece essere stata invertita.

Il Brighton crea meno, ma segna di più. In queste prime sei giornate le giocate degli uomini d’attacco si sono fatte sempre più concrete. Merito soprattutto di un Neal Maupay in ottimo stato di forma.

Il francese ha infatti realizzato 4 goals in 6 gare. Già la metà del bottino finale accumulato in tutta la stagione passata: 8 goals.

Le altre reti messe a segno fin qui in Premier League portano poi le firme di Leandro Trossard, Danny Welbeck, Shane Duffy e Alexis Mac Allister, tutti a quota 1.

Di Aaron Connolly (2), Jacub Moder (1) e Andi Zeqiri (1) quelle realizzate invece nelle due partite di Coppa di Lega.

IL MODULO CHE NON C’È

Prendete un foglio che riepiloghi tutte le partite giocate dal Brighton sotto la gestione Potter, andate alla voce “Modulo”, leggete i numeri.

Vedrete che sarà quasi impossibile trovare lo stesso modulo in campo riproposto per più di tre partite consecutive.

I più bravi diranno anche che è impossibile ritrovare lo stesso modulo per più minuti all’interno di ogni singola partita.

Questo è il Brighton di Graham Potter. Una squadra liquida, in continuo movimento ed evoluzione.

Nella testa del manager inglese di certezze ce ne sono però molte e il campo le evidenzia tutte.

Per cominciare, l’importanza della difesa a 3 in fase di attacco e a 5 in quella di difesa, appunto.

Lewis Dunk, Adam Webster, Shane Duffy (leggenda del club tornato dopo l’anno in prestito al Celtic per rimpiazzare Ben White, cessione di lusso estiva all’Arsenal) il trittico di giocatori più utilizzati a protezione di Robert Sanchez, con gli esterni di centrocampo chiamati a giocare tutta fascia per sostenere tanto le azioni d’attacco quanto i ripiegamenti difensivi.

Il centrocampo è formato spesso e volentieri da una linea a 4 o a 5, nella quale il giocatore più importante è Yves Bissouma.

Talento cresciuto tantissimo con Potter, il nazionale del Mali è il mediano che ha il compito di legare la difesa con l’attacco, dando peso alla zona centrale del campo.

Grazie alla sua forza fisica e alla qualità dei piedi, è il collante della squadra. Colui da cui tutto spesso passa e che è in grado di condizionare a piacimento la manovra.

Adam Lallana e Alexis Mac Allister i compagni ideali di reparto, con l’acquisto estivo Enock Mwepu ancora poco utilizzato in queste prime partite.

Il compito di correre sulle fasce è affidato invece a turno a Marc Cururella, Joël Veltman (più difensivo), Solly March, Pascal Groß e Tariq Lamptey, il più talentuoso, ma ancora convalescente da un brutto infortunio al legamento del ginocchio rimediato lo scorso dicembre.

Fondamentale sulla trequarti – composta talvolta da 2 uomini, talvolta da 1 – è Leandro Trossard, giocatore molto duttile e abile tecnicamente.

Il belga è colui che nell’idea di Potter deve occupare gli spazi tra le linee creati dal lavoro di Maupay in attacco (spesso chiamato a fare reparto da solo) e degli esterni di centrocampo, i quali devono stare sempre molto larghi.

Spazi occupati spesso anche da Danny Welbeck, altro giocatore impiegato sulla trequarti con frequenza, oppure utilizzato al fianco di Trossard e Maupay in un attacco a 3 o addirittura arretrato a centrocampo quando necessario.

Il pensiero di Potter è quello di arrivare da una parte all’altra del campo attraverso una fitta rete di passaggi di qualità, sfruttando gli spazi sulla trequarti per l’inserimento di chi gioca alle spalle della punta o per creare triangoli in profondità tra i trequartisti e gli esterni di centrocampo.

Una squadra aperta a più soluzioni all’interno della stessa partita e che talvolta non disdegna neppure i lanci lunghi di Sanchez a pescare i compagni più veloci.

In fase difensiva lo schema invece è molto chiaro. Serrare i ranghi, schiacciando la linea dei trequartisti su quella dei centrocampisti e retrocedendo gli esterni in difesa. L’obiettivo è quello di creare densità in mezzo al campo e costringere così gli avversari a rischiare le giocate in spazi molto stretti oppure ad alzare il pallone, facendo così le fortune di Dunk, Webster e Duffy, grossi fisicamente e abili compitori di testa.

Dal 3-4-2-1 usato contro Burnley, Watford e Leicester, al 3-5-2 usato contro l’Everton. Dal 3-4-3 contro il Brentford, al 5-4-1 contro il Crystal Palace.

Il Brighton di Graham Potter è in continuo movimento, mantenendo però sempre un’identità ben precisa. Non è infatti usuale trovare una squadra che lotta solitamente per la seconda parte di classifica mantenere un possesso palla superiore al 51% di media.

GRAHAM POTTER: STUDI …

Se il Brighton and Hove Albion gioca così bene, il merito è principalmente di Graham Potter e del suo staff.

In molti lo consideravano perfetto, prima dell’arrivo di Nuno Espirito Santo, per la panchina del Tottenham. Altri lo vedono l’erede ideale di Gareth Southgate quando lascerà la carica di CT dell’Inghilterra.

Il manager inglese è ormai riconosciuto unilateralmente come uno dei più abili in patria e l’essere sostenuto da uno staff multietnico lo ha aiutato a sviluppare continue idee in quel di Brighton.

Uno dei suoi vice, Bjorn Hamberg, è svedese, diversi assistenti sono spagnoli, molti sono scozzesi, altrettanti ovviamente inglesi e nella rosa dei collaboratori c’è spazio anche per un danese.

Una profonda connessione, dunque, soprattutto tra il Regno Unito e i paesi scandinavi, dove Potter ha posto le solide fondamenta della sua carriera da allenatore.

Ex difensore e terzino di una decina di squadre inglesi tra gli anni ’90 del Novecento e gli inizi anni 2000, ha collezionato oltre 300 presenze in Football League (soprattutto in seconda e terza divisione). 8 invece le apparizioni in Premier League, tutte con la maglia del Southampton. Una, contro la Moldavia in un match di qualificazione agli Europei di categoria, la presenza con la Nazionale inglese U21.

Appesi gli scarpini al chiodo nel 2005, lui che è un classe 1975, ha vissuto gli ultimi anni di carriera da giocatore del Macclesfield Town, in un periodo in cui si è dedicato anche a studi universitari.

Non capita infatti tutti i giorni di trovare un allenatore che nel curriculum possa vantare una laurea in Scienze Sociali e un master in Leadership e Intelligenza emotiva.

L’ambiente universitario per Potter è però sempre stato molto importante. È qui infatti che ha iniziato la propria carriera da allenatore, accumulando esperienze come Allenatore dello sviluppo calcistico nell’Università di Hull, come Assistente allenatore della Squadra delle Università d’Inghilterra prima e nell’Università Metropolitana di Leeds poi.

Nel mezzo anche un ruolo come Direttore tecnico della squadra di calcio femminile del Ghana ai Mondiali 2007.

… FATICA …

La più grande esperienza di vita Potter l’ha vissuta però in Svezia, dove si è trasferito nel 2010 per accettare il ruolo di allenatore dell’Östersund (come tanti anni prima aveva fatto Roy Hodgson, altro manager inglese di successo nei Paesi del nord, grazie ai suoi trionfi in Svezia e Danimarca a inizio carriera).

Club dell’omonima città del centro-nord della Svezia, l’Östersund all’epoca si trovava in Quarta Divisione. La più bassa.

A proporre Potter per questo lavoro fu l’amico ed ex compagno di squadra al Boston United, Graham Jones. Assistente di Roberto Martinez allo Swansea, era in ottimi rapporti con il presidente dell’Östersund Daniel Kindberg, viste le diverse amichevoli estive giocate tra i due clubs.

“Non avevo alcuna possibilità di entrare nel calcio inglese come allenatore. Ho accettato la sfida dell’Östersund e mi sono trasferito in Svezia con mia moglie. Per lei non è stato facile. Piangeva spesso nei primi sei mesi. Aveva dovuto lasciare un’attività a cui aveva dedicato dieci anni di vita e sentiva la lontananza dai suoi genitori. In più il nostro primo figlio era appena nato [altri due sono poi nati in Svezia]. Ha creduto però in me, mi ha sostenuto ed è stata un’esperienza fantastica. La più importante della mia vita”.

Così Graham Potter nel corso degli anni ha descritto la sua avventura in Svezia, terra che manterrà sempre un posto speciale nel suo cuore.

Nel profondo nord d’Europa, a 240 miglia dal circolo polare artico e 250 chilometri dalla Norvegia, dove il termometro scende anche a -25°C, Potter si è infatti giocato magnificamente le proprie carte.

In sette anni ha portato l’Östersund dalla Quarta alla Prima Divisione. Una doppia prima volta per il club rossonero che, dalla fondazione nel 1996, non aveva mai vissuto l’aria sia della seconda che della massima serie del calcio svedese.

Ci ha aggiunto poi una Svenska Cupen (Coppa di Svezia) nel 2017.

La mattina fece trovare a ogni suo giocare due lettere, una scritta da lui e una dalle famiglie di ciascuno. Serviva a motivarli e far sapere loro quanto tutti fossero orgogliosi. La sera una vittoria per 4-1 contro i campioni in carica dell’IFK Norrkoping valse il titolo e anche l’accesso alla fase di qualificazione per l’Europa League.

E proprio qui Potter e il suo Östersund hanno composto la loro opera più bella, eliminando il Galatasaray e il PAOK di Salonicco nei preliminari ed entrando nella fase a gironi.

I tanti punti conquistati in un gruppo che comprendeva anche Hertha Berlino e Athletic Bilbao sono poi valsi la qualificazione ai trentaduesimi contro l’Arsenal.

Qui è arrivata l’eliminazione dal torneo, ma non prima di una stupefacente vittoria per 2-1 all’Emirates, nella notte in cui tutta l’Inghilterra si è accorta finalmente di Graham Potter.

Chiamato a ricreare un’identità allo Swansea City nel 2018, dopo la retrocessione in Championship dei gallesi, Potter è passato poi al Brighton un anno dopo.

… CULTURA

In svedese del nord si dice “Eljest!”. Sii differente.

Ciò per cui Potter è diventato famoso nel mondo del calcio, oltre ovviamente alle sue idee calcistiche, è stato indubbiamente l’approccio culturale che ha portato all’Östersund.

“Mi aveva contattato una giovane ragazza, la quale mi aveva detto che secondo lei un percorso culturale avrebbe aiutato la squadra a rendere meglio in campo. Ho subito sposato l’idea”.

L’Östersund assunse allora Karin Wahlen, unica allenatrice culturale mai messa sotto contratto da un club, e iniziò un percorso extra-campo molto particolare con Potter e tutta la squadra.

Un percorso che portò alla scrittura di un libro da parte dei giocatori e dello staff, dello studio dell’arte del canto per poi sostenere un concerto rap di beneficienza davanti a 1.500 spettatori. Lo stesso numero pressappoco che occupò le poltroncine di un teatro quando la squadra dell’Östersund mise in scena il noto balletto “Il lago dei cigni”.

Una volta Potter indossò addirittura delle finte corna da renna e si fece guidare al guinzaglio dai propri giocatori all’interno di un progetto che aveva come risultato finale quello di educare le persone a prendersi cura di questo animale.

Un’altra volta ancora Potter e i suoi si confrontarono con la cultura del popolo indigeno dei Sami, altrimenti noti come Lapponi, con il tecnico che si è ritrovato anche a intonare l’inno nazionale della Lapponia in un dialetto locale.

 “Portare i giocatori a maggiore conoscenza del mondo culturale aumenta le loro prestazioni in campo. L’idea è quella di portarli fuori dalla loro zona di comfort e li rende più coraggiosi dentro e fuori dal campo. Ciò li poterà a usare maggiore creatività, senza paura dell’ignoto. Abbiamo creato una struttura in cui tutti si devono fidare degli altri, del progetto di crescita del club. Bisogna sfidare i propri demoni per migliorarsi”.

Questa l’idea di Potter, inizialmente vista con diffidenza da tanti addetti ai lavori e parecchi tifosi in Svezia, ma poi rivalutata e apprezzata alla luce delle magnifiche prestazioni offerte dall’Östersund e dalla crescita continua del club.

Da 800 tifosi presenti sulle tribune a partita prima dell’avvento di Potter, ai 6.000 di media raggiunti quando la squadra del tecnico inglese ha raggiunto il suo apice (il record di affluenza alla Jämtkraft Arena è di 8.500 spettatori per un evento di motocross). Una nuova cultura, identità e modello calcistico.

Potter a Östersund non sarà mai dimenticato.

“Il mio lavoro è quello di aiutare i giocatori a capire il calcio, ma non dimentico di avere davanti persone, padri, fratelli, amici. Se la squadra non si sente un gruppo, poi anche essere tatticamente brillante, ma non funzionerà mai bene”.

E pensare che il primo impatto con il mondo degli allenatori non era stato dei migliori, come lo stesso Potter aveva raccontato in un’intervista a FourFourTwo:

“Mi ricordo che quando feci i primi patentini mi sentivo a disagio. Non mi sembrava di essere bravo. Mia moglie mi motivò dicendomi che era solo questione di pratica”.

 E ORA?

Ora l’obiettivo di Potter sarà quello di mantenere il Brighton più in alto in classifica più a lungo possibile.

Dice il tecnico inglese:

“Lo scorso anno siamo stati spesso sfortunati. In questo avvio siamo stati più fortunati, abbiamo lavorato e fatto le cose per bene. Non c’è una formula. A volte nel calcio fai le cose al meglio, sei la squadra migliore, ma non ottieni risultati e non vinci. Per noi ora invece è un buon momento, anche se la scorsa stagione abbiam provato a giocare pure meglio di quest’anno”.

La logica impone pensare che i Seagulls non entreranno certamente in Champions League il prossimo anno. Altrettando probabilmente nemmeno in Europa League. Stesso discorso per la Conference League.

Insomma, l’Europa resta un sogno difficilmente raggiungibile, anche perché passare da un 16° posto a un piazzamento europeo nel giro di un anno sarebbe un risultato più che incredibile.

Ciò che il Brighton quest’anno si può però finalmente regalare è una stagione tranquilla.

13 punti già conquistati significano più di un quarto dei famosi 40 punti spesso indicati come quota salvezza.

4 vittorie lo scorso anno erano arrivate dopo 21 partite. Quest’anno 4 vittorie sono arrivate nelle prime 5 gare. Un cambio di passo importante e che fa ben sperare Potter e il suo staff.

E poco importa se ora il calendario recita che le prossime avversarie in campionato saranno Arsenal, Norwich, Manchester City e Liverpool, con in più il Leicester da incontrare in Coppa di Lega proprio nel bel mezzo delle sfide contro Citizens e Reds.

Il Brighton and Hove Albion di Graham Potter vuole continuare a entusiasmare in Premier League.

And now – once more – let’s grab a pie and a beer, mates. Enjoy!

Alla prossima puntata di ‘FA – Football Addicted’!

 

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