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FA – Football Addicted #4! "Championship 2021: i verdetti" | Numero Diez

Annate da sogno

FA – Football Addicted #4! “Championship 2021: i verdetti della stagione”

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mercato premier league

QUESTA È FA – FOOTBALL ADDICTED, LA RUBRICA D’APPROFONDIMENTO TARGATA NUMERO DIEZ DEDICATA ESCLUSIVAMENTE AL CALCIO D’OLTREMANICA. OGNI DUE SETTIMANE, AL MERCOLEDÌ, VI RACCONTEREMO UNA STORIA D’ATTUALITÀ O DEL PASSATO, CONDIVIDENDO CON VOI LA NOSTRA PASSIONE PER IL FOOTBALL MADE IN UK! OGGI PARLIAMO DELLA CHAMPIONSHIP. 

Con la Scottish Premiership tornata tra le mani dei Rangers FC a dieci anni di distanza, la Premier League ritornata ieri sera in quelle del Manchester City di Pep Guardiola, la Premiership nordirlandese pronta a finire per la 55ª volta nella bacheca del Linfield FC (8 i punti di vantaggio sul Coleraine a tre giornate dalla fine – i Blues di Belfast eguaglierebbero così il record mondiale di campionati nazionali vinti, attualmente detenuto proprio dai Rangers di Glasgow, ndr) e con la Welsh Premier League che conoscerà il suo padrone nel weekend – all’ultima giornata di campionato – con il Connah’s Quay attualmente a +2 sul The New Saints, per completare il quadro e scoprire chi alzerà al cielo la Premier Division irlandese dovremo attendere invece la fine dell’anno (siamo solamente alla 10ª giornata di 36 – il campionato finirà il prossimo 19 novembre, ndr).

Aspettando dunque tutti i verdetti definitivi dei maggiori campionati di UK e Irlanda, nella puntata di oggi ci soffermeremo con voi su quella competizione – tra le più amate e seguite al mondo – che, nel fine settimana appena trascorso, i suoi responsi li ha invece già dati: la Championship inglese.

Iniziata lo scorso 11 settembre, la stagione regolare della Sky Bet Championship 2020/2021 si è chiusa infatti sabato, quando tutte e 24 le squadre partecipanti sono scese in campo in contemporanea per disputare la 46ª giornata.

I CAMPIONI

Per raccontare una stagione di Championship come sempre ricca di storie, non possiamo che partire dai vincitori del campionato: il Norwich City.

Classificatisi all’ultimo posto nella scorsa Premier League, con soli 21 punti (ad oggi 6° peggior record di sempre nella storia della competizione, ndr), i Canaries sono stati i veri dominatori di questa stagione di Championship.

Prima squadra capace di conquistare due promozioni “consecutive” dalla Championship alla Premier League (va tenuto presente che tra di loro ci deve essere ovviamente una retrocessione) con lo stesso allenatore, Daniel Farke, dai tempi del Burnley di Sean Dyche (che ottenne la promozione nel 2013 e nel 2015, ndr).

classifica finale championship 2021

CLASSIFICA FINALE – Fonte: profilo Twitter ufficiale EFL

ANNATA DA RECORD

Il Norwich quest’anno ha messo in fila una serie di record impressionanti.

Molti critici e addetti ai lavori d’oltremanica hanno infatti identificato nella squadra di Farke la migliore versione di un club mai vista in un campionato di Championship.

Primi in classifica dalla 12ª alla 46ª giornata, con la sola eccezione della 28ª giornata passata al secondo posto a causa della sconfitta sul campo dello Swansea.

97 i punti che hanno permesso ai Canaries di conquistare il primo posto. Tre in più dei 94 conquistati nel 2019 (quando ottennero sempre la promozione in Premier League). Nuovo record di punti per il club in un campionato!

Solamente 36 i goals subiti in 46 gare. Anche questo nuovo record per il Norwich, capace di subire 36 reti soltanto nel 1971/72, quando le partite disputate furono però 42.

15 le vittorie su 23 gare disputate in trasferta, utili a portare un bottino di 49 punti. Altro record per il club!

9 le vittorie consecutive, tra il 13 febbraio e il 17 marzo. Neanche a dirlo, ennesimo nuovo record per il club.

Numeri che dimostrano come il Norwich nel giro di pochi mesi sia passata da essere una delle peggiori squadre di Premier League a una delle migliori squadre di Championship mai viste.

Merito di un progetto solido, costruito e fortificato nel corso dell’ultimo quadriennio, ovvero dall’arrivo di Daniel Farke dal Borussia Dortmund II.

I PROTAGONISTI

Mantenuta l’ossatura della squadra che lo scorso anno non era riuscita a dimostrare il proprio valore nella massima serie inglese, il Norwich in questo exploit è stato guidato soprattutto da due giocatori: Emiliano Buendia e Teemu Pukki.

Due nomi ormai garanzia di qualità ed efficienza dalle parti di Carrow Road.

L’ala destra argentina si è aggiudicata il premio di ‘Giocatore dell’anno in Championship’ dalla English Football League e quello di ‘Giocatore della stagione’ dal Norwich (diventando il primo sudamericano nella storia del club a ricevere questo premio).

16 gli assists messi a referto, accompagnati da 15 goals. Numeri che dal suo arrivo in Inghilterra Buendia non era mai riuscito a raggiungere, sebbene lo scorso anno in Premier League avesse già dimostrato di essere un ottimo assist-man (7 i passaggi vincenti realizzati). Così come l’anno precedente in sempre in Championship (12 assistenze).

Era dai tempi di James Maddison (14 goals e 8 assists nella stagione 2017/18) che il Norwich non vedeva numeri del genere legati al nome di un non-attaccante.

Solamente Teemu Pukki tra i compagni di squadra è riuscito a gonfiare la rete più volte nel corso della stagione.

L’attaccante finlandese di goals ne ha segnati infatti 26, posizionandosi terzo nella classifica marcatori di questa annata. Solo Adam Armstrong del Blackburn Rovers con 28 reti e Ivan Toney del Brentford con 31 sono riusciti a fare meglio (sui numeri da record del bomber delle Bees torneremo più avanti nel pezzo).

Buendia e Pukki: una coppia d’eccellenza.

L’ALTRA PROMOSSA

Consumato il capitolo Norwich City, passiamo ora al Watford. L’altra squadra capace di strappare un pass per la promozione diretta grazie ai 91 punti conquistati.

Così come i Canaries, anche gli Hornets erano scesi in Championship dalla Premier League lo scorso anno, riconquistando dunque immediatamente un posto in massima serie a un solo anno di distanza.

Tanta la confusione a livello di scelte dirigenziali mostrata dal Watford l’annata passata, quando i continui cambi di allenatore in panchina condussero la squadra a confrontarsi con idee per nulla chiare e risultati peggiori.

Un trend, quello che riguarda il susseguirsi di managers alla guida del club, che è proseguito anche in questa stagione, portando però questa volta al raggiungimento dell’obiettivo: la promozione.

Iniziato il campionato di Championship 2020/21 sotto la guida di Vladimir Ivic (arrivato in estate al posto di Hayden Mullins, ndr), il Watford ha ufficializzato un cambio di guida tecnica alla 21ª giornata. Con la squadra al quinto posto e a -4 punti dalla seconda posizione (utile per la promozione diretta, ndr), gli Hornets hanno esonerato l’allenatore croato e lo hanno sostituito con Xisco Muñoz, mettendo così sotto contratto il sesto manager diverso in poco più di 12 mesi.

Risultato? La squadra questa volta è riuscita a completare il processo di crescita iniziato già sotto la figura di Ivic, attestandosi come quarta forza del campionato durante il terzo quarto di stagione e raggiungendo il tanto agognato secondo posto alla 27ª giornata e non lasciandolo più fino alla fine.

MERITI ALLA DIFESA

Una grossa spinta è arrivata dall’impressionante costanza di risultato mostrata a Vicarage Road. Se il Norwich è stata la squadra “da trasferta” per eccellenza nel corso di tutto il campionato, il Watford è stata quella “da casa”.

19 le vittorie conquistate tra le mura amiche, record per il club.

59 i punti collezionati in casa appunto. Ben 11 in più del Norwich, secondo in questa particolare classifica.

Miglior difesa del campionato, con soli 30 goals subiti. Mai così pochi nella storia del club. Eguagliato anche il record in Championship.

È nella fase di copertura che il Watford ha mostrato i suoi lati migliori, riuscendo spesso a concedere massimo un goal agli avversari per partita e a sopperire così alle proprie mancanze in attacco.

Salutati in estate giocatori come Gerard Deulofeu e Roberto Pereyra (entrambi ora all’Udinese, ndr), gli Hornets in fase offensiva hanno dimostrato di avere meno armi rispetto a rivali dirette come Norwich, Brentford e Bouremouth.

Solamente Ismaila Sarr è riuscito infatti a raggiungere la doppia cifra di goals per gli Hornets: 13.

Una promozione arrivata dunque soprattutto grazie alla difesa.

SQUADRE AI PLAY-OFFS

Chi non può ancora festeggiare una promozione in Premier League, ma può continuare a sognarla, sono invece le quattro squadre che si sono classificate tra il terzo e il sesto posto, conquistandosi dunque l’accesso ai play-offs di questa stagione.

Si tratta nell’ordine di: Brentford (87 punti), Swansea City (80), Barnsley (78) e Bournemouth (77).

Il 17 maggio la data d’inizio dei play-offs, con le semifinali di ritorno che verranno disputate poi il 22.

Bournemouth-Brentford e Barnsley-Swansea le gare in programma, con le vincenti delle due doppie sfide che si affronteranno poi a Wembley il 29 maggio, in quella che è da sempre una delle gare più attese dell’anno a livello mondiale.

Come ricordato recentemente anche dal presidente della Juventus Andrea Agnelli, in uno dei diversi discorsi formulati dopo l’esplosione della vicenda Super League, la finale dei play-offs di Championship è la partita di calcio al mondo che vale più di tutte, a livello monetario, nell’arco di un’annata. Oltre 100 milioni di sterline.

Più della finale di Champions League. Più di qualsiasi altra gara.

IL BRENTFORD…

Lo scorso anno a sfidarsi in finale furono Fulham e Brentford, con i Whites capaci di aggiudicarsi l’ultimo pass per la promozione in Premier League.

L’obiettivo delle Bees sarà dunque quello di tornare a Wembley e di provare a conquistare ciò che 12 mesi fa fu solamente sfiorato.

Tra le quattro squadre presenti ai play-offs, il Brentford parte infatti sicuramente da favorito.  

Club in costante crescita nell’ultimo triennio, le “api” londinesi quest’anno sono state protagoniste dell’ennesima solida stagione, galleggiando sempre tra la seconda e la terza posizione in classifica nella seconda parte di campionato.

Solo il miglior ritmo di Norwich e Watford non ha permesso al Brentford di conquistare una promozione diretta.

Superate le difficoltà di inizio stagione, quando la squadra in pochi mesi si è ritrovata orfana dei suoi due migliori giocatori della scorsa annata, ovvero Ollie Watkins e Said Benrahma – partiti rispettivamente a settembre e a ottobre per Aston Villa e West Ham United -, le Bees sono riuscite a ritrovare quelle sicurezze che mister Thomas Frank aveva già trasmesso alla squadra in passato. Anche il trasferimento dall’ormai compianto Griffin Park al nuovissimo Brentford Community Stadium è stato vissuto con entusiasmo.

… DI TONEY

A caricarsi la maggior parte del peso sulle spalle ci ha pensato poi Ivan Toney.

Acquistato in estate dal Peterborough United per poco più di 5,5 milioni di sterline per rimpiazzare il partente Watkins, l’attaccante inglese di origine giamaicana ha vissuto un’indimenticabile stagione da debuttante in Championship.

Arrivato con il titolo di capocannoniere della League One (terza divisione inglese, ndr), dove aveva realizzato 24 reti, Toney di goals quest’anno ne ha segnati ben 31!

Un nuovo record per il campionato di Championship da quando è stato rinominato così (2004, ndr). Superate infatti le 30 reti di Glenn Murray con il Crystal Palace nella stagione 2012/13 e quelle di Teemu Pukki con il Norwich City nel 2018/19.

Eguagliati i 31 goals realizzati da Lee Hughes con il West Bromwich Albion nel 1998/99, quando il campionato si chiamava però Second Division. Altro record.

Un numero di reti, quelle di Toney, arrivate tutte all’interno dell’area di rigore (9 delle quali dal dischetto, su altrettanti penalties), e che hanno permesso al Brentford di raggiungere un nuovo record.

Era infatti dagli anni ’60 che lo stesso club non aveva tre giocatori diversi in grado di segnare almeno 25 goals in stagioni consecutive. Traguardo raggiunto e tagliato dalle Bees grazie alle 25 reti di Neal Maupay (oggi al Brighton & Hove Albion, ndr) nel 2018/19, alle 25 di Ollie Watkins nel 2019/20 e, appunto, alle 31 di Ivan Toney nel 2020/21.

Un numero di marcature che sono valse ovviamente il Golden Boot, o Scarpa d’Oro, del campionato di Championship alla punta natia di Northampton.

POSSIBILE 3 SU 3

Il Brentford in semifinale troverà però subito l’avversario forse più temuto: il Bournemouth.

Scese dalla Premier League pochi mesi fa, le Cherries sono infatti decise a risalire in massima categoria immediatamente. Un risultato che, qualora dovesse realizzarsi, riporterebbe alla promozione tutte e tre le squadra retrocesse lo scorso anno (esattamente Norwich, Watford e Bournemouth). Uno scenario che raramente si verifica in Championship.

Ripartito dopo l’addio di Eddie Howe, manager tra i più talentuosi nel panorama calcistico inglese, il Bournemouth ha vissuto un secondo cambio di panchina a stagione in corso.

Jonathan Woodgate è infatti subentrato a Jason Tindall a inizio febbraio, prendendo una squadra al sesto posto e portandola al… sesto.

Il ritorno del talentuoso Jack Wilshere al Vitality Stadium non ha portato poi l’effetto sperato. La stagione delle Cherries – nonostante la rosa con il valore più alto dei campionato – è stata infatti molto altalenante, con l’ormai sempre ottimo Dominic Solanke bravo a trascinare con i suoi 15 goals e 11 assists la squadra a un posto nei play-offs.

CONFERME E SORPRESE

L’esatto contrario di quanto accaduto allo Swansea City, dove il valore aggiunto della squadra di Steve Cooper è stato Freddie Woodman. Autore di 20 clean sheets – più di chiunque altro -, il portiere inglese, in prestito dal Newcastle United, si è aggiudicato il Golden Glove, o Guanto d’Oro, conducendo lo Swansea al quarto posto finale in classifica con la terza miglior difesa del campionato con 39 reti incassate. Solo Watford e Norwich hanno subito meno goals: 30 e 36.

La vera rivelazione della stagione è stata però il Barnsley. Gli underdogs.

Arrivato ai nastri di partenza da 21ª forza del campionato, dopo aver scampato la retrocessione in League One per un solo punto lo scorso anno, il club del South Yorkshire nel corso della stagione è passato poi per tre cambi di allenatore fino ad arrivare alla clamorosa qualificazione ai play-offs.

Gerhard Struber, Adam Murray e Valerien Ismael i managers che si sono succeduti in panchina, con la squadra che ha trovato la sua versione migliore intorno alla 29ª giornata. Una striscia di nove vittorie consecutive ha permesso ai Tykes di scalare la classifica dal dodicesimo al quinto posto finale, ritagliandosi così ora la possibilità di affrontare lo Swansea City ai play-offs.

Un risultato da applausi, conquistato dalla squadra con l’età media più bassa di questa Championship!

LA DELUSA

La grande delusa di fine stagione è invece il Reading. Quella che a inizio 1900 fu rinominata dal Corriere della Sera come ‘la migliore squadra inglese mai vista in Italia’, è stata infatti l’assoluta protagonista delle prime undici giornate di campionato, quando nessun’altra squadra riusciva a reggere il ritmo dei Royals.

L’alternanza poi di troppe sconfitte e pareggi ha finito però col portare la squadra dal primo al quinto posto in classifica, posizione mantenuta per gran parte della stagione, salvo poi scivolare al settimo posto a nove giornate dalla fine.

Una sola la vittoria conquistata da metà marzo in poi, contro il Derby County. Troppo poco per non perdere il treno dei play-offs.

LE RETROCESSE IN LEAGUE ONE

Proprio il Derby County è invece la squadra che ha potuto tirare un enorme sospiro di sollievo all’ultima giornata di campionato.

I Rams di Wayne Rooney (alla sua prima esperienza in panchina dopo essere subentrato a Phillip Cocu lo scorso novembre, ndr) hanno infatti evitato la retrocessione grazie a un pirotecnico 3-3 nello scontro salvezza contro lo Sheffield Wednesday.

Un pareggio arrivato dopo sei sconfitte consecutive e che ha permesso al Derby di mantenere un decisivo punto di vantaggio sulla terzultima: il Wycombe Wanderers.

Protagonisti della loro prima storica partecipazione al campionato di Championship, i Chairboys non sono infatti riusciti a rimanere in seconda divisione nonostante la vittoria per 3-0 sul campo del Middlesbrough all’ultima di campionato.

A seguire il Wycombe nella discesa verso la League One sono stati poi Rotherham United e Sheffield Wednesday.

Se per gli Owls a decretare la retrocessione è stato il già citato pareggio contro il Derby County (è giusto ricordare anche che lo Sheffield Wednesday in questa stagione ha scontato 6 punti di penalizzazione dopo che la società non ha rispettato alcune regole imposte come sempre a tutti i club dalla EFL, ndr), per i Millers la sentenza finale è arrivata sul campo del Cardiff City, quando all’88’ Marlon Pack ha pareggiato l’iniziale rete di Lewis Wing e ha spinto il Rotherham in terza divisione.

Mantenendo il risultato di 1-0 fino al triplice fischio i Millers si sarebbero infatti salvati.

Un finale, come spesso accade, al cardio palma. Con il Wycombe che ora sta provando ad aggiungere altro pepe. 

squadra dell'anno championship 2021

SQUADRA DELLA STAGIONE – Fonte: profilo Twitter ufficiale EFL

COLPO DI SCENA?

Come riportato da diversi media inglesi, i Chairboys starebbero infatti facendo pressioni alla English Football League affinché anche il Derby County venga penalizzato per il mancato rispetto di alcune regole nel corso di questa stagione.

I Rams da tempo hanno infatti una disputa aperta con la EFL per questioni legate al fairplay finanziario e l’obiettivo del Wycombe sarebbe quello di portare la lega inglese a una decisione finale nei confronti del team ora guidato da Rooney.

Nel caso in cui il Derby County dovesse ricevere una penalizzazione in termini di punti in questa stagione, il Wycombe scavalcherebbe infatti i Rams in classifica e conquisterebbe così un’insperata salvezza.

Resta però molto più probabile che un’eventuale penalizzazione sia applicata alla prossima stagione.

Un possibile ultimo colpo di scena che potrebbe rendere ancora più incredibile una stagione di Championship di per sé già ricca di storie da raccontare!

And now – once more – let’s grab a pie and a beer, mates. Enjoy!

Alla prossima puntata di ‘FA – Football Addicted’!

 

Recupera le puntate precedenti di ‘FA – Football Addicted’ QUI

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Fonte immagine in evidenza: foto Pixabay con diritto Google Creative Commons

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L’ultima grande Lazio: la stagione 1999/2000 e la Champions League

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veron lazio

La Lazio torna dopo due anni di assenza a competere nella Champions League. I biancocelesti, nel gruppo E con Atletico Madrid, squadra con cui esordirà questa sera, Celtic e Feyenoord, potranno dire la loro per il passaggio del turno. Sarri dovrà trovare la migliore Lazio possibile nonostante il brutto avvio in campionato ma che ha fatto vedere le migliori qualità ad esempio nella vittoria contro il Napoli. Fra giocate di squadra nello stretto ed individuali, come Luis Alberto, probabilmente il miglior giocatore in questo momento, la formazione schierata dal tecnico toscano cercherà di esprimere il calcio migliore da proporre contro un avversario ostico, che preferisce lasciar giocare gli avversari.

A ritrovarli nel loro esordio della massima competizione europea sarà l’Atletico Madrid, con il Cholo Simeone sempre a guidare i Colchoneros. Proprio l’argentino ha vissuto uno dei migliori momenti della carriera nella Capitale, sponda ovviamente biancoceleste. All’epoca giocatore e centrocampista, Simeone ha fatto parte di una rosa straordinaria che ha conquistato il titolo di campione d’Italia nella stagione 1999/2000. Proprio in quella cavalcata, parallelamente alla Serie A, la Lazio ha raggiunto il miglior risultato di sempre nella sua storia in Champions League.

Andiamo quindi a scoprire la rosa diventata storica per il club visti i traguardi raggiunti.

“Mi viene la pelle d’oca ricordando gli anni in cui i tifosi mi amavano tantissimo e mi davano sempre tanto calore. Sono stati anni di calcio ben giocato qui e abbiamo vinto tanto insieme”.

Diego Simeone nella conferenza stampa pre Lazio-Atletico Madrid

LA ROSA CAMPIONE D’ITALIA

La miglior Lazio capace di raggiungere i quarti di finale della Champions League ha una rosa storica e iconica per ogni tifoso della squadra capitolina. Guidati da Sven-Goran Eriksson, allenatore svedese conosciuto per il suo gioco combattivo e cinico, i biancocelesti saranno infatti una formazione molto unita, che non verranno spesso trascinati da un singolo. Una vera e propria coesione dove titolare o subentrante sapeva perfettamente cosa svolgere in campo. Lo dimostra soprattutto la cifra dei gol segnati dal principale attaccante, Marcelo Salas, che siglerà 12 gol in Serie A e sarà anche l’unico della rosa a superare la doppia cifra.

In porta, Luca Marchegiani era il titolare. La difesa veniva composta da una linea a 4 con Giuseppe Pancaro e Paolo Negro, sulla corsia sinistra e di destra, a completare il reparto difensivo composto dai due centrali Nesta e Mihajlovic, difensori forti nel contrasto ma dalla tecnica raffinata, soprattutto per il serbo, data anche la grande quantità di punizioni segnate in carriera. Abili dunque a far ripartire l’azione, i centrali venivano spesso schermati ed aiutati nella fase difensiva da un mediano: Sensini in primis e Almeyda poi erano designati perfettamente in questo ruolo. L’ex Parma e Udinese riusciva a ricoprire anche più ruoli come il terzino o il difensore centrale per via delle sue grandi doti difensive, ma dal piede abile per l’impostazione.

Il centrocampo era poi formato da altri due argentini ad accompagnare l’azione: Juan Sebastian Veron e Diego Simeone appunto, autore del gol che riaprirà la corsa scudetto contro la Juventus. Per l’ex Parma sarà a livello realizzativo la miglior stagione dal punto di vista realizzativo, con doppia cifra raggiunta fra Serie A e Champions. Per il Cholo invece, dotato di grande corsa e anche senso dell’inserimento per colpire di testa, veniva affidato un ruolo per aiutare il regista. Sugli esterni, ecco che si trovavano i due equilibratori della squadra, abili nell’aiutare la squadra anche in fase difensiva ma soprattutto a cambiarne il volto in attacco. Nedved a sinistra e Conceicao sulla destra erano in grado mettere in difficoltà l’uomo, il primo con la palla al piede e dagli strappi micidiali, il portoghese invece con la sua intelligenza tattica per gli inserimenti.

In attacco, troviamo due attaccanti principali: Marcelo Salas, che come detto in precedenza è risultato il miglior marcatore della squadra, e Simone Inzaghi. I due attaccanti non risultavano quasi mai in campo contemporaneamente, con il cileno preferito da Eriksson per la sua abilità nel giocare sul corto per via della tecnica eccelsa, mentre Inzaghi preferito per il lancio lungo alla ricerca della profondità. In rosa erano poi presenti altri elementi dove spiccano soprattutto i nomi di Dejan Stankovic, ancora acerbo per guadagnare un ruolo fondamentale con questi giocatori in campi, e l’ex Juventus Boksic che insieme a Mancini hanno svolto per lo più il ruolo di seconde punte. Per via dei tanti problemi fisici i due non hanno saputo dare il contributo decisivo alla squadra.

L’AVVENTURA IN CHAMPIONS LEAGUE

La Lazio nel 1999/2000 disputa la sua prima Champions League della storia. Qualificata come seconda nel campionato precedente e dalla forza della squadra, giunge come formazione più forte del suo girone. Sorteggiata nel gruppo A, finisce insieme all Dinamo Kiev, Bayer Leverkusen e Maribor. Rispettando le aspettative, la Lazio conclude alla grande la prima fase a gironi vincendo 4 partite e pareggiando le restanti. Nelle seconda fase le cosi si fanno più complicate visto anche il livello degli avversari: nel gruppo con il Chelsea di Zola, il Feyenoord e Marsiglia i biancocelesti perdono la loro prima partita con gli olandesi. Ma il pareggio all’Olimpico e la decisiva gara giocata a Stamford Bridge vinta contro i Blues per 2-1 grazie alla rete da vero numero 9 di Inzaghi ed alla straordinaria punizione di Mihajlovic. Con i francesi invece arrivano due vittorie.

La corsa verso il sogno più importante si interrompe però ai quarti di finale, quando la Lazio pesca il Valencia, futura finalista di quella competizione. Prima al Mestalla gli spagnoli si impongono con un grande 5-2, quasi impossibile da rimontare. Infatti, il gol di Veron risulterà inutile nella gara di ritorno, finita 1-0 per i padroni di casa.

I TRAGUARDI RAGGIUNTI

Nonostante l’amarezza dell’eliminazione in Coppa, a livello europeo la Lazio può vantarsi di un prestigioso trofeo internazionale vinto a inizio stagione: la Supercoppa Europea. Contro il Manchester United di Sir Alex Ferguson campione d’Europa in carica, con un gol di Salas la squadra di Eriksson si impone per 1-0. Dopo un match di campionato contro il Sunderland, tanti anni dopo lo scozzese rilasciò questa intervista riguardo ai ricordi più amari dopo 25 di fila sulla panchina dei Red Devils. Uno di questi fu proprio legato alla Supercoppa del 1999:

“Nel 1999 abbiamo perso la Supercoppa Europea contro la Lazio che in quel momento era la migliore squadra al mondo ed è forse questo il ricordo più amaro”.

Oltra alla Serie A conquistata all’ultima giornata, anche la Coppa Italia, terza nella storia della Lazio, viene vinta dai biancocelesti, assoluti dominatori in Italia in quella stagione. Nella doppia finale contro l’Inter è decisiva la gara di andata vinta per 2-1, mentre al ritorno ci sarà solo uno 0-0.

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Tre italiane in finale nelle coppe europee: fortuna o rinascita del nostro calcio?

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Inter, Lautaro viene insidiato da Barella nel ruolo di nuovo capitano interista

È indiscutibilmente l’anno dell’Italia, almeno per quanto riguarda il mondo del calcio. Tre italiane in finale nelle tre coppe europee era qualcosa di difficilmente pronosticabile a inizio anno. E non solo: quello che stupisce ancora di più è il numero delle squadre che sono riuscite a farsi strada durante il loro cammino nelle competizioni continentali. Abbiamo portato ben tre team ai quarti di finale di Champions League, due in semifinale di Europa League (in cui abbiamo sfiorato una finale tutta italiana) e, per la seconda volta consecutiva, una in finale di Conference League.

Non si può non elogiare il percorso e la crescita di quasi tutte le compagini della nostra nazione e in molti si sono chiesti se questo non possa essere il punto di partenza per un nuovo dominio italiano in Europa, come fu a cavallo fra gli anni ’90 e i primi del 2000. La domanda ha ovviamente senso, non solo considerati i risultati di questa stagione ma anche per il fatto che la nostra Nazionale (pur non riuscendo tristemente a qualificarsi per il Mondiale) è la detentrice del titolo europeo, conquistato appena due anni fa.

Altri, un po’ più pessimisti, hanno tirato in mezzo anche la fortuna di aver avuto dei sorteggi favorevoli. E quindi a cosa credere? Abbiamo realmente avuto solo fortuna o c’è qualcosa in più? Affrontiamo la questione con una semplice analisi dei fatti per scoprire a che punto è il nostro calcio e se potremmo rivedere questo exploit delle nostre squadre nel prossimo futuro.

LE DIFFERENZE FRA CHAMPIONS, EUROPA E CONFERENCE LEAGUE

Sarebbe fuorviante affrontare la questione in maniera unica per tutte le squadre italiane e anche farlo non considerando le differenze fra le tre coppe europee. Champions, Europa e Conference League sono, infatti, tre competizioni studiate per fini diversi e per compagini diverse. Prendiamo in considerazione l’Europa League e la Conference League. Come sappiamo queste coppe sono un’opportunità per le squadre di medio/alto livello del panorama calcistico continentale. Non indicano la squadra più forte d’Europa ma ci aiutano a valutare un parametro importantissimo: il livello dei vari campionati europei.

La salute della classe media è in molti casi un sintomo della salute di una società e, nel mondo del calcio, queste due competizioni sono quelle che più di tutte ci indicano lo stato di salute di un movimento. Nel caso dei club italiani, possiamo tranquillamente dire che, visti i risultati in queste competizioni in questi ultimi anni, il nostro calcio sta molto più che bene.

In EL abbiamo avuto quattro squadre arrivate almeno in semifinale nelle ultime quattro edizioni e in ECL per la seconda volta di fila una nostra squadra può giocarsi la coppa. Questo ci porta a ragionare sul fatto che il livello medio della Serie A è molto alto anche rispetto agli altri campionati europei di punta. Se ci riflettete, questo è anche il motivo per il quale la lotta Champions in queste ultime stagioni del campionato italiano si è fatta sempre più avvincente.

Un livello tale che ha fatto sì che venissero create delle rose altamente competitive per queste due competizioni e l’auspicio per il futuro è che le italiane possano ambire di anno in anno alla vittoria di queste due coppe europee. Purtroppo, va fatto un discorso diverso per la terza coppa, la più importante, la Champions League.

IL CAMMINO DELLE ITALIANE IN CHAMPIONS LEAGUE

La coppa “dalle grandi orecchie” è quella che racchiude l’élite del calcio europeo. Non solo, è anche innegabile come siano sempre i soliti top club del continente ad accedere alle fasi più avanzate del torneo. Squadre come Manchester City, Real Madrid, Bayern Monaco, tutti squadroni pensati per vincere il trofeo ogni anno. In questa stagione abbiamo però assistito a un vero e proprio dominio del nostro calcio anche nella manifestazione più importante.

Tolta la Juventus, l’unico club che rispetto ai precedenti anni ha avuto una flessione, Inter, Milan e Napoli hanno dimostrato, aiutate anche da un campionato maggiormente competitivo e, dunque, più “allenante”, di avere delle rose molto ben attrezzate anche per poter dire la loro. E, soprattutto, di poter giocare un calcio al livello di quello dei top club europei.

L’Inter, per arrivare fino in fondo, ha dovuto superare un girone di ferro con Bayern Monaco e Barcellona. Il Napoli ha affondato il Liverpool, finalista della precedente edizione, e ha, per lunghi tratti, giocato un calcio tra i migliori d’Europa. Il Milan è rinato grazie allo strepitoso lavoro di Pioli e Maldini. Tutte realtà in crescita, come lo sono anche Roma, Lazio e Fiorentina. Ma, dunque, possiamo ripetere l’exploit di quest’anno anche nelle prossime Champions League?

QUANTO HA INFLUITO LA FORTUNA?

Purtroppo dobbiamo anche affrontare il fatto che, probabilmente, abbiamo anche avuto un po’ di fortuna. Come ci ha insegnato Niccolò Machiavelli non dobbiamo sottovalutare l’operato di questa forza che l’uomo può a volte controllare, ma che spesso va al di là delle nostro operato.

È innegabile, quindi, che il sorteggio dei quarti di finale, che ha posto ben tre italiane in un lato del tabellone, è stata una contingenza che ha influito molto sul prosieguo della competizione. Una situazione che difficilmente potremo rivedere nei prossimi anni, salvo eventuali ulteriori aiuti della Dea bendata. Quindi? Dovremmo prendere questa strepitosa stagione delle italiane nelle coppe europee come unica e irripetibile e frutto solo della fortuna?

RIPARTIRE DA QUI

Come abbiamo detto, è innegabile il miglioramento di quasi tutte le nostre squadre da un punto di vista tecnico, tattico e gestionale. È vero, la fortuna ha in parte influito, ma non si possono nascondere le virtù delle nostre società. Ecco, proprio questa parola sarà il cardine dei prossimi anni del calcio italiano. Non a caso un concetto nuovamente machiavellico: la virtù, ovvero la forza che l’uomo contrappone alla fortuna, quando questa decide di voltarci le spalle.

Se per Europa League e Conference League la forza delle nostre squadre ci permetterà di lottare sempre per la vittoria, per la Champions League ci troveremo, già dall’anno prossimo, a fare i conti con delle realtà superiori a noi. Ma non possiamo lasciarci sfuggire l’opportunità che questa stagione calcistica ci ha offerto, ovvero quella di dimostrare che anche noi possiamo tornare ad ambire a grandi traguardi.

Il nostro movimento può e deve ripartire da questa stagione per poter progredire ulteriormente e le nostre società muoversi per far sì che questo non sia un anno unico e irripetibile, ma che, col tempo, diventi la norma. Far sì che, con le proprie forze, i club italiani riusciranno a raggiungere posizioni di vertice nelle coppe europee (anche in Champions League) a prescindere dall’aiuto che la fortuna sceglie di offrirci.

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Henrikh Mkhitaryan: l’equilibratore dell’Inter

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Mkhitaryan

L’acquisto di Henrikh Mkhitaryan nella scorsa finestra estiva di mercato da parte dell’Inter è stato uno di quei colpi che non hanno di certo esaltato i tifosi. Non che sia stato un acquisto criticato, ovviamente, ma neanche uno di quei colpi col botto. Un centrocampista, arrivato a parametro zero, in grado di aggiungere qualità alla manovra ma, in fin dei conti, solamente un buon rimpiazzo per Calhanoglu o Barella. Nulla di più di un completamento del roster nerazzurro.

In pochissimi di noi si sarebbero però aspettati una sua centralità nello scacchiere tattico di Simone Inzaghi oggi, alla vigilia di una storica semifinale di ritorno di Champions League. In una stagione in cui Mkhitaryan è sì partito inizialmente dietro nelle gerarchie dell’Inter, ma è risultato, alla lunga, decisivo per lo strepitoso percorso dei nerazzurri in tutte le competizioni.

DUTTILITÀ

L’intelligenza, qualora volessimo prendere dei parametri per giudicarla, si nota anche dalla flessibilità e dalla duttilità di una persona. Al sapersi ambientare al contesto anche a prescindere dalle difficotà. Ebbene, questo concetto calza perfettamente alla personalità di Mkhitaryan. Una persona, prima ancora che un calciatore, che ha saputo adattarsi e trarre il meglio da ogni esperienza. Parla sette lingue: armeno, russo, inglese, portoghese, francese, tedesco e, ovviamente, l’italiano. Con un laurea conseguita all’Istituto di Cultura Fisica in Armenia.

Nel frattempo ha insegnato calcio in Germania, al Borussia Dortmund di Jurgen Klopp, poi in Inghilterra all’Arsenal e al Manchester United. Ed è proprio qui che la sua intelligenza calcistica prende forma. Mkhitaryan è un tuttofare, un centrocampista in grado di ricoprire ogni zona del campo, dal trequartista all’esterno, con una tecnica unica ma, soprattutto con uno spirito di sacrificio unico.

Infine, l’arrivo in Italia. Alla Roma parte da trequartista, giocando in maniera superlativa, salvo poi arretrare il suo raggio d’azione come mediano insieme a Cristante. Ruolo in cui il suo apporto passa molto più in sordina ma grazie al quale diventa essenziale per Mourinho, sia in Campionato che in Conference League. Da questa stagione all’Inter, per Mkhitaryan si prospettava un progressivo declino, soppiantato dai vari Brozovic, Barella e Calhanoglu, titolari inamovibili per Inzaghi. Ma ecco che il suo apporto è tornato a essere determinante anche a Milano in un nuovo ruolo, quello di mezzala, grazie al quale l’armeno è diventato fondamentale per i nerazzurri.

LA SUA IMPORTANZA PER L’INTER

La sua intelligenza rara lo ha portato a rendersi indispensabile per le logiche tattiche di Inzaghi. Certo, nel suo passaggio a un ruolo da titolare ha inciso molto l’infortunio di Brozovic, ma la sostituzione del croato con Calhanoglu come vertice basso di centrocampo è stata anche permessa proprio dall’armeno.

Come dicevamo, il sapersi adattare è una delle caratteristiche delle persone illuminate, e Mkhitaryan ha un’abilità speciale nel sapersi muovere in sintonia con i suoi compagni di reparto. La sua accuratezza nei movimenti senza palla gli permette di smarcarsi per offrire una linea di passaggio. La tecnica gli permette di gestire il possesso, sia facendo fluire il pallone con velocità, sia portando egli stesso la sfera in conduzione. La sua tenacia e il suo spirito di sacrificio (pur essendo un 34enne) lo portano, inoltre, a unire alle sue doti qualitative quelle quantitative che per caratteristiche non dovrebbero competergli.

È così che lo si trova spesso a intercettare le linee di passaggio avversarie o andare a contrasto. O anche a sopperire alle avanzate offensive di Calhanoglu, retrocedendo ulteriormente la sua posizione. O, al contrario, sfruttare le sue doti nell’inserimento per spingersi in area quando Barella è impossibilitato a farlo. Sono tutte doti che il numero 22 mette di partita in partita a disposizione dei nerazzurri. Mkhiratyan è il tuttocampista perfetto per l’Inter, l’ago della bilancia essenziale sia in fase offensiva che difensiva.

Non a caso, anche la sua collocazione tattica la dice lunga. Il ruolo di mezzala sinistra, che possiamo definire a tutti gli effetti come il secondo regista della squadra, che, prima di lui e Calhanoglu, fu di un altro illuminato del gioco come Christian Eriksen. E in cui lo stesso Inzaghi adattò, nei suoi anni alla Lazio, Luis Alberto, la fonte creativa di maggior spicco dei biancocelesti in quegli anni. Un ruolo che, dunque, richiede doti uniche per un giocatore, soprattutto per quanto riguarda l’intelligenza tattica. E chi se non Henrikh Mkhitaryan poteva essere l’uomo giusto per ricoprirlo?

 

 

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Annate da sogno

L’eterno Modric contro lo scorrere del tempo

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modric arabia saudita

È ormai quasi certo il rinnovo di Luka Modric con il Real Madrid. Il centrocampista croato prolungherà ulteriormente la sua già strepitosa carriera, regalandoci il lusso di vederlo giocare anche nella prossima stagione con la camiseta blanca, quando compirà 38 anni. Quasi a non volerci concedere i commenti lusinghieri con il quale vorremmo elogiarlo al termine della sua carriera. No, lui è e continuerà ad essere il faro che illumina le notti del Santiago Bernabeu, beffandosi persino del Padre Tempo.

Certo, ormai siamo sempre più abituati a vedere le carriere dei giocatori prolungarsi fino a tarda età. Visto che siamo in un’epoca di veri e propri super atleti che, in alcuni casi, riescono a fronteggiare anche l’inesorabile scorrere del tempo. Ma per Modric bisognerebbe fare un discorso a parte, visto il ruolo peculiare che riveste, quello del centrocampista. Un giocatore che dovrebbe teoricamente essere il “motore” della squadra, sia dal punto di vista mentale che fisico. Ebbene, il diez croato ha sicuramente dovuto sviluppare un’intelligenza fuori dal comune (e non solo calcistica) per saper essere ancora così decisivo in uno dei club più prestigiosi al mondo e nelle competizioni più importanti. E soprattutto, a saper andare oltre i limiti impostigli dall’età.

UN DOMINIO CHE DURA DA UN DECENNIO

Grazie al suo imminente rinnovo con il Real Madrid, Modric si appresterà a vivere la sua undicesima stagione con le Merengues. Un traguardo assurdo se consideriamo che la carriera del Folletto di Zara in Spagna non era iniziata nel migliore dei modi. Dopo la prima stagione, molti sostenitori madridisti lo additavano addirittura come il peggior acquisto della storia dei Galacticos.

Serve l’arrivo di Carlo Ancelotti l’anno successivo per porlo definitivamente al centro del Real Madrid e a portarlo nell’Olimpo del calcio. Già dalla vittoria della Décima, propiziata proprio da un suo assist per il gol di Sergio Ramos allo scadere della finale contro l’Atletico Madrid.

Da lì inizia la mistica del Real di questo decennio, capace di dominare il calcio continentale come nessuno mai nella storia. Dopo la Décima, arriva il trittico di trionfi dal 2016 al 2018. Un three-peat che non era mai successo in epoca moderna. Modric è al centro del gioco. La stella è ovviamente Cristiano Ronaldo, ma il tempo saprà anche effettivamente svelare che, dietro al magistrale lavoro di CR7 sotto porta, si celava anche il genio tattico e tecnico del trequartista croato. Che, infatti, sopravanza il portoghese proprio nel 2018. Al Mondiale in Russia, Modric trascina la Croazia a una storica finale, che gli vale anche il Pallone d’Oro della stagione, scavalcando proprio il nativo di Madeira.

Ecco, sembrava proprio quello il canto del cigno. Dopo quell’incredibile anno, sia il talento di Modric che l’efficienza di quel Real Madrid parevano affievolirsi fino a sembrare anche anacronistici per il calcio ultra fisico di questi ultimi anni. O forse era solo una pausa scenica, prima del ritorno della scorsa stagione. In cui la Casa Blanca torna a dettare legge in campo europeo, ammantata da un alone di invincibilità che ha più a che fare con il misticismo che con le logiche sportive. Il trionfo in Champions e in Liga della stagione 2021/22, il ritorno della Croazia sul podio mondiale, tutte gesta in cui Modric è uno degli artefici massimi. Decisivo come non mai nonostante il sacrificio dal punto di vista fisico che il tirannico Padre Tempo gli chiede di volta in volta.

Eppure Modric è sempre lì, all’apice, quasi come se anche il tempo, oltre che lo spazio sul terreno di gioco, si pieghino al suo volere. A un passo dall’ennesima semifinale in Champions League con il suo Real Madrid, che prima di accantonarlo deve prima scontrarsi sempre con il fatto che il croato è sempre e comunque fondamentale.

COME FA A SFIDARE IL TEMPO?

Purtroppo c’è da dire una cosa importante. Non sarà il nativo di Obrovac a sconfiggere il Padre Tempo e continuare a giocare all’infinito. Per il semplice fatto che questo è un avversario al quale, prima o poi, ogni mortale è costretto a piegarsi. E, infatti, anche a veder giocare Modric adesso, nel Real Madrid o nella Croazia, si può notare come il suo dominio tecnico e fisico nelle partite va via via affievolendosi.

Si deve purtroppo constatare come Modric non ha più la corsa, la resistenza, il fisico per poter illuminare ogni singolo momento della stagione. Il Padre Tempo, che gli ha dato la gloria, sta pian piano chiedendogli il conto, togliendogli la dinamicità dei giorni migliori. Ma è proprio qui che risiede l’immensa intelligenza di Modric. Anche lui ha capito che non può sconfiggere l’avanzare inesorabile dell’età. Ma grazie alle sue doti intellettive fuori dal comune ha anche capito come dilatare il più a lungo possibile i suoi giorni di maestosità.

Non riuscendo più a rendere al 100% sul lungo periodo, non gli resta che rimanere quasi dormiente, anche per lunghi tratti della partita e della stagione. Ma scegliendo accuratamente i momenti clou, in cui riversare, anche se per un periodo limitatissimo di tempo, tutta la sua classe. È così che nei big match della scorsa fase finale della Champions League o al Mondiale in Qatar, è risultato ancora una volta determinante. Mutuando un’espressione del basket NBA, Modric è diventato il giocatore clutch per eccellenza. Magari non sempre ai suoi massimi livelli in stagione, ma ingigantendo il peso specifico delle sue giocate in proporzione alla crucialità del momento.

È IL MIGLIOR CENTROCAMPISTA DI SEMPRE?

Che Modric sia già nel Pantheon dei grandi del calcio è un fatto assodato da tempo. Ciò che rimane da chiedersi è se non sia addirittura il migliore del suo ruolo in ogni epoca. Può sembrare un’affermazione forte, divisiva, ma probabilmente non lontanissima dalla verità.

Ovviamente, lungi da noi sbilanciarci in questo modo in suo favore, visto che, nella quasi totalità dei casi, è impossibile rispondere a certe domande. L’unico dato che possiamo analizzare è però questa sua abilità nel poter dilatare il tempo, che in pochissimi hanno avuto in passato. Parliamo di una ristrettissima élite di centrocampisti, come Iniesta, Pirlo, Xavi e Zidane. Probabilmente gli unici che hanno vinto quanto Modric in carriera e che hanno spinto il loro fisico nell’impresa di duellare con i limiti imposti dall’età.

Pirlo e Xavi, per esempio, hanno smesso di giocare ad altissimi livelli lo stesso giorno, dopo la finale di Champions League fra Barcellona e Juventus del 2015, rispettivamente a 36 e 35 anni. L’ultimo atto della carriera di Zizou è stata l’indimenticabile finale del Mondiale 2006 contro l’Italia, lasciando il calcio da trascinatore della sua nazionale a 36 anni. Iniesta (che comunque è ancora un giocatore del Vissel Kobe, in Giappone) lascia il Barça a 34 anni da Campione di Spagna. E poi c’è Luka Modric che, in realtà, sulla carta, ha solo un anno meno di Don Andres, ma che sa ancora regalare emozioni ai più alti livelli di questo sport. E lo farà anche l’anno prossimo, quando compirà 38 primavere. Almeno questo possiamo tranquillamente affermarlo: nessuno ha saputo duellare con il Padre Tempo più a lungo di lui.

 

 

 

 

 

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