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Calcio e dintorni

FA – Football Addicted #34! “Eddie Howe: l’arte del saper attendere”

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QUESTA È FA – FOOTBALL ADDICTED, LA RUBRICA D’APPROFONDIMENTO TARGATA NUMERO DIEZ DEDICATA ESCLUSIVAMENTE AL CALCIO D’OLTREMANICA. OGNI SETTIMANA, AL MERCOLEDÌ, VI RACCONTEREMO UNA STORIA D’ATTUALITÀ O DEL PASSATO, CONDIVIDENDO CON VOI LA NOSTRA PASSIONE PER IL FOOTBALL MADE IN UK! OGGI PARLIAMO DI EDDIE HOWE, L’UOMO CHE STA CONDUCENDO IL NEWCASTLE UNITED FUORI DALLE SABBIE MOBILI IN PREMIER LEAGUE.

Prendere una squadra a stagione in corso non è mai un compito facile.

Prenderla all’ultimo posto della classifica e trascinarla fuori dalle sabbie mobili di una retrocessione, fin a quel punto meritata, è un compito assai ancor più arduo.

Un compito che Eddie Howe sta però dimostrando di saper eseguire molto bene.

Da quando il tecnico inglese ha preso la guida del Newcastle United, le sorti dei Magpies sono decisamente cambiate nel giro di pochi mesi.

Da una retrocessione che sembrava ormai scontata a un’agevole salvezza che ora pare un futuro più che concreto.

Il tutto grazie a idee nuove, tanto lavoro e – doveroso sottolinearlo – importanti investimenti sul mercato.

Nella puntata odierna di “FA – Football Addicted” vogliamo farvi conoscere meglio la figura di Eddie Howe.

Manager dal grande talento e con una dote unica: saper attendere.

RIPARTENZA

Senza una panchina dall’estate del 2020, quando chiuse la sua leggendaria esperienza al Bournemouth, Eddie Howe ha accettato di essere il nuovo faro del Newcastle lo scorso novembre, quando ha firmato un contratto che lo lega alle Gazze fino al 2024.

Una decisione arrivata dopo una sorta di anno sabbatico, nel quale il manager inglese ha anche rifiutato un’offerta proveniente dal Celtic, in attesa di una sfida più adatta a lui.

L’arte del saper attendere.

Howe voleva un ritorno in Premier League e l’ha avuto.

Detto addio a Mike Ashley e accolta la nuova proprietà saudita, il nuovo Newcastle rappresentato davanti alle telecamere da Amanda Staveley, suo marito Mehrdad Ghodoussi e il chairman non-esecutivo Yasir Al-Rumayyan hanno infatti deciso di esonerare Steve Bruce e scommettere sul giovane connazionale inglese per dare inizio all’ambizioso progetto di ripartenza dei Magpies.

Svanita quasi subito la possibilità di affidare questo ruolo a Unai Emery, tecnico che tanto bene sta facendo al Villarreal negli ultimi due anni, il Newcastle ha immediatamente spostato la propria attenzione su Howe, puntando su di lui come nuovo condottiero di una squadra che in quel momento aveva bisogno di risollevarsi al più presto.

All’arrivo del manager inglese in panchina le Gazze, lo scorso novembre, si trovavano infatti all’ultimo posto della classifica in Premier League, con soli 6 punti e zero vittorie.

Una situazione decisamente scomoda, ma anche molto stimolante, per un tecnico che nella vita ha sempre amato il ruolo degli underdogs, costretto spesso a ritrovarsi dalla loro parte.

“Per natura, mi piace tifare per gli sfavoriti”.

L’AMORE PER IL CALCIO

Nato ad Amersham il 29 novembre 1977 e cresciuto a Chesham, due cittadine nei pressi di Watford, Eddie Howe prima che un allenatore di talento è stato anche un calciatore dalle grandi promesse.

Da bambino, quando possibile, i weekends li passava a Vicarage Road a osservare il Watford.

Era lo stadio più vicino a casa e fu così che un giovanissimo Howe iniziò a tifare gli Hornets. O almeno fino all’ingresso dell’Everton nel suo cuore.

Nel 1984 il Watford si ritrovò infatti a disputare la finale di FA Cup a Wembley contro l’Everton e fu in quel momento che Howe si innamorò dei Toffees (vincitori del match per 2-0, ndr). Come rivelato da lui stesso in una brillante intervista rilasciata in passato a The Coaches’ Voice.

“Stavo guardando la partita e qualcosa iniziò a spingermi a tifare per l’Everton. Non so bene che cosa. La maglia, forse. Oppure il nome. Fui catturato e da quel momento iniziai a seguire quella squadra”.

I soldi per raggiungere Liverpool e vedere i Toffees direttamente a Goodison Park non c’erano. Eddie allora aspettava che l’Everton venisse a Watford o a Londra e poi convinceva i familiari a portarlo allo stadio.

“Mi sedevo e guardavo la partita, senza cantare. Non sono mai stato uno di quei tifosi, uno di quelli che mostrava così tanto coinvolgimento”.

Quando aveva dieci anni la sua famiglia si trasferì poi a Bournemouth e fu in questa città che Howe iniziò a legarsi visceralmente a quella che ancora oggi considera una delle sue tre squadre del cuore.

“Ci trasferimmo a Bournemouth e io iniziai subito a seguire le Cherries, perché quello era il club locale. Le mie squadre preferite divennero così tre: Watford, Everton e Bournemouth”.

Al ruolo di tifoso, Howe iniziò ad accostarci presto anche quello di calciatore.

Notato da uno scout, fu accolto infatti nelle giovanili del Bournemouth, dove iniziò la sua prima carriera. Senza sapere che poi, nello stesso luogo, avrebbe iniziato anche la sua seconda.

DAL CAMPO …

Difensore centrale dalle grandi promesse, Eddie Howe come calciatore non ha avuto la carriera sognata.

La causa? Ripetuti infortuni e un ginocchio malconcio che, con il passare del tempo, lo ha costretto a vivere le partite da bordocampo.

Eppure, l’inizio di carriera non fu male.

Dal 1995 al 2002 collezionò oltre 200 presenze con le Cherries, venendo poi ceduto al Portsmouth.

Il Bournemouth versava in una profonda crisi finanziaria e aveva bisogno di cessioni illustri per poter portare nuovo capitale all’interno del club.

Ecco allora che il sacrificato fu proprio quel giovane talento fatto crescere nelle giovanili e che al Portsmouth avrebbe avuto l’occasione di mettersi in mostra in Premier League.

Non fu così.

Nel giro di due anni, con la maglia del Pompey collezionò solamente una manciata di presenze, a causa di continui infortuni, riuscendo a scendere in campo soltanto in due occasioni in massima divisione, dopo che il club conquistò la promozione dalla Championship.

Di contro, ebbe la fortuna di essere allenato da due tecnici esperti come Harry Redknapp e il suo assistente Jim Smith, ‘The Bold Eagle’.

I due managers che, al pari di Sean O’Driscoll e Kevin Bond, ancora oggi Howe considera tra i suoi maestri, nonché coloro che hanno avuto la maggior influenza durante la sua successiva formazione come allenatore.

A cambiargli letteralmente la carriera fu un brutto infortunio al ginocchio rimediato in un Portsmouth-Nottingham Forest.

“Avevo 24/25 anni e i dottori mi dissero che sarebbe stato meglio smettere di giocare a calcio. Dopo quell’infortunio infatti non fui più lo stesso”.

Decise allora di tornare al Bournemouth, grazie ai tifosi.

Creata la campagna “EddieRaise”, furono infatti loro a raccogliere oltre 21.000 sterline e a riportare a casa il figliol prodigo nel 2004.

Howe scese così dalla Premier League alla League One, dove indossò la maglia delle Cherries fino al 2007, quando appese definitivamente gli scarpini al chiodo.

… ALLA PANCHINA

Capito di non riuscire più a essere utile in campo, Howe iniziò a offrire il proprio contributo alla squadra in un altro modo, analizzando le partite per il manager Kevin Bond e studiando per diventare a sua volta un allenatore.

“Chiesi a Bond se potessi scrivere l’analisi di una partita nella quale avevo giocato anche io e lui apprezzò la mia intraprendenza”.

Ha raccontato sempre nella lunga intervista rilasciata a The Coaches’ Voice.

Entrato nel Centre of Excellence del Bournemouth, Howe ebbe poi la possibilità di allenare per 30 giorni ragazzi dagli 8 ai 14 anni, ricevendo anche alcuni insegnamenti da Robert Newman (allenatore delle Cherries dal 2006 al 2008, ndr).

“Lavorare con dei ragazzi così giovani per me fu utile. Dovetti rispolverare le basi. Insegnare come passare la palla, come stopparla”.

DEBUTTO DA BRIVIDI

La grande occasione per Howe arrivò nel 2008.

Scelto come traghettatore del Bournemouth a stagione in corso, ottenne subito grandi risultati, conquistandosi in pochi mesi la conferma come manager a tempo pieno del club.

Raccolta la squadra nei fondi della classifica della League Two, riuscì infatti a conquistare una salvezza ormai insperata, evitando al club quella retrocessione in National League che avrebbe significato l’uscita dalla EFL, ovvero dalle leghe del calcio professionistico.

Nonostante i 17 punti di penalizzazione che la lega impose alle Cherries come punizione per i conti non in regola, il Bournemouth di Howe chiuse il campionato 2008/2009 al quartultimo posto in classifica con 46 punti in 46 gare. A retrocedere furono Grimsby Town, Chester City e Luton Town (penalizzato a sua volta di 30 punti, ndr).

Un risultato straordinario per un tecnico che in quel momento non aveva alcuna esperienza. Un debutto da brividi, ma dal più dolce lieto fine.

DALLA QUARTA DIVISIONE AL NONO POSTO IN PREMIER LEAGUE

La stagione successiva fece ancora meglio.

Il Bournemouth ricevette nuove penalizzazioni e non poté fare mercato. Howe si ritrovò così a dover gestire nuovamente la rosa già presente, senza poter apportare alcuna modifica negli uomini se non quella di motivarli al meglio.

“Devi essere intelligente e trovare delle soluzioni”.

Detto, fatto.

Le Cherries conquistarono quello stesso anno la promozione in League One.

“Non aver avuto una carriera lunga e di successo come calciatore mi ha aiutato mentalmente a spingere come allenatore. A non dare nulla per scontato. A lavorare sempre e cercare il meglio”.

Nella stagione 2010/11, a campionato in corso e con la squadra al sesto posto in League One, Howe lasciò il club e firmò con il Burnley, in Championship.

Un salto di categoria, dunque, con il manager inglese che scelse di spostarsi al nord e guidare i Clarets dopo aver rifiutato offerte da Crystal Palace e Charlton Athletic.

La decisione per Howe fu semplice: spostarsi il più lontano possibile da casa per potersi concentrare esclusivamente sul calcio e sulla sua crescita come allenatore.

Il progetto che il Burnley gli aveva sottoposto era poi molto interessante. Iniziare un’opera di ricostruzione del club. Porre le basi per la formazione di una nuova squadra competitiva e che in pochi anni potesse raggiungere la Premier League.

La prima stagione la chiuse all’ottavo posto. La seconda al tredicesimo. Non arrivò dunque alcuna promozione, ma le basi furono poste davvero. Sarà poi Sean Dyche a completare l’opera e riportare il club in massima divisione un paio di stagioni dopo.

Per Howe si riaprirono invece le porte del Bournemouth, che lo accolse nuovamente.

“Fu un periodo difficile per me. La morte di mia madre mi diede una spinta decisiva nel lasciare il Burnley e tornare a casa”.

Vecchia squadra, nuova sfida.

L’obiettivo delle Cherries ora non era più quello di formare una nuova squadra dalle ceneri, bensì quella di utilizzare la solida struttura già esistente per raggiungere la Premier League.

Anche in questo caso: detto, fatto.

Ripresa la guida del club nel 2012, Howe lo condusse prima in Championship nel 2013 e poi in Premier League nel 2015 (da campioni del campionato di seconda divisione, ndr).

In massima serie Howe il club lo mantenne poi per cinque stagioni consecutive, mostrando un calcio fantastico e raggiungendo risultati straordinari. Un 16° posto, un 9°, un 12° e un 14°, fino a quel 18° posto nella stagione 2019/20 che costrinse la squadra a retrocedere in Championship (ora, sotto la guida di Scott Parker, le Cherries sono molto vicine a un ritorno in Premier League, ndr).

Con la retrocessione arrivò anche l’addio di Howe al club, non prima però di essere insignito del titolo di Freeman of Bournemouth, la massima onorificenza che il Council della città riserva a chi dà lustro alla comunità.

LO STUDIO DEI COLLEGHI

Allenatore che crede fortemente nello scambio di idee, Eddie Howe si è sempre mostrato interessato allo studio dei suoi colleghi.

Ha viaggiato molto, in Inghilterra e fuori, per seguire le sessioni di allenamento di altri tecnici.

Per esempio, ha studiato il lavoro di Maurizio Sarri e ha valutato sul campo quello di Brendan Rodgers, collega che, forse più di tutti, è stato generoso con lui.

Howe ricorda ancora, infatti, come ai tempi del Burnley il nordirlandese lo invitò per un paio di giorni a seguire i suoi allenamenti. All’epoca Rodgers guidava lo Swansea City in Championship e per diverse ore si intrattenne con un giovane Howe, con il quale discusse lungamente di tattica, di metodi di lavoro, di vita.

Insegnamenti che il tecnico inglese ha fatto suoi e che ancora oggi custodisce gelosamente.

L’IMPORTANZA DELLA CONDIVISIONE

Altro aspetto fondamentale per l’Howe allenatore è l’importanza della condivisione.

Il rapporto umano con i propri giocatori deve sempre essere al primo posto per il manager inglese, il quale cerca sempre di mantenere un clima positivo e propositivo all’interno delle sue squadre.

Uno stile che lo avvicina culturalmente a un altro grande tecnico attualmente in Premier League, quel Graham Potter che tanto bene sta facendo alla guida del Brighton & Hove Albion (vi avevamo raccontato la sua affascinante storia QUI).

“È la cultura di ogni organizzazione che ne determina il successo. Come le persone interagiscono tra di loro. Un allenatore può provare a stimolarle, facendole parlare insieme, creando dei gruppi. Un ambiente migliore. Ci deve sempre essere rispetto tra i giocatori e lo staff, così come tra i giocatori stessi. Sebbene siano i calciatori a guadagnare milioni, lavoriamo tutti per lo stesso obiettivo e tutti sono importanti. Giovani e vecchi. Ogni membro del club. Questa è la chiave. Ottenere questa cultura”.

Parole pronunciate da Howe in un’intervista rilasciata a Four Four Two e che spiegano perfettamente quale sia la mentalità del tecnico inglese.

La comunicazione deve sempre essere al centro del progetto. Così come la conoscenza profonda di chi si ha a fianco.

Per questo Howe dovunque è andato ha sempre chiesto ai suoi giocatori di parlare di aspetti personali delle proprie vite davanti ai compagni, così da coinvolgerli, facendosi conoscere meglio e creando un clima di unione all’interno della squadra.

“Se un giocatore non è felice fuori dal campo, non renderà nemmeno in partita. Prima devi trovare il problema e poi risolverlo. Per questo, per un allenatore è importante conoscere le vite private dei propri calciatori. Sapere se hanno dei figli. Cosa li rende felici. Cosa li aiuta a rendere al meglio. Solo così potrà sapere come aiutarli”.

Il morale di squadra deve poi essere sempre alto.

Ecco allora che Howe anche al Newcastle ha riproposto delle idee già mostrate ai tempi del Bournemouth.

All’interno del centro sportivo e negli spogliatoi (sia in casa che in trasferta) ha posto sui muri delle frasi motivazionali, pronunciate da grandi sportivi del passato (es: Michael Jordan, Eric Cantona, Muhammad Ali, Vince Lombardi, …).

Durante gli allenamenti organizza poi delle sfide a punti durante la messa in pratica dei diversi esercizi. Punti utili alla proclamazione del “Giocatore che si è allenato meglio” ogni mese.

newcastle eddie howe

NEWCASTLE UPON TYNE, ENGLAND – DECEMBER 19: Players of Newcastle United have a team huddle during the Premier League match between Newcastle United and Manchester City at St. James Park on December 19, 2021 in Newcastle upon Tyne, England. (Photo by Robbie Jay Barratt – AMA/Getty Images)

STILE DI GIOCO

Curato l’aspetto mentale, da ottimo allenatore qual è Howe cura profondamente anche l’aspetto tattico della propria squadra.

In passato con il suo Bournemouth si è divertito a cambiare spesso modulo con il cambiare delle stagioni, passando da un 4-4-2 a un 4-2-3-1 e poi ancora a un 3-4-3 e a un 4-3-3, schema che è tornato a utilizzare oggi con il Newcastle.

Moduli diversi, ma idee di base sempre uguali.

Nel gioco di Eddie Howe tre aspetti sono fondamentali.

Il primo: una continua collaborazione tra i reparti, utile a creare un buon palleggio.

Il secondo: l’allargamento del campo, sfruttando terzini, esterni di centrocampo e ali per dare respiro e imprevedibilità alla manovra d’attacco, potendo colpire sia sulle fasce che rientrando verso il centro.

Il terzo: un pressing deciso nella porzione centrale del campo, dove le maglie si devono chiudere e nulla deve passare.

Importanti sono poi i punti di riferimento che la squadra deve sempre avere.

Una prima punta che sappia dare profondità alla squadra, ma anche dialogare con i trequartisti.

Un centrale di difesa ordinato e abile nel gioco aereo.

Un pivot abile con i piedi e dei mediani di resistenza.

Esterni a tutto campo bravi a spingere, ma soprattutto a rientrare verso il centro del campo per sorprendere gli avversari.

HOWE E IL NEWCASTLE

A pochi mesi dall’inizio del suo incarico e dopo un avvio complicato, le idee di Howe iniziano a vedersi anche al Newcastle.

Fondamentali in questo processo i nuovi giocatori che la proprietà gli ha messo a disposizione durante il mercato di gennaio.

Ha gettato subito nella mischia un uomo di esperienza come Kieran Trippier e, prima dell’infortunio, il terzino inglese l’ha ripagato con ottime prestazioni e due goal fondamentali in un momento molto delicato della stagione.

Ha saputo aspettare Bruno Guimaraes, altro acquisto molto oneroso che non ha trovato spazio fin da subito, ma che ha avuto bisogno di un periodo di adattamento, prima di prendere confidenza con la Premier League. Ora è l’uomo fondamentale a centrocampo.

Reso Matt Targett, Chris Wood e Dan Burn dei punti fermi della squadra pressoché immediatamente, riuscendo così a sopperire alla lunga assenza di un giocatore per lui molto importante come Callum Wilson (già allenato con successo ai tempi del Bournemouth) e all’involuzione di Jamaal Lascelles.

Rivitalizzato completamente Jonjo Shelvey, rendendolo il direttore d’orchestra a centrocampo, e Ryan Fraser, fondamentale per il gioco sugli esterni. Così come Joe Willock, reso ancora più pericoloso nelle sue azioni.

Scelto Martin Dubravka come portiere titolare, ponendo fine alla continua alternanza con Karl Darlow.

Ha cambiato la carriera di Joelinton.

Spesso criticato per le sue scarse prestazioni da esterno d’attacco, a fronte di una spesa da 40 milioni di sterline, il brasiliano oggi è diventato l’uomo in più del Newcastle di Howe e lo ha fatto cambiando semplicemente posizione.

Posto a sinistra nei tre di centrocampo, Joelinton ha trovato la collocazione perfetta per esaltare le proprie qualità: corsa, pressing e bravura nel saltare l’uomo.

È diventato un centrocampista box-to-box, indomabile nel contro-pressing e bravo ad alimentare pure l’azione d’attacco dei compagni.

Ciliegina sulla torta è poi l’esaltazione di Allan Saint-Maximin, quel giocatore estroso al quale Howe concede le maggiori libertà. Meno compiti tattici, più licenze poetiche.

“Abbiamo la responsabilità di creare una squadra competitiva e nella quale i tifosi si rispecchino. – ha dichiarato ai microfoni di NBC Sports nel post-gara di Newcastle-Wolverhampton – Mostrare sempre la giusta attitudine e cercare di essere vincenti. Dobbiamo diventare una squadra difficile da battere. Lavorare sui fondamentali ed eseguirli bene. Essere in ottima forma fisica e psicologica”.

Questi, forse, anche i motivi per cui oggi Miguel Almiron sta trovando decisamente meno spazio, all’interno di una stagione davvero incolore per l’ex Atlanta United.

Un (quasi) intoccabile per Bruce, il paraguaiano quest’anno è parso in netta involuzione.

SALVEZZA POSSIBILE

Arrivato in un Newcastle disperato, terrorizzato dal concreto spettro della retrocessione, Howe ora ha reso la salvezza possibile.

Quando ha fatto il suo esordio sulla panchina delle Gazze nella tredicesima giornata di campionato contro l’Arsenal (non contiamo infatti come prima la gara contro il Brentford che Howe ha seguito solamente dall’hotel poiché positivo al Covid-19, ndr), il club era ultimo con soli 6 punti, a -6 dalla zona salvezza.

Oggi, alla trentaduesima giornata (con 31 gare giocate), i Magpies siedono invece al quindicesimo posto della classifica con 34 punti, a +10 sulla zona retrocessione.

Prima di Howe: 0 vittorie, 6 pareggi, 6 sconfitte.

Con Howe: 8 vittorie, 4 pareggi, 7 sconfitte.

Un cambio di rotta deciso e che ha visto il Newcastle inanellare per ben due volte tre vittorie consecutive. Qualcosa che pareva impossibile solamente pochi mesi fa.

I goal fatti restano comunque pochi. Quelli incassati tanti. Ma la squadra sembra aver trovato un certo equilibrio.

Il possesso palla non è aumentato nella quantità, ma nella qualità.

I giocatori sembrano maggiormente coinvolti nel progetto.

La squadra è tornata a credere in una salvezza ora più che possibile, nonostante le restanti partite in calendario recitino anche i nomi di Leicester City, Manchester City, Liverpool, Arsenal e Crystal Palace tra gli avversari ancora da affrontare.

Kevin Keegan disse che allenare il Newcastle è come cavalcare una tigre nera e bianca (“riding the black and white tiger”).

Come gestire un animale imprevedibile.

Eddie Howe ci sta riuscendo.

Grazie al suo talento e alle sue idee.

Grazie all’arte del saper attendere.

And now – once more – let’s grab a pie and a beer, mates. Enjoy!

Alla prossima puntata di ‘FA – Football Addicted’!

 

Recupera le puntate precedenti di ‘FA – Football Addicted’ QUI

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Inter, Antonio Pintus premiato per la stagione dello Scudetto

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Corsa scudetto, Milan-Napoli-Inter

Antonio Pintus, preparatore atletico del Real Madrid, è stato premiato oggi a Coverciano con il Cronometro D’Oro. Il premio si riferisce al lavoro svolto durante la stagione 2020/21, annata in cui era parte dello staff tecnico di Conte all’Inter, conclusasi con la vittoria dello Scudetto. Dopo aver ricevuto il premio, Pintus ha preso la parola per un discorso di ringraziamento. Ecco cosa ha detto:

Ringrazio lo staff tecnico dell’Inter per la stagione a cui fa riferimento questo Cronometro d’Oro. Tutti i miei ex collaboratori, il mister e soprattutto ricordo lo staff medico. Per riuscire ad avere risultati eccellenti, bisogna che ci sia un’assoluta integrazione tra gli staff. Ci deve essere onestà intellettuale, cosa che ho trovato all’Inter e non a caso sono stati raggiunti certi risultati. Mia moglie mi dà un equilibrio, sia nei momenti di euforia che di sconforto”.

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L’esito degli esami per Mazzocchi: c’è distorsione

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Durante il ritiro della Nazionale, Pasquale Mazzocchi, terzino della Salernitana, ha dovuto abbandonare anzitempo l’allenamento per un problema al ginocchio destro.
Rientrato a Salerno, Mazzocchi si è subito sottoposto agli esami di rito, che hanno evidenziato una distorsione con interessamento del legamento.

Lo stop, indicativamente, sarà dalle 3 alle 6 settimane, una tegola decisamente pesante per Nicola e la sua Salernitana, per i quali Mazzocchi rappresenta un pilastro fondamentale.

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La Russa si espone su San Siro e presenta il suo piano per il “doppio stadio”

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San Siro

Ignazio La Russa, presidente del Senato della Repubblica, è tornato a parlare sul progetto del nuovo stadio di Milano, che dovrebbe vedere la demolizione di San Siro.

La Russa si è dichiarato totalmente contrario a tale demolizione, infatti pare che stia discutendo con il Sindaco Sala per cercare una soluzione che scongiuri ciò.

Ecco le parole, riportate da Daniele Mari su Twitter:

Al sindaco Sala, il piano economico che mi sono permesso di sottoporre prevede un risparmio di 500 milioni, il costo della demolizione, che si somma al risparmio di danni ambientali enormi”.

“Anzi c’è un vantaggio a mantenere come è esattamente lo stadio di San Siro e costruire accanto, come avviene in tante città europee e sudamericane, un altro stadio“.

“Il progetto dei due stadi è conveniente, assolutamente necessario e utile. Quando all’estero si parla di Milano le cose che si conoscono sono tre: il Duomo, la Scala e lo stadio San Siro. Continuo a ripetere che vi è compatibilità assoluta”.

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Le nazionali rinunciano alla fascia OneLove, sarà sostituita da “No discrimination”

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IFAB

Il Mondiale che è iniziato ieri continua a far parlare più di sé fuori che dentro il campo. Tutti sappiamo cosa è successo per la costruzione degli stadi, con i diritti umani calpestati, e tutti stiamo continuando a vedere un evoluzione dell’orrendo. Tante le proteste delle nazionali e delle persone, ma si è parlato in particolar modo della posizione del Qatar nei confronti della comunità LGBTQ+. Khalid Salman è l’ambasciatore del Mondiale e, come riportato dalla Gazzetta dello Sport, qualche giorno fa ha dichiarato alla tv tedesca Zdf: “L’omosessualità? È haram (cioè vietata dalla fede islamica) perché è un disturbo della mente”. Una frase che nel 2022, dopo tutte le battaglie combattute da parte della comunità LGBTQ+ in questi anni per non essere più discriminati, fa discutere e non poco. Diverse nazionali hanno protestato e richiesto di partecipare con la fascia del capitano arcobaleno, ma anche la FIFA si è messa in mezzo.

INGHILTERRA E GALLES COSTRETTE A RINUNCIARE ALL’ARCOBALENO

Come riportato da Sky Tg 24, le due nazionali hanno rinunciato insieme alla fascia OneLove dopo le pressioni ricevute dal massimo organo mondiale di calcio. La FIFA avrebbe infatti minacciato le due nazionali con una possibile sanzione disciplinare (cartellino giallo) per i capitani solo per aver indossato la fascia. Al comunicato fatto da Galles Inghilterrache vi riporteremo subito sotto, si sono aggiunte le nazionali di Germania, Svizzera Paesi Bassi (Olanda).

IL COMUNICATO

Il comunicato inizia con le “minacce” ricevute: “La FIFA è stata molto chiara nel dire che imporrà sanzioni sportive se i nostri capitani indosseranno le fasce al braccio sul campo di gioco. Come federazioni nazionali, non possiamo mettere i nostri giocatori in una posizione in cui potrebbero incorrere in sanzioni sportive, comprese le ammonizioni, quindi abbiamo chiesto ai capitani di non tentare di indossare la fascia al braccio durante le partite della Coppa del Mondo FIFA”.

Le Federazioni in questione si sono anche dichiarate disponibili nel: “Pagare le multe che normalmente si applicano alle violazioni del regolamento del kit”.

Infine il comunicato si conclude: “Siamo molto frustrati dalla decisione, che riteniamo senza precedenti: abbiamo scritto alla FIFA a settembre per informarla del nostro desiderio di indossare la fascia OneLove per sostenere attivamente l’inclusione nel calcio, ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta”.

FIFA, QUANDO I SOLDI VALGONO TROPPO

Nel lontano 2010 è iniziato questo scempio. In lizza per il Mondiale c’erano diversi paesi, dagli Stati Uniti alla Spagna ed il Portogallo, ma i bookmakers, come riporta la Gazzetta dello Sport, davano presenti anche Qatar e Russia. I due paesi erano criticati per problemi logistici nel giocare un Mondiale, partite ogni 3 giorni circa con distanze lunghe, ma soprattutto per le questioni di diritti civili e umani.

LE PAROLE DI BLATTER E DI INFANTINO

Quando fu scelto il Qatar si parlò di scandalo e corruzione, con Blatter (ai tempi Presidente FIFA) che due settimane fa ha dichiarato: “Grazie ai quattro voti di Platini e della sua squadra, il Mondiale è andato in Qatar invece che negli Stati Uniti, è la verità. E’ un Paese troppo piccolo, per il quale la Coppa del Mondo è troppo grande”. Secondo Blatter fu Sarkozy, l’allora presidente della Francia, a fare pressioni su Platini per far si che i voti andassero al Qatar. “Sei mesi dopo, il Qatar ha acquistato aerei da combattimento dalla Francia per un valore di 14,6 milioni di dollari, ovviamente era una questione di soldi“. 

L’idea era quella di far seguire gli Stati Uniti alla Russia per un passaggio di testimone tra due Nazioni da sempre in conflitto. La realtà dei fatti è che ancora una volta, dietro al mondo del calcio, avvengono cose discutibili a livelli più alti.

Sono arrivate anche le dichiarazioni del presidente dell’UEFA, Gianni Infantino: “Ho parlato con la massima autorità del paese e mi è stato confermato che tutti sono i benvenuti. Se qualcuno dice il contrario, beh, non è l’opinione del Paese e non è certamente l’opinione della FIFA“. Pertanto, la fascia OneLove sarà rimpiazzata con No discrimination.

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