Ci sono artisti che sono diventati grandi grazie alla loro capacità di leggere lo spazio. Uno di loro moriva 76 anni fa, il 1 febbraio 1944. Si tratta di Piet Mondrian, uno dei più importanti pittori olandesi del XX° secolo, maestro dell’arte astratta e padre del neoplasticismo. Il suo modo rivoluzionario di concepire la superficie della tela, ha condizionato il suo modo di vivere e tutta l’arte successiva. I suoi quadri, sebbene ritenuti da molti critici semplici da realizzare, sono in realtà traccia della continua ricerca di equilibrio e perfezione formale.

Costruisco combinazioni di linee e di colori su una superficie piatta, in modo da esprimere una bellezza generale con una somma coscienza.  Credo sia possibile che, attraverso linee orizzontali e verticali costruite con coscienza, ma non con calcolo, guidate da un’alta intuizione, e portate all’armonia e al ritmo, queste forme basilari di bellezza, aiutate se necessario da altre linee o curve, possano divenire un’opera d’arte, così forte quanto vera“.

Fonte: Wikipedia

Le linee perpendicolari e gli spazi gialli, rossi o blu sono quindi la lettura che l’artista faceva della realtà, dalla quale estraeva gli elementi più puri possibili, per poi organizzarli sullo spazio rettangolare del dipinto.

Fare della concezione dello spazio il proprio stile di vita però, è anche la peculiarità di altri maestri, che di mestiere non fanno il pittore. E oggi in Olanda l’eredità di Mondrian di leggere lo spazio in modo personale, scorre nell’arte pop più diffusa in Europa, e cioè il calcio. E in questo sport chi ha la completa visione dello spazio spesso si trova a centrocampo,da dove ha la possibilità di interpretare verticalizzazioni, passaggi e movimenti della raggiera che gli sta attorno. Vediamo quindi quali centrocampisti (o meno) olandesi hanno preso la scena grazie alle perfette geometrie che hanno impresso nella tele verde del terreno di gioco.

JOHAN CRUIJFF

Disegnò per aria qualcosa che forse ancora non era spiegato nei libri di geometria. Era il 22 dicembre del 1973 e si giocava Barcellona-Atletico Madrid. La gara era ferma sullo 0-0 e serviva un tocco di classe per sboccarla. E questo arrivò da Cruijff: la sua maglia blaugrana volò sul secondo palo grazie a un cross di Rexach dalla destra, e con una strana rovesciata di tacco smosse la rete dei colchoneros. Tempo, spazio, coordinazione: un mix perfetto che lo portò a realizzare il suo gol più bello in carriera.

Durante la sua carriera sia da giocatore che da allenatore, fu un lettore autentico dello spazio di gioco. Creare spazio e entrare nello spazio: la filosofia di gioco di Cruijff, espressa nel suo “calcio totale”, era tutta basata sull’interpretazione delle posizioni e dei movimenti dei calciatori. Barry Hulshoff infatti, difensore dell’Ajax ai tempi della triplice vittoria della Coppa dei Campioni (dal 1971 al 1973), parlò così di lui:

Discutevamo di spazio per tutto il tempo. Cruijff spiegava sempre dove i compagni avrebbero dovuto correre, dove rimanere fermi, dove non si sarebbero dovuti muovere. Si trattava di creare spazio ed entrare nello spazio. È una sorta di architettura sul campo. Parlavamo sempre di velocità della palla, spazio e tempo. Dove c’è più spazio? Dov’è il calciatore che ha più tempo a disposizione? È lì che dobbiamo giocare il pallone. Ogni giocatore doveva capire l’intera geometria di tutto il campo e il sistema nel suo complesso“.

La sua grandezza poi, è forse data dal fatto che non aveva un ruolo fisso. Talvolta dava il massimo da centravanti o altre da trequartista, ma andando oltre ogni classificazione manichea, ciò che resta del Pelé bianco è la genialità con cui ha saputo interpretare in modo personale le geometrie di questo sport.

RUUD GULLIT

Agganciò la palla con il piede destro, le fece fare un rimbalzo a terra e di potenza la infilò in rete. Per prepararsi il tiro, si disegnò uno spazio ristretto attorno ai suoi piedi, difeso e intoccabile per i difensori avversari, e in quel rettangolino davanti ai suoi ginocchi si divertì da solo, fino a concludere forte in porta. Per lo stesso Gullit questo è uno dei suoi gol più belli. Era la finale della Coppa dei Campioni del 24 maggio 1989: il Milan vinse 4 a 0 sullo Steaua Bucarest e il Tulipano Nero si trovava nel posto giusto al momento giusto per segnare il secondo gol rossonero.

Fonte: profilo @ruudgullivet

Nella sua carriera è stato un ottimo goleador, ma il suo vero punto di forza era la potenza con cui, palla al piede, riusciva a verticalizzare per metà campo intera. Linee rette e zig-zag che figuravano sull’erba tra i puntini avversarsi e la criniera al vento, come se “squillasse la tromba dell’assalto”, come ha dichiarato Arrigo Sacchi. Dreads e personalità per un giocatore di una potenza fisica straordinaria, che come punto di forza aveva la maestosa capacità di progressione. Figlio della scuola olandese infatti, incarnava alla perfezione il modello di calciatore universale, ugualmente dotato in fase più difensiva, nella cavalcata di centrocampo e in conclusioni finali sotto la porta.

EDGAR DAVIDS

Una trottola agitata dentro e fuori dal campo. Macchina da guerra alla Juventus di Lippi e in Olanda, Edgar Davids è uno dei centrocampisti più agonistici che abbiano mai calcato la Serie A. Nello spazio a metà campo prendeva la scena di prepotenza e il verde del rettangolo di gioco era per lui il luogo in cui riproporre il carattere ringhioso che aveva anche fuori dal campo. Il Pitbull olandese andava a prendersi la palla in modo determinato e la sua mossa preferita era il tackle. Scivolate rette, perpendicolari alle gambe dagli avversari, con il serio rischio di infortunare gli avversari, ma in realtà pulite e necessarie per la sua padronanza in mezzo al campo.

Fonte: profilo IG @edgardsofficialofficial

Lo spazio che Davids voleva conquistarsi tuttavia, era spesso ottenuto con lo scontro fisico. Così infatti parlava di lui Matias Almeyda, giocatore di temperamento simile a quello dell’olandese:

Era l’avversario che mi piaceva di più. Lui mi dava una botta e io mi alzavo senza dire nulla. Io gli davo una botta e lui si alzava senza dire nulla. Lui a sinistra, io a destra: ci scontravamo sempre. Una guerra“.

Peccato che le sue prestazioni siano state spesso oscurate dal cattivo comportamento fuori dal campo. Risse, serate in discoteca, litigi continui: l’iconografia del giocatore “Pitbull” con gli occhialini-maschera fissi sul viso, indossati a causa di un intervento agli occhi, e diventati un marchio della sua personalità forte e anche talentuosa.

WESLEY SNEIJDER

Anno 2010, prima stagione all’Inter di Wesley Sneijder, quella della sua incoronazione. Pragmatico, dinamico, geometrico. L’asso nella manica di Mourihno e uomo fondamentale del Triplete. Già il 29 agosto 2009, il giorno dopo il suo arrivo, si presentò nel suo primo derby di Milano, vinto 4-0, con un’ottima prestazione. E fu tuttavia soltanto l’inizio della splendida annata in cui è diventato il Re dell’assist. Trequartista ma anche centrocampista centrale, sapeva calibrare in egual misura il calcio di sinistro e di destro, potenti anche da fuori area: un mirino eccezionale che spesso puntava con successo nell’angolo di 90° all’incrocio dei pali.

Fonte: profilo IG @sneijer10official

Ritirato dal calcio giocato soltanto la scorsa estate a 35 anni, è stato definito da Marco Van Basten il miglior centrocampista “che l’Olanda abbai mai prodotto”. Sneijder infatti, è uno dei più tecnici e migliori interpreti del calcio alla olandese, e probabilmente dopo la stagione del 2010, in cui ha per altro trascinato l’Olanda in finale ai Mondiali, si sarebbe meritato il Pallone d’Oro, dove invece arrivò quarto. Sicuramente, come lui stesso ha dichiarato, la Champions League del 2010 è stata l’apice della sua carriera, il trofeo più bello ottenuto anche grazie al suo gioco e alla generosità con mostrava nei passaggi con compagni.

FRANKIE DE JONG

Un regista moderno, che chiede di essere servito e vuole entrare nelle geometrie nel centrocampo. Protagonista del cambio generazionale dell’Ajax, è forse il 24 maggio del 2017 che per la prima volta si possono notare le sue qualità di punto di riferimento in una rosa e la grande capacità di smistare il pallone tra chi gli sta intorno. Era una partita di Europa League contro lo United, e De Jong è stato in campo soltanto una decina di minuti. Quel breve momento di gloria in realtà non lo ha di colpo fatto acclamare dalle big europee, ma un occhio attento poteva già notare quanto fosse una calamita nel centrocampo. Richiamava il pallone a sé e con tecniche da vero regista gestiva il passaggio dalla difesa all’attacco della squadra. La personalità era evidente: in pochi minuti riesce a mandare a tiro un compagno, dribbla, vince un contrasto e intercetta il pallone.

Fonte: profilo IG @frenkiedejong

È in questo caso infatti che si parla di protagonismo e sicurezza personale: quello che infatti lo distingue, è il modo con cui riesce a gestire la velocità del gioco. Passaggi diagonali per rallentare il ritmo, o filtranti verso l’area per far correre i compagni. Testa fredda nonostante il pressing e modo tutto suo di controllare il centrocampo: è capace quindi di farsi bastare lo spazio che ricopre con i suoi piedi e la palla, e questo gli è sufficiente anche per disimpegnarsi e far salire la linea d’attacco dei difensori.

Delle caratteristiche del centrocampista di scuola olandese tuttavia, nonostante le rivoluzioni che ha apportato, è rimasto in De Jong il bisogno di non sentirsi chiuso in uno schema fisso. Poca ortodossia e molta creatività, giocare con lo spazio e sfruttarlo come meglio si possa. La particolarità quindi, è restata negli anni quella di saper costruire linee, orizzontali e verticali, guidate in fondo dall’intuizione, per creare, in accordo con Mondrian, forme basilari di bellezza.

Fonte immagine in evidenza: profilo IG @frenkiedejong.