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Gerd Müller, il più grande numero 9 della storia del calcio

Gerd Müller, il più grande numero 9 della storia del calcio

22 dicembre 2012, Valladolid. Sono le 19:15 di un freddo sabato di fine anno. La Liga è in procinto di chiudere momentaneamente il sipario per lasciare spazio al Natale. Allo stadio José Zorrilla si stanno contendendo i tre punti la pucela e il Barcellona. In casa blaugrana sono giorni complicati. Tito Vilanova, l’erede di Pep Guardiola sulla panchina culé, è stato operato d’urgenza per rimuovere un tumore alla ghiandola parotide. Vincere per lui, l’unico obiettivo. Il risultato momentaneo è di 1-0 per Messi e compagni. Al 59′, il 10 argentino mette a segno la rete numero 91 dell’anno solare, l’ultimo di dodici mesi storici. Tunnel ai danni dell’avversario al limite dell’area di rigore e mancino chirurgico che lambisce il palo e si insacca in fondo alla rete.

Flashback. 9 dicembre 2012, stadio Benito Villamarin. Nella bolgia verdiblanca della casa del Betis sta per prendere forma un autentico capolavoro. Il pianeta, felicemente consapevole, ne è al corrente. Accadrà, bisogna solo stabilire quando. La serata andalusa ha tutte le carte in regola affinchè possa considerarsi quella giusta. Sono sufficienti 25′ per rispondere affermativamente. Tra il 16′ e il 25′, Messi va in rete due volte, in entrambe le occasioni con due sinistri potenti e precisi. Il tempo si ferma e la sua macchina porta tutti indietro di 40 anni, al 1972. Il figliol prodigo giunto da Rosario ha appena abbattuto uno di quei record impensabili da raggiungere. 86 reti in un anno, uno in più degli 85 firmati da un ragazzo tedesco di Nordlingen, un giovanotto basso, tarchiato e dalle gambe corte e tozze. Il suo nome? Gerhard Müller, il più grande numero 9 della storia del calcio.

 

IL RAGAZZO DI PROVINCIA

Zlatko Chajkovski, fenomenale centrocampista della nazionale jugoslava protagonista ai mondiale del 1950 e 1954, è l’allenatore del Bayern Monaco. La squadra bavarese, a metà anni ’60, milita in seconda divisione. All’epoca, nella neonata Bundesliga può giocare soltanto una squadra per ogni città. In questo caso, si tratta dei concittadini del Monaco 1860. Il Bayern, però, ha iniziato a costruire un gruppo di calciatori di primo livello, puntando su giovani come Franz Beckembauer e Sepp Maier. Die Bayern sono pronti per il salto in Bundes.

È uno dei tanti allenamenti preparatori in vista della stagione imminente. Chajkovski si accorge di un ragazzino che non ha mai visto. Non è altissimo, è poco slanciato, piuttosto morbido nelle forme e non particolarmente rapido. L’allenatore lo scambia per un raccattapalle. In realtà, come prontamente smentito dal suo staff tecnico, è l’ultimo acquisto della società, un probabile fenomeno per il quale il Bayern ha dovuto battere la concorrenza dei principali club tedeschi. Ha 19 anni e arriva da Nördlingen, un paesino a nord-ovest di Monaco di Baviera. Gerhard Müller, così si chiama il ragazzo, ha il fiuto del gol nel sangue. Nella squadra della città in cui è cresciuto ha segnato più di tutti, battendo qualsiasi tipo di record. Ha disputato una sola stagione in prima squadra centrando la porta 51 volte su appena 31 partite giocate.

 

GOL A RIPETIZIONE

Simbolo del riscatto sociale di una Germania che ha la necessità di risollevare testa e anima dopo le atrocità del periodo più buio della sua storia, Müller è figlio di una generazione vogliosa di riscatto. Lui, nonostante un corpo lontano dagli standard del calciatore modello, trova la via della redenzione nell’area di rigore avversaria. È sgraziato nei movimenti, non eccelle nell’arte del dribbling, tecnicamente è mediocre. Spesso, nell’arco della partita, si nasconde, senza farsi vedere.

Improvvisamente, poi, si materializza come il più abile dei prestigiatori. Un pallone sporco, una disattenzione difensiva, un assist invitante di un compagno. Gerd è sempre in agguato, pronto a sfruttare ogni occasione. La sua storia d’amore con il gol è degna di un’opera di Shakespeare. Non possono vivere l’uno senza l’altro, si cercano continuamente. Raramente confeziona gesti spettacolari, di alta classe, ma segna a ripetizione. Il pallone, in porta, lo mette lui, a prescindere da tutto e da tutti. Inizialmente, al Bayern, non trova molto spazio, ma sono sufficienti poche partite per fare capire a Chajkovski la centralità di quel folletto tarchiato. Con 35 reti, Müller, regala ai bavaresi la promozione in Bundesliga al primo colpo.

Se due indizi fanno una prova, appare chiaro che la carriera di Gerd sia destinata alla grandezza, guidata da un unico leitmotive: il gol. La sua posizione nello scacchiere del tecnico jugoslavo è sempre più centrale e i risultati non tardano ad arrivare. Nel 1966 vince la prima Coppa di Germania, a cui seguirà il bis l’anno successivo, condito anche dal primo trionfo europeo, quello in Coppa delle Coppe contro i Rangers di Glasgow. Per trionfare in Bundesliga, Gerd e compagni devono attendere fino al 1969. Sono gli anni ’70, però, a rappresentare l’epoca d’oro per Müller, il Bayern e la Germania Ovest.

 

L’UOMO DEI RECORD

Il pianeta, fino a quel momento inconsapevole e poco informato sul ragazzo di Nördlingen, si sveglia dal torpore in occasione di Messico 1970. La Mannschaft non parte come favorita, anzi, si presenta nei panni dell’outsider. Müller, però, non è della stessa idea. Ha appena vinto la prima delle sue due Scarpe d’Oro e l’unico verbo che professa è quello del gol. A fine rassegna saranno 10, ma non basteranno per sconfiggere l’Italia nella memorabile semifinale dell’Azteca, conclusasi 4-3 per gli azzurri. Gerd vince il Pallone d’Oro, assegnatogli dalla prestigiosa rivista France Football. Il più grande riconoscimento personale per un calciatore è stato ottenuto, ora è il momento di conquistare Europa e mondo. Gerd vuole essere l’imperatore incaricato della campagna.

Il dominio in patria è quasi automatico. Nessuno è in grado di arrestare l’armata biancorossa. Tre Meisterchale consecutivi tra il 1972 e il 1974. Müller è semplicemente inarrestabile, specialmente nell’anno di grazia del 1972, quando realizza il famigerato record di 85 reti in un anno solare, battuto solamente da Messi nel 2012. Ovviamente, rivince la Scarpa d’Oro. L’egemonia si allarga a partire dalla stagione 1973-74, quando il Bayern, passato nel frattempo sotto la guida di Udo Lattek, trionfa nel vecchio continente, alzando al cielo di Bruxelles la prima Coppa dei Campioni della sua storia. Per i successivi due anni, il risultato non cambia. Il tetto d’Europa continua a essere occupato da Gerd e compagni.

 

DEUTSCHLAND ÜBER ALLES

Con la maglia della nazionale la sua grandezza, possibilmente, si ingigantisce, conferendole un’aura mistica. Domina l’Europeo del 1972, disputato in Belgio, segnando una doppietta in semifinale e una in finale, con le quali liquida i diavoli rossi e l’Unione Sovietica. Due anni più tardi bisogna giocare la Coppa del Mondo tra le mura amiche, in Germania. I padroni di casa sono forti, ma c’è un’altra selezione che fa davvero paura, l’Olanda del calcio totale di Michels e Crujiff. L’ultimo atto è proprio contro gli orange.

Vi regalerò il Mondiale ma dal giorno dopo non metterò più piede in Nazionale, dimenticatevi di me.

Parole perentorie, dirette e irreversibili. Müller è in aperto conflitto con la federazione calcistica tedesca che, nel 1973, si era opposta al suo trasferimento al Barcellona. Gerd ha appena 28 anni, eppure la sua avventura con la maglia della nazionale sta per finire. Prima, tuttavia, deve mantenere la parola data. La sera del 7 luglio 1974, sul prato verde dell’Olimpico di Monaco di Baviera, il suo salotto personale, Müller segna la rete del definitivo 2-1 con cui la Germania Ovest batte l’Olanda vincendo il Campionato mondiale. Missione compiuta.

Gli ultimi anni al Bayern sono avari di titoli. L’unica certezza è il gol. Nel 1979, anno in cui lascia la Baviera, ha segnato complessivamente 365 reti in Bundesliga, rendendolo il primatista assoluto, e 523 totali con la maglia die roten, migliore di ogni epoca. A fine carriera i gol saranno 730 in 787 incontri. Record su record, due Scarpe d’Oro, un Pallone d’Oro, un Europeo, un Mondiale, tre Coppe dei Campioni, quattro Bundesliga, quattro Coppe nazionali, una Coppa delle Coppe e una Coppa Intercontinentale. Numeri e dati che rendono l’idea di quanto grande e inarrivabile sia stato il ragazzo mai in forma venuto da Nördlingen.

 

CADUTA E RISALITA DEGLI DEI

L’addio al calcio arriva nel 1981, dopo due stagioni trascorse negli States, al Fort Lauderdale Strikers. Poi, la spirale e i demoni dell’alcolismo lo trascinano giù, in un abisso dal quale sembra non riuscire più a emergere. Solo all’apparenza, perchè i suoi ex compagni lo salvano, spingendolo a iniziare un percorso di disintossicazione. Nel 1992, risvegliatosi dall’incubo, diventa uno dei tecnici delle squadre giovanili. Gerd è rinato, nuovamente, stupendo tutti per l’ennesima volta. Il ragazzo morbido, tozzo e con le gambe storte è stato uno dei calciatori più influenti del secolo scorso, probabilmente il numero 9 puro più grande della storia del gioco del pallone.

Poi c’è quel maledetto… maledetto Gerd Müller. È tanto sgraziato quanto efficace. Tante volte addomestica un tiro sbagliato dei compagni e lo fa diventare suo e fa gol. Oppure se tu hai un’incertezza di un secondo, lui entra nella storia e fa quello che deve fare: toccarla appena e metterla in porta.

 

immagine in evidenza da: Licenze Google Creative Commons

 

 

 

 

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