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Golden State Warriors vs Cleveland Cavaliers: atto primo

Golden State Warriors vs Cleveland Cavaliers: atto primo

Tutto ha avuto inizio nel 2014, l’anno della svolta per le due franchigie che stanno dominando senza soluzione di continuità gli ultimissimi anni di storia dell’NBA. LeBron James, dopo 4 anni trascorsi a Miami con quattro finali raggiunte e due vinte, torna nella squadra che lo aveva consacrato tra i migliori giocatori di sempre. Golden State incarica Steve Kerr (alla prima esperienza da allenatore) di guidare gli Warriors. Tre anni dopo, Golden State Warriors e Cleveland Cavaliers si giocheranno l’anello in una sorta di “bella”, dopo i due precedenti dei due anni scorsi. Un anno, il 2014, decisivo per le due squadre già a partire dal Draft. I Cavaliers, infatti, arrivano con la terza prima scelta in 4 anni (dopo Bennett e Irving, alla quale vale la pena aggiungere le 4 spese per Tristan Thompson e Dion Waiters) e selezionano l’ala canadese Andrew Wiggins costruendo così un nucleo credibile di giovani talenti in appena 3 anni. Poi però i piani cambiano improvvisamente con la firma di LeBron: Wiggins viene spedito a Minnesota con Bennett mentre Kevin Love (uscito da una stagione fantastica con 24 punti e 12 rimbalzi di media) fa il viaggio opposto. L’ossatura della squadra che ancora oggi contende il titolo al team della Baia di San Francisco si completa con l’arrivo di Iman Shumpert e JR Smith.

QUI SAN FRANCISCO: LA NASCITA DELLA DEATH LINEUP

Dall’altra parte invece, Golden State si limitò “semplicemente” all’arrivo di Kerr, alle prese con Shaun Livingston in uscita dai Nets, Brandon Rush e Leandro Barbosa. L’arrivo sul pino dell’ex-giocatore dei Bulls fu la vera chiave di volta che ancora sorregge il presente di Golden State. La sua idea di gioco, sintesi delle sue esperienze da giocatore con Pat Riley in principio e successivamente come commentatore televisivo, trovò tre interpreti perfetti già integrati nel roster: Stephen Curry, Draymond Green e Klay Thompson. Fondamentalmente, Kerr ha alzato l’asticella di ciò che oggi è famoso in NBA come “pace and space”: giocando con tre esterni “e mezzo” (Green spesso veniva utilizzato sia come secondo bloccante che come tiratore dall’arco) ed un playmaker senza palla (Bogut), Curry e Thompson potevano contare su molte opportunità offensive (da qui il termine “pace”, la statistica che definisce quanti possessi una squadra gestisce ogni 48 minuti) favoriti da uno stile offensivo “motion-heavy” e “pass-heavy”, basato praticamente su circolazione di palla e tagli esterno-interno. Qualcosa che sembrò una specie di bomba atomica perchè nessuna squadra fino a quel momento aveva in mano un’arma del genere in mano ai due migliori tiratori della Lega.

QUI CLEVELAND: IL PUZZLE DI DAVID BLATT

I risultati vennero fuori da subito. Mentre la squadra di Blatt cercava la quadratura del cerchio, Golden State viaggiava a vele spiegate verso una stagione fuori da ogni pronostico: 10-2 e miglior partenza di sempre della sua storia, arrivando a 21-2 il 14 Dicembre. I Cavaliers faticarono a trovare un equilibrio ma arrivarono comunque a 53 vittorie ed un secondo seed in Eastern Conference dietro ai sorprendenti Atlanta Hawks di Budenholzer (ex-assistente di Gregg Popovich) e Kyle Korver (forse il miglior spot up shooter della Lega) mentre gli Warriors raggiunsero in tutta tranquillità il primo posto della Conference. Vale la pena spendere due parole anche sulla crescita che la franchigia dell’Ohio ha avuto durante la stagione, rallentata solo dagli infortuni ripetutisi frequentemente (due dei quali hanno messo fuori gioco Irving e Love per le Finals). Blatt adottò un’idea di gioco che affondava le sue radici nel “LeBron system” cercando di limarne l’unico grande difetto: l’essere dipendente da un solo giocatore. Infatti, la Miami di Spoelstra aveva in James un giocatore capace di creare problemi semplicemente con la sua presenza in campo (in particolar modo con Wade a portare palla) costringendo gli avversari a continui raddoppi oppure subire le penetrazioni in area che spesso si tramutavano in due o persino tre punti, con i vari Bosh, Allen, Chalmers, Battier, Miller a ricevere l’outlet pass del portatore di palla. Perciò, il trovarsi costantemente davanti ad una scelta (lasciare l’1 vs 1 a James o tagliarlo fuori dall’azione a costo di subire un 4 vs 3 con Bosh e Wade in giro) rendeva la vita dei difensori avversari davvero difficile. Ora, sostituendo Wade con Irving e Bosh con Love, il risultato non fu esattamente uguale. Prima di tutto, Love non si trovò a suo agio come semplice spot-up shooter, JR Smith e Shumpert non avevano ancora acquisito la stessa comprensione del sistema di Allen e Battier ed Irving passò un anno fisicamente molto difficile. Questi problemi, risolti in parte durante l’anno, diedero però modo a gente come Thompson e Dellavedova di emergere anche a grandi livelli, due giocatori che facevano della grinta e della difesa le loro armi migliori si fecero rispettare anche nella metàcampo offensiva.

Alle Finals però, i Cavaliers arrivarono fisicamente logori e la ormai rodata motion offense degli Warriors fece il resto. Nonostante un LeBron James epico, Curry e compagni coronarono una fantastica stagione con l’anello ed Andrè Iguodala (il quinto componente della “Death Lineup” assieme a Bogut, Curry, Thompson e Green) vinse l’MVP della serie. Così la squadra della Baia si presentò alla storia del basket.

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