Hakan Calhanoglu è tornato a risplendere, rievocando i luminescenti fasti tedeschi, imponendo non più su di essi un ricordo simbolo di gesta perdute, bensì un modo per confrontarsi con sé stesso e migliorarsi.
Il turco ha da sempre avuto all’interno del suo bagaglio perle dal piede nobile: esse, tuttavia, hanno accecato o hanno finito per spegnersi troppo presto. Altre volte si sono palesate ad intermittenza, trasmettendo agli spettatori la soave speranza di non veder più l’interruttore spegnersi.
Il piede delicato del milanista è una costante ribelle, che è sfuggita per troppi mesi dinanzi ad esigenze opposte, quasi moderne, alla ricerca di un calcio più rapido.
Snaturare, anzi sradicare Hakan è stato un errore marchiano, palese, e sul punto di non consentire vie di ritorno. Sopprimerlo dalla trequarti è stato il mal pensiero iniziale di Gattuso, coniugato con l’esigenza di affinare un 4-3-3 acerbo.
Il tecnico italiano, mediante una frequenza irremovibile, vi ha insistito esaltando ulteriori interpreti, i quali hanno brillato a scene alterne .
Lo stile “ringhiesco” nella sua natura più difensivo, si è fatto apprezzare non per le sporadiche scorribande per vie centrali, ma sull’oscillare delle ali, il cui compito era di tornare a volare.
E nel mentre la missione è naufragata, l’unico bagliore si è intravisto in singoli attimi di Calhanoglu, sin dall’inizio alla smaniata rincorsa di un riscatto, mai auspicato come scopo della nuova avventura e divenuto prerogativa nella città della Madonnina.
Era chiaro che la figura timida si fosse pacata sul nascere, primordiale e sotterrata. Calhanoglu è andato trovandosi in un mistero a lui inconsueto. In quell’animo fragile, si è sradicato, il tutto facendo pensare ad una conclusione da film dell’orrore.
Dal più irreversibile dei timori, il narrare del film è andato scorrendo, in evoluzione. Poteva trattarsi di un horror, ma ha rievocato sentimenti del suo stampo d’origine, la Turchia, paese che nel corso dei secoli ha combattuto per una propria identità.
Terra di conquista romana, poi divenuta nella sua versione all’apice, ottomana. Hakan Calhanoglu, ad oggi, è il re ottomano di un sistema che vuole dominare, rievocando gli albori. Da questi ultimi son passati pochi anni, un tunnel forgiato da tonfi rumorosi, come quelli attanagliati nelle panchine di Hakan. Pochi anni, o singoli mesi, ma il sentimento percepito è comune.
Riscatto è, per definizione, il redimersi da una condizione negativa: per compiere tale atto, il percorso è stato univoco.
Arrivare a tergiversare su un futuro incerto, dove il pensiero era un addio, sia dal Diavolo, che per volontà non sue, aveva compiuto la paura posta nel nome nell’introspettiva delicata del giocatore , sia dal pallone, ha espresso una variabile imponderata per decidere, cardine poi del rilancio.
Quando si parla del Calhanoglu primordiale si scorgono rarità pregevoli, marchio di fabbrica la cui identità è un piede divino, che per natura è di pochi, e pleonasticamente per gli incompiuti. Guai a citarlo nella categoria degli inconcludenti. Eppure, c’era chi, pur di sradicarlo dalla terra madre, nome e cognome trequarti avversaria, lo ha fatto. Il privilegio della pulizia del tocco: così, il faro del Milan attuale, è ricordato e attualmente osannato.
Mi ero smarrito. Dicevo: ah sì, bella fu la Germania. Ogni turco in fuga la brama. È la locomotiva d’Europa, unicum delle ambizioni. Lo è, anche per il giovane dieci, in una lista infinitesimale di compatrioti, il cui tentativo è di varcare le soglie teutoniche.

GLI INIZI

Mannheim è situata sul Reno e vive il classico splendore della classe medio elevata teutonica. Tra i tanti, ad incantare è un immigrato, il cui nome è Hakan, forse poco considerato per le discusse origini.
È il delirare ingiustificato dell’opinione pubblica, sorta in periodo illuminista e differente dalla proclamata uguaglianza di Rousseau, il contesto visivo. È differente il percorso del giovane, con l’ingenuo scopo di fuggire dalla peculiare idealizzazione d’esclusione.
È cosi che il vocabolo riscatto diviene elemento ricorrente della carriera. Gli inizi sono l’autoproclamarsi della tecnica sublime in suo possesso. Hakan è il predestinato. Il. Si pone in virtù d’artefice del rilancio sociale turco dalle esiliate condizioni sociali, e per tale ragione, bandiera.
Il passo dalle prime scorribande in club locali, datato 2008, alla Bundesliga è breve. La consacrazione è fulminea quanto l’eclissarsi italiano, demeriti altrui ancora da sviscerare.
L’ascesa lo pone al Bayer Leverkusen. Non è più colui che lotta contro il mancato illuminismo, quanto più definibile romantico e armonico. Crea idee, le pennella e annulla le difese avversarie.
Il triennio condito in Renania è la sua “Chanson de geste”, il massimo splendore. L’antica luminescenza romana a Costantinopoli aveva fatto breccia.
Lui, con il medesimo sintomo, aveva contagiato l’ambiente, una positività differente dalla concettualista ancor più contemporanea. Aveva posto le basi ad una piacevole influenza, nel Leverkusen dei “dream”, come accennato dalla stampa inglese, in un apogeo europeo. Lui e Son, amico inseparabile, a condurre un gruppo giovane, la cui storia avvicina i fasti del Wolfsburg 2009, guidato da Grafite e Dzeko.
Questi due, seppur troppo lontani per essere simili, sono rei d’esser conformi ad un carattere di stampo “Ediniano”, duro e concreto . Qua non si parla di affinità caratteriali, ma il saper comparare ancora coloro che mai saranno vicini geograficamente, ma accumunati dalla visione d’un calcio di élite, quasi per pochi, e tra essi anche loro, unici nel costruire su ciò un’amicizia solida, utile ad ambo le parti per migliorarsi.
Il trittico vissuto nella patria natia lo consegna ai grandi della sfera, attraverso le 19 reti, ispirate alle proprie conclusioni, piede debole o principale. Perno ancor di più di Kiessling, scettro svanito per la decadenza illuminista dello storico capitano.

MILAN, UN BARATRO INESORABILE

L’estro tedesco di Hakan è pittoresco, e diviene apprezzato anche oltreconfine. A credere nella sua raffinatezza già compiuta è il Milan, sulla via di fuga da un Seicento torpido, ricco di delusioni.
L’uomo, in quel secolo, si era posto in seconda linea, mai elogiandosi e perdendo il rapporto con sé stesso. Tuttavia, i rossoneri nel 2017 sono più sulla via settecentesca. La dirigenza attua la proclamata rivoluzione ed investe capitali esorbitanti, che numeri alla mano fanno 250 milioni. Un rinnovamento puro, a trazione anteriore se confrontato con le negligenze passate in tal senso.
Tra cifre lussuose, l’investimento più oneroso è Calhanoglu, 23enne neo astro nascente. Limpido, raro, sgargiante. Effettivamente, al Milan targato Mirabelli e Fassone, un ‘700 era l’idea migliore.
Calhanoglu arriva tra pretese, marasmi di un mercato confusionario, celato solo dalla quantità, nel quale a dominare è la confusione.
Bonucci ed Higuain, nel torbido agosto, oscurano la luce proveniente da Nord, dalla fredda ma maestra Teutonia. Maestra, perché ha insegnato ad Hakan ad essere Calhanoglu. Lo ha addestrato, accolto, e seppur tra consueti dubbi razzisti, ne ha posto le basi.
Calhanoglu eppure non sarà più neanche uno scorcio della sua ombra, ma la sua eclisse. Il Milan naufraga in un mare burrascoso, senza un capo al timone. Affonda, nella spirale vuota del culmine della sua gloriosa storia, oramai rinnegata dinanzi ad umiliazioni che porgono il Diavolo nel suo inferno.
I suoi guidatori vi approdano sconsolatamente, e nessuno salva più nulla. In mezzo, lampi di delizia targati turco dieci, e poco altro.
Miseria allarmante, e depressione seicentesca rievocata preoccupatamente. Calha vuole salutare chi lo ha accolto a braccia aperte, urla al mondo la mancanza della sua patria, ma esso resta in gola e non ha sufficiente impatto per uscirne.
Al punto di non ritorno, tra un interiore malinconia, son già passati due anni, infiniti. Periodo che è ormai troppo, ed Hakan vuole dire basta.
Il biennio è logorante e il suo estro si è sbiadito. È come martellare un chiodo già rotto, a ripetizione senza fuga.

IL NUOVO CALHANOGLU VERSO L’ILLUMINISMO

Novembre 2019, e l’ennesimo timoniere è affondato. Complice una barca priva di un traghettatore, la dirigenza opta per un profilo basso targato umiltà, un navigato marinaio esperto in acque tortuose, ma, a detta dei più, scelto solo perché sempre rimasto in mezzo tra lo scoperto e gli abissi.
Posizione centrale per rifiatare, dare solo il timido segnale di cambiamento, già annunciato come provvisorio. Il nuovo esperto è dall’animo buono capitano non urla, ma ha più armi nell’arsenale. È uno studioso silenzioso di mari in conflitto con la propria imbarcazione. Vero, non è un illuminista, ma è un neo romantico del pallone. Stefano Pioli.
Calhanoglu ne ha subito le simpatie. Con lui condivide il profilo basso ed il duro lavoro. Il rapporto è a gonfie vele.
Il nuovo Milan ne trae le impronte inaspettate e coltiva con lui la filosofia. Inizia faticando, controvento, si assesta ed accelera. Hakan, nel mentre, è di nuovo al centro come gli piace, posto dalla fascia in passato per stili a lui non conciliati, ma riadattato con sapienza da un maestro.
Il talento, nuovamente, folgora e fa fiamme. Con lui l’intera squadra, galvanizzata. Dal buio novembre 2019 ad oggi è passato quasi un anno ed il mondo rossonero è passato dal più sicuro affondare (Ragnick era in pole come ennesimo cambio di capitano) alla stabilità.
Hakan, ad oggi, con la stessa rapidità con la cui si era spento, scintilla. Proprio essa, erroneamente, in maniera ignobile si era placata, ma così ricca di completezza la sua gestione era da affidare ad un moderato intenditore. Poco, quasi nulla, per mutare sorti di un destino catalogato come immutabile.
Il nuovo Diez rossonero, ora, è sulla trequarti e dal piede d’oro, continuerà a seguire le sue settecentesche ambizioni, promettendo fedeltà al nuovo progetto Milan, che ringrazia e opta già per un rinnovo a lungo termine.
Hakan Calhanoglu, saldo marinaio in acque agiate, verso un nuovo orizzonte, con la speranza di esser sempre su quella imbarcazione.