Quienquiera que haya inventado el fútbol debería ser adorado como un dios.

Chiunque abbia inventato il calcio dovrebbe essere adorato come se fosse un dio. Musica e parole del protagonista della nostra storia. Una frase d’impatto che nasconde una verità imprescindibile. Il football, il gioco più bello del mondo, rimane uno dei regali più grandi mai offerti all’uomo. Quotidianamente, milioni di bambini possono inseguire un sogno grazie a quella sfera di cuoio che rotola su e giù per il globo, dall’Inghilterra al Brasile, dall’Italia all’Argentina, passando per Asia, Africa e Oceania, giungendo fino alle strade polverose del Messico, dove l’11 luglio 1958 vede la luce Hugo Sanchéz Marquez.

 

LA SCELTA

La capitale dell’ex Impero azteco è una delle città più misteriose, affascinanti e contraddittorie del pianeta. Un paese ricco di storia, cultura e tradizione. Un angolo di terra in cui si può sempre rimandare a domani, perchè c’è tempo, del quale il grande poeta messicano Octavio Paz lamenta la mancanza di unità popolare.

Un insieme di patrias chicas, piccole patrie, accomunate da un’unica bandiera e dall’amore per il fútbol. Sarà proprio il calcio a rendere il paese di Pancho Villa ed Emiliano Zapata uno degli attori principali del panorama internazionale alla fine del secolo scorso, ospitando due Mondiali, quello del 1970 e quello del 1986. In questa suggestiva cornice prende forma la leggenda del più grande calciatore che il Messico abbia visto mai, Hugo Sanchez.

Fonte: storiedicalcio

175 cm di talento purissimo, velocità, spettacolo. Uno degli attaccanti più prolifici di sempre, un funambolo che ha illuminato palcoscenici come quelli di Atlético e Real Madrid. Esplosivo, abile nello stretto, scaltro nel trovare il fondo della rete nei modi più svariati, sul filo del fuorigioco, di destro e sinistro, di testa, grazie a un’elevazione fuori dal comune, su punizione e, soprattutto, in acrobazia, uno dei suoi marchi distintivi. L’altro, quello che lo ha reso celebre e proiettato nell’Olimpo del calcio, l’esultanza con la capriola. Più di 400 gol in una carriera costellata di titoli con il Real Madrid e di record personali. La Scarpa d’Oro nel 1990 e i cinque titoli di capocannoniere della Liga che gli sono valsi il soprannome di Pentapichichi.

Cresciuto in una famiglia di sportivi, per Hugo, sin da bambino, la scelta di fare sport è quasi automatica. Sono due le strade possibili da percorrere: una porta verso la ginnastica, grazie all’influenza della sorella, l’altra alla pelota de cuero. Il pressing di papà Héctor e del fratello Horacio, militante nelle giovanili del Pumas UNAM, è più efficace. Hugo sceglie il calcio, una religione dalla quale non è possibile sottrarsi. Il primo club del più piccolo dei Sanchez è lo stesso di Horacio.

Fonte: record.com

 

DAL MESSICO ALL’EUROPA

Nelle giovanili lascia intravedere sprazzi di un talento limpido. Fisicamente deve svilupparsi, ma l’età gioca a suo favore. I risultati sono sorprendenti, le sue prestazioni anche. Il soprannome, piuttosto abusato e inflazionato in Latinoamérica, vien da sé. Hugo Sanchéz diventa il Niño de Oro. A 18 anni firma il primo contratto da professionista e si iscrive alla facoltà di odontoiatria presso l’Università di Città del Messico.

Il punto di svolta della sua carriera coincide con il cambio di posizione voluto dall’allenatore dei “grandi”, Bora Milutinovic, figura mistica e mitica partita dalla Serbia alla conquista dell’America Latina. Non più seconda punta, ma centravanti. Hugo segnerà 99 volte in 183 partite, con la strabiliante media di una rete ogni due allacciate di scarpe. Con lui, i Pumas vinceranno due Campionati nazionali, una Coppa Interamericana e una Coppa dei Campioni CONCACAF.

L’Europa, geograficamente lontana, si avvicina sempre più insistentemente. A casa Sanchéz il campanello suona l’inno dell’Atlético Madrid. C’è anche l’Arsenal sulle tracce del talento messicano, ma il ragazzo vuole trasferirsi in Spagna. La volontà del presidente stesso, Vicente Calderón è decisiva.

Con i Colchoneros, Hugo trascorre quattro intense stagioni. La prima è la più complessa, adattarsi a un nuovo tipo di calcio non è semplice, nemmeno per un fenomeno della sua portata. I tre anni successivi sono un crescendo continuo che culminano, nel 1984-1985, con la vittoria in Coppa del Re e il primo titolo di Pichichi.

 

LA CONSACRAZIONE

I tempi sono maturi per il definitivo salto di qualità. La città rimane la stessa, cambiano i colori. Hugo Sanchéz, per la bellezza di 240 milioni di pesetas, si trasferisce dall’altro lato del Manzanarre. Il Real Madrid in cui si ritrova catapultato è quello in cui sta prendendo forma la Quinta del Buitre, la generazione d’oro cresciuta nelle file delle merengues composta da Butragueño, Sanchis, Michel, Pardeza e Vazquez.

Non hanno ancora vinto nulla, manca un tassello, il bambino d’oro messicano. Dal 1985-86 al 1989-90 il Real vince cinque titoli spagnoli consecutivi e Sanchéz ne è il protagonista assoluto, risultando per quattro volte il capocannoniere della Liga e ottenendo per meriti sportivi un nuovo soprannome, quello di Pentapichichi.

Fonte: storiedicalcio

Il 1989-90 è la stagione che lo consegna alla storia del calcio, rendendolo immortale. Hugo va a segno 38 volte in tutte le competizioni, conquistando la Scarpa d’Oro a braccetto con Hristo Stoickov. Un dato impressionante, reso stupefacente e senza precedenti dal fatto che quelle reti, Sanchéz, le abbia realizzate tutte di prima intenzione, senza controllare la sfera. Un repertorio magistrale, composto da una moltitudine di prodezze.

 

IL MITO

Gli ultimi anni della sua strabiliante avventura sono da nomade del calcio. Tornerà a Madrid, ma nella terza squadra della capitale, il Rayo Vallecano, per poi muoversi tra Messico, Austria e USA. In nazionale colleziona 55 presenze timbrando il cartellino 27 volte (29, se calcoliamo le reti olimpiche). Partecipa a tre Campionati del Mondo, giungendo fino ai quarti di finale nell’edizione casalinga del 1986, perdendo solo ai calci di rigore contro la Germania Ovest finalista.

Hugo Sanchéz è stato il più grande calciatore della storia del Messico. Un dio dalle sembianze umane sceso in terra per insegnare il verbo del pallone, divulgandone il messaggio e regalando una speranza a chi, nei meandri di un paese discorde e contrastante, pensava di non averne. Ha incantato con la sua eleganza, sfruttando al massimo un corpo normale, esaltandone i pregi. Hugo Sanchéz Marquez è riuscito nell’impresa di farsi amare da un popolo, quello spagnolo, che lo considerava un semplice indio. Hugo Sanchéz Marquez è stato l’essenza del gioco, abbinando la spensieratezza del sorriso al talento sopraffino.

Fonte: storiedicalcio

 

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