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I 120 anni di storia del Bayern Monaco in 10 personaggi

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Come li racchiudi 120 anni di storia all’interno di un singolo articolo? Impossibile. Servirebbe fare un saggio per rendere onore a un arco di tempo così vasto. In 120 anni il mondo ha mutato pelle infinite volte, è stato distrutto e ricostruito, è caduto e si è rialzato. È cambiato tutto, inesorabilmente.
Ma c’è qualcosa che è rimasto invariato, che ha oscillato tra i venti delle varie annate ma che non ha mai mutato il senso profondo del suo essere. Quel “qualcosa” porta il nome di Bayern Monaco, che esattamente in un pomeriggio di 120 anni fa veniva creato e si aggrappava alla storia senza possibilità di uscirne. Il Bayern ha fatto la storia, sia a livello calcistico che culturale, e quindi sono coessenziali l’uno all’esistenza dell’altro.

Era il 1900 quando alcuni membri del MTV 1879 München scrivevano l’introduzione dell’infinito libro del Bayern. Su tutti c’è una figura che viene ricordata e per sempre resterà nella memoria tedesca: Franz John. Lui l’ha plasmata e lui ne è stato presidente per i primi anni di vita. Ne ha visto i primi gemiti neonatali.
Indicativo per capire la predestinazione del Bayern a divenire parte integrante del calcio nel senso più universale possibile, è sapere il luogo di formazione: il Café Gisela, nel distretto di Schwabing, quartiere celebre per gli artisti di fine XIX secolo. Pittori, scrittori, musicisti e rivoluzionari hanno cambiato il modo di intendere la vita qui. E nel caso del Bayern Monaco non si è fatta un’eccezione.

Come si fa allora a racchiudere 120 anni di storia in un singolo articolo? Complicato, se non praticamente impossibile. Così la scelta è stata quella di rivivere tutta questa storia attraverso i dieci giocatori, dirigenti, allenatori e presidenti più influenti. Le dieci personalità che hanno reso questa squadra molto più che una squadra. Un modello. Uno stile di vita.

SEPP MAIER

Basta un dato per capire quanto le mani sicure di Sepp Maier abbiano modellato il Bayern a sua immagine e somiglianza: ha giocato 473 partite in Bundesliga, di cui 422 consecutive. È un record ancora imbattuto e che difficilmente sarà mai replicabile. È rimasto in campo in partite ufficiali dal primo all’ultimo per 7 anni e 2 mesi, per un totale di 22050 minuti consecutivi.

“Questi non sono record da signorine. Ho giocato con dita rotte, con spalle lussate. Non mi fermava nulla. Per me il Bayern Monaco aveva la precedenza su tutto. Per questo quel titolo per me vale anche più di un titolo.”

Il suo carisma e la sua tenacia sono caratteristiche impossibili da imitare e traspaiono anche da queste dichiarazioni. Una personalità così sfaccettata e imprevedibile che una volta nel bel mezzo di una partita, quando un’anatra fece invasione di campo, lui si disinteressò del match e si focalizzò solo sullo scacciare l’animale dal campo. Non a caso è stato nominato portiere tedesco dell’anno per 3 volte, ma soprattutto portiere tedesco del secolo. Il “Gatto di Anzing”, soprannome che gli è stato dato all’epoca, ha giocato l’intera carriera con la maglia del Bayern, dal 1962 sino al 1979. Poi un incidente d’auto ha fatto finire la sua carriera e lui ha cominciato ad allenare i portieri. Tra le sue mani passerà anche Oliver Kahn, che incontreremo più tardi tra i volti più influenti della storia della squadra tedesca. Ha vinto il campionato del mondo e altre decine di coppe di ogni calibro. Ha avuto tra le sue mani tutto il Bayern, e non l’ha mai fatto cadere.

FRANZ BECKENBAUER

Per descrivere Beckenbauer le parole non bastano. Non rendono nemmeno l’idea di un granello di ciò che è stato. Perché lui non è stato un giocatore di calcio più forte della media, e nemmeno un campione. È stato il calcio e anche oltre. È stato il calcio e la sua evoluzione. Lui il calcio ce lo aveva dentro, era nel suo DNA, è per questo che nella “partita del secolo” tra Germania e Italia del Mondiale messicano nel 1970 ha giocato con il braccio lussato. Lui che era un difensore. L’equilibro si manteneva da sé, senza bisogno di altro.
Beckenbauer è stato evoluzione e rivoluzione. Perché se esiste il “Libero alla Beckenbauer”, vuol dire che ha scavato un solco profondo nella storia. Il suo concetto di difensore non era usuale, non era il solito marcatore rude. Lui era un elegante, un sublime giocatore di difesa dai piedi diamantiferi, capaci di segnare centinaia di gol e di impostare la manovra dal basso con pulizia.

Beckenbauer affronta Cruyff.

Ha giocato nel Bayern dal 1959 sino al 1977, giovanili incluse. Si è forgiato lì ed ha vinto tutto, e anche di più. Ha vinto due palloni d’oro, nel ’72 e nel ’76 ed è il primo difensore ad esserci riuscito. Poi è diventato allenatore, ha vinto un campionato col Bayern e poi un mondiale con la Germania Ovest, diventando uno dei soli 3 personaggi a vincere la Coppa del Mondo sia da giocatore che da allenatore.
Quando nel 1998 è stato nominato “tedesco del secolo”, è stata una pura formalità. Lo è sempre stato.

GERD MÜLLER

La carriera di Muller è stata così luminosa che inevitabilmente ha creato una zona d’ombra altrettanto vasta. Ma qui non parleremo dei suoi problemi post calcio. Perché la sua storia è così vincente, ma soprattutto pura, che non sarà mai impolverata da niente. Lui che ha amato così tanto giocare con un pallone dai piedi che non è mai riuscito veramente a ritirarsi.
Gerd Muller è il più grande centravanti tedesco di sempre, senza aggiungere altro. Campione d’Europa nel 1972 e del Mondo due anni dopo, ma campione davvero, perché i gol decisivi in finale li ha segnati lui.

In 787 partite ha segnato 730 gol, con una media di 0,93 gol a match. È per questo che è stato due volte scarpa d’oro, ed è per questo che nel ’70 ha stretto tra le sue braccia il pallone d’oro.Der Bomber” ha giocato 15 anni con la casacca del Bayern Monaco, vincendo 3 Coppe dei Campioni, tra le varie cose. La sua lettera d’addio al calcio è condita con tutta la sua anima innamorata.
Aveva le gambe “corte e tozze”, come diceva lui stesso, ma aveva il tritolo nei quadricipiti e l'”adamantio” tra i piedi.

ULI HOENESS

Per capire quanto Hoeness abbia un’aura mitologica, basti sapere che nel 1982 è stato l’unico sopravvissuto in un incidente aereo grazie alla sua scelta di addormentarsi sul sedile in fondo a destra. Da questa base si può iniziare a costruire il personaggio. Ha giocato otto anni nel Bayern vincendo 3 campionati, 3 Coppe dei Campioni, 1 Coppa Intercontinentale e altri trofei di contorno. Nel 1974, in finale di Coppa Campioni, fa doppietta contro l’Atletico nel 4-0 tedesco. Ma l’anno dopo vede spegnersi il suo sogno proprio nella finale della stessa competizione contro il Leeds. Un terribile infortunio al ginocchio interrompe la sua carriera a 27 anni, ma non per questo ha smesso di far vincere i tedeschi.

Nel 1979, quindi l’anno stesso del suo ritiro, è diventato Direttore Generale della squadra, vincendo tutto. Poi dal 2009 ha preso il posto dello stesso Beckenbauer, diventando presidente per 5 stagioni e continuando a vincere tutti i tipi di trofei immaginabili. La sua fine ignobile con la condanna per evasione del fisco lede la sua dignità personale ma non la sua gigantesca influenza nell’evoluzione dei bavaresi.

 

KARL-HEINZ RUMMENIGGE

“Kalle” è stato un altro dei pilastri del Bayern Monaco con le radici più solide e durature. Con la maglia dei Die Roten (“Rossi”) ha giocato per 10 stagioni, siglando 217 reti in 422 partite. Nel 1980 e 1981 ha vinto due palloni d’oro consecutivi, diventando per molti “il più forte centravanti del mondo”, come descritto da un’edizione della Gazzetta dello Sport. È stato in 3 occasioni il più prolifico marcatore stagionale in Bundesliga e poi ha portato la sua qualità all’Inter di Ernesto Pellegrini. I muscoli erano di marmo e i piedi di rubino.

Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo è entrato nei quadri dirigenziali del Bayern, divenendo il vicepresidente quando Beckenbauer era al comando. È rimasto 28 anni in dirigenza cambiando ogni ruolo e diventando anche membro del comitato esecutivo Uefa assieme ad Agnelli. Uno spirito poliedrico.

Fonte immagine: profilo Instagram Matthaus

LOTHAR MATTHAUS

È con questa casacca addosso che per la prima volta Matthaus si è rivelato al mondo del calcio in tutto il suo splendore, ed è sempre con la stessa maglia che ha dato l’addio al calcio, se non si considera l’esperienza da 16 presenze in America. Tra il suo inizio calcistico e la sua fine ci sono state 4 stagioni all’Inter. Ma prima e dopo è stato sempre e solo Bayern. Dal 1984 al 1988 e ancora dal 1992 sino al 2000, ha dipinto calcio come pochi altri centrocampisti nella storia del calcio. Sapeva fare tutto. Aveva qualità ma anche quantità, precisione, decisione, dinamismo, caparbietà, estro. Nelle sue corde genetiche era previsto ogni tipo di giocata, e ogni volta la melodia che ne veniva fuori era sublime.

Nel 1980 è diventato campione europeo, nel 1990 campione del Mondo con la Germania con la fascia da capitano attorno al braccio. Ha il record di aver giocato venticinque partite in un Mondiale, partecipando a tutte le edizioni tra il 1982 e il 1998. Nel 2004 è stato inserito da Pelé e dalla Fifa nella lista dei 125 giocatori viventi più forti. E, per concludere il suo ritratto, bastano le parole di Maradona per dare la definitiva palma d’alloro al tedesco:

“Il miglior avversario che abbia mai avuto in tutta la mia carriera, credo che basti questo per definirlo.”

Le parole ora diventano superflue, scontate. Sipario.

OLIVER KAHN

Il suo destino è passato per le mani di Sepp Maier, che è stato il suo preparatore, e di sicuro questa è una delle ragioni per cui le sue mani rimarranno per sempre ben salde negli annali del Bayern. Kahn è nella cerchia dei migliori portieri di sempre, oltre che uno dei tedeschi più vincenti di tutte le epoche. Basta conoscere i due soprannomi che gli sono stati affibbiati per capire la sua personalità: King Kahn (Re Kahn) e Der Titan (Il Titano). È l’incarnazione dell’incubo di ogni attaccante avversario, ma anche difensore compagno di squadra. Perché Kahn non ha mai fatto sconti a nessuno, che poi fosse avversario o meno era secondario. E si poteva permettere un comportamento così aggressivo e pretenzioso perché in primo luogo pretendeva il massimo da sé. È per questo che preferiva rischiare la propria incolumità piuttosto che prendere gol e che usciva con i pugni in circostanze inimmaginabili.

Fonte immagine: profilo Instagram Kahn.

Proprio Sepp Maier ha detto di lui:

“È un vero professionista, vero leader. Vuole solo vincere, in tutto ciò che fa.

La sua arroganza è sempre stata bersagliata dall’opinione pubblica, ma lui ha proseguito nel suo cammino fatto di salti acrobatici e parate circensi, assumendosi anche in qualche caso il rischio di errori grossolani ed evitabili. Ma questo era lui. Con 535 partite giocate risulta ancora essere il portiere con più presenze nella storia della Bundesliga. Non c’è mai nulla che lo farà essere il secondo.

OTTMAR HITZFELD

Impossibile iniziare a descrivere l’allenatore tedesco con più trofei vinti – 25 – se non dal momento più cupo della sua carriera sportiva. Quel dannato 26 maggio 1999 è restato attaccato agli abiti di Hitzfeld per l’eternità. Alla prima stagione sulla panchina del Bayern, arrivato in finale di Champions, ha perso la partita nei minuto di recupero. Da 1-0 a 1-2 nel giro di due minuti, dal 91′ al 93′. Uno shock impossibile da superare. Ma di sicuro il coach ha trovato il suo modo per compensare questa scottante beffa.

Innanzitutto vincendo un’altra Champions, quella dell’edizione 2000-01. Grazie a quel trofeo è nell’Olimpo dei soli 4 allenatori in grado di vincere la Coppa dalle grandi orecchie con due squadre differenti. Il Bayern e il Borussia Dortmund, nel 1997. È proprio al termine di quell’anno che ha cambiato sponda, andando dai gialloneri ai rossi, dove rimarrà dal ’97 fino al 2004. 13 trofei aggiunti alla bacheca bavarese e 2 premi come allenatore dell’anno che lo rendono più unico che raro. L’impronta di un allenatore così non svanirà mai.

ARJEN ROBBEN E FRANCK RIBERY

Loro vanno insieme. Impossibile scinderli. Impossibile non citarli. Robben e Ribery sono stati la copertina del Bayern dell’ultimo decennio. Sono stati la freschezza e la rapidità, la genialità e l’innovazione. Sono stati unici. Qualche mese fa in un altro articolo parlavamo di loro come dello Ying e lo Yang, perché opposti ma perfettamente combacianti. L’uno completava l’altro, in un costante rinnovamento di armonia che raramente si è mai visto.
E se fuori dal campo non sono mai stati l’uno la metà dell’altro, non appena indossavano gli scarpini ogni differenza svaniva.

Fonte immagine: profilo Instagram Ribery.

Dieci anni in Baviera per Robben, che ha accumulato 21 trofei segnando 114 gol e ponendo a referto 101 assist per i compagni. Dodici stagioni tedesche invece per Ribery, che di trofei ne ha alzati addirittura 24, contribuendo con 124 gol e 182 assist. Numeri mostruosi, che fanno spavento se paragonati a quelli di una qualsiasi altra coppia. Ma loro sono semplicemente loro, senza possibilità di replica. È per questo che saranno da tutti conosciuti come “Robbery”, un mix tra i due cognomi che in inglese vuol dire “rapina”. Hanno corso su quelle fasce per una decade e hanno lasciato nell’eternità i loro nomi. Le loro corse, i loro gol. Tutto profuma di calcio, quando si parla di Robben e Ribery. I due alettoni del Bayern Monaco.

ROBERT LEWANDOWSKI

Per capire Lewandowski bastano 9 minuti. Date 540 secondi al polacco, lasciatelo all’opera e poi godetevi lo spettacolo che si inventerà. Era il 22 settembre 2015 quando si è definitivamente elevato a centravanti più forte del mondo. In 9 minuti, che non arrivano nemmeno al quarto d’ora di notorietà di cui parlava Andy Wharol, ha fatto 5 gol. Provate a contare. Uno, due, tre, quattro, cinque. In 9 minuti. A fare da vittima sacrificale è stato il Wolfsburg, che davanti a ciò che stava succedendo non ha potuto far altro che sgranare gli occhi. Proprio come Guardiola, l’allora allenatore del Bayern, che ha assunto la faccia più stupita di tutti i tempi strofinandosi le mani sul capo in cerca di una risposta razionale. Ma non c’era razionalità. Solo genio e follia. Ha così strappato il record di tripletta più veloce di sempre, idem quaterna e ovviamente anche la cinquina. Inoltre è stato l’unico a segnare 5 gol da subentrato. Sì, non era nemmeno partito titolare in quell’occasione.

È per questo che quando si parla di Lewandowski si parla della massima figura del Bayern contemporaneo. Un giocatore perfetto, unico, capace di ogni cosa. Questa ancora in corso è la sua sesta stagione a Monaco di Baviera e le 230 reti in 275 presenze rendono l’idea di tutta la sua grandezza. Ha vinto e continua vincere, sia partite che trofei, sia con l’aiuto della squadra che caricandosi sulle spalle la squadra. Destro, sinistro, punizione, potenza, prepotenza, ingegno. Può tutto, l’unica certezza è che alla fine il pallone entrerà. Per questo il suo nome sarà sinonimo di vittoria. E per questo il suo numero 9 rimarrà per sempre incollato alla storia del Bayern Monaco.
Oggi.
Domani.
E per i prossimi 120 anni.

 

Fonte immagine di copertina: profilo Instagram Oliver Kahn.

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De Zerbi sul calcio inglese: “In Inghilterra c’è più voglia di attaccare”

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Stephanie Frappart dirigerà Costa Rica-Germania: prima arbitro donna nella storia dei Mondiali

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Il giornalista terrorizza la Juventus: “Situazione pericolosa come quella del 2006”

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Juventus

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“COME NEL 2006”

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Ricordiamo che nel 2006 la compagine bianconera venne retrocessa in Serie B a seguito dello scandalo Calciopoli.

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