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I calciatori figli d’arte con i cognomi più pesanti

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L’arte. Che splendida, sconfinata materia, l’arte. È l’essenza della vita catturata e tramutata in bellezza fruibile agli occhi di chiunque voglia vederla. Non è solo un dipinto o una scultura. È l’esistenza stessa in ogni sua sfumatura.

E anche nel calcio l’arte regna sovrana. Colora e rende viva ogni emozione con tonalità sempre nuove che non renderanno mai monotono questo sport.
Ci sono giocatori che hanno fatto dell’arte la loro vocazione. Hanno dipinto, più che giocato con un pallone, hanno scolpito la storia e l’hanno plasmata come Donatello plasmava le sue opere con qualsiasi materiale avesse a disposizione. Hanno sfidato le leggi del calcio in ogni situazione e le hanno in piccola parte riscritte.
In alcuni casi il DNA ha voluto che queste caratteristiche, seppur solo parzialmente, venissero tramandate al proprio figlio.

Sembra magnifico: un futuro garantito grazie a ciò che ha seminato il proprio padre. Peccato che a volte, firme artistiche di tale caratura, più che una benedizione possano assumere le sembianze di una condanna. Un fardello troppo pesante da portare sulle spalle. Perché un cognome troppo grande può diventare più importante di chi lo porta.
Ecco i più famosi casi di giocatori figli d’arte di questi anni: tra chi ce l’ha fatta e chi è sprofondato all’ombra del padre.

WEAH: GEORGE E TIMOTHY

L’infinita corsa di Weah contro il Verona. Un gol storico. Potenza, velocità, precisione, classe. C’è tutto.

Essere il figlio del Re Leone non è facile. George Weah è stato uno degli attaccanti più forti di tutti i tempi, uno di quelli che si prende senza troppi complimenti la sua fetta di storia. Il soprannome deriva certamente dalla forza animalesca contenuta nelle possenti gambe, che gli hanno permesso di diventare il prototipo di attaccante ideale degli anni ’90 tra accelerazioni da autovelox e tiri dalla potenza disumana. Lui che è stato chiamato a sostituire Van Basten al Milan dopo il precoce ritiro, ha vinto il pallone d’oro con la stessa maglia del 1999, divenendo il primo calciatore africano a vincerlo.

Fonte immagine: profilo Twitter Losc Lille.

Inevitabilmente ereditare un cognome del genere, porta ad ereditare una storia difficile da replicare. Di conseguenza le aspettative su Timothy Weah sono alle stelle. Timothy è venuto alla luce nel 2000, perciò è poco più che maggiorenne, ma ha già dimostrato grandi qualità. Recentemente ha firmato un contratto di 5 anni con il Lille, dopo esser stato tesserato per due anni con il Paris Saint Germain. In 34 presenze tra i professionisti ha gonfiato la rete per 10 volte, mostrando caratteristiche più atletiche e funamboliche che da attaccante puro.
Conservare i primi germogli di una carriera luminosa non sarà facile, data l’enorme attenzione mediatica a lui riservata, ma le carte sono in regola per spiccare il volo nel calcio del grandi. Ora la palla passa a lui: se riuscirà a dribblare l’imponente cognome del padre e la montagna di aspettative che lo attendono al varco, dinnanzi a lui non ci sarà altro che luce.

SIMEONE: DIEGO E GIOVANNI

Fonte immagine: profilo Instagram Diego Pablo Simeone.

Diego Simeone è conosciuto ai più con il soprannome di El Cholo: meticcio. Così chiamato perché ai tempi delle giovanili del Velez Sarsfield l’allenatore dell’epoca decise di rendere onore a un altro Simeone, Carmelo, che negli anni ’50 era stato un grande giocatore della stessa squadra. Nessuna sorpresa perciò, quando apprendiamo che il figlio di Diego, Giovanni, è da tutti conosciuto come Cholito. Un piccolo Cholo che ha ereditato dal padre più la sfera emotiva e caratteriale che non quella tecnica e calcistica. Diego è stato un vincente da sempre e lo è tutt’ora, perché certe cose ce le hai nel sangue e non le smarrisci mai. Prima da calciatore, un rognoso centrocampista abile a sradicare palloni agli avversari per poi buttarsi nell’area avversaria attivando un killer-instinct da attaccante puro, e poi da allenatore. Ha vinto in ogni veste.

Fonte immagine: profilo Instagram Giovanni Simeone.

Giovanni invece è un attaccante puro dagli occhi spiritati, gli stessi del papà. Garra è la parola che più gli si addice, così tanto che quasi si appiccica a loro. La garra è l’unione dello sforzo emotivo, dell’impegno fisico e della determinazione caratteriale. Tutte qualità presenti nei due argentini.
Giovanni Simeone oggi milita nella Fiorentina, squadra con la quale ha siglato 22 reti in 80 partite. Prima un’esperienza al Genoa, la prima in Europa dopo il percorso di crescita in argentina, con 12 gol segnati a soli 21 anni. Sembrava essere un predestinato senza limiti, ma a Firenze, soprattutto in quest’ultima stagione con soli 8 gol realizzati, si è arenato. Ha palesato troppe lacune tecniche e non è riuscito a mantenere la marcia inserita nel recente passato. Chissà se quel cognome da aristocrazia del calcio sia per lui un freno. Questa è la sua visione:

“Da quando sono nato sono sempre stato il “figlio di”. Nel corso del tempo ho voluto dimostrare che io sono Giovanni. Quando ero più giovane ho avuto problemi per questo.”

ZIDANE: ZINÉDINE, ENZO, LUCA

Fonte immagine: profilo instagram Zinédine Zidane.

Giocare nello stesso ruolo del padre e seguirne le orme non è affatto facile. Se poi questo padre di nome fa Zinédine e di cognome Zidane, allora pensare anche solo di muovere i primi passi sulla stessa strada del padre è pura utopia. E infatti Enzo Zidane non ce l’ha fatta. Dopo un percorso di formazione nelle giovanili del Real Madrid, è finito nel dimenticatoio calcistico, giocando prima in Spagna in serie inferiori e poi in Svizzera, terminando il contratto con il Lausanne-Sport e rimanendo svincolato proprio all’inizio di quest’estate.
Ricoprire il ruolo di trequartista è mestiere per pochi, ma farlo con il cognome Zidane stampato sulla casacca è materia solo di Zizou, per molti il miglior calciatore europeo della storia, con 3 riconoscimenti FIFA come miglior calciatore dell’anno e un Pallone d’Oro nel 1998.

Fonte immagine: profilo Instagram Luca Zidane.
I fratelli Luca ed Enzo ritratti in una foto insieme.

“Sono sotto pressione sin da piccolo”

Sono state le parole di Enzo, troppo più piccolo del cognome che porta. Sembra troppo piccolo per rimanere ad alti livelli anche Luca Zidane. Lui ha scelto di fare il portiere, distanziandosi il più possibile dal padre, ma la genetica evidentemente non gli ha reso giustizia. Il caso ha voluto che Luca ad oggi sia tesserato con il Real Madrid proprio quando il padre è allenatore dello stesso club. E in un paio di occasioni è anche capitato che il padre schierasse il figlio in campo. Ma i risultati sono troppo mediocri. La storia si ricorderà di un solo Zidane.

 

KLUIVERT: PATRICK E JUSTIN

Fonte immagine: profilo Instagram Patrick Kluivert.

Anche nella famiglia Kluivert il calcio è di casa. Patrick Kluivert è stato un grande centravanti, dotato di spiccata velocità, specialmente nel breve, con sprint mostruosi, tecnica sopraffina e un tiro molto preciso. Non a caso a fine carriera le reti battezzate sono state 142, che non sono un numero comune. La carriera realizzativa però è stata al di sotto delle aspettative degli albori. Dopo tre anni giocati su livelli elevatissimi con l’Ajax, squadra che lo ha svezzato e lo ha visto sviluppare, ha parzialmente fallito nella sola stagione al Milan, prima di vivere 6 anni al Barcellona di buon livello. Poi una serie di avventure minori.

Fonte immagine: profilo Instagram Justin Kluivert.

Justin invece è meno fisico e concreto sotto porta, ma ha una maggiore tendenza al dribbling e all’assist. Ne sono la prova i 6 passaggi vincenti firmati in questa prima stagione lontana da casa. Casa sarebbe l’Ajax, da cui Justin ha deciso di allontanarsi la scorsa estate per intraprendere una carriera gloriosa a livelli più elevati. La scelta di vestire la maglia della Roma è stata lungimirante, in quanto il suo obiettivo è quello di arrivare un giorno a giocare per il Barcellona, seguendo, e magari superando, la carriera del padre.

Tra di loro c’è un rapporto intenso e stretto, basti pensare alle innumerevoli dichiarazioni rilasciate dal padre-mentore riguardo al futuro del figlio. La sinfonia è sempre la stessa: Justin deve rimanere con i piedi per terra e proseguire nel processo di crescita, cosicché in breve tempo riuscirà ad andare al Barcellona. Le possibilità che ciò accada sono elevate, ma il 19enne dovrebbe concentrarsi più sul presente e meno sul futuro, per rendere quest’ultimo a tinte blaugrana. Solo allora il sogno diverrà realtà.

 

THURAM: LILIAN E MARCUS

Un giovane Lilian Thuram tiene tra le braccia il piccolo Marcus Thuram.
Fonte immagine: profilo Instagram Marcus Thuram.

Sono entrambi alti, muscolosi e fisicamente esondanti. Fisici del genere sono difficili da marcare per l’avversario. Solo che il padre era un roccioso difensore centrale, mentre il figlio è un veloce esterno d’attacco.
Definire Lilian Thuram una roccia non è una metafora, ma la semplice descrizione della realtà. Un giocatore di questo tipo è semplicemente perfetto per il ruolo di difensore centrale. Il francese ha garantito solidità prima al Monaco, poi al Parma e infine alla Juventus, che lo ha acquistato per la cifra record (per l’epoca), di 33 milioni, uno sproposito per un difensore. E invece lui si è impiantato lì dietro ed ha neutralizzato qualsiasi attacco avversario. Con la nazionale ha trionfato nel 1998 nel Mondiale e due anni dopo nell’Europeo, sconfiggendo proprio l’Italia in finale.

Fonte immagine: profilo Instagram Marcus Thuram.

Marcus invece, pur essendo simile, è completamente diverso. Nato a Parma nel periodo in cui il padre vestiva la maglia dei ducali, ha intrapreso anche lui la carriera di calciatore, partendo dalla Francia. Tutt’oggi gioca in Francia, in Ligue 2, con la maglia del Giungamp. In 115 partite ha segnato 18 volte, dimostrando una carenza di finalizzazione, ma ha dimostrato ottime doti soprattutto per quanto concerne la sfera fisica e il gioco nello stretto.
Le candeline spente sono appena 21, perciò il tempo è dalla sua. Ma far emergere il proprio cognome grazie alle imprese personali, non sarà facile.

 

CHIESA: ENRICO E FEDERICO

Fonte immagine: profilo Instagram Federico Chiesa.

Federico Chiesa è così veloce da aver superato il padre prima ancora che nascesse il paragone tra i due. Un raggio di luce così immediato da non aver dato neppure il tempo all’ombra di formarsi. Ormai parlare di Chiesa, significa parlare di uno dei più, se non addirittura il più importante talento italiano in rampa di lancio.
Federico ha solo 21 anni eppure già da tre stagioni milita costantemente nella prima squadra della Fiorentina, della quale è titolare inamovibile. 113 partite tra i professionisti, 22 gol e 29 assist. Numeri importanti per un classe ’97, che ad oggi è considerato il futuro della nazionale azzurra. Fisicamente assomiglia molto a papà Enrico, e lo si nota dal modo di correre, di tenere le spalle e predisporsi al tiro.

Fonte immagine: profilo Instagram @enricochiesaoficial.

Enrico però era diverso da Federico. Mentre il figlio crea il terrore nelle difese avversarie partendo largo, che sia destra o sinistra cambia poco, il padre era più finalizzatore. Un prima punta vera, anche se ha giocato anche come seconda punta. 139 gol in Serie A non sono briciole, tutt’altro, sono numeri da giocatore di caratura internazionale, tanto che nel 1996 e nel 1997 è stato candidato al Pallone d’Oro. Qualche bella soddisfazione, soprattutto con le maglia della Fiorentina e del Parma, e un posto nella storia italiana assicurata.
E se dovesse continuare così, si può trovare uno spazio anche per il figlio, che corre a grandi falcate per diventare sempre più imponente. Migliorare costantemente non sarà facile, ma Federico Chiesa sa quello che deve fare: correre senza voltarsi indietro a chiedersi se è in grado di essere all’altezza del padre.

 

ALONSO: MARQUITOS, MARCOS PEÑA, MARCOS IMAZ

Fonte immagine: profilo Instagram Marcos Alonso.

Quella degli Alonso è una vera e propria dinastia. Tale nonno, tale padre, tale figlio. Tre generazioni divise da tanti anni di differenza ma unite dalla capacità di giocare a calcio ad alti livelli. Tre figure separate solo dalla cronologia.
Marquitos, nonno di Marcos Imaz, attuale terzino del Chelsea, è stato un difensore centrale del Real Madrid negli anni ’60. Con i blancos ha vissuto lo storico periodo delle 5 Champions League vinte consecutivamente, oltre a vincere altrettanti campionati spagnoli e qualche altra coppa. Di quella squadra invincibile lui era un centrale fondamentale.

Papà Marcos Pena gioca con il giovane Marcos Inez.
Fonte immagine: profilo Instagram Marcos Alonso.

È stato un attaccante di destra invece Marcos Peña, che ha diviso la carriera soprattutto tra Atletico e Barcellona. Con i blaugrana ha vinto 5 campionati negli anni ’80, e anche se non è stato importante come il padre, ha certamente contribuito a scrivere la storia degli Alonso nel calcio.

Infine l’ultimo ramo dell’albero genealogico, almeno fino ad oggi, è Marcos Imaz Alonso, terzino sinistro a tutto campo del Chelsea. Dopo il trasferimento a Londra dalla Fiorentina per 23 milioni di euro tre estati fa, lo spagnolo ha migliorato costantemente le proprie prestazioni sino a diventare uno dei più forti ed ambiti terzini d’Europa.
Anche lui, proprio come il padre e il nonno, fa parte della nazionale spagnola. Una tradizione destinata a non estinguersi mai.
D’altronde le vie dell’arte sono infinite.
Ce ne sono di positive e negative, ma alla fine tutte hanno come sbocco finale la meraviglia.

 

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Calcio e dintorni

Caso D’Onofrio, Gravina convoca Consiglio federale per il 19 dicembre

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Gravina

Continua la vicenda legata al caso di Rosario D’Onofrio, ex procuratore capo degli arbitri arrestato con l’accusa di narcotraffico. Durante le indagini, nell’occhio del ciclone è finito anche Alfredo Trentalange, presidente dell’AIA, per “comportamenti disciplinarmente rilevati” che potrebbero costargli il deferimento.

Le accuse mosse contro Trentalange sono quelle di aver infranto l’articolo 4, comma 1 del Codice di Giustizia sportiva, ovvero “avere omesso di assumere qualsiasi iniziativa, anche la più minimale, volta e finalizzata ad accertare i reali requisiti professionali e di moralità del sig. Rosario D’Onofrio prima della proposta, fatta dallo stesso Trentalange, e conseguente nomina da parte del Comitato Nazionale Aia”. Spunta anche la questione relativa ai contatti telefonici, infatti la procura federale imputa anche “di aver contattato telefonicamente il vicepresidente della Commissione disciplinare nazionale avv. Andrea Santoni, di non assumere nuove iniziative contro Rosario D’Onofrio”.

Trentalange avrà a disposizione 15 giorni per rispondere alle contestazioni di Giuseppe Chiné, capo della Procura della Federcalcio, al quale ha chiesto di essere ascoltato. Inoltre, il presidente dell’AIA ha dichiarato: “Ho preso atto con stupore e amarezza del contenuto della comunicazione inerente la chiusura dell’istruttoria della Procura Federale relativamente al caso D’Onofrio anche se è bene precisare che non si tratta di un deferimento a mio carico”, ha commentato Trentalange. “In tal senso ho chiesto di essere sentito con estrema sollecitudine dal Procuratore, Dott. Giuseppe Chinè, non solo a mia tutela ma soprattutto nell’interesse di tutta l’Associazione Italiana Arbitri. Tengo a chiarire che non ho nessuna intenzione di dimettermi“.

Questo, nonostante il presidente della FIGC, Gabriele Gravina, abbia convocato un Consiglio federale per il 19 dicembre, mettendo all’ordine del giorno “la situazione Aia: provvedimenti conseguenti”. Solo il tempo potrà fare chiarezza riguardo questa vicenda, che contribuisce a scrivere un’altra pagina oscura del nostro calcio.

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Calcio Internazionale

L’Italia scopre Buchanan: tre italiane si fanno sotto

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Una delle nazionali che maggiormente si è guadagnata la simpatia e gli apprezzamenti di tifosi e addetti ai lavori nel corso di Qatar 2022 è stata senza dubbio quella del Canada; nonostante gli zero punti conquistati dai nordamericani nel girone possano far pensare il contrario, Davies e soci hanno infatti messo in mostra un calcio audace e propositivo, peccando probabilmente di ingenuità contro squadre ben più esperte ed attrezzate come Croazia Belgio, che al Mondiale precedente avevano addirittura raggiunto il podio finale.

Tuttavia, come di consueto, la rassegna iridata è stata un’ottima occasione per diversi talenti in rampa di lancio di mettersi in mostra; tra di essi spicca il nome di Tajon Buchanan, ala classe ’99 attualmente in forza al Club Brugge, che in Qatar ha impressionato per la sua facilità nel saltare l’uomo e per la sensibilità del suo piede destro. Tali doti non sono sfuggite solo alla dirigenza del Napoli, al cui interessamento si era già accennato nei giorni scorsi, ma neanche a quelle di Milan e Juventus, che secondo alcune indiscrezioni provenienti dal Belgio avrebbero deciso di iniziare a monitorare il 23enne canadese.

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Flash News

Il Barcellona è pronto a farsi avanti per Martinelli dell’Arsenal

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Il Barcellona sta preparando il colpo di gennaio per assicurare a Xavi un nuovo innesto in zona offensiva.

Il nome è quello di Gabriel Martinelli, attualmente in forza all’Arsenal. Il giovane talento brasiliano sta partecipando al mondiale in Qatar con la nazionale verdeoro e si sta mostrando una valida alternativa la davanti nonostante gli svariati fuoriclasse che ha il Brasile in attacco.

Per il classe 2001 questo è l’anno dell’esplosione definitiva, al momento in Premier League ha già collezionato 5 gol e 2 assist in 14 partite, ovvero la sua squadra parte 1-0 una partita su due.

Potrebbe quindi essere il profilo giusto per il Barcellona attualmente primo in classifica e con un’Europa League da vincere a tutti i costi.

 

 

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Flash News

Inzaghi esalta il Frosinone: “Per batterlo servirà la miglior Reggina”

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Scontro ad alta quota in Serie B, dove si affrontano Reggina e Frosinone. Nella conferenza della vigilia Filippo Inzaghi, tecnico dei calabresi, ha presentato così la sfida contro la capolista:

“A inizio ho sempre detto che Genoa, Cagliari e Parma hanno squadre superiori rispetto alle altre, ma non scopriamo il Frosinone. Noi siamo un po’ il Frosinone dello scorso anno. Hanno azzerato, hanno lottato e così si ritrovano ai vertici”.

Entrando nei particolari del match:

” A loro piace comandare la partita, esattamente come noi, credo che sarà una bella partita. Non mi preoccupo degli avversari, penso alla grande occasione che abbiamo davanti al nostro pubblico. Per vincere servirà la miglior Reggina“.

Ha poi parlato anche del possibile 11 titolare:

” Ci attendono due gare ravvicinate, 4-5 giocatori tra domani e il fine settimana li cambierò, ma ho ancora questa notte per pensarci. Menez? Ha lavorato bene e si merita quello che ha. Ho un gruppo fantastico, mi si spezza il cuore a lasciare qualcuno fuori“. Infine un’ultima battuta anche sulla classifica: “Si sta chiudendo il girone di andata e, nonostante qualche battuta d’arresto non mi sono mai scoraggiato. Servono solo stimoli ulteriori per mantenere la classifica che, se abbiamo, è perché ce la siamo meritata”.

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